sabato 25 maggio 2013

La grande bellezza

Ho visto "La dolce vita" per intero una volta sola, moltissimi anni fa. Nonostante questo sono pronto a dichiarare che è uno dei cinque film più belli della mia personale classifica.
Sono superficiale? Forse.
La realtà è che si va quasi tutti incontro a un film con molto meno cinismo di quanto dimostriamo di avere a posteriori. Lo spettatore che accetta di sua volontà di vedere un film abbassa di proposito le sue difese e, inerte e immobile nel buio della sala, aspetta di essere colpito.
Sarà forse l'abitudine ma i film fanno quasi sempre molto meno male di quanto si vorrebbe. Grandi coreografie di braccia e tono muscolare sono del tutto inutili se scopriamo di essere stati solo presi in giro, se il dolore non arriva o scompare non appena usciamo dalla sala per rientrare nel mondo.
Il secondo tempo de "La dolce vita" e il suo bellissimo finale mi hanno fratturato in una volta sola lo sterno e la frattura non si è mai ricomposta. C'è qualcosa nel modo che ha Fellini di colpire con intuizioni ed epifanie improvvise, geniali ma anche commoventi e profondissime, che lascia un segno duraturo. Secondo me non c'è mai stato e mai più ci sarà qualcuno come lui. Una volta che ti colpisce ti cambia i connotati dell'emotività per sempre.

Ora succede qualcosa di insolito con "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino. Sono diversi giorni che ci penso, il film viaggia con me, mi ha toccato. Ci sono momenti nei quali riaffiorano scene che avevo dimenticato; più ci rimugino sopra più i pensieri iniziano a trovare corrispondenze interne. E' una cosa buona, ma non basta per riuscire a trovare una sintesi nel giudizio. Se dovessi esprimere un'opinione di getto credo direi che il film mi ha deluso. La delusione che ti riservano certi amici che non vedevi da tempo o le ragazze per le quali solo un paio di anni fa avresti fatto pazzie e ora scopri essere diventate appena più scialbe, noiosette, saccenti, un poco ingrigite o tristi. Parlo sempre di qualcuno con un grandissimo talento e capace di continue soprese, un osservatore felice e dotato che ha un tallone d'Achille, una paradossale zona cieca dello sguardo, un critico raffinato che sembra mancare del tutto di autocritica. La sensazione con "La grande bellezza" è quella di camminare accanto a un'elegantissima signora che stavolta sarebbe ben felice di concedersi a te, come il personaggio di Isabella Ferrari nel film; solo che stavolta non sono sicuro di volerla. La lascio parlare e la sento alternare banalità imbarazzanti a perle di una intelligenza imprevedibile, capace ancora di stupire. Il problema forse è che non c'è nessuna signora ma il solito Toni Servillo, imparruccato come un attore del teatro elisabettiano che fa di tutto per sedurti mentre Sorrentino spia l'evoluzione della serata col teleobbiettivo da una delle terrazze romane del film.

Oppure posso dire che al film manca il colpo di grazia. Manca il ko, il pugno che mandi al tappeto, quello che spezza il naso, quello che un giorno racconteremo agli amici, quello che ti manda per sempre o per una settimana nello spazio, in orbita attorno al satellite Sorrentino.
A questo punto per dire se il film è bello oppure no si fa per alzata di mano oppure, come nella boxe, si devono contare i punti, cioé il valore delle singole scene. A conti fatti il film potrebbe vincere, ma forse solo per un pelo.

Qual è il problema de "La grande bellezza"? I limiti del suo protagonista, ad esempio. Se amate Jep Gambardella, intellettuale-re dei mondani, scrittore-scribacchino, moralista-immorale, poeta-cialtrone, improponibile azzimato tombeur des femmes con portamento ed eleganza del vecchio omosessuale, macchietta tragicomica in cerca di sublime e grande bellezza là dove anche solo gli antichi resti della Roma eterna rivelano disfacimento e le terrazze più esclusive ospitano lo squallore e il cattivo gusto di chi il lusso se lo potrebbe permettere eccome; ecco, se amate Jep Gambardella o siete disposti anche a dargli la vostra misera assoluzione, la vostra pietosa carezza alle soglie dell'aba o se preferite al termine dei suoi continui viaggi al termine della notte amerete anche il film. Ma concedetemi di dirvi che se davvero l'amate dovete accollarvi non solo i bagliori suoi e quelli di Sorrentino ma anche tutte le loro piccolezze, le loro cadute di stile, gli aspetti più plebei della loro tanto ostentata intelligenza e sensibilità. Se l'amate davvero dovete essere disposti anche voi a dire a tutti, come Jep Gambardella, che la cosa che più amate al mondo non è la "fessa" o le sue varianti ma qualcosa di simile all' "odore nelle case dei vecchi". L'odore nelle case dei vecchi? Ma andate a fanculo.

Jep Gambardella è uno scrittore incapace di replicare il suo brillante esordio di molti anni prima. Abbandonate le aspirazioni artistiche fluttua nel vuoto della roma notturna più esclusiva e festaiola. Come lui tante altre particelle smarrite contribuiscono ad aumentare il grado di entropia che disfa senza fretta il loro mondo.
Il vuoto della sua vita lo ossessiona, tanto da lasciare intendere che il suo prossimo eventuale romanzo dovrebbe forse occuparsene. Ma è uno sforzo che non è riuscito neanche a Flaubert, come potrebbe compiersi con il suo assai più modesto ed annacquato talento? E come potrebbe riuscire lo stesso a Sorrentino, che sa benissimo di non essere Flaubert, ma - dio mio- neanche Fellini?
L'impressione è che nella mancanza di una storia così forte da impostarci un romanzo, tutto quello che ha da scrivere il nostro caro affezionatissimo Gambardella, e quindi Sorrentino nello stargli sempre appresso, non sia altro che una serie di piccoli articoli di costume e società, bozzetti tanto arguti quanto pigri, da leggere forse con piacere ma svogliatamente come si fa quando in una sala d'attesa si sfoglia una rivista. Un modo assai rischioso per centrare il capolavoro. Bisogna mantenere il livello dell'arguzia a livelli d'eccellenza, bisogna stupire non con imprevedibili svolte nella trama ma con la felicità dei ritratti, con la giusta dose di malizia, col virtuosismo e l'eleganza della penna e spostare di continuo l'attenzione dall'autore che ritrae all'ambiente o alla persona che finiscono per essere ritratte.
Ma "La grande bellezza" ha il difetto di non diventare mai solido; né ha momenti così forti da mettere fine alla recita dei suoi interpreti per calare la maschera su una disperazione dal volto umano che sembri autentica, universale e non macchiettistica, provinciale e misera.

domenica 10 marzo 2013

Piano, solo

Ho smesso di vedere "Piano, solo" a metà. E' brutto dirlo ma so già come va a finire. Luca Flores muore, giusto? Si toglie la vita. D'altronde la sua è una storia vera e ce l'aveva raccontata Walter Veltroni nel libro biografico "Il disco del mondo".
La ragione però è un'altra, non sono così cinico.

Il jazz è raro nel cinema italiano. A memoria ce n'è un poco solo in certe pellicole di Pupi Avati, che non ha mai nascosto il suo amore per il genere. E' una musica difficile che ha un suo pubblico di nicchia e che in Italia non raccoglie grandi numeri. Eppure ci sono molti nomi di rilevanza internazionale tra i nostri musicisti. Luca Flores è stato uno di questi.
Nel libro di Veltroni si poteva ancora rintracciare il desiderio di raccontare la vita infelice di un talento scomparso troppo presto per lasciare un segno duraturo nella memoria di molti ma la sua storia serviva come introduzione alla sua musica, tanto che al libro era allegato un cd. Nel film invece si ha l'impressione che accada proprio il contrario. Il talento del musicista è solo il pretesto per mettere in scena la rappresentazione di una vita segnata tanto dal genio quanto da disgrazie familiari e disagio mentale. Si finisce più o meno in alcuni luoghi comuni che altri film hanno saputo rendere in maniera migliore, vedi "Shine".
Il problema, alla fine, è che della musica importa molto meno di quanto si voglia far credere. Per quanto girate anche con una certa cura le scene delle esibizioni non riescono a ricreare il miracolo di certe esecuzioni, non rendono giustizia all'ascolto, sono solo parentesi tra altri momenti dialogati. La musica nei film ottiene il meglio solo se supporta le qualità emotive delle scene come colonna sonora, se trasforma il reale in qualcosa di astratto come nei musical, al massimo se è qualcosa che accade live, in quel momento. Anche film come "Il concerto", che pure ha una delle migliori regie di un concerto di musica classica, si piegano alle regole del cinema e concedono distrazioni, si avvicinano alla linea che rende fasulla la messa in scena.
Forse questo problema si pone in forma ridotta con la musica pop-rock. Essa può contare già su una fruizione in larga parte superficiale, si adatta con meno difficoltà a fare da sottofondo e ha già una iconografia e tradizione più spettacolare. Insomma, lo scambio tra cinema e musica pop è assai più fecondo e reciproco rispetto a quello con qualsiasi altra musica e lo dimostra anche l'arte del videoclip.

Ora, se c'è una cosa che amo del pop, oltre alla sua semplicità, alla maniera di cristallizare uno stato d'animo, di inchiodare qualsiasi concetto con solo tre punti è la capacità di mantenersi leggero. Non solo: esso può nascondere la tristezza dietro una melodia cantabile, può spingersi ai confini dell'eccitazione senza perdere mai il controllo, può far calare un velo di malinconia in una canzone cambiando solo due accordi. Il pop, almeno nelle sue forme più alte, è una musica di facile ascolto ma che nasconde un'emotività parecchio evoluta, capace di influenzare anche quella di chi ascolta. Ne avevo conferma poche settimane fa quando alla radio hanno passato "Easy" dei Commodores. Chi l'avrebbe mai detto che una canzone così spensierata raccontasse invece di una storia d'amore al capolinea? "I know it sounds funny but I can't stand the pain", inizia proprio così e continua esprimendo la frustrazione di un uomo che non è mai riuscito a sentirsi all'altezza delle aspettative della sua donna. Ha deciso di lasciarla il giorno dopo e questo lo fa sentire all'improvviso leggero e libero, perchè forse non è quello che lei avrebbe desiderato ma ora può smettere di fingere. Lui è una persona "semplice, semplice come una domenica mattina". Chiaro no? E ora cantiamo il ritornello tutti in coro. Una canzone piena di ottimismo, che ribalta una situazione iniziale triste in qualcosa di molto leggero e piacevole.

Con questo non voglio dire che il pop è meglio del jazz. Solo che certe qualità straordinarie del pop sembrano del tutto ignote a molti autori del nostro cinema. Essi sembrano convinti sempre e comunque che se la situazione è triste essa debba essere rappresentata in maniera ancora più deprimente, come se il sentimento di una scena fosse dato più dall'accelerazione costante su un lunghissimo rettilineo piuttosto che da un colpo improvviso di sterzo. Solo che lo spettatore sta sulla poltrona di casa o sulla poltroncina del cinema come sul sedile del passeggero, con tutta questa accelerazione che gli comprime lo stomaco e davanti a se un punto di fuga prospettico piattissimo e noioso.
"Piano, solo" ha diverse qualità. L'interpretazione molto partecipata di Kim Rossi Stuart, la fotografia di Catinari, una buona regia. Ma per me il film finisce in un punto preciso: il pranzo di compleanno del padre. E' il momento della storia nel quale si rivelano nella stessa scena il risentimento di Luca per le mancanze del genitore, il trauma mai risolto della morte della madre, l'affiorare del disturbo mentale del protagonista. Scena penosissima con tutto il suo carico di inquietudini, ricatti emotivi, sensi di colpa. Non è la prima volta che vedo qualcosa di simile in un film italiano. Di solito quando incontro questo tipo di situazioni smetto di vedere il film. E' più forte di me, non ce la posso fare. Ho voglia di prendere a schiaffi gli sceneggiatori così incapaci di incastrare un briciolo di luce, di stupire con un accordo improvviso, di lasciare uno spiraglio per un minimo colpo di vento in questa stanza dall'aria putrida. In realtà, io sono convinto che non ci sia stato mai niente di peggio della maniera con cui in Italia ci si è incastati molte volte nella raffigurazione di famiglie infelici, quasi con accanimento morboso.
Cose così penose possono accadere anche nella nostra vita e chi non ha mai sofferto in silenzio durante una riunione familiare, un pranzo di Natale, una qualche ricorrenza forzata che unisce malvolentieri parenti? Solo che mandare a fanculo la propria famiglia è un gesto che richiede uno sforzo notevole e che non sempre risolve i nostri problemi. Spesso, anzi, li peggiora.
Ma mandare a fanculo la famiglia di un film con tutti i suoi cazzo di problemi che non ci riguardano, con tutte le meschinità messe a nudo che riescono comunque a farci stare male e deprimerci come se ne fossimo davvero partecipi, è un gesto sano e doveroso. Mi spiace per la vostra infelicità ma io ho già la mia e non vengo a raccontarla a voi.

martedì 5 marzo 2013

Il Pap'occhio

Che strano vedere oggi "Il Pap'occhio" per la prima volta. Lo faccio recuperando il dvd in una biblioteca e riuscendo così a togliermi una curiosità che porto da tempo. Il fatto che la sua visione si sovrapponga quasi con le dimissioni ufficiali di Bendetto XVI, il suo volo in elicottero nel cielo sopra Roma, con anche il carico simbolico che qualcuno ci ha privatamente colto ( l'immagine dell'anima che "vola in cielo" come l'abbiamo immaginata bambini molti di noi) ha il sapore di una maliziosa coincidenza. Non è così, almeno a livello cosciente. Forse però il bombardamento di notizie relative all'evento e il carico emotivo che esso comporta anche per chi si è voluto sottrarre all'abbraccio di mamma Chiesa hanno operato in segreto.
In realtà sono in una fase di bassa concentrazione. Ho scelto il film di Arbore proprio perchè sapevo di andare incontro a qualcosa di leggero, a niente di troppo strutturato. L'alternativa era "Strange days" della Bigelow, col quale ho rimandato l'appuntamento per l'ennesima volta.
Ma a conti fatti c'è qualcosa che potrebbe renderli comuni nella mia testa bacata. Sono entrambi film che agiscono in un passato alternativo, in uno spazio temporale datato e ben collocabile ( i primi anni del pontificato di Papa Giovanni Paolo II; il capodanno del 2000 ) eppure fanno corto circuito con quello che è rimasto della cronaca reale di quei periodi. "Strange days" soprattutto sembra continuare a brillare d'interesse grazie al suo potente sfasamento di film di fantascienza che è finito risucchiato in un passato mai esistito grazie a un paradosso temporale. Una visione che sembra parlare di futuro e si rivolge invece alla polvere, al fratello gemello di un altro luogo e tempo.

Il discorso su "Il pap'occhio" può fare appello invece a una nostalgia meno elaborata. Realizzato ormai più di 30 anni fa ha avuto una storia molto travagliata: successo al botteghino, sequestro, riabilitazione, un fugace ritorno nelle sale verso la fine degli anni '90, prima di rivedere la luce con l'edizione in dvd. In mezzo soprattutto dimenticanza, un film sepolto nella memoria collettiva di molti e del tutto ignoto per gli altri più giovani.
Chi scrive ha press'a poco l'età stessa del film. La sgangherata compagnia di Arbore è parte di ricordi così profondi e lontani da non essere toccati dal colore di un qualsiasi giudizio. Si porta appresso solo una spensieratezza che riusciva a essere condivisa anche da un bambino con i propri genitori e zii, all'epoca quasi coetanei di me stesso nel presente. Ma tirare oggi un giudizio su cosa potesse essere anche quell'Italia dalle briciole da museo del film è cosa perversa, oziosa e poco scientifica.

Si può partire dai dati oggettivi. Il film è povero nella forma. Non ha una vera e propria storia, lo sviluppo è rapsodico. Vive di sketch, improvvisazioni, numeri musicali, ospiti, partecipazioni. E' in effetti l'adattamento, neanche troppo elaborato, di quello che doveva essere un programma tv di successo, senza alcuna voglia di preoccuparsi davvero della coerenza e delle regole drammaturgiche che si richiedono di solito alle pellicole in sala. Il risultato toglie forse al film qualsiasi pretesa di misurarsi su un piano strettamente cinematografico per rimanere su quello dello scherzo. Ma è uno scherzo che Arbore e compagni prendono molto sul serio perchè sanno che solo se si va fino in fondo sul piano dello scherzo e si offrono con generosità i propri numeri migliori un film così può dirsi riuscito.
Allora Arbore alza di molto il tiro e si catapulta con tutto il codazzo del suo bestiario comico dentro le mura vaticane. La chiamata, che ha l'aspetto di una sgangherata annuncizione dell'angelo Gabriele-Abatantuono, arriva proprio dal papa in persona. Cioè da Wojtyla, il papa straniero da poco eletto, quello dal volto bonario e telegenico, con il suo difficoltoso rapporto con l'italiano e la sua reciprocità con i mezzi di comunicazione dell'epoca ( cosa che manterrà fino alla morte). E' proprio il Papa a voler creare una tv vaticana, rivolta a un pubblico di giovani, con la presenza dei loro beniamini, per rilanciare la religione cattolica in lento ma costante declino. La cosa preoccupa però gli alti prelati al suo fianco che non vedono di buon segno questa avventatezza. Nonostante debolissimi tentativi di sabotare l'evento si arriverà al momento della messa in onda e lì... va bene, non ve lo dico, anche perchè non saprei proprio cosa dirvi di preciso.

Ad Arbore piace buttarla in caciara e la caciara salva questo film dall'abisso. Sa benissimo Nanni Moretti ad esempio, che nelle stesse stanze ricostruite in teatro tornerà trent'anni dopo, di non poter contare sulla stessa sguaiatezza per farla franca, vuoi per proprie esigenze di stile, vuoi per la necessità di vincere la diffidenza vaticana con un discorso più focalizzato e credibile. Anche i tempi sono cambiati, Wojtyla è morto e il nuovo Papa è "un pastore tedesco". L'ironia stavolta resta fuori dalle mura della Chiesa. Ma entrambi trovano un piacere nel raffigurare il mistero delle stanze più inaccessibili con più leggerezza di quanto esse sembrino voler lasciare trapelare. La componente più ludica dei prelati, la loro discreta sensibilità all'umorismo, la loro privata curiosità di uomini, eccezionali anche perchè separati dal mondo, sono elementi che in forme diverse si trovano in entrambi i film. Perchè in nessuno dei due casi si è mai partiti con una intenzione di polemica, ed entrambe le storie, con tutti i paradossi che le rendono interessanti, raccontano più di un desiderio di contatto tra mondi diversi, il desiderio di potersi ritrovare a discutere delle cose che ci stanno più a cuore con i modi che ci vengono più naturali. Arbore sa di essere un peccatore e forse esagera pure nel ritrarsi in questa maniera. Non chiede assoluzione per i suoi peccati, ma forse ci spera e punta tutto sulla sua simpatia per farla franca. A modo suo sembra voler declamare lo slogan: "Wojtyla uno di noi."
Moretti entra nel mezzo del conclave grazie alle sue qualità professionali ( e quindi tecniche). Non chiede assoluzione, difende in modo garbato le sue posizioni laiche, porta un poco di scompiglio ma organizzato molto meglio rispetto a quello di Arbore. E' incuriosito ma fallisce nel suo compito. Quello di venire in soccorso con la scienza della mente a una volontà di dio che non riesce a imporsi nei dubbi dell'uomo che deve diventare Papa.
Se nel film di Arbore dio si manifesta con la potenza folkloristica che tendiamo ad attribuirgli, in quello di Moretti il suo silenzio inasprisce l'angoscia del finale.

A dire il vero ho trovato un'altra debolissima citazione de "Il pap'occhio" in un film che divertente non lo era nemmeno un poco, ma che ha avuto una sorte quasi identica di invisibilità. Era "I banchieri di Dio" di Giuseppe Ferrara, sullo scandalo del caso IOR e i misteri del suicidio-omicidio di Roberto Calvi. Di contro a rappresentazioni di personaggi politici ed ecclesiastici precisi fedelissime e credibili anche nella fisionomia il Papa, sempre Giovanni Paolo II, è l'unico ( vuoi per rispetto o per contenere le polemiche) che non si vede mai in volto. Ma si vedono i suoi piedi che pedalano sulla cyclette mentre riceve in udienza privata Giulio Andreotti. E' evidente il richiamo all'inizio del film di Arbore, con la rappresentazione grottesca delle qualità atletiche del nuovo pontefice.

Fa impressione vedere quanti personaggi siano passati per le scuderie di Arbore. Piccoli e grandi talenti che in seguito confermeranno o meno le loro doti, seguendo percorsi che non sempre porteranno sulla strada della comicità. Vedere oggi un film così rimanda al sapore di un'Italia diversa che non ho vissuto in prima persona, che esprimeva il proprio bisogno di maggiore leggerezza e vitalità direi, ancora lontana ma anche prossima alle degenerazioni di certo umorismo e modo di fare spettacolo che cambieranno la società e forse, molto tempo dopo, anche il modo di fare politica. Allora però erano tutti lì, futuri giornalisti e premi Oscar, showmen e soubrette dalle sorti differenti, persone che oggi sembrano così diverse da se stessi e tra di loro che viene da chiedersi come abbiano fatto a convivere tutti assieme.

lunedì 11 febbraio 2013

Gasherbrum - Der leuchtende Berg ( La montagna di luce)

Werner Herzog incontra Reinhold Messner nel 1984. Il pretesto è un breve documentario per la televisione di appena 45 minuti. Riescono a intendersi perfettamente grazie alla padronanza comune del tedesco e a un identico punto di vista.
Messner è già una celebrità dell'alpinismo mondiale, avviato a diventare il più grande scalatore di tutti i tempi, il primo uomo ad aver raggiunto di lì a pochi anni la vetta di tutti e 14 i grandi ottomila, le più alte montagne della Terra. L'ha fatto compiendo imprese al limite, con il minimo dell'attrezzatura e con un equipaggio ridotto. Il suo è un senso estremo della sfida che comporta il rischio della morte. La morte lo sfiora più volte e si porta via il fratello davanti ai suoi occhi, trascinato via e sepolto da una valanga durante una sventurata discesa dalla vetta del monte Nanga Parbat. Al ritorno dalla stessa spedizione il Messner sopravvissuto deve sopportare pure l'amputazione di sei dita dei piedi per le conseguenze del gelo. Questo non gli servirà da freno nella sua ricerca continua dell'avventura oltre i limiti delle possibilità umane e del comune buonsenso.
Jon Krakauer, alpinista e scrittore, è l'autore del libro "Nelle terre estreme". E' la biografia della vita breve e della morte atroce di Chris McCandless. Sean Penn ne ha tratto un film di successo, "Into the wild", con Emile Hirsch e una bella colonna sonora di Eddie Vedder. Il libro offre un resoconto molto più approfondito della vicenda. La scelta di quella storia in particolare tra tante si spiega con l'affetto dell'autore verso la figura del ragazzo, già oggetto di molte polemiche. Il desiderio ultimo è quello di offrire una possibile risposta alla domanda: che cosa spinge alcune persone a provare esperienze così estreme? Un inconscio desiderio di morte, un disturbo di personalità, l'irragionevolezza, la fascinazione idealizzata per uno stile di vita romantico a contatto con la natura?
Chi si mette in gioco con simili avventure deve mettere nel conto che potrebbe non sopravviverne. E che se pure dovesse riuscire, il suo successo resterà privato, difficile da condividere o essere compreso dalla maggior parte delle persone. La disciplina, la serietà, l'ostinazione e la solitudine che richiedono sforzi simili hanno qualcosa che si colloca al confine con la follia. Tutti i veri alpinisti sembrano condividere la stessa asocialità di fondo, una qualche indifferenza verso il giudizio o le regole della società.

Non fa eccezione Messner, personaggio noto per la sua scarsa simpatia. In realtà egli è il perfetto protagonista di un film di Herzog. E' completamente matto, sorretto solo da una sua personalissima lucidità e dalla forza sovrumana della sua volontà. E' colui che non sa spiegare fino in fondo le ragioni di quello che fa ma è rapito completamente dal richiamo ancestrale e pericoloso della montagna che lo allontana dal mondo degli uomini comuni. La sua ricerca è spirituale ma si afferma grazie a uno sforzo del corpo, al superamento di ostacoli reali e non metafisici. Egli è colui che riesce a portare a termine l'impresa anche oltre le possibilità del regista. E' Messner, assieme solo al suo compagno di scalata Hans Kammerlander, che riesce nella fatica mai tentata prima di raggiungere consecutivamente le due vette del Gasherbrum e filmare gli ultimi tratti di salita.
Herzog e la sua ridottissima troupe restano al campo base, a duemila metri di altitudine più in basso, fermati dal mal di montagna. La riuscita finale o meno del documentario è nelle mani dello stesso Messner. Herzog potrà solo raccogliere il prodotto della sua testimonianza su pellicola.

Il documentario è bellissimo e si colloca alla perfezione nel solco della poetica del regista tedesco. Herzog riesce ancora una volta a catturare immagini bellissime e non convenzionali. Messner è un anarchico che vive al di fuori delle regole. Un personaggio potente e carismatico che non desidera nessun seguace per sé, non ha alcun bisogno di affermarsi agli occhi del resto degli uomini, vive un rapporto disinvolto e quasi irriverente del prossimo con la propria natura, si getta con fervore in argomentazioni filosofiche e sostiene con forza il suo punto di vista. Non chiede di essere capito. Sembra quasi divertito dal piacere di sapersi scandaloso e non si imbarazza a mostrarsi nudo davanti alla macchina da presa. Ha un fascino magnetico che si propaga grazie alle suggestioni implicite delle sue affermazioni e del suo stile di vita selvaggio.
Il momento in cui si trova a rispondere alle domande sulla tragica morte del fratello è l'unico nel quale si spezza la continuità del suo entusiasmo. Herzog riesce a squarciare il velo e coglie gli aspetti più segreti e intimi dell'uomo che ha di fronte. Qualcosa di così autentico e straziante per la sua potenza emotiva da non avere eguali nemmeno nel migliore dei suoi film di finzione.
"Gasherbrum" è un capolavoro sconosciuto, scoperto per caso grazie a delle ricerche su internet.
Un misterioso utente lo ha caricato in una versione sottotitolata sul suo canale YouTube. Meraviglie della rete e della generosità dei suoi naviganti.
Viennanerazzurra grazie, chiunque tu sia.
Chi apprezzerà questo documentario vada sulla pagina del suo canale e clicchi "mi piace".

sabato 9 febbraio 2013

Zero dark thirty

E' il terzo film che vedo in meno di un mese che affronta una parte di storia americana. Il primo è stato "Django unchained" che almeno con la sua ironia e la volontaria deformazione usava lo schiavismo come pretesto, senza alcun intento storiografico. Poi sono passato alle trattative per l'abolizione proprio dello schiavismo con il biografico "Lincoln", questo sì molto storiografico e con tutte le punte di orgoglio nazionale che il ritratto di un grande presidente dovrebbe contenere. Ok, però è un film noioso, buono più per la didattica nelle scuole del suo paese d'origine o la gioia di qualche studioso del periodo.
Infine, con un balzo incredibile, passo dal XIX secolo al XXI e mi ritrovo a mezzanotte e mezzo di Venerdì a vedere "Zero dark thirty", un film che inizia con le voci delle vittime dell'11 Settembre e termina subito dopo la morte di Osama Bin Laden. Il che basterebbe a suggerire che quell'evento sia stato non la chiusura di un cerchio ma la fine di tutta la questione.
Nonostante "Zero dark thirty" sia anche un bel film e sia attualissimo, interessante anche per affrontare le pagine ancora controverse e fresche d'inchiostro delle prime versioni ufficiali, la sua riconoscibile impronta di orgoglio e spirito statunitense ha per me l'effetto della goccia che fa traboccare il vaso.
Almeno per un po' non vorrei avere niente a che fare con una qualsiasi declinazione del patriottismo cinematografico americano. Gli Stati Uniti del cinema sono invadenti quanto la loro nazione. Hanno caratteristiche di megalomania e autentico disturbo narcisistico. Sanno parlare solo di se stessi tutto il tempo e a volte hanno la presunzione di saper parlare anche al posto di altri. Hanno carisma e potere, sanno affascinare, ma alla lunga possono risultare gradassi, fasulli e anche monotoni. Tutte caratteristiche che ci infastidirebbero se appartenessero a uno qualsiasi dei nostri conoscenti e che il cinema nasconde sotto una elaborata messa in scena, sotto le luci, dietro la sapienza ritmica, grazie alle fisionomie irregolari di attrici come Jessica Chastain. Come abbia potuto passare dal ruolo di archetipo materno di "The tree of life" a quello di "figlia di puttana che ha scovato Bin Laden" è una cosa affascinante, l'ennesimo coniglio che esce dal cilindro di un cinema americano altrimenti un poco frusto, a corto di sorprese.

Senza di lei l'intera storia che sta dietro la scoperta e l'assalto al covo del ricercato numero uno del terrorismo mondiale perderebbe quasi tutto il fascino e non c'è neanche bisogno di spiegare perché. Per girarci attorno dico solo che la sua bellezza non solo rende più godibile e umano il film ma gli permette anche di avere qualche momento di gradevolezza visiva. La cura che richiede la caratterizzazione del personaggio di lei consente al film di alternare scene e inquadrature di discreta fattura fotografica, dove lo sguardo non può non soffermarsi sul dettaglio dei suoi capelli, sulla linea degli occhi, sul colore dell'incarnato o di quello degli occhi o in generale sulla sua fisionomia ( ok, è quasi amore il mio); a scene che di bellezza visiva non hanno niente come i venti minuti di attacco finale.
Anzi, con la sua necessità di riprodurre il massimo del realismo la scena funziona più per la tensione e la fedele coreografia di un assalto che sul piano del godimento visivo. Il buio è l'elemento dominante di tutta la sequenza tanto che il volo degli elicotteri sopra le montagne del Pakistan è così indistinguibile da poter essere benissimo una ricostruzione in computer grafica. L'elemento spettacolare non è assecondato da scelte fotografiche ma piuttosto dalla dotazione all'avanguardia della squadra, che aggiunge all'operazione una parvenza di scientificità e feticismo tecnologico.

Il personaggio di Maya assume nel corso del film una triplice valenza.
All'inizio il suo sguardo è lo stesso del pubblico in sala quando si ritrova a fare i conti con la rappresentazione della tortura sui detenuti militari. Serve per poter introdurre gli spettatori nella storia, affrontando già dai primi minuti anche le questioni più controverse della guerra al terrorismo. Per quanto brutali le scene di tortura compaiono solo nel primo atto. Il disagio di lei di fronte all'umiliazione dei prigionieri potrebbe essere lo stesso di chi ha appena cominciato a vedere il film. Da un certo momento in poi prevalgono altre dinamiche anche narrative e alla tortura si fa cenno solo di fronte alle polemiche sollevate dal presidente Obama. Insomma, il film non intende fare sconti o indorare la pillola sulla disumanità dei metodi ma adotta una qualche forma di strategia per far sì che certe questioni non finiscano per prevalere sull'andamento o le finalità della storia.
Da un certo momento in poi il ruolo di Maya comincia a confondersi come alter ego della regista stessa, Kathryn Bigelow, combattiva, mascolina, a suo agio in contesti cinematografici dove la presenza femminile è pari a zero.
Sul finire del film Maya sembra adatta a rappresentare il volto della sua nazione. Perchè quello che tradisce sempre gli americani è il finale delle loro avventure di successo. Dopo aver strabiliato con il loro acume, il loro coraggio, la loro padronanza tecnica si lasciano sempre andare e tradiscono una certa spacconeria, una mancanza di stile, la boria dei vincitori. La reazione di Maya sembra suggerire per la prima volta che l'America potrebbe essere una nazione donna, che tiene nascosti i suoi più autentici sentimenti e si lascia andare solo in privato. Molto, molto bello.
Solo che anche stavolta mi viene da pensare quello che ho formulato dopo la visione di "Lincoln". Non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno. La funzione di un simile film ha forse malcelati intenti di propaganda ma esso è il soprattutto il suggello di una storia che augura la buonanotte al proprio pubblico. E' la favola crudele, per quanto vera, dove la Chastain assomiglia a un personaggio di un racconto dei Grimm che attraversa il bosco, sperimenta la paura e la violenza e alla fine ha la meglio sul suo Uomo Nero, senza però mai incontrarlo di persona. Attraverso di lei si riscatta l'intera nazione, portando a compimento la funzione catartica implicita in ogni buona favola. E' con la sua storia esemplare che "Zero dark thirty" sembra voler comunicare al pubblico che solo adesso, dopo anni, possiamo tornare a dormire tranquilli, abbassare le armi, riprendere contatto con il nostro lato femminile. Il nostro? Ecco, è questo il punto. Il "loro", punto e basta.

Durante la visione ho pensato che mi piacerebbe, per assurdo, in un universo parallelo, vedere un blockbuster islamico che racconta tutti i retroscena dell'attentato alle Torri Gemelle e si conclude proprio con l'11 Settembre.
C'è uno scrittore che ha fatto qualcosa di simile. E' statunitense, si chiama Matt Ruff e il suo ultimo romanzo è uscito da poco nelle librerie italiane. "False verità" o "The mirage" per chi cerca un'edizione in lingua originale. In Italia lo pubblica Fanucci. Vi consiglio di andare a cercarlo. E' la storia ribaltata del rapporto tra Occidente e Medio Oriente dell'ultimo secolo. I fondamentalisti sono cristiani. Le Torri Gemelle sono quelle di Baghdad, Bin Laden è un senatore degli Stati Uniti d'Arabia, Israele è un alleato prezioso della nazione islamica e si trova dove le nostra carte indicano la Germania di oggi.

Vorrei cambiare aria e non vedere altri film americani al cinema nei prossimi giorni. Anzi, forse non voglio proprio andare al cinema per un poco. Le giornate stanno cominciando ad allungarsi. Ci sono pesci da pescare in acque più profonde.

martedì 5 febbraio 2013

Lincoln

Ci sono almeno due Spielberg. Quello che sembra essere rimasto bambino e che realizza film come "E.T.", che parla ai bambini come quasi nessuno prima di lui, e agli adulti, facendoli tornare bambini. Lo Spielberg che è portatore sano della visione del fanciullino che è in ognuno di noi e che è quindi anche uno dei più grandi registi mondiali dell'infanzia e del fantastico. Poi c'è un altro Spielberg: quello che affronta i grandi temi, che si sente quasi in dovere di farlo, che si prende la briga ben volentieri e al quale i grandi temi sembrano andare incontro per una forza di attrazione reciproca. Perchè Spielberg è regista di successo in virtù della sua capacità di arrivare a grandi masse di spettatori e perchè grandi poteri comportano grandi responsabilità e le responsabilità a Hollywood si contano anche in denaro, sono parte del rischio di impresa. Spielberg ha dimostrato di saper vincere stando alle regole del gioco e i suoi grandi poteri gli consentono anche grandi possibilità. Come la possibilità di affrontare la Storia con i mezzi adeguati.
La sua posizione e il suo carisma pongono Spielberg su un livello superiore a quello di cineasta e la sua attenzione a temi universali lo rendono parte di quella categoria di comunicatori ai quali si presta sempre attenzione, senza mai prenderli troppo sul serio però. Spielberg è cioè collega indiretto dei vari Dalai Lama, del Papa, di John Lennon e Bono Vox e tutti coloro che possono parlare con la stessa disinvoltura di pace, amore, fratellanza senza fare la figura dei completi idioti.
Ma forse, tra tutti, Spielberg desiderebbe essere il Presidente degli Stati Uniti per la sua stessa attitudine al comando, per sentirsi a pieno diritto "il comandante in capo" delle sue truppe o almeno della sua troupe, per la sua possibilità di parlare al cuore di una nazione e spostarne le onde del sentimento, per l'eco mondiale delle sue parole, per il brivido della responsabilità che il ruolo e il suo prestigio richiedono. Il Pesidente dei Registi degli Stati Uniti d'America. La forza del suo argomentare e la complessità dei temi affrontati richiedono di spostare il discorso a un livello più basso. Ecco quindi il presidente Spielberg che si piega sulle ginocchia e parla al suo pubblico come farebbe con un bambino, solo che stavolta la faccenda è più complessa di una storia di fantascienza e amicizia tra creature piccole di pianeti diversi e qualcuno potrebbe non stare al gioco della sua retorica.
Retorica che poi non è neanche l'aspetto principale di "Lincoln" ma solo il dolcificante di una storia assai più indigesta, che riguarda le complicate e non del tutto trasparenti manovre che hanno portato all'approvazione del 13° emendamento della Costituzione americana, quello che aboliva la schiavitù, e alla fine della guerra civile tra gli stati del Sud e quelli del Nord dell'Unione. Roba assai più noiosa e meno retorica di quanto si possa credere ma del tutto incomprensibile per chi non ha mai dovuto studiare a fondo la storia di quel paese. Questioni che sembrano rientrare nei grandi temi e che dovrebbero riscuotere l'interesse di spettatori indipendentemente dal loro paese d'origine ma che non arrivano mai a scaldare davvero il cuore nell'arco di due lunghissime ore e mezza.
Questo perché non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno.

mercoledì 30 gennaio 2013

Amour

La visione di "Amour" è consigliata a un pubblico maturo. Maturo non tanto per sopportare l'intensità di certe scene quanto per poter apprezzare le qualità del film. Haneke è il classico regista che gira film che vincono ai festival. Non sembra essere proprio un complimento. Di solito è un modo gentile per mettere in una categoria tutte quelle opere che non incontrano il gusto dello spettatore medio, che trattano argomenti difficili, che non sanno essere divertenti, che annoiano o nel peggiore dei casi risultano incomprensibili a chi resta fuori dalla cerchia degli iniziati.
"Amour" è un film che ha girato tanto per festival e ha vinto ormai dappertutto. Si è preso la Palma d'Oro, il Golden Globes per il miglior film straniero e in mezzo ha collezionato una decina di premi minori. E' tra i favoriti alla prossima notte degli Oscar dove arriva forte di quattro nomination, un traguardo assai raro per un film non in lingua inglese. E addirittura riuscito ad entrare nella lista dei migliori film dell'anno. Se la batterà quindi non solo con la rappresentanza del meglio che il resto del mondo ha da offrire ma con i vari Spielberg, Affleck, Tarantino etc.
Anche se non ho visto tutti gli altri film in gara merita di vincere. "Amour" è il film che riconcilia con il cinema. Il suo rigore ha pochi eguali anche tra i grandi registi di oggi. E' un film privo di difetti, compreso il difetto di voler piacere al pubblico. Eppure tra i tanti film di Haneke, intellettuale freddo, crudele, con tendenze a un certo tipo di storie sadomasochistiche, beffardo, senza mai un grammo di ironia, è forse l'unico che sa aprirsi alla tenerezza. Questo debole alito di umanità basterebbe a fare di "Amour" il suo film migliore, quello dove per una volta lo spettatore non è costretto a confrontarsi col proprio disgusto verso i protagonisti ma potrebbe finire per identificarsi con essi. Così che, anche di fronte a situazioni estreme, che se ci dice bene non vivremo mai, riusciamo benissimo a comprendere le motivazioni alla base di certe scelte che ricadono fuori dalla nostra morale. E' una bella differenza rispetto a "Funny games" o "La pianista". In quei casi la crudeltà degli aguzzini rimaneva sempre al di fuori di qualsiasi spiegazione razionale e della nostra empatia. "Amour" aggiunge alla consueta sobrietà stilistica che non viene meno mai, soprattutto nei momenti più intensi del suo cinema, una certa delicatezza di tocco, una maniera di camminare sul ciglio dell'abisso sempre in punta di piedi. I protagonisti sono una coppia di anziani, affettuosa e sana fino a quando sarà la malattia del corpo a mettere alla prova l'integrità fisica e psichica del loro legame.

La maggior parte di noi ha una scarsa esperienza della morte. Il suo mistero, la paura che essa comporta, la sua mancanza di senso e a volte la sua origine accidentale, ridicola o banale, del tutto estranea alle nostre previsioni, eppure capace di condizionare le nostre vite è spesso oggetto di rappresentazione al cinema, capace di farci sentire meno a disagio di fronte alle sue varianti violente che a quelle naturali.
Il salto che facciamo sulla sedia durante una sparatoria in un western è nulla di fronte all'angoscia di vedere morire poco per volta un protagonista anziano e malato. Perché se riusciamo a superare la paura convincendoci che "è solo un film" non riusciamo a farlo quando la storia sullo schermo è una finzione talmente plausibile di qualcosa che forse abbiamo già conosciuto nella nostra vita, di quello che potrebbe capitare anche a noi. Non si è giovani in eterno e poi un giorno si muore all'improvviso. Il più delle volte si invecchia e soltanto dopo si muore. La vecchiaia è una fase della vita con la quale non siamo ancora riusciti a fare i conti. Gli anziani esistono e mettono paura.
L'anzianità non è sinonimo di qualità nemmeno per chi opera in ambito artistico. La curva della carriera di un regista segna spesso l'exploit delle sue opere migliori nei primi anni di attività, per poi ripiegarsi e involvere poco per volta. A settant'anni compiuti Haneke sembra contraddire questa formula, dimostrando di non avere perso nulla della sua lucidità, ma di essere approdato forse a un risultato inedito e felice della sua lunga ricerca sull'animo umano.

Le performance dei suoi due attori sono superlative ed è incredibile vedere come Emmanuelle Riva possa entrare da un certo momento in poi nella parte di una malata le cui condizioni peggiorano poco per volta, perdendo proprio quelle abilità con le quali si esprime un attore: mobilità, postura, gestualità, voce, dizione. Fa impressione anche Trintignant che io credevo già morto davvero. La sua pelle lucida e grinzosa è uno spettacolo che di rado si vede al cinema tanto da sembrare falsa quanto le protesi di un "solito idiota" Ruggero De Ceglie. Di fronte a interpreti simili finisce in secondo piano anche la Huppert, abituale musa del maestro austriaco, confinata in un ruolo marginale e poco incisivo.

Il mistero di Haneke sembra essere nascosto nel suo amore per la musica classica e i suoi interpreti di talento. Sembra essere frutto non solo di qualità personali ma anche di una severa e costante disciplina, al limite del disumano. La stessa che si impongono in privato i musicisti classici per eseguire le partiture non solo in maniera impeccabile ma anche con la necessaria grazia. Il suo è un gusto aristocratico che richiede un pubblico educato, silenzioso, colto come quello che frequenta le sale concerto.
Potrà non ispirare simpatia ma Haneke è forse tra i maggiori registi viventi e uno dei pochi ad avere capito che, in un'epoca in cui il cinema è in crisi e il suo linguaggio perde estimatori che finiscono per appassionarsi dei suoi derivati, serie-tv, videogames o fuggono dalle sale per goderne in visioni a bassa risoluzione in video o, peggio, su internet; nello stesso periodo in cui la tecnologia permette quasi a chiunque di improvvisarsi regista e girare il suo film a basso costo, il cinema potrà continuare a salvarsi solo fino quando chi lo fa si avvicinerà ad esso con la dovuta serietà, con la necessaria preparazione, con la stessa ricerca morale e il bisogno di raggiungere l'artificio della verità attraverso la migliore messa in scena possibile.

Qui in coda, per chi volesse approfondire, lascio il link al copione tradotto in inglese ma fedele all'originale, messo in rete dalla Sony Classics.