domenica 28 febbraio 2010


Roma città aperta

divx, domenica 28 febbraio 2010


Non ho mai ben capito perchè la rappresentazione fatta dei nazisti al cinema o in letteratura molte volte sia stata quella di un manipolo di gaudenti, pervertiti. Non fa eccezione un film com "Roma città aperta", girato a ridosso degli avvenimenti narrati, privo quindi di quella distanza temporale che ingantisce, mitizza le cose. Eppure, in un film credibile e attento al realismo la caratterizzazione dei nazisti ha qualcosa di torbido. Risente di echi del decadentismo che ha permeato molta grande cultura tedesca di quegli anni e sembra provenire più dall'idea dei nazisti nell'immaginario collettivo che dalla realtà dei fatti.

Come non notare una latente vena omosessuale nell'ufficiale delle SS che coordina le indagini? La stessa, però sfacciata, che anima la sua infiltrata e la lega alla giovane attricetta delatrice sedotta con abiti eleganti e sedativi. Per non parlare della scena in cui si vedono nazisti giocare a carte e bere con tanto di accompagnamento al pianoforte mentre a pochi passi da loro viene torturato un partigiano. Sono scene già viste altre volte in film più o meno nobili, più o meno riusciti, come "Salò", o "Il portiere di notte", o "Salon Kitty", per non parlare di quell'intero microcosmo di film erotici in salsa nazista. Un nazismo frivolo, libertino, tanto più terrificante quanto più immerso nei suoi innocui leggeri passatempi, nel suo sonno della ragione.
Niente a che fare con il ritratto di Eichmann fatto dalla Arendt, o dalle riprese del suo processo che hanno formato il documentario "Uno specialista". Lì c'è solo la mediocrità del burocrate a risaltare senza alcun bagliore di autentica, luciferina cattiveria. "La banalità del male" insomma, contro il viscontiano "Crepuscolo degli dei". Due visioni della stessa materia: la prima secca, analitica, sconvolgente, attenta ai fatti. La seconda lirica, apassionata, persa dietro le morbosità.

Ma questo è solo un aspetto, un puntiglio nell'osservazione, qualcosa che è rimasto incastrato nella mia retìna-rètina e non è sceso giù.

La grandezza di questo film è ben oltre il suo valore documentale, la sua affidabilità. E' nel suo essere cinema sempre in bilico. E' come se il film sembri sempre sul punto di finire, la pellicola sul punto di strapparsi, le immagini scurirsi per sempre. E' un film povero e si vede. Non ha la cura che da sempre chiediamo al cinema ma si tiene in equilibrio fino all'ultimo, vincendo, portando avanti un'idea quasi avanguardistica, fatta di momenti a bassa risoluzione, di scene senza luce. Eppure il film scorre e arriva alla parola fine attraverso una lunga serie di avvenimenti, di situazioni da ricordare, di dolcezze e crudezze. Vive in un'ampia gamma di sensazioni. Di ritratti umani semplici e credibili e senza rinunciare anche al superfluo, abbandonando il filo narrativo per contestualizzare, fare respirare, e avanzando nella storia per paragrafi, a salti, un pezzo alla volta in mezzo ad altro, ad altre storie, ad altri personaggi i cui destini sono legati a quello dei protagonisti ma hanno destini differenti e autonomi.

La storia in sè è semplice e si snoda intorno alla ricerca dell'ingegnere Manfredi da parte dei nazisti che occupano Roma. Manfredi è un capo della resistenza ed è comunista. Fugge dalla casa dove alloggia e si rifugia presso un partigiano di nome Francesco per sfuggire all'arresto. A tradirlo sarà la sua amante, sedotta dalle lusinghe naziste di una bella vita nel lusso, ottenebrata dalla droga e dal sesso. Cadrà con lui un prete di quartiere che fiancheggia la resistenza come può, animato da pietà cattolica.

La scena più famosa, la morte della Magnani, è a metà film. E' solo un episodio, ricco di pathos, slegato alla meccanica della trama, che non avrà grandi conseguenze per lo sviluppo della storia. Sembra sia ispirato a un fatto vero, la fucilazione di una donna incinta, raccolto dallo sceneggiatore Amidei che fu autentico partigiano e portò avanti con fierezza le sue idee politiche anche dopo la fine della guerra.

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