venerdì 31 dicembre 2010

A l'intérieur (Inside)

Un terribile incidente da il via al film. Muore il compagno della protagonista. Muore l'autista nell'altra macchina. Si salva però il bambino che dovrà nascere quattro mesi dopo. Che poi sia una donna incinta in una fase così avanzata a guidare mi lascia da subito perplesso. Forse il compagno di lei non aveva la patente? Non potevano prendere un taxi che tanto ormai per quello che costano si prendono solo nei film e nelle fiction?
In ogni caso...

E' la viglia di Natale. Nei dintorni di Parigi è scoppiata l'ennesima rivolta delle banlieu. La mattina dopo verrà l'ambulanza a prendere la protagonista per portarla in ospedale dove partorirà. Tutti le chiedono: che fai stasera? Vieni a cena da noi. Lei dice sempre di no. Vuole restare da sola tutto il tempo e godersi l'ultima notte di pace.
Invece ci si mettono tutti d'impegno a romperle le scatole.
Prima fra tutti una matta squinternata vestita come un angelo della morte che non si sa come entra in casa e scatena l'inferno armata di forbici e spillone. In soccorso della protagonista arrivano ben sei persone: il suocero, la madre, tre poliziotti con arrestato al seguito. Finiscono tutti trucidati nella maniera più stupida. I poliziotti più di tutti fanno una figuraccia dopo l'altra.
A rischio non è solo la vita della protagonista ma anche del bambino che le deforma la pancia in una maniera incredibile. La lotta è impari ma si protrae per più di un'ora dove non sono esclusi colpi di ogni tipo: sforbiciate, colpi di pistola, coltellate, frammenti di specchio, manganelli, un tostapane come arma contundente, uno spillone per forarsi la gola e riuscire a respirare di nuovo, uno spray infiammabile.
"Ma insomma che cazzo voi?" dice alla fine la protagonista ormai tutta coperta di sangue.
"Io so' quella nell'artra macchina. Il bambino tuo è salvo ma il mio no. E' morto per colpa tua."
"Oh a scema guarda che c'avevo io la precedenza. Te venivi da sinistra. Riguardate l'inizio del firm e poi me dici si nun è vero. Ma poi a me m'avevano detto che erano morti proprio tutti quindi mo' de devi da spiegà che cazzo ce fai qui!"

E' proprio vero: "donne al volante pericolo costante". Forse in Francia non si usa dire.

Qualcuno ha definito questo il film horror più bello del decennio passato. Non mi sono informato però sull'età del commentatore. A me sembra piuttosto il lavoro di due ragazzi appassionati del genere, sostenuti da una discreta produzione, con una estetica del sangue a tutto spiano e quattro, cinque shock visivi a tenere in piedi la storia. Molto fiacco per quello che riguarda il resto. La suspense è gestita in maniera approssimativa. La recitazione è scarica. Prevale invece l'ultraviolenza che non si risaparmia niente e raggiunge i limiti della sopportazione. Se horror vuol dire mettersi le mani davanti agli occhi nelle scene più forti questo film ci riuscirà anche con gli spettatori allenati. Ma è un prodotto troppo superficiale negli esiti nonostante le buone intuizioni di partenza.

Viste anche le strizzatine cinefile, dopo avermi fatto tanto soffrire durante la visione, immagino questa scena: i due registi del film stretti da cinghie su un tavolo delle torture in una stanza chiusa con Kubrick, Polanski, Haneke e Dario Argento che filma tutto. Per ogni cazzata del film via un dito; per ogni citazione via un occhio, poi un orecchio, poi un testicolo; per ogni eccesso fine a se stesso un marchio a fuoco sul sedere. Poi alla fine un giro di frustate tanto per gradire prima di venire liberati: "Adesso avete capito cos'è l'orrore. Andate a girare film."  Ciao ciao.

Due cose vanno però dette. I francesi dell'horror hanno un grande talento nello scegliere volti femminili. Alysson Paradis in questo caso. Morjana Alaoui e Mylène Jampanoi in "Martyrs". Karina Testa in "Frontiers". Ragazze molto belle e capaci di reggere la parte.
Non solo: denotano anche un gusto molto più spiccato nello scegliere i costumi per le loro eroine. Un'eleganza che si nota anche nei dettagli di una scarpa col tacco basso, di una giacca o di una canottiera.

lunedì 27 dicembre 2010

Un altro mondo

All'epoca del grande successo de "La ricerca della felicità" si tirò in ballo il cosiddetto sogno americano. L'idea, rappresentata nel film, degli Stati Uniti come il paese delle opportunità e dell'abbondanza, dove i meritevoli e i più determinati possono ottenere il loro riconoscimento o il loro riscatto, sembrava avvalorata dal caso di un giovane regista che era riuscito a conquistare l'America lasciando a bocca aperta l'Italia.
Mi viene in mente questo dopo la visione dell'ultimo film del fratello minore, Silvio. Tutti e due si sono ritrovati a confrontarsi con un mondo "altro", lontano dal loro universo d'origine. Quello che per il primo furono gli Stati Uniti d'America, per il secondo oggi è l'Africa. Non è con lo spirito dell'antropologo che si sono fatti avanti quanto con il linguaggio, se così si può dire, del cuore. Un linguaggio più semplice ed emotivo, non per forza rigoroso nelle conclusioni.
L'Africa è un continente vasto e ancora misterioso, portatore di suggestioni forti ed elementari. Agli scenari della fame e della misera si associa il richiamo dell'ignoto e dell'avventura che fu di Conrad o Hemingway. La bellezza dei paesaggi favorisce il turismo ma è inscindibile da una natura ancora selvaggia e pericolosa. L'attrazione che prova l'uomo occidentale quando la visita può durare tutta una vita, ma non si separa mai da un senso di colpa di fronte alle evidenti prove dell'ingiustizia sociale. L'Africa la si può cantare o analizzare. Chi la canta la sogna. Chi l'analizza si interroga sui sogni degli africani.
Ma i cantanti sono in netta maggioranza.
Il sogno africano, ammesso che esista, è quindi problematico e scisso.

La difficoltà di affrontare il discorso africano risulta evidente in "Un altro mondo". Questo perchè Silvio Muccino non è solo il regista ma anche l'interprete principale e si finisce sempre per confonderlo con i personaggi che interpreta. Il protagonista è un giovane viziato, ricco, superficiale borghese e chi più nè a più ne metta? Anche il suo punto di vista sembra corrispondergli.
L'Africa, che sembrava essere il tema centrale del film, è solo una metà del primo tempo. Il vero fulcro della storia è nel rapporto difficoltoso e struggente con un piccolo fratellastro kenyano di otto anni, Charlie, con cui il protagonista si ritrova a dovere fare i conti dopo la morte del padre. L'Africa quindi è solo un pretesto per muovere la storia altrove, uno sfondo parziale, una falsa prospettiva. Quello che più sta a cuore a Silvio Muccino è indagare la difficoltà dell'accettare l'altro più bisognoso, non solo chi appartiene a un'altra razza o a un mondo più povero e molto lontano da noi, ma anche il fratello o il figlio inatteso con le sue esigenze diverse dalle nostre. Prende a pretesto un tema enorme e globale per poi ridurlo a un discorso più intimo e privato. Molto strano visto che di solito si fa il contrario.

Voglio essere sincero. Il film non mi è piaciuto. Mi ha deluso, il che vuol dire che avevo qualche aspettativa. Per quanto sostenuto anche da budget e mezzi al di sopra della media si rivela in troppe occasioni un film fragile; di una fragilità che può fare anche tenerezza viste le intenzioni forse oneste, l'appello al cuore dello spettatore e la giovane età del regista, ma che a stento in molti saranno disposti a perdonare.

A volte anche nei film che finiscono per non piacerci si possono trovare buone intuizioni. Le storie sembrano suggerire una piega che verrà poi abbandonata, lasciandoci con l'amaro in bocca per qualcosa che d'un tratto sembrava molto più interessante.
In questo caso mi è successo nel secondo tempo.
Di fronte alle difficoltà scolastiche di Charlie ( qualche difficoltà di apprendimento, rapporti conflittuali con gli altri bambini e in più segnali di turbamento riscontrato nel classico tema sulla propria famiglia) la maestra decide di convocare il fratello ( Muccino S.) e la sua compagna ( Isabella Ragonese) che di fatto suppliscono con mille incertezze alle figure genitoriali. E' la nota più cupa dell'intero film.
I successivi tentativi della coppia di fornire efficace supporto al bambino, preoccupandosi per la prima volta di trovare un valido metodo educativo si rivelano fallimentari. Ritornano crisi, litigi, desiderio di scaricare il piccolo a una famiglia adottiva. Peccato, perchè così si sprecano le carte migliori della storia che stanno nella difficoltà di chi si ritrova genitore del proprio fratello senza avere avuto buoni esempi alle spalle. Invece il film si trascina fino alla fine sul dubbio del protagonista: cosa devo farne di lui? Tenerlo con me o abbandonarlo? Darlo in affidamento a una famiglia vera che potrà prendersi cura di lui in tutto e per tutto o preoccuparmene io anche se non sono forse in grado?  Io avrei preferito che si rispondesse a questa domanda prima. Perchè le difficoltà che verranno dopo mi sembrano più interessanti dei problemi di coscienza e dei fantasmi del passato del protagonista.

A un certo punto del film, sentendosi non voluto, il piccolo Charlie scappa di casa durante la notte. Viene recuperato in fretta. E' qui che ho avuto la prospettiva ribaltata di questa storia e Charlie mi è sembrato un diverso Antoine Doinel. Come il protagonista de " I 400 colpi", è un bambino vittima dell'insensibilità e dell'egoismo di adulti persi dietro ai loro problemi. E' a tutti gli effetti un problema di cui nessuno sembra volersi assumere le responsabilità fino in fondo. Per questo Charlie soffre, si ribella. A ragione, tanto più che non è neanche il protagonista del film. Non è il suo punto di vista che siamo indotti a seguire ma quello dell'alter ego di Muccino S., reso chiaro da subito anche con l'uso di una tremenda voce narrante in prima persona. Non è della storia di Charlie che ci dobbiamo interessare, quanto dei turbamenti del meno giovane di un tempo Muccino S. ( perdonatemi non mi ricordo il nome del suo personaggio nel film). Non è  ai problemi di un piccolo orfano kenyano che si ritrova in Italia in balia di un fratellastro che non sa come comportarsi con lui e in fondo un poco lo detesta pure perchè è anche una discreta testa di cazzo o almeno così si sforza d'apparire, che dobbiamo prestare tutta la nostra attenzione; ma alla resa dei conti affettiva proprio di questa testa di cazzo che scopre, dopo un viaggio all'estero pieno di complicazioni inattese, che in fondo ha un cuore grande così anche se non lo sa e che la colpa stavolta non è solo dei padri, perchè anche la madri hanno colpe- cazzo se ne hanno!- e bisogna cominciare a dirlo.
Questo è il vero grande errore del film. Un residuo di narcisismo distrugge anche le migliori intenzioni della storia e l'intuizione meravigliosa di un doppio rapporto d'amore filiale e fraterno assieme.

Ne "L'ora di religione" Bellocchio invitava a "mandare a fanculo i propri padri e le proprie madri". E' notizia di questi giorni l'importuna rivelazione di Gabriele Muccino sulle difficili relazioni familiari del fratello Silvio. Se fosse vero me ne dispiaccio ma sono fatti suoi privati. Io inviterei piuttosto Silvio Muccino a mandare a fanculo la sua sceneggiatrice di fiducia. Scegliti storie migliori da raccontare e con più coerenza, liberati di te stesso e delle tue proiezioni una volta per tutte e limitati a fare solo il regista perchè in fondo non sei neanche male.

mercoledì 22 dicembre 2010

La bellezza del somaro

La prima volta che sono stato davvero folgorato da Castellitto è stato in un film di quest'anno che si chiamava "Alza la testa". Forse solo una grande superficialità da parte mia mi aveva impedito di accorgermi di un attore così bravo. Ma bravo è dire poco. Castellitto ha perfezionato la sua mimica al pari di una vera grammatica. Sul viso gli si legge tutto: un suo cenno, una smorfia, un roteare degli occhi valgono quanto una battuta di dialogo.
A rischio di essere sopra le righe o di scivolare nell'istrionismo ha prestato spesso un temperamento nervoso e sovraeccitato a molti dei suoi personaggi. Ha venato di un umorismo tutto suo anche i film di un regista poco incline al sorriso come Bellocchio. Ha le qualità e i difetti che un tempo si sarebbero potuti ritrovare in Alberto Sordi. Un disinvolto orgoglio della propria romanità, simpatia istintiva, battuta rapidissima e selvatica; spesso la predominanza del proprio carattere di attore sull'immedesimazione nel personaggio e un grande piacere a misurarsi con ruoli che esaltano le piccolezze umane.
Nel vedere "La bellezza del somaro" ho colto la ragione del suo apparire a volte attore così ingombrante. Castellitto ha una eccezionale inclinazione per il grottesco. Deve amare alla follia recitare a briglia sciolta anche se può risultare un cavallo pazzo. Deve dare fondo al suo umorismo straripante. Ma per fare tutto questo al meglio è necessario che sia il regista del film. Che sia lui a piegare tutti gli altri interpreti e la messa in scena alle sue regole, alle sue esigenze, al suo punto di vista.
"La bellezza del somaro" è un film bello da tutti i punti di vista per cui un film può essere definito bello. Prima di tutto perchè non ha fratelli. Castellitto ha trovato un suo stile personale che non ha eguali. Non è il compitino di un attore che si diletta nella regia ma una pellicola che dimostra una precisa intenzione e competenza del mestiere.
Si muove nei territori più tradizionali del nostro cinema eppure non ci si fa quasi caso. Infatti è una commedia al centro della quale c'è una famiglia alto-borghese, ovviamente da mettere in crisi, e non si fa mancare quasi niente, tradimenti e dissertazioni semiserie sull'amore compresi. Ma è girata con una macchina a mano da film di guerra e un montaggio serrato che non si preoccupa di trasgredire le regole base. Prende in prestito temi, ambizioni e tono febbrile che potrebbero appartenere a Muccino riuscendo a schivare gli aspetti più patetici in virtù di un carattere sanguigno. L'esasperazione in questo caso non serve solo a dare ritmo ma a deformare la scena fino a farla scoppiare, senza preoccuparsi di cadere nel ridicolo. Anzi, il ridicolo è incoraggiato, cercato, necessario al discorso del film.
Il film è una corda tesa che vibra e sembra sempre sul punto di vacillare, sull'orlo di una voragine dove si potrebbe cadere tutti quanti, spettatori compresi, con un sorriso sulle labbra e una fitta di ansia a mordere lo stomaco. E' un film dove conta la pancia, le viscere o, se si vuole, il rimosso.
La storia si può sintetizzare in breve. Coppia di cinquantenni, affermati professionisti romani ( lui architetto, lei psicanalista) con figlia adolescente e domestica slava, organizzano come ogni anno un tradizionale raduno di amici ( con seguito di mogli, compagne, figli, fidanzati e animali) nella loro casa di campagna lungo tutto il fine settimana. La sorpresa che farà precipitare gli eventi sarà l'arrivo di Armando, il nuovo fidanzato della figlia. Non un ragazzo di colore come tutti si aspettavano ma un uomo di settant'anni, interpretato da Enzo Jannacci.
L'idea è di quelle geniali, uniche al punto da rompere qualsiasi schema di prevedibilità. Il film ne guadagna perchè a quel punto diventa una sorpresa continua, può permettersi di dire e mostrare qualsiasi cosa. Nel tentativo di trovare una giustificazione razionale, spesso facendo ricorso alla psicanalisi, o di adeguarsi alla situazione, facendo finta di niente, viene a galla il lato oscuro, ipocrita, volgare di una classe sociale borghese e progressista; e il film diventa un gioco al massacro dove riemergono vecchi rancori e verità sepolte, si traccia un bilancio amaro ma divertito sui fallimenti della propria generazione, sugli strascichi che l'educazione e le colpe dei genitori trascinano sui figli e sui figli dei loro figli.
L'amore tra un adolescente e un anziano, già esplorato in chiave surreale in "Harold e Maude", è il cortucircuito che fa brillare il film. Non solo per i suoi sottintesi sessuali, in questo film abbondantemente marcati dai discorsi degli adulti, ma per la sua incapacità di risoluzione. Dice un personaggio: "Quando ero piccolo io per i miei genitori non contavo un cazzo, ora che sono grande non conto un cazzo per i miei figli". La ragazzina che si innamora di un settantenne che potrebbe essere il padre del padre è l'ultimo schiaffo al proprio genitore. Per odio del proprio padre, ama il genitore che il proprio padre ha a sua volta odiato. Chi ha tutta la vita davanti combatte perchè sia diversa da quella che gli hanno già prospettato. Chi ha tutta la vita alle spalle guarda le cose con un certo distacco e apprezza quello che di buono gli viene offerto volta per volta. Chi si trova in mezzo e ha perso giovinezza e slancio cerca solo una quiete. Ma per farlo si concede un ultimo trucco, si adagia nel lusso conquistato, nel conformismo di pensiero e nasconde la spazzatura sotto al tappeto.

Penso sia chiaro ormai. Questo film è bellissimo. Forse il film italiano più bello visto quest'anno. Opinioni personali, sia chiaro.
Ma era tanto tempo che non vedevo un film gettare il cuore oltre l'ostacolo così e offrire con tanta generosità intelligenza e coraggio. In quantità così eccessive che finisce anche per impapocchiarsi, di suonare sgradevole o confuso, di affaticare lo sguardo con la frenesia delle immagini, di perdersi parecchie battute per strada per la velocità o la simultaneità con cui vengono pronunciate o per la cattiva dizione di Jannacci.
Se siete sempre alla ricerca di qualcosa di più, andatelo a vedere. Potrebbe essere la vera sorpresa delle feste.

martedì 21 dicembre 2010

Penultime visioni

La pigrizia e una scarsa capacità di concentrazione mi hanno tenuto lontano da questo blog. Molti sono i film visti in questo periodo e di cui avrei voluto parlare. Ho scritto parecchio, sottotraccia, senza mai riuscire a chiudere un ragionamento che valesse la pena pubblicare.
Faccio una breve lista della spesa nella speranza di rimediare.

"Maledetto il giorno in cui...", "Compagni di scuola" e "Al lupo al lupo". Verdone è come una tisana purificante. E' un autore che mette l'intelligenza al servizio del film e non viceversa. Fa un cinema popolare, dalla parte del pubblico, che non lascia sensi di colpa dopo la visione. Se uno studente di cinema prendesse a modello lui piuttosto che Godard ne guadagnerebbe in buonumore e senso della realtà. Questi tre film appartengono al suo periodo malinconico. Tracciavano la rotta verso un discorso più maturo e ambizioso, lasciato troppe volte in sospeso. Non sono perfetti, ma a Verdone si può perdonare quasi tutto. Amare il suo cinema fa sentire parte di una grande comunità. Di recente ha compiuto sessant'anni. L'anagrafe ha tradito l'eterno ragazzo.

"Stregati" di Francesco Nuti è un film che mi ha stupito molto. Vorrei dire bellissimo ma mi freno. Non è una vera commedia ma un film di sensazioni e atmosfere legate alla notte. A metà strada tra il sogno e la veglia, la poesia e il ridicolo, Marlon Brando e Charlie Chaplin, Dario Argento e Meg Ryan, "Le notti bianche" e "Amici miei". Surreale, malinconico a volte stupido ma pieno di ambizione. Sostenuto da una fotografia magistrale che gli regala immagini bellissime, dall'ambientazione genovese davvero insolita nel cinema italiano, da musiche malinconiche scritte per l'occasione e da una Ornella Muti in stato di grazia.
Vedetelo di notte, da soli, quando le vostre difese critiche del cazzo si sono abbassate e poi ditemi se non ho ragione io.

"La donna della mia vita". Caruccio, pettinato, intelligente e vestito bene ma insopportabile. E' una questione di carattere che mi rende indigesto questo film di Lucini. Fasullo come un aperitivo per un romano in cerca di una rosticceria a Milano. Soggetto di Cristina Comencini che si cimenta in un'altra storisa sui "segreti di una famiglia" stavolta in chiave di commedia.

martedì 30 novembre 2010

A volte muore anche l'erba cattiva.

La notizia della morte di Monicelli mi ha colpito alle 6.45 del mattino all'altezza della Basilica di San Paolo mentre procedevo tra semafori e code verso il lavoro al riparo della mia auto da una pioggia torrenziale. Mi ha colpito perchè mi era sfuggita del tutto dalle parziali rassegne stampa radiofoniche ascoltate fino a quel momento. Mi ha colpito per l'assurdità della notizia: Monicelli a un certo punto sembrava essere diventato immortale, destinato a non morire mai, o almeno ad invecchiare senza mostrare mai i segni della senilità. La sua lucidità e la sua scorza dura erano tanto proverbiali da essere diventate quasi luoghi comuni. Invece si scopre era malato e in fase terminale. Ha scelto di non morire in silenzio, di non soccombere.
Il fatto che si sia gettato giù da una finestra, che si sia suicidato anche se nessuno sembrava avere il coraggio di dirlo apertamente è la nota più agghiacciante di questa faccenda che non può essere ristretta nel privato.
Era una notizia tanto assurda che non l'ho creduta vera.
Così mentre superavo il semaforo che mi portava verso la Basilica, coi tergicristalli a tutta forza, il cielo grigio e le prospettive di un'altra giornata di merda da ingoiare per intero mi è sembrato di non essere neanche nella realtà, vincolato da quei gesti che sono costretto a fare quando guido se non voglio andare a sbattere contro un'altra macchina tipo girare lo sterzo, dare un piccolo colpo di freni e poi accelerare quando si apre un varco davanti a me.
Ecco, questa è la notizia che sapevo avrei sentito un giorno e questo è un momento che non dimenticherò. Come quando morì Kubrick o quando morì De Andrè. Per la cronaca ero in macchina anche quelle volte, ed ero in macchina anche quando morì Giovanni Paolo II, ora che ci penso bene. Le morti di persone più vicine a me, familiari per esempio, hanno avuto sempre un effetto diverso anche quando improvvise. Si ricollegano a una sfera emozionale più concreta e quindi forse anche più onesta.
Le morti di personaggi pubblici agiscono su un livello più astratto, nei capisaldi invisibili che reggono la nostra cosmogonia immaginaria.
La morte di Monicelli, così astratta per me che in fondo non ho mai neanche avuto il piacere o il dispiacere di incontrarlo di persona, ma così brutale e violenta nella concretezza del gesto che l'ha causata mi ha molto colpito, anzi mi ha fatto tremare. Così, qualche centinaio di metri dopo, all'altezza della terza Università, mi sono accorto che stavo piangendo. Non forse per l'affetto che non ho mai davvero provato per il personaggio ma per l'improvviso affondo che aveva causato dentro di me.
Tra l'altro è morto al San Giovanni, ospedale che conosco e dove sono passato di recente,  tanto da riuscire quasi a visualizzare quello che può essere successo, la tragicità del gesto non nel suo valore simbolico ma nella traumaticità di un corpo schiantato sotto gli occhi di altri pazienti, degli infermieri che l'hanno riconosciuto per primi e che l'hanno coperto con un lenzuolo, della ressa che poco a poco si è creata attorno al cadavere.
Poi vengono in mente altre considerazioni più generali. Adesso è finita per sempre la stagione del glorioso cinema italiano. E' morto tutto il cinema di Monicelli: i suoi migliori attori, e le firme prestigiose che hanno scritto per lui e le migliori maestranze che lo hanno servito. E' finita una intera epoca che sentivamo ancora nostra ma che si trascinava incarnata solo nel corpo di Monicelli stesso. Ed è finita con ferocia, senza compromessi, con un gesto che prende a schiaffi ogni futura nostalgia, la morale di questo paese ipocrita che non potrà celebrare senza imbarazzo uno dei suoi più illustri cittadini. Che afferma la laicità integrale del regista, la sua ultima sfida al benpensiero, la crudezza di una morte che si associa con più facilità alla ribellione di un giovane eroe romantico che a quella di un anziano sofferente. Che sembra venire meno anche alle storiche aspettative di un pubblico che cerca nella vita gli stessi finali concilianti di molti film che ha amato.
Persone come lui venivano chiamate con sottile disprezzo dinosauri, per l'ingrombrante presenza e perchè ormai sorpassati, inadeguati ai tempi moderni. Ma i dinosauri sono una razza in via di estinzione. Nessuno credo esulterà oggi per la scomparsa dell'ultimo di loro perchè ora che si è levato di mezzo lo scopriamo senza autentici eredi dopo una carriera sterminata.
Si diceva fosse antipatico e cattivo, sprezzante perfino coi suoi attori. Qualcuno che doveva averlo conosciuto bene aveva detto a proposito della sua longevità che "l'erba cattiva non muore mai". Non è vero, a volte muore anche l'erba cattiva.
Oggi sul luogo di lavoro abbiamo osservato un minuto di silenzio in sua memoria. Rituale sempre grottesco e mai riuscito del tutto, tra chi sussurra le sue impellenze e porte che sbattono. Molti più o meno a ragione se ne fregano.
Poi sono arrivate anche le battute. Maligne forse ma di quella stessa malignità che ha nutrito alla grande il suo cinema migliore.
Le riporto e spero che non offendano nessuno.
"E' morto Monicelli."
"Quando?"
"Ieri sera. S'è buttato dalla finestra."
"Si vede che s'era giocato il Real Madrid." ( Per chi non lo sapesse ieri sera si giocava la partita di Champions League Barcellona-Real Madrid, vinta dal Barcellona per 5-0.)
Oppure.
"Monicelli non s'è buttato. Era davvero rigore."

lunedì 15 novembre 2010

The social network

Schermo nero.
"Lo sai che in Cina c'è una quantita di geni superiore all'intera popolazione degli Stati Uniti?" ("Did you know there are more people with genius IQ's living in China than there are people of any kind living in the United States?").
Cito a memoria in italiano. La frase in inglese è tratta dallo script originale.
E' la prima battuta di "The social network", film molto parlato e parlato molto velocemente.
E' una tendenza tutta americana. Banchieri, avvocati, uomini dei servizi segreti e a questo punto anche programmatori informatici parlano sempre troppo veloce un linguaggio troppo tecnico per poter essere afferrato dallo spettatore medio.
Deve essere una scelta degli sceneggiatori. Competenza e intelligenza sembrano essere le qualità che più apprezzano. Così i protagonisti devono sopraffarci con la loro parlata fluida e appropriata. Ma misteriosa come un messaggio in codice per i non adepti. Il risultato è che non si capisce quasi un cazzo per tutto il film eccetto lo stretto necessario che ci fa seguire la storia.
Ma sto divagando.
Restiamo alla prima battuta.

Parole chiave: "genio", "Cina", "Stati Uniti".
Ottimo incipit. In fondo siamo negli Stati Uniti e questa è la storia del suo ultimo e più brillante figlio. Mark Zuckerberg, inventore di Facebook e per questo oggi il miliardario più giovane del pianeta.
E la Cina?
Beh, la Cina è il suo opposto. Se questa è la storia di un giovane che in brevissimo tempo raggiunge il suo primo miliardo di dollari, la Cina è una nazione antichissima che ha il potere numerico di un miliardo di abitanti.
Questione di punti di vista.
Individualità occidentale contro modello collettività orientale.
Antica necessità per gli Stati Uniti di misurarsi di continuo gli attributi, stavolta intellettivi, e scoprirsi stavolta in leggero vantaggio ma ancora per poco.

Faccio una ricerca su Wikipedia. "Top Gun". Non mi ricordo il nome del protagonista interpretato da Tom Cruise. Ecco: Pete Mitchell, detto "Maverick".
Il più promettente allievo per il ruolo di pilota della Marina degli Stati Uniti, in un corso che classifica solo " i numeri uno." La sua missione: proteggere i cieli del suo paese dall'attacco sovietico.
Piccola considerazione. Una volta si diceva sempre "i russi", mai "la Russia".
Oggi è più comune dire "la Cina" che "i cinesi". E' una nazione senza volto, il cui antagonismo è più difficile da ridicolizzare e che non minacciano con il loro potere militare quanto con il loro potenziale economico. Il suo presidente è stato di recente definito l'uomo più potente del pianeta eppure non ci ricordiamo nemmeno come si chiama.
Sono sicuro che nel 1986 in molti avranno sognato di pilotare aerei da combattimento come il nostro caro Pete "Maverick".
Ma oggi, nel 2010, preferireste essere "Maverick" o Mark Zuckerberg?
Come? Preferireste essere Tom Cruise?
Risposta non valida.

Mark Zuckerberg ha tutte le caratteristiche che fanno di lui il perfetto protagonista di un film americano. E' giovane ed è un genio. Il suo talento non va sprecato e lo porta ad inventare "Facebook". Da servizio destinato agli studenti di Harvard si diffonde in breve agli altri college, poi alle università europee fino ad essere un network aperto a tutti, anzi il più importante e redditizio social network dei nostri tempi. Mark diventa ricco sfondato e non ha ancora trent'anni.
Il film si risparmia qualsiasi analisi sociologica del fenomeno. Si è già scritto e letto abbastanza. Tutti hanno già detto la loro, firme prestigiose o anonimi utenti, in saggi editi o al bancone di un bar. Qui si scava nel segreto che porta alla nascita di "Facebook" nella convinzione che sia una storia che valga la pena raccontare.
Ancora di più: si focalizza tutto sul sig. Facebook, coinvolgendo anche i suoi compagni di avventura ma lasciandoli in ombra, offrendogli un esiguo risarcimento finale pari agli indennizzi economici delle cause intentate contro il loro ex partner d'affari.
Nella convinzione quindi che la storia personale di Mark Zuckerberg e del suo singolare talento valga la pena di essere ascoltata.
La domanda è: sarà proprio così?
Non bastano le due ore di film per sciogliere l'enigma.

La verità è che le storie dei successi altrui ci stanno parecchio sul cazzo. Perchè un genio ci possa stare simpatico deve portare la stimmate della follia o avere un grande temperamento artistico. Zuckerberg invece è un genio freddo, al limite dell'autismo. E' un represso che cova frustrazione e rabbia, sentimenti di rivalsa. E' maleducato e meschino. E' un immaturo con la testa pesante.
Ma non ha l'arroganza a tutto tondo dei cattivi. Non è neanche "un vero stronzo" come qualcuno fa notare. E' un personaggio più implosivo rispetto a tanti protagonisti esplosivi e vincenti degli ultimi anni.
Sfugge di continuo alla nostra empatia, non possiamo mai identificarci con lui. Semplice, perchè non siamo lui.
E perchè lui esiste davvero.
Il cortocircuito del film è tutto qui.
Questa è una storia vera con qualche necessaria mistificazione.
Non siamo mai saliti su un cacciabombardiere ma abbiamo tutti usato Facebook almeno una volta. Pete "Maverick" sarà di sicuro figo ma se ne sta stretto nelle due ore di "Top Gun". Oggi sarebbe uno stronzo reazionario che ha votato tutte e due le volte per George Bush e i fine settimana li passa davanti al televisore a riguardare "Rocky 4" con una lattina di birra in mano.
Mark Zuckerberg se ne sta da qualche parte. Magari a maledire questo stupido film, a contare i soldi in banca, o magari davanti al televisore a guardare "Top Gun" e a dirsi che se fosse nato meno Zuckerberg e un po' più Tom Cruise la sua vita sarebbe stata diversa. Forse migliore? Chissà.

Il film non sembra interessato alla verità. Semmai aggiunge un ulteriore velo, confonde il reale con il virtuale. Individua un alter ego del protagonista e lo colloca per assurdo, con più misteri di prima, nel mondo reale. Quanto più si accanisce contro di lui tanto più il vero Zuckerberg si fa sfuggente e forse simpatico. In questo precario equilibrio di opposti sta tutto il fascino del film.

domenica 14 novembre 2010

Drag me to hell

E lo chiamano horror quando in realtà è un cartoon. Lo dimostrava bene "L'armata delle tenebre". Dategli sufficiente spago e Raimi vi condurrà non verso il terrore, ma verso la farsa. Non è un bau bau che gode nel turbare i vostri sogni ma un intrattenitore che non disprezza di farsi due risate. Per questo sembra appartenere a un horror del passato, superato dalla ferocia delle nuove produzioni ( soprattutto asiatiche e francesi) che tendono a prendersi incredibilmente sul serio. Lontano dal torture-porn di "Hostel" ( percorso inverso: dalla farsa all'orrore) dove tramite l'eccesso di violenza  e l'assenza di moralità si ottiene la massima efficacia.
Invece "Drag me to hell" è un film piuttosto convenzionale. Un piccolo divertimento che scivola di continuo, ma mai del tutto nel versante del ridicolo, ma si rimette in piedi grazie a un regista di buona tecnica e a una sceneggiatura imperfetta ma funzionale.
Christine Brown è una giovane impiegata in una piccola finanziaria. Ambisce a una promozione di carriera e per questo lavora duro. Mantiene a bada la sua linea con una rigida dieta. Si tiene stretta il fidanzato belloccio, intelligente e molto ricco. E' una hard-working young girl che cerca di farsi da sè ( espressione da abolire per sempre dalla lingua italiana una volta che tramonterà l'epoca dell'innominabile-ci-siamo-capiti).
Ma è dura quando l'ultimo stagista arrivato cerca di fregarti il posto. Quando la madre del tuo ragazzo ha dei pregiudizi classisti su di te. Quando alle tue origini c'è sempre la ragazzina obesa che abitava nella fattoria con la madre alcolista.
Si fa ancora più dura quando un'anziana alla quale non hai potuto estendere il mutuo per la casa riversa su di te la sua rabbia sotto forma di un'antica maledizione. Un improbabile demone chiamato "Lamia" non ti darà tregua per tre giorni prima di venire a prendere la tua anima una volta per tutte.
Come mantenere il già precario equilibrio che sorregge la tua vita quasi perfetta, il tuo percorso virtuoso verso un domani migliore?
Impossibile.
Tanto più se il tuo fidanzato, professore di college, psicologo e scettico verso tutti quei fenomeni che escono dai confini della sfera razionale, comincia a dubitare della tua salute mentale. Se il classico invito a pranzo per conoscere i genitori di lui si trasforma in un delirio. Se nel frattempo il tuo rivale sul lavoro cerca di mettertela in quel posto e a tua vita va a rotoli.
Perchè proprio a me? E' la domanda che tutte le vittime di un abuso si chiedono. La risposta il più delle volte non c'è. E non la offre di certo Raimi.
Perchè sei il personaggio che ha più da perdere e quanto più devi lottare per tenerti stretta quello che hai guadagnato finora con la fatica e tutto il resto tanto più la faccenda si farà interessante per noi spettatori. Semplice, cinico, efficace.
L'ironia di Raimi è un'arma a doppio taglio. Se da un lato rende il film scivoloso e leggero, regala un colpo di coda finale che può dividere le opinioni,  permette di sorvolare su intere sequenze non proprio riuscite e su qualche approssimazione in fase di scrittura; dall'altro finisce per svalutare l'originalità di alcuni suoi temi.
Il vago riferimento alla situazione sociale di questi anni ( qualcuno l'ha definito "horror al tempo della crisi", ma si tratta di un progetto covato da parecchio tempo).
Il dubbio che sia tutto una proiezione di una mente turbata e sotto stress che produce da sola i propri peggiori nemici ( non è in fondo così per tutti noi? ci mettiamo di continuo i bastoni tra le ruote e diamo la colpa ad altri, tanto più desideriamo qualcosa nel profondo tanto più temiamo di perderla etc.) si risolve abbastanza in fretta. No, la maledizione c'è davvero. Ci credano o no tutti gli altri, spettatori compresi.
Volendo anche il tema sotterraneo e più divertente di tutti: il conflitto tra i vecchi e i giovani, dove i vecchi non si fanno scrupoli a rovinare con il loro egoismo e la loro cattiveria e il loro potere le ambizioni delle nuove generazioni; dove, per contro, l'anziano è visto come una persona ai margini della società, portatore di richieste difficili da sostenere che scatenano in noi senso di colpa, ribrezzo, paura del futuro. Scavate in un horror e troverete sempre un fondo di cattiva coscienza, una traccia di superstizione, un processo di sublimazione del nostro razzismo endemico.
La lotta nel garage tra la protagonista e la sua anziana assalitrice è una scena da antologia. Minacciosa, claustrofobica eppure beffarda e scorrettisima, da morire dal ridere.
La morale del film, così poco preoccupato di una morale a dire il vero, è che sono sempre i più deboli a pagare. In fondo è una versione in chiave horror soprannaturale della cosiddetta "guerra tra poveri".

martedì 9 novembre 2010

Nato il 4 Luglio

La capacità di generare o rivitalizzare grandi miti è segno della prosperità e dello stato di salute di una nazione. L'antica Grecia è stata la madre culturale dell'Occidente. I suoi miti sopravvivono ancora in forme aggiornate, non smettono di comunicare con noi, non perdono il loro fascino.
I miti di oggi sono narrati per lo più dal cinema che permette un grado di coinvolgimento sensoriale mai provato prima. Anche il 3d non è altro che un modo per donare l'illusione di realtà. Renderci testimoni ad occhi aperti del mito e quasi partecipi di esso.

Non si sa molto sulla figura di Omero, il padre dell'epica. Qualcuno mette in dubbio persino che sia davvero esistito. Si dice fosse cieco. Se così fosse oggi non potrebbe neanche andare al cinema. Ma la potenza del suo linguaggio potrebbe essere stata tradotta negli anni passati dai grandi registi di kolossal. Un Cecil B. DeMille, o un Francis Ford Coppola dei tempi d'oro. "Epica" potrebbe essere tradotta con "larger than life". Allora sarebbero epici il colonnello Kurtz, Micheal Corleone, Ben Hur o il Gladiatore.

La pellicola è un supporto destinato a scomparire. Già agli esordi si faceva notare per la sua precarietà, infiammabile in un attimo, facile a rovinarsi. L'epoca del muto ci ha precluso la visione di capolavori pervenuti solo in versioni parziali, danneggiati dal tempo o dall'incuria in maniera irrimediabile.
Il cinema è destinato a scomparire?
Sì, forse.
Cosa resterà di una così vasta produzione tra qualche secolo? Dove finirà la nostra epica, i nostri miti attuali? Come si potrà raccontare l'inconscio colletivo senza poter vedere i nostri film così come li vediamo noi?
Forse i film si trasformeranno in qualcosa d'altro. Ricopiati o riprodotti nelle nuove forme che il progresso tecnologico permetterà, adattati all'ideologia corrente così come il laborioso impegno di monaci medievali ha salvato gli antichi scritti destinati a deteriorarsi.

Mi vengono in mente opere come il "Satyricon" di Petronio di cui mai avremo un'edizione integrale e immagino frammenti di film sopravvissuti nei secoli futuri. Spezzoni incompleti da studiare, cercando di intuire le parti mancanti, privi di una trama completa, sbrindellati per sempre nel ritmo così tenacemente inseguito in fase di scrittura, direzione e montaggio. Immagino scene di film prevalere sulla coerenza perduta, salvate dall'oblio non per i loro meriti artistici ma per un principio arbitrario.
Studiosi futuristici entusiasti di fronte a un film della Fenech in cui ritrovare la licenziosità di antichi poeti romani, dei disegni osceni ritrovati sulle mura della sommersa Pompei. Interrogarsi sulla reale esistenza di Stanley Kubrick, ridimensionare di molto il valore di Woody Allen il cui umorismo sarà del tutto inaccessibile e i cui film ripresentano troppo di frequente le stesse situazioni, a volte proprio le stesse storie.
Oppure fare i conti con un film orientale di quelli che vincono i festival e rimanere sconcertati.
Perchè è giusto cercare nuove forme espressive all'interno dello stesso linguaggio, ma è sempre il cinema che si confronta con il mito quello che ci riappacifica con l'universo, con dio, con i nostri demoni e con i nostri simili.
Il mito si interroga sui limiti dell'uomo. Sporge il suo sguardo oltre i confini della sua natura. Lo rende più grande dei suoi comuni difetti e al tempo stesso rimpicciolisce i misteri della sua esistenza nei canoni di una storia facile da narrare e comprendere.
Il mito è energia psichica a cui tutti abbiamo accesso.

Tutto questo mi viene in mente durante le due ore e mezza di durata di "Nato il 4 Luglio". All'epoca della mia prima visione lo avevo trovato patetico e deprimente. Oggi invece riscopro un grande film americano, di quell'America campione di intelligenza e di fascino che tutti abbiamo amato.
Di quell'America che ci appartiene anche se non ci siamo mai stati, anche se non la conosciamo davvero ma che tutti immaginiamo anche se forse non esiste così, non è mai esistita.

La verità è che il mito nasce proprio per cancellare una ferita e di ferite questo film ne racconta parecchie. Ci sono quelle del protagonista reso invalido, semi-paralizzato e impotente durante la guerra in Vietnam. E ci sono quelle di una nazione il cui orgoglio e la cui integrità vedrà disintegrate da un conflitto odioso e infelice.
Per questo, quanto più si sente messa in discussione tanto più riafferma il proprio valore e si rispecchia nei propri principi, nella propria tradizione, nel proprio spirito, nella propria Storia anche più controversa, nei propri piccoli o grandi, funesti o positivi sogni.
E' un film sull'orgoglio che si ha a essere americani, che bisogna avere o ritrovare, uniti nelle celebrazioni del proprio paese. Che rappresenta il bisogno di raccontare un passato difficile per poterne finalmente prendere le distanze e andare avanti, di nuovo uniti, parte di una comunità.
E' quello che cantava anche Springsteen. "Nato negli Stati Uniti" e "Nato il 4 Luglio" sono due modi per dire la stessa cosa. Sono due veicoli di propaganda involontaria, avvolgono l'amarezza dietro il mito di una bandiera, di una nazione grande e potente.

Vedendo il film mi è tornato in mente l'ultimo Placido. Colpa delle scene di massa, delle proteste studentesche, delle cariche della polizia. "Il grande sogno" era un titolo azzeccato, semplice ed onesto. Doveva essere il racconto in tempi ormai maturi del '68 italiano ma è risultato un'occasione mancata.
I due film si potrebbero assomigliare. L'impianto visivo è potente e affrontano una memoria condivisa anche da chi non vi ha mai preso parte, per ragioni geografiche o anagrafiche.
Ma quello che mancava al film di Placido era una struttura narrativa altrettanto solida e finiva per impantanarsi nell'autobiografia troppo personale che scaricava di energia l'intero secondo tempo, impediva di chiudere in maniera definitiva il nostro bisogno di nostalgia e i conti con i fantasmi del nostro passato nelle forme superiori del mito. Lasciava supporre l'inconsistenza forse del mito stesso.
Una nazione senza miti non è una nazione unita. E' priva di identità comunitaria. Anche gli spiriti separatisti del nord si sentono uniti nel mito di una Padania che forse non è mai esistita e speriamo non esisterà mai davvero.
Da noi "nascere il 2 Giugno" non ha nessun valore, e neanche il "25 Aprile". Siamo una nazione in crisi di identità, divisa e incerta su tutto, specie sul proprio passato e non riusciremo mai a raccontare la nostra Storia con la stessa chiarezza, potenza, universalità del migliore cinema americano.
Ne è stato esempio "Il divo", tentativo di mettere in luce zone d'ombra dell'uomo politico, dei misteri e delle contraddizioni di un intero paese. Il film è lodato all'estero per l'originalità del suo stile ma non suscita lo stesso interesse per il protagonista Andreotti di "W.", ritratto altrettanto impudico ma molto più convenzionale sul piano artistico, che lo stesso Oliver Stone ha riservato al penultimo presidente americano, George Bush.

Rimane da affrontare il personaggio di Ron Kovic. Non c'è autentica mitologia in lui. Eroe è colui che si innalza al di sopra dei suoi limiti umani. Ron Kovic, ferito in maniera irrimediabile in guerra, ritorna con le decorazioni da "eroe". Ma è invece abbassato ai ranghi del sub-umano. Privato della virilità e dell'uso delle gambe deve lottare per l'esistenza che gli rimane da vivere per riacquistare la sua dignità, essere riconosciuto di nuovo un "essere umano". Tom Cruise si dedica anima e corpo al progetto e regala una prestazione incredibile, fisica, passionale, assolutamente perfetta in tutto.

domenica 7 novembre 2010

Quinto potere

"Quarto potere" è il primo film di Orson Welles. Datato 1941 è considerato una pietra miliare della storia del cinema. Il "quarto potere" è quello dei mezzi di comunicazione di massa. Nel caso specifico, la carta stampata, l'editoria giornalistica.
 "Quinto potere" sembra riallacciarsi a questo concetto, aggiornandolo al progresso tecnologico avvenuto. Siamo nel 1976 e ormai la comunicazione, l'informazione e l'intrattenimento passano attraverso la televisione.
I due film sembrano legati da un interesse sociologico di fondo quando in realtà si tratta di opere distinte per stile, contenuti, punti di vista.
Non è un mistero che i titoli originali siano ben diversi: "Citizen Kane", il cittadino Kane, dal cognome del protagonista della pellicola di Welles, da il senso di una storia centrata piuttosto sull'ascesa e il declino di un uomo di potere, sulla forza della sua ricchezza, sulla miseria della sua solitudine. Welles si ispira a William Randolph Hearst, all'epoca uno degli uomini più influenti d'America che si riconobbe e non gradì il ritratto.
"Network" per il film di Lumet. Stavolta non seguiamo un singolo personaggio ma una moltitudine, la cui interazione da vita alla programmazione di un canale televisivo, al suo notiziario, ai suoi sceneggiati settimanali. "Network" si distingue per l'originalità e la forza del suo copione.
Un sentiero iniziale ci porta alle soglie del bosco, poi una volta entrati le strade si moltiplicano. Chi credevamo essere il protagonista perde la sua importanza, si impongono altri personaggi. Il tono si fa via via più febbrile e si finisce la visione stupefatti dall'abbondanza di genialità che il film contiene.
Non si tratta di un'analisi lucida del mondo televisivo, piuttosto un appassionato sermone dal sapore profetico e visionario, straripante di intelligenza, folgorazioni. In cui tutto finisce ribaltato per un effetto di grande illusionismo. I vincenti sono vinti, i perdenti trionfano, i potenti sono oppressi da un potere più grande di loro, i folli sono saggi, il sacro si confonde con la spazzatura, il capitalismo è un messaggio divino, l'anziano diventa virile e fascinoso, la bella donna si rivela sessualmente inetta, i gruppi armati rivoluzionari diventano star della tv, il suicidio si trasforma in omicidio, il dramma si rivela farsa e lo spettatore è spiazzato di continuo, affascinato dalla potenza dei dialoghi, delle invenzioni.
Vi si possono trovare tracce di quello che poi sarà il cinema di Oliver Stone, in particolare di "Wall street" e "Talk Radio", con l'aggiunta di un sarcasmo che a lui è sempre mancato. E' un film scritto da un genio, di grande impatto spettacolare e portatore di un messaggio forse oggi più comprensibile che allora.
Il secondo aspetto davvero curioso del film, il primo che ha colpito la mia attenzione, è l'età media dei protagonisti. Non ci sono attori giovani, star maschili, bellezze ma solo uomini di mezza età, invecchiati, dai capelli bianchi o stempiati, pieni di acciacchi e malinconie, esperti, navigati o sorpassati professionisti, inclini alla depressione, spaventati o attratti dalla morte.
La bellezza, la gioventù, appartengono solo al personaggio di Faye Dunaway, unica giovane donna in un mondo di maschi attempati. Figura di potere, potere anche sessuale, si rivela essere un personaggio nevrotico, irreale, disumano.

Un dettaglio in chiusura. William Randolph Hearst aveva una nipote di nome Patricia. Rapita da una banda di sequestratori finisce per condividere la loro causa e si arruola nell' "Esercito di liberazione simbionese". Imbraccia il mitra e si da anima e corpo al progetto rivoluzionario, passando in clandesinità dalla parte del crimine. E' una storia vera, accaduta negli Stati Uniti negli anni '70. La si accenna durante una riunione di redazione proprio ad inizio film. E questo mi sembra un altro invisibile legame tra due pellicole tanto diverse legate dalle misteriose scelte dei traduttori italiani.

lunedì 1 novembre 2010

Mammuth

Se per voi il cinema è un'ossessione non condividetela se non con gente come voi. Andate mai a vedere film in sala con i vostri genitori? Se la risposta è sì, qual è l'ultimo film che avete visto assieme.
Io l'ho fatto ieri pomeriggio dopo tanto tempo. Il film l'ho scelto io, ma la decisione è stata ardua. Ho caricato mia madre e mia sorella sulla mia macchina e tutti insieme alla volta di Roma, verso la sala 4 del Madison che si rivela essere una delle più infami. Stretta e lunga con due schiere di poltroncine da quattro posti per fila, uno schermetto piccolo e un audio mediocre. Il rumore del proiettore alle mie spalle e una proiezione al limite dell'effetto strobo.
Il film è "Mammuth". Ha vinto la selezione battendo il cileno "Post Mortem" ( mia sorella voleva vedere una commedia o qualcosa che gli assomigliasse), il nuovo "Wall street" ( un poco lungo  e dalle recensioni contrastanti ma lo facevano vicino casa nostra), "La pecora nera" di Celestini ( lo davano solo in serata). Addirittura "Ritorno al futuro" ( mia madre e mia sorella non sembravano proprio interessate), il film di Zemeckis che ho molto amato da bambino e non rivedevo da anni. E poi "Passione" il documentario sulla musica napoletana di Turturro ( non ce la potevo fà) e volendo pure gli ultimi Avati e Ivory, registi che ho sempre ignorato con ostinazione.
Insomma "Mammuth" la spunta su tutti ma bastano quei primi cinque minuti per domandarmi cosa ci facciamo tutti qui.
"Mammuth" è un film pensato per il fisico di Depardieu, per la sua mole, per il suo naso mitologico che ha scritto più pagine di storia del cinema della sua voce, per la sua vecchiaia, bruttezza ostinata. Depardieu fa parte di quella ridotta schiera di grandissimi che non si vergognano di essere deformi, grandiosi, decadenti. E' come l'ultimo Marlon Brando. Ispira superiorità nel suo sfacelo e non ha bisogno neanche di recitare per catturare tutta la nostra ammirazione. Sono forse quel tipo di attori che si amano perchè ci riconciliano con i nostri mediocri, comuni difetti. Con l'insulsaggine della nostra imperfezione. Se solo fossero oggetto di una più diffusa mitologia non ci vergogneremmo di essere come loro. Vorremmo tutta la loro obesità, tutta la loro disperazione latente, il gusto beffardo per la vita che sembrano ispirare e la loro semi-divina follia.
Ma questo non basta a riscattare l'ora e mezzo di film che avanza con pigrizia, tra una provocazione e l'altra, rovistando senza vergogna nella miseria, nell'acidità, nella demenza e nella perversione sessuale. Il problema è che a parte le gag, a volte divertenti, a volte meno, a parte il progetto di fare un film sporco, senza grazia, sovraesposto fotograficamente e sottotono nella scrittura e recitazione, c'è poco per cui amare davvero "Mammuth", specie in un pomeriggio grigio di pioggia trattenuta a stento, in un giorno di festa dove mi riporto a casa una fetta di crostata della mamma.
E' un film di una coppia di teneri autori che si impegnano a giocare al cinismo, e caricano tutto di cattivo gusto senza grandi progetti iconoclasti.
Si affidano a una storia on the road per tenersi il più possibile libera la storia dalle pastoie di un qualsiasi intreccio e poi purtroppo commettono un errore fatale. Quanto più sembrano voler dimostrare il loro affetto per questi personaggi marginali, per la loro poesia infantile, più li maltrattano e li espongono alla nostra derisione come freak d'altri tempi. Insomma si comportano in vera malafede.
A fine film mia madre mi voleva sputare in faccia, mia sorella pure. E purtroppo una volta tanto non potevo esporre argomenti migliori in difesa di questo film che è meglio andare a vedere con qualche amico fidato, mai con la fidanzata a meno che non condivida la vostra stessa apertura mentale verso il cinema, mai nella maniera assoluta con una donna se è la prima volta che ci uscite insieme.
Insomma meglio in totale solitudine ma proprio per togliervi lo sfizio.

Vedendo il film ho pensato più volte che i due registi di devono essere ispirati, nell'idea e nello stile a "The wrestler", bel film di Aronofsky. Anche lì c'era un uomo e un attore in vistoso declino, un gusto sporco per l'immagine, un personaggio dai lunghi capelli biondastri, dalla condizione estrema, dalla mente semplice e dal cuore grande.

domenica 24 ottobre 2010

Figli delle stelle

C'è qualcosa nella digestione di "Figli delle stelle" che mi è rimasto sullo stomaco. Di solito succede coi film imperfetti, coi film che finiscono per deludere un poco le aspettative, con quelli la cui sostanza si fa a tratti incerta e non si sa bene davvero cosa si sta mangiando e se ci piace davvero. Coi film che se ne stanno davanti a te con il migliore sorriso sulle labbra in attesa di un tuo sorriso che li ripaghi del loro sforzo. Sforzo teso tutto a soddisfare te e i tuoi vicini di poltrona. Sforzo concentrato nel mescolare per bene gli ingredienti per sfornare la storia migliore, saporita e digeribile, buona per un Sabato sera nel cinema vicino casa tua, che ti accompagni per il resto della serata.
Però finisce che a uno snobino come me, bulimico di storie e di immagini, qualcosa rimanga incastrato a metà dell'esofago. O forse è la pasta che rimane incollata tra i denti a impedirmi di sorridere senza pensarci troppo.
Ma devo ammeterlo per onestà. "Figli delle stelle" ha un titolo di merda ma un'idea di partenza fenomenale.
Il tentato rapimemto di un arrogante ministro si rivela un fallimento per una banda di improvvisati sequestratori. A finire nell'ultima delle "prigioni del popolo" è la persona sbagliata, un sottosegretario di poca visibilità. I rapitori si ritrovano a dovere fare i conti con la situazione e cercare di sfruttarla a loro vantaggio in qualche modo. E' una idea davvero intelligente e credo anche sensibile.
L'ambizione del film è affrontare a viso aperto e nella maniera più serena possibile il discorso sullo stato di disagio del lavoratore medio italiano, il precario alla soglia dei quarant'anni, l'operaio che lavora in condizioni di insicurezza per la propria incolumità. Sono lontani gli anni delle lotte di classe, degli scioperi, delle occupazioni e perchè no anche delle Brigate Rosse. Anni di tensione, di scontri, di ideologia portata alle estreme conseguenze. Cosa rimane di quegli anni? Una canzone disimpegnata da riascoltare con nostalgia interrogandosi sul non-sense del testo.
Il discorso di fondo per chi vuole coglierlo è che non esiste più nessuna struttura di coesione sociale, sia esso un sindacato di riferimento o un gruppo armato. Siamo soli, fregati e beffati dalla tracotanza del potere, dal corso storico degli eventi. Non ha perso solo il terrorismo. Ha perso un'intera classe sociale, quella degli ultimi, quella che con un arcaismo una volta si chiamava "proletariato". E che questi sono tempi bui, dove- non è mistero, ne parlano anche i dati rilevati dal Ministero degli Interni- si acuisce il rischio di tentazioni violente.
Tutto questo basta per poter definire l'ambizione del film e affidargli una medaglia di sicuro interesse.
Ci si lamenta sempre del cinema incapace di raccontare il paese, involuto su drammi familiari, facilonerie sentimentali e sessuali. "Figli delle stelle" almeno ci prova e ci riesce quasi, nei pochi momenti che la prevalenza della commedia glielo consente.
Secondo alcuni la riuscita del rapimento Moro fu dovuta alla collusione di superiori interessi atlantici. Secondo altri fu merito della insospettabile ambizione del piano. Teniamo per buona la seconda ipotesi. I "figli delle stelle" sono insospettabili perchè non appartengono proprio a nessuna organizzazione cospiratrice. Si incontrano per caso, agiscono in fretta e coi pochi mezzi a disposizione sull'onda di un impeto vendicativo improvviso. L'ideologia semmai viene dopo ed è un derivato della solita esuberanza verbale di tanti volantini di rivendicazione di un tempo. Tanto basta a dare rilievo all'evento sulle prime pagine dei giornali. La stampa fa da amplificatore al sentimento della paura.
Le nuove Brigate Rosse, quelle degli omicidi Biagi e D'Antona, si sono rivelate un piccolo gruppo neanche troppo organizzato. I suoi bersagli, come per i suoi storici progenitori, sono quasi sempre i pesci più piccoli. Quelli alla loro portata, privi di protezione. "Colpirne uno per educarne cento" si diceva allora.
Ma qui c'è poco di tutto questo. Siamo lontani anni luce dal clima soffocante di quegli anni.
I nostri eroi- sì, eroi stavolta- sono dei simpatici perdenti, che seminano un poco di scompiglio nel paese più per l'imprevedibilità della loro idiozia che per la efficacia della loro azione. A differenza dei veri brigatisti di un tempo sono persone prive di autentica cattiveria. Anzi, dimostrano l'immaturità coatta di chi, con tutti e due i piedi nella maturità anagrafica, non può ancora aggrapparsi a niente di solido nella propria vita.
Il film sembra portatore del messaggio che se ci è stato impedito di sognare, almeno possiamo ancora permetterci di sorriderci sopra e dissipare così un poco delle nubi più scure che questi tempi ci riservano.
Tanto di cappello.
La commedia è un genere difficilissimo. Ci si può emozionare per un fraintendimento, ma si ride solo se ci si sente solleticare la pancia. Gli autori del film sembrano davvero mettercela tutta per riuscirci. A partire dagli sceneggiatori con il concorso decisivo degli interpreti. Favino in testa, fiammeggiante e convinto come sempre, un misto di energia sul punto di precipitare da un momento all'altro, un torrente che straripa e porta il film verso la fine con il massimo dell'impegno. All'ottimo Sassanelli, perfetto per il ruolo. A Battiston, un poco pedante ma efficace.  A Tirabassi, grande talento. A Fabio Volo, personaggio minore ma adorabile nell'aura stralunata che lo accompagna da sempre nelle sue incursioni cinematografiche.
Non convince molto il ruolo della Pandolfi ma più per limiti di copione che per difetti interpretativi. E' un personaggio svuotato, incomprensibile, misterioso, irrisolto. Ha i difetti di molte belle donne nell'ultimo cinema italiano. Ci sono, sono la spalla dell'uomo sensibile e piagnone, accettano tutto, sono vaghi oggetti del desiderio, sono simpatiche, furbe, attraenti, tormentate, sono come forse le vorremmo e alla fine sono dei miseri oggetti cinematografici senza peli, sangue, un poco fasulli.
Però di fronte a tanto impegno recitativo devo ammettere ci rimette un poco la sceneggiatura che si frammenta e si perde in diversi punti. La sala ride ma è per l'umorismo estemporaneo, spontaneo e a volte aggressivo dei protagonisti. La storia sembra cucita qua e là in molti suoi passaggi. Apre piste che non portano a niente, si disarticola e impasticcia, si perde a più riprese il ritmo per strada, non riserva neanche un finale tanto chiaro ai suoi protagonisti.
Ma si tratta comunque di un film di buona fattura, una spanna sopra alla media, leggero ma non leggerissimo, dalla confezione professionale e tutto sommato godibile. Anche se, a dire il vero, date le premesse mi sembrava normale aspettarmi qualcosa di più.

sabato 16 ottobre 2010

Monica e il desiderio

Più passa il tempo più mi sembra che Bergman sia un regista che non delude mai. La sua vastissima produzione cinematografica non sembra avere significativi cali di ispirazione.
Quello che mi colpisce di più è il fatto che al di là del valore letterario, culturale, speculativo, del suo particolare punto di vista sul mondo, sull'uomo, su Dio non sia un semplice genio della sceneggiatura. Non sia cioè un filosofo o un poeta prestato al cinema ma un regista vero, di talento, capace di  dirigere i suoi attori, sfruttare al massimo le potenzialità della scenografia, dare un respiro fluido, ricco al suo linguaggio. I suoi direttori della fotografia sono stati tra i migliori maestri del bianco e nero, hanno fatto un lavoro che aveva pochi eguali all'epoca. Sia cioè un regista molto più lineare, chiaro e quindi anche godibile di quanto si pensi.
"Monica e il desiderio" rappresenta di sicuro questo aspetto più felice del cinema di Bergman. Prende una storia semplice, la sviluppa nella maniera più spontanea e naturale e la conclude con la stessa assoluta mancanza di sotterfugi narrativi, complicazioni inutili. Ne esce un film di un'ora e mezza che fila dritto e veloce come una freccia e colpisce il centro esatto come noi ci aspettavamo.
Mi fa riflettere il rapporto col cinema che hanno i protagonisti. Col cinematografo come forse lo si chiamava allora, la sala dove si andava la sera o il fine settimana per sognare davanti a uno schermo. E' sull'onda di un sogno riflesso di una vita migliore e più libera, di un amore che trova la sua espressione più intensa e priva di conseguenze e derive che prende vita la fuga dalla città dei due giovani innamorati.
Il cinema rappresenta la soddisfazione di desideri elementari, lo schema di un'esistenza in cui identificare con maggiore chiarezza conflitti da risolvere e sull'esito finale di questi conflitti basare una morale, un giudizio, una guida, un leggero spostamento degli equilibri dell'anima. Per questo suo merito illusorio, per la sia qualità ipnotica bisognerebbe essere spesso grati al cinema quando esso assomiglia ai nostri sogni migliori, quando serve a ridarci fiducia, pace; quando rende significative nella maniera meno invasiva un paio di ore a volte indimenticabili della nostra vita. Quando semplicemente ci arricchisce anche quando ci inganna.
E' difficile rendere uno stato di grazia attraverso il mezzo cinematografico. Ci vuole molto mestiere e molta fortuna. "Monica e il desiderio" si tiene in piedi proprio per una grazia che sembra naturale, spontanea. E' il film di un regista ispirato e padrone assoluto del mezzo.
Di solito il tragitto di un film sfocia verso un finale positivo in seguito a una serie di sventure più o meno gravi. Film come questo fanno il percorso inverso. Rappresentano una piccola parentesi di gioia che sembra assoluta e la lasciano sgretolare poco a poco. Dall'ingenuità, al senso di libertà e pienezza fino al baratro in cui sprofondano prima o poi i protagonisti e i film tutti di Ingmar Bergman.
Chi percorre questo percorso inverso è per natura o per razionalità un malinconico o un pessimista. Affida la riuscita della sua catarsi alle note più dolenti. Ma è anche vero che sono coloro che conoscono i lati oscuri dell'esistenza i migliori cantori della felicità e della sua caducità.
Chi non ci crede dovrebbe vedere questo film.

domenica 10 ottobre 2010

Parigi

C'è chi dice ogni città ha una sua personalità, chi addirittura dice una propria luce.
Siamo ad Ottobre a Roma. "Le famose ottobrate romane" fa qualcuno vicino al mio orecchio. E' una giornata di sole, nè fredda nè calda, precaria, equilibrata.
Le grandi città ci affascinano per la loro bellezza, per l'ostentazione, per il sogno che esse suggeriscono. Le città dovrebbero renderci migliori, offrirci panorami per le nostre vicende quotidiane che elevino i nostri piccoli crucci, le nostre disperazioni fugaci o le nostre impennate verso l'alto a un livello supplementare di dignità. Ci rendono parte di una comunità estesa, mutevole, in movimento. Offrono un continuo cambio di orizzonti a seconda del quartiere, un diverso umore. Hanno strade e palazzi che nascondono una storia. Si sviluppano sulla base di un progetto, nella migliore delle ipotesi su un piano razionale che le renda funzionali, migliori.
Per fare un film che si chiami "Parigi" ci vuole o un grande coraggio, o una grande idea o almeno una grande dose di leggerezza. Non conoscendo il cinema di Klapisch mi sembra di trovare piuttosto molto leggerezza. Parigi è uno sfondo e poco di più. I protagonisti della storia sono piccole formiche che amano, si ammalano, muoiono, si accoppiano, lavorano, tirano avanti ognuno alla propria maniera, cercano fronteggiare l'ansia.
Ma c'è poco collante tra le storie. Storie semplici, lineari dall'andamento orizzontale dove poco accade, quasi sempre si tratta della cosa più ovvia.
Che ritratto si ha di Parigi tra le righe? Quello di una città a volte invivibile, una città che sta diventando via via per ricchi e spinge parte della popolazione nella banlieu, una città turistica e dai luoghi comuni.
Mi sembra di trovare soprattutto due aspetti che escono fuori in maniera inaspettata. Parigi è una città che lavora a tutte le ore. I protagonisti sono tutte persone che esercitano una professione, ricevono offerte di lavoro, si presentano per un posto in panetteria o al ristorante, fanno la notte in un magazzino agroalimentare e poi la mattina a vendere tra le bancarelle, si preoccupano per il proprio futuro di fronte ai tagli del personale. Ma cosa c'è di Parigi che non potrebbe essere Roma?
Non lo so.
Il tassista si lamenta del traffico e delle manifestazioni che ogni giorno complicano la viabilità se non addiritura la vivibilità. Nonostante il rancore per il senso di inadeguatezza, per i disagi che questa città comporta si precipita facilmente in uno sguardo trasognato di fronte alla bellezza del posto che ci accoglie quando forse lo stiamo vedendo per l'ultima volta.
Non riesco a trovare un carattere parigino tra i tanti ritratti in questo film. Qualcosa che identifichi in maniera forte il gusto, il modo di pensare che fanno la differenza tra un francese della capitale e un tedesco, un italiano delle grandi città.
La luce del film è quella livida dell'inverno parigino, da cielo bianco e nuvoloso. Chiarore diffuso con una leggera sfumatura verso la cupezza che può arrivare improvvisa. Ma se parliamo di fotografia cinematografica, è una luce curata ma convenzionale che non lascia molto se non la giusta leggibiltà ai volti e alle situazioni. Luce adatta a una commedia.
Il secondo elemento insolito del film è il ballo. I protagonisti ballano molto nelle due ore di film. Ballano a una festa, perchè è o era il proprio lavoro. Ballano per esprimere la loro felicità. Di fornte a queste improvvise esternazioni di fisicità mi sembra di trovare i momenti più belli del film, piccole perle da due minuti al massimo. E' il momento in cui l'attore esce dai limiti del copione, trova un suo ritmo spesso sorprendente. E' il caso di Fabrice Luchini quando si scatena o di Juliette Binoche che parte impacciata e si lascia anadre via via. Il ballo lascia scivolare qualcosa di autentico in un film un poco imbalsamato, ruba momenti di vera gioia o vero divertimento nella trama fitta della finzione.

C'è una scena che mi piace molto più o meno a metà. Siamo in un ristorante. C'è una festa, una cena tra i colleghi dei diversi banchi del mercato. Tra di loro qualcuno si esibisce con la sua band in vecchi classici. Tutte le attenzioni del gruppo sono rivolte verso la più bella del gruppo, ex moglie di uno di loro.
Il collega più spavaldo le fa uno scherzo, allunga un po' troppo le mani di fronte a tutti e la costringe prima a piegarsi in ginocchio, poi a trascinarsi in avanti con le mani mentre le tiene sollevate le gambe. La usa come carriola e la porta in giro per il ristorante.
E' una scena di umiliazione involontaria che ha qualcosa di erotico e qualcosa di imbarazzante. Confonde lo spettatore che non sa se ridere o preoccuparsi. Come la protagonista che prima ride, cerca di tenersi la gonna sollevata come può, poi scoppia a piangere.
Questione forse di un venti minuti di film al massimo e la protagonista muore in un banalissimo improvviso incidente in moto. Peccato. Era il mio personaggio preferito. A volte capita che siano i migliori ad andare via per primi. Nei film soprattutto.

martedì 5 ottobre 2010

Purple rain

Può sembrare strano ma c'è stato un periodo in cui Prince era il numero uno. Di fronte a tanto successo dovette arrendersi anche il Boss, Bruce Springsteen, che pure poteva contare su "Born in the U.S.A.".
Era il 1984, l'anno di "Purple rain".
Molto di più di un album. Era un progetto pensato per trasformare il suo autore in una superstar. Era una colonna sonora e un film in cui Prince era il protagonista indiscusso, affiancato da molti suoi colleghi o collaboratori nelle vesti di attori, performer, rivali musicali sullo schermo.
Il successo fu travolgente. Prince fu tre volte numero uno. Album più venduto, singolo più venduto, migliore incasso al botteghino. Un record riuscito solo ai Beatles prima di lui. Ma se l'album ancora resiste e si guadagna le posizioni più alte degli indici di gradimento del decennio, il film è un'opera minore perchè è un grazioso gadget aggiuntivo.
Cinema e musica pop non sempre viagiano bene assieme. Il cinema esalta la spettacolarità di un concerto, offre immagini live con una fotografia degna dei grandi film, oltre a un sonoro impeccabile, ricco e più pulito dell'acustica di qualsiasi palazzetto o auditorium. E' il trionfo in hi-fi del sound and vision.
Ma richiede anche qualcosa in più. Un diverso senso del ritmo con cui condurre una storia degna di essere narrata, doti interpretative classiche. La storia di "Purple rain" è semplice e ruota intorno a The Kid, ambizioso performer e dei The Revolution, la sua band di accompagnamento, che rischia di soccombre di fronte all'egocentrismo del leader e della rivalità esterna delle altre band. Il palco da contendersi è uno solo, dove The Kid regala ogni sera degli autentici psicodrammi in musica che sottolineano di volta in volta il suo stato d'animo in relazione alle sue vicende personali. Relazioni sentimentali complicate e conflitti familiari. Grandi dosi di ambizione e voglia di arrivare a qualunque costo ( siamo sempre negli anni '80), senso scenico dell'eccesso, di una sessualità ipercaricata ma non per questo meno ambigua.
Prince è un personaggio inquietante, candido e perverso, tenero e aggressivo, virile e femminino. Oggi faticherebbe a trovare la sua collocazione. E' troppo fuori dagli schemi, come la sua musica che miscela sonorità elettroniche del periodo alla black music, con una dose massiccia di chitarre aggressive e punta all'esasperazione finale simile a un orgasmo.
La sua parabola può definirsi conclusa cinqua anni dopo con "Graffiti bridge" seguito musicale e cinematografico delle avventure di The Kid. Il film fu un tale fiasco da non trovare neanche una distribuzione italiana nelle sale. Ma la carriera di Prince è molto di più e chi volesse può attingere a una discografia sterminata che copre più di trent'anni di alti e bassi.

La verità colta con genio da Manuel Agnelli è che non "si esce vivi dagli anni '80". La peculiare aria di quel periodo era qualcosa da non poter sostenere troppo a lungo. Chi quarda indietro con nostalgica tenerezza ritrova il senso di un'ingenuità perduta. Di un cinismo candido, di eccessi innocenti, di geni dementi e di dementi punto e basta.
L'anacronismo di Prince oggi è tutto racchiuso già nel suo look, colori sgargianti, camicie con colletti alti in pizzo, capelli ricci cotonati, occhi cerchiati di trucco nero.
E' stato il primo a cercare una via d'uscita, a imboccare una via discendente, a definirsi con orgoglio artista punto e basta, a rendersi irraggiungibile, addirittura impronunciabile ( cambio il suo nome con un simbolo).
"Purple rain" è una testimonianza di quello che è stato. Il cinema ruba sempre qualcosa in più, qualcosa di privato. Lo schermo ti lascia frugare da ogni parte. "Purple rain", con i suoi grandi difetti, si lascia guardare soprattutto grazie ai suoi numeri musicali. Ma fa un ritratto di Prince, forse parziale, in cui si mette in mostra molto più di quanto in seguito avrebbe accettato di fare.

sabato 18 settembre 2010

Fratelli in erba

Certi Venerdì sera sembrano fatti apposta per il cinema e una birra. La testa sgiocciola via i pensieri di una intera settimana. Il film fa da preludio alla buonanotte.
Parco Leonardo è il frutto di un avventato progetto edilizio in costante fase di ridimensionamento nei risultati: un insieme di case che nessuno vuole più comprare, costruite intorno a un centro commerciale che comprende il più grande multiplex di Roma e provincia. Una bestia da 24 sale. Una bella struttura che vorrebbe assomigliare a un tempio del cinema con grandi ariosi spazi e comode sale.
Soffre un poco la sua collocazione periferica. Un isolotto luccicante in mezzo ai campi tra la via Portuense e la Roma-Fiumicino.
Il biglietto raggiunge quasi gli 8 euro. Roba da matti. Il depliant alle casse ci informa che la struttura ha un totale di 6000 posti.
Non ricordo neanche l'ultima volta che sono venuto qui. Saranno passati anni. Ho sempre odiato questo luogo difficile da raggiungere e spaventosamente asettico, privo di vita. Tutto sembra finto come il saloon western dove prendo una Coca-Cola per ingannare il tempo prima della proiezione. Finisce che devo berla di corsa o entrerò in ritardo.
Dopo dieci minuti di film ho una sensazione di disagio. Le poltroncine sono scomode. Brutto segno. Vorrei stirarmi per bene ma sono schiacciato tra gli altri spettatori. La bibita gassata e fredda mi comunica a posteriori che forse è meglio bere e mangiare dopo il film. Digestione e visione non sempre si abbinano bene. Specie se una si fa difficoltosa e l'altra via via deludente. La sala può diventare un posto claustrofobico in cui si è prigionieri della dittatura della proiezione.
Ma non è questo il caso in cui mi sento di avere giudicato un film con la pancia. I miei problemi gastrointestinali si dissipano da soli in pochi minuti. Piuttosto mentre avanzo nella visione mi sembra di essermi perso di continuo qualcosa per strada.
 C'è un ingranaggio che manca in diversi punti del film. La storia va avanti ma lasciandosi appresso dei piccoli buchi. Trascuratezze di sceneggiatura. Le si possono ignorare in divenire ma quando si tirano le somme finali qualcosa nei conti non torna.

Cominciamo dall'inizio.
"Fratelli in erba" è il titolo scelto dai traduttori italiani per il film "Leaves of grass". Sorvoliamo sulla mancanza di significato, non mi interessano le polemiche sterili. Va bene pure che si perda il riferimento esplicito, ma per noi italiani forse non troppo chiaro, alle "Foglie di erba", la celebre raccolta di poesie di Walt Whitman. Riferimento carico di umorismo. Le "foglie di erba" che ci interessano sono altre, quelle di marijuana.
Allora "Fratelli in erba" è forse una commedia?
A giudicare dall'inizio sembra proprio di sì. Due fratelli geniali ma opposti per scelte di vita: uno, giovane professore universitario di filosofia, adorato dagli studenti e conteso dalle accademie; l'altro, coltivatore di talento della migliore marijuana dell'Oklahoma ma in seri guai con l'insospettabile boss locale.
Fratelli gemelli ma in reciproco astio che hanno diviso per sempre le loro strade.
Solo la notizia della morte ( poi rivelatasi falsa) di uno dei due spinge l'altro a fare ritorno nella sua odiata terra natale, a dovere fare i conti con la famiglia e tutto quello che si è lasciato alle spalle. Decide di restare giusto il tempo necessario ma poi le cose si rivelano più complicate di quello che tutti sospettavano. Spettatori compresi.
Siamo dalle parti della comicità dei Coen ma in maniera molto più grossolana. La verità è che non si ride neanche tanto nella prima parte. Manca lo smalto, la battuta folgorante. C'è solo Edward Norton che si fa in due ( in quattro per due, otto?) per reggere in piedi il film e ci riesce bene per quel che gli compete, mentre il resto gli fa acqua attorno.
Le speculazioni filosofiche che all'inizio sembrano volere nutrire il livello più profondo del film sono in realtà messe lì senza un vero perchè. I riferimenti poetici sono banali e trattati in maniera superficiale. La storia avanza senza farsi troppi interrogativi, trascurando di chiarire alcune cose riguardanti per esempio i problemi familiari irrisolti dei protagonisti. Si affida troppo spesso a dialoghi ridondanti, svela in maniera  palese alcuni suoi meccanismi narrativi così che la risata si disinnesca in automatico al momento decisivo.
Quando poi la storia sembra entrare nel vivo, dopo una prima parte il cui le aspettative di divertimento dello spettatore vengono frustrate di continuo, il film prende tutta un'altra piega. Insapettata, tragica e dai risvolti pulp.
Poi c'è un finale appiccicato lì, che non è "happy" e non è "sad". Un grande "boh" mi accompagna fuori dalla sala. Mi sembra un film tutto sbagliato, approssimativo a cui manca una mano abile nella scrittura e una visione d'insieme.

Dovrei tornare a casa ma mi lascio convincere a un'ultima birra. Il lungomare di ponente di Ostia è uno spettacolo buio, sferzato da un vento che sembra avere trascinato via anche la razza umana. Resiste solo un chioschetto di panini, un tavolino di plastica con due ambigue creature della notte dall'origine e dagli accenti misti e indecifrabili.
Tra le ultime sonnolente riflessioni sul film in questione bevo la mia Peroni e mastico il mio panino unto. Poi mi riportano a casa ma una elettricità corporea inspiegabile mi rende il sonno difficoltoso.
Riemergo al mattino coi postumi di una improbabile sbornia, appesantito e confuso.
Mi sembra di avere visto un film ieri sera.
L'ho già dimenticato. Come se l'avessi solo sognato.
Certi film ci passano attraverso senza lasciare niente.
Non credo avrò mai una buona ragione per rivedere una seconda volta "Fratelli in erba".

venerdì 17 settembre 2010

Il settimo continente

All'epoca del suo esordio Michael Haneke aveva già più di 40 anni. Prima del cinema, stando a quanto riportano le biografie-internet, c'erano stati gli studi universitari e le regie televisive. Televisive? Pare proprio di sì.
Non riesco a immaginare che tipo di televisione sia stata quella di Haneke. Come abbia potuto piegare il suo personalissimo discorso a un medium così conformista per necessità, medio per l'appunto.
Non divaghiamo.
Quando approda alla sua opera prima non è un giovane che forse un giorno si farà. E' già un regista e un uomo maturo con una chiara e coerente visione del mondo e del cinema. "Il settimo continente" lo dimostra. E' un film privo di incertezze e sbavature. Di sicuro è un progetto molto pensato, sia per quanto riguarda i contenuti che lo stile.
Presenta in maniera lucida e approfondita i temi che saranno poi in tutti i suoi lavori successivi. Sotto la quiete di una comune famiglia austriaca si insinua una psicosi autodistruttiva che porta a soluzioni estreme. Ma la follia nel cinema di Haneke non prende mai esternazioni plateali. E' una follia lucida, meticolosa che sembra avere una origine filosofica piuttosto che psicotica. L'autoannientamento di un intero nucleo familiare non è un gesto nato da un impulso violento e incontrollabile ma un ragionato progetto, attuato con calma e determinazione da ogni singolo componente di propria spontanea volontà.
A rimanere senza soluzione è la ricerca delle ragioni di fondo. Ma se pure queste si intuiscono in certi momenti, a spaventare è l'impossibilità di trovare un senso che giustifichi fino in fondo le azioni dei protagonisti. E per fortuna, altrimenti dopo la proiezione ci sarebbero convinti suicidi di massa.
A stupirmi è la precisione della messa in scena. Haneke non si piega mai alle esigenze degli spettatori ma chiede che siano loro a piegarsi al suo peculiare modo di fare cinema. Ma per fare questo bisogna essere padroni assoluti del proprio mezzo. Bisogna sapere valutare i rischi in anticipo, conoscere il valore di un dettaglio che altrove sarebbe insignificante. Bisogna sapere viaggiare lontano dalle rotte tracciate dei manuali ed è un viaggio che richiede compagni addestrati o spinti da grande curiosità.
Haneke forse descrive un mondo peggiore di quello che è, ma si rivolge sempre a spettatori migliori di quelli in circolazione.

lunedì 13 settembre 2010

Rambo 2: la vendetta

Sulla pagina di Wikipedia dedicata a “Rambo”, il primo film della fortunata serie, trovo delle interessanti curiosità.
Il film poteva essere diretto da Mike Nichols, il regista de “Il laureato”. Invece poi l’ha girato, anche piuttosto bene direi, Ted Kotcheff.
Tomas Milian, che aveva letto il romanzo prima del suo adattamento, aveva in mente di rubare il nome del personaggio per un ruolo che avrebbe di lì a poco interpretato e inserirlo addirittura nel titolo del film che stava per girare. Non andò così.
Il ruolo di Rambo era stato offerto a un ventaglio di notevoli attori. Tra questi spicca il nome di Clint Eastwood. Ma pare che tra i candidati ci fosse anche il nostro Terence Hill.
Mi viene da pensare che se solo una di queste alternative mancate fosse diventata realtà forse la storia sarebbe andata diversamente.
Chissà che film sarebbe uscito fuori. Ma soprattutto di sicuro non ci sarebbe nessuno dei seguiti così come li abbiamo conosciuti.
Invece la parte andò a Sylvester Stallone. Credo sia addirittura une delle sue migliori interpretazioni di sempre. La mano del regista è molto attenta e ne esce un personaggio ambiguo, spaventoso, che emana disagio mentale ma affascina per il suo animale istinto guerriero. Il film fu un successo tanto da prendere in considerazione l’ipotesi di un sequel.

Ecco a cosa porta a volte una serie decisiva di coincidenze.
Per scrivere il secondo capitolo viene contattato James Cameron, allora giovane di belle speranze. Cameron consegna un copione ma non soddisfa la star protagonista che prende il sopravvento sull’impostazione della pellicola. Modifica la scena iniziale che mostra Rambo ospite di un ospedale psichiatrico e lo fa diventare un detenuto ai lavori forzati. Fa aggiungere un minuscolo personaggio femminile. Cancella del tutto la figura del compagno, un ex veterano come lui, impostogli per la sua missione suicida, così da diventare il protagonista indiscusso del film. Rade al suolo ogni psicologia e si concentra soprattutto sull’azione.
Poi, di sicuro, in privato intensifica gli allenamenti per presentarsi davanti alle macchine da presa al massimo della forma fisica.
Insomma si cuce un vestito su misura a rischio di mandare a puttane la credibilità del personaggio già così difficoltosa nelle premesse. E il vestito è essenziale, tanto da non richiedere nemmeno una maglietta a coprire il torace in gran parte delle scene.
Il film diventa un’esibizione di muscoli lucidati a dovere, sparatorie, coltellate, dardi, esplosioni e mitragliate a volontà.
Sebbene molto inferiore al primo capitolo riscuote un successo planetario. Rambo è diventato un personaggio che vive di vita propria. E’ l’alter ego per identificare tutto il peggio incarnato nella visione di cinema di Stallone.
E’ un film di rara bruttezza e tanto imbarazzante da scatenare in me una profonda curiosità, se non addirittura fascinazione.
L’ho rivisto di recente con gli occhi sgranati per lo stupore.
Ci sono delle cose uscite dagli anni ’80 che sembrano buchi neri. Punti indelebili nel tempo che risucchiano la ragione. Ci riconsegnano una visione del mondo, intesa come stile di vita ma anche come situazione geopolitica, oggi del tutto inconcepibile. Si mostrano spudorati, volgari, di cattivo gusto ma con un candore e un entusiasmo che sono scomparsi e suscitano rigurgiti di nostalgia.
Stallone ha dato un contributo decisivo, tanto da diventare una delle icone indiscusse di quel periodo. Lo stimo soprattutto per la sua determinazione. Come può un attore mediocre, con una visione del cinema tutto sommato infantile e grottesco anche nel suo fisico ipertrofico avere avuto tanto successo?
L’ha avuto e continua ad averlo e col tempo comincia starmi sempre più simpatico. E’ l’esatto opposto del regista che si impara a venerare nelle scuole di cinema. E’ un continuo cattivo esempio, porta avanti ancora i suoi personaggi di un tempo su infinite varianti. Con l’età ha raggiunto un pizzico di genuina autorevolezza che non guasta.
Ma nel 1985 era all’acme del suo fulgore senza vergogna.
La verità è che “Rambo 2” è un b-movie camuffato, un film d’exploitation con ambientazione bellica, così come esistevano un tempo i poliziotteschi, gli spaghetti western, gli splatter che plagiavano grandi successi americani. Film zeppi di violenza gratuita; sceneggiature a volte grossolane con personaggi tagliati ( o forse lobotomizzati)  con l’accetta. Film per i palati meno raffinati, capaci di solleticare i piaceri proibiti di vastissime fette di pubblico. Film da drive-in e non da cineteca.
Stallone è l’ultimo erede non riconosciuto di interpreti come Tomas Milian, Franco Nero, Luc Merenda, Bruce Lee e chi più ne ha più ne metta. 
Solo che non siamo in Italia negli anni ’70. Siamo a Hollywood negli anni ’80 e ci sono un sacco di soldi. Ne esce un film più patinato e spettacolare di quanto quelle pellicole avrebbero mai potuto permettersi e diventa un successo internazionale.

E’ di qualche mese fa la notizia di cronaca di una strage di provincia. Un ex marito uccide la moglie, poi si fa qualche chilometro di macchina. Uccide il padre di lei, ferisce la suocera e non risparmia neanche il cane. Non mi ricordo se poi si ammazza anche lui. Mi ricordo solo che tutti in paese lo chiamavano “Rambo”, perché era uno fissato con le armi e la palestra.
Mi sembra un caso esemplare: Rambo sta bene su uno schermo, ma meglio ancora dentro a una jungla. Nessuno, nemmeno chi ha il suo poster in camera, vorrebbe avere Rambo come vicino di casa nella vita reale.
Perché Rambo è uno psicopatico molto pericoloso. E se una nazione lo ha eletto simbolo di un’epoca ci sarebbe da riflettere a lungo.
Ma mentre combatto la mia lotta disperata contro le zanzare che mi rendono la vita impossibile dentro casa vorrei essere un poco Rambo anche io e sterminarle tutte a colpi precisi di paletta moschicida o disseminando casa di letali zampironi e elettroemanatori con piastrine killer.

Ma c’è un’ultima cosa che ho taciuto.
Sempre sulla pagina di Wikipedia ho trovato un interessante link. Esiste un finale alternativo in cui Rambo si fa uccidere dal colonnello Trautman alla fine del primo film.
Vedetelo. E’ una scena bellissima.
Dico sul serio.
E non solo perché ci avrebbe risparmiato i film successivi.

domenica 12 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi- il film

La prima cosa che mi ha colpito è che il film non ha invaso le sale. Le copie sono tante, quelle che si riservano a un film italiano maggiore. Ma non sono tantissime e in qualche cinema il film potreste anche non trovarlo.
E' un segno che mi sono inventato io?
Non lo so. Ma è l'impressione che ho avuto sfogliando il giornale.
A posteriori ho qualche dubbio a riguardo.
Ma la visione in sala mi fa pensare che questo non sarà un film tanto facile da piazzare.
"La solitudine dei numeri primi" è un film indigesto.
E' uno di quei film che dopo una ventina di minuti si è già sazi. Invece tocca aprire la bocca e ingoiarlo per un'altra ora e mezza.
Se il titolo era già pesante per il romanzo ma ha forse suscitato la curiosità dei lettori, la sua trasposizione cinematografica aggiunge volontariamente il resto del carico. E' un film che spiazza e sembra metterci un impegno feroce per deludere. E' un film brutto ma anche cattivo, sadico. E' l'opera di un regista che non vuole accontentare nessuno e fa a pezzi un romanzo sopravvalutato ma forse amato. Distrugge ogni acerba emozione. Maltratta i suoi attori, li fa dimagrire o ingrassare a dismisura. Gli offre un copione senza mordente, ritmo, battute, difficile da seguire. Sembra chiedere loro soltanto di essere là a lasciarsi fotografare dalla bellissima luce di Fabio Cianchetti.
Di solito si dice: questo film non si può vedere.
La verità è che questo film si può vedere benissimo, se lo si valuta come uno show reel di belle immagini.
Questo è un film che non si può sentire.
La pasta sonora del film è una merda. E non parlo del lavoro del fonico. Parlo dei dialoghi inesistenti e annoiati e a volte incomprensibili, anche se in certi momenti è davvero meglio così; delle canzoni troppo presenti; dell'ambiente sonoro che copre i vuoti di sceneggiatura nelle scene in cui parlano solo le immagini ma non dicono niente; se non addirittura dell'accento di alcuni protagonisti.
Insomma, questo film è un'operazione commerciale di partenza ma un film sperimentale e contraddittorio nei risultati. Non è un prodotto da laboratorio, un farmaco, una medicina o magari un placebo ma una pasticca tagliata male da un chimico strafottente e lanciata a un pubblico goloso di emozioni ma ignaro delle conseguenze. E' un film votato al successo ma più vicino al fallimento.
Va segnalato però l'occhio nello scegliere e caratterizzare gli attori principali. Più delle loro qualità interpretative vince la loro fisicità.
Ma guardando di nuovo la Rohrwacher sullo schermo per l'ennesima vota quest'anno mi domando quanto durerà. Cara Rohrwacher, sei una delle cose che più mi piacciono del nostro ultimo cinema nazionale. Ti prego soltanto di non andare a infilarti troppo spesso d'ora in avanti in questi ruoli dolenti e pallidi. Alle nostre migliori attrici si riservano troppo spesso personaggi sofferenti, conformi a un gusto convenzionale di dignità femminile. Sei ancora giovane per diventare una nuova Laura Morante o Margherita Buy. Hai una bella, anomala voce spero di sentirti recitare prima o poi dei dialoghi comprensibili e brillanti. E poi, ti prego, le tette e il pelo ce lo hai fatto vedere già più di una volta. Sei una donna, ce lo hai mostrato. Il coraggio va bene ma ti auguro di trovare il tuo personaggio memorabile prima o poi, lontano dallo stereotipo che la tua immagine proiettata sembra suggerire continuamente.

Ma la sorpresa è nei titoli di coda. La colonna sonora è di Mike Patton. Non credo sia un omonimo. Mike Patton, proprio lui. Chi conosce la sua musica forse ha capito qualcosa di più sul film in questione.