lunedì 29 marzo 2010


Io sono l'amore
Alcazar. lunedì 29 marzo 2010. ore 16.

Mettiamola così. Se il cinema fosse una partita a carte ci saremmo io, Luca Guadagnino e gli altri quattro, cinque spettatori di oggi all'Alcazar al primo spettacolo del pomeriggio.

"Posso mettere un po' di musica?" ci chiede il regista.

Certo.
"Mi lasci indovinare... questo è Philip Glass!"
"Sembra lui, vero? Invece è John Adams."
Ci guardiamo interdetti perchè nessuno di noi sa chi è. Poi su internet più tardi veniamo a sapere che è uno tosto, ha vinto pure il Pulitzer. Per conto mio provo a scaricare qualcosa di suo ma trovo poche fonti e lascio perdere. Comunque mi sa che abbiamo fatto una figura di merda.
Poi con uno schiocco di dita la saletta diventa un salone ampio spazioso di una casa di lusso ,e prima ancora di realizzare di essere lì arriva la servitù con i vassoi e le bevande.
"Prendete qualcosa, prego."
Oh, no no no.
"Insisto."
E tra un bicchierino e l'altro, un "fate come se fosse a casa vostra" che sembra una presa in giro perchè una casa così sarebbe capace di contenere per intero tutte le nostre case messe assieme , passa una mezz'oretta e siamo ancora alla prima mano.
Ecco, in casi come questo ho sempre l'impressione che a ribaltare il tavolo potrei trovare un manuale nascosto sulle ginocchia di qualche mio compagno di giochi. Ma la cosa più strana è che nessuno è qui per vincere. Nemmeno io. Quanto più ritorniamo a casa stracciati tanto più siamo contenti. Strano, vero? Ma siamo come l'Edoardo del film che per una volta che perde il suo incontro di tennis e trova uno più forte di lui gli diventa amico. ( E pensare che all'origine di tutto c'è un incontro di tennis! Ah, ah! Non ci avevo mica fatto caso.)
Ma allora perchè il manuale? Perchè a volte c'è chi confonde questo poker con una lettura dei tarocchi, che sempre le carte ci sono di mezzo; e l'interpretazione è roba da iniziati, tocca studiare, altrimenti si è venuti al cinema per niente e quando si esce fuori si ha la testa confusa più di quando si è entrati.
La mano di Guadagnino è qualcosa da fare tremare le ginocchia quando sventaglia uno dopo l'altro i suoi pezzi forti: il re è Gabriele Ferzetti, una di quelle carte che vengono da un mazzo più antico, scolorite e screpolate ai margini. Quando calano sul tavolo la partita si fa tremendamente seria. La regina è Tilda Swinton, praticamente l'anima del gioco. Capace di tutto. Figura incredibile ed emozionante che attraversa da sempre in maniera trasversale i confini tra i generi, cinematografici e sessuali. E se non bastasse c'è un'altra regina, Marisa Berenson. Tre paginette della storia del cinema niente male e se non sapete di chi sto parlando forse è meglio che diate subito un'occhiata al manuale che avete sulle ginocchia.
Il cavaliere è Pippo Delbono, regista e attore teatrale così stimato all'estero e lontano dal nostro cinema italiano che la sua apparizione suscita un certo stupore in quei pochi connazionali che sanno chi è. Peccato però che in questo caso il cavallo avrebbe recitato meglio del cavaliere, ma di cavalli, in un film così pieno di simboli di ricchezza, non ce n'è.
Poi tutta una schiera di piccoli fanti e damigelle, tra le quali spicca la solita Alba Rohrwacher, tutto sommato sempre nella parte e credibile figlia della Swinton; e perchè no Flavio Parenti, almeno per la sua importanza nella storia; ma ci metterei pure Diane Fleri che non ci sta mai male.
Per non parlare di Edoardo Gabriellini, in che ruolo non lo so. Lontano dall'aristocrazia delle carte migliori, appartiene alla categoria degli attori naturali, e dovrebbe fare efficace frizione, anche per esigenze di copione, con l'impostata dinastia dei Recchi, intorno alla quale ruota tutta la storia.
Ok, ho già scritto troppo.
Giochiamo a carte scoperte che mi sono rotto.
Non ho l'autorevolezza per dire che questo è un brutto film. Ci sono troppi segni che invitano alla prudenza. Il cast, prima di tutto. Questo è pur sempre un film che vuole distinguersi e mostra coraggio. Ma è un coraggio indecifrabile, che sembra prendersi gioco degli altri giocatori seduti allo stesso tavolo. Sfrutta le sue carte con troppa noncuranza, sbaglia i tempi e lascia interdetti. E' come se dicesse: "Lo so che avete un manuale sulle ginocchia. Allora lo sapete che vi dico? Che ne dite se ora gioco così? Eh, vi ho spiazzato. Tornate a rompervi la testa sul vostro manuale."
Così la regia si fa tutt'altro che invisibile. Di rado sfrutta le potenti armi del film. Siano esse scenografia, fotografia o recitazione. Prende attori eterogenei e li lascia mugugnare per buona parte del film. Di rado dicono una battuta di senso compiuto e quando lo fanno è così trascurabile, se non fastidiosa, retorica.
Poi c'è un altro problema. La sceneggiatura ammassa personaggi, situazioni ma non si mette mai a fuoco. Naviga tra momenti separati e non si capisce bene cosa succede nel frattempo. Non si capisce su cosa si fondi la ricchezza dei Recchi. Industriali ok, ma di che ramo?
E perchè vendono la società a fine film? E perchè dicono " saranno sempre più ricchi"? Problemi secondari ma fino a un certo punto. Perchè io, cazzo, lo voglio sapere. Altrimenti viene meno la credibilità di quello che mi viene raccontato. Non basta fare vedere un uomo dietro una scrivania che parla al telefono per dirlo un uomo d'affari. Nè mostrare l'argenteria lucidata, la servitù la piscina in giardino per raccontare un interno alto-borghese. Così come mi sembra una caratterizzazione riduttiva far vedere la moglie che quando gira per la città ha sempre almeno un paio di buste in mano, come se fosse un'eterna schiava dello shopping per passare il tempo.
Così come non basta un pranzo con tutta la famiglia al completo per evocare i Buddenbrook; o nominare l'erede dell'impero Tancredi per mandare un rimando a "Il Gattopardo" o mettere un poco di Mahler che fa tanto Visconti e decadentismo.
A volte ho l'impressione che sia proprio difficile al nostro cinema di oggi raccontare in maniera credibile sia la povertà e le classi meno abbienti del nostro tessuto sociale, che l'aristocrazia della ricchezza senza cadere nei manierismi, nella figurazione romanzesca, da rotocalco scandalistico o da articoletto di cronaca. Senza il gusto per l'aspetto estetizzante della miseria, economica o morale ma con lucidità, competenza specifica dell'argomento.
Ci riesce solo di parlare di uomini e donne qualunque, mediocri dalle vite mediocri e dalle mediocri ambizioni. Indefiniti, impalpabili e così simili a quello che siamo o al massimo potremmo essere. No grazie, non ne ho bisogno.
Sorvolo sull' "amore". Tanto ci sarà sempre un'altra occasione per parlarne quando c'è di mezzo un film italiano.
Che dire? Peccato. Di presunzione, forse.

sabato 27 marzo 2010


Zombi 2
divx. venerdì 26 marzo 2010.
Lucio Fulci è stato un personaggio sorprendente. Regista prolifico ha realizzato pellicole di ogni genere, dalle commedie di Totò, agli spaghetti western, ai peplum, ai primi film di Celentano per il quale è stato anche autore di celebri hit. Fino ai thriller e alla fortunata serie di horror che chiudono la sua carriera donandogli fama internazionale.
"Zombi 2" è il suo primo film dell'orrore. Realizzato in tutta fretta per sfruttare l'onda del successo del film di Romero, uscito appena un anno prima, finisce per incassare più del suo modello originario e fare indispettire il regista americano.
Ma questo è puro "exploitation", e cioè sfruttamento. In quegli anni non era raro che il botteghino sorridesse a pellicole così mediocri. Non chiede altro che fare tanta tanta paura e suggestionare il pubblico più suggestionabile. Se Kubrick si rivolge a Freud e alla sua "teoria del perturbante" per progettare il suo "Shining", Fulci sceglie la strada più breve e cerca lo shock visivo.
Corpi in putrefazione, cannibalismo, brutali omicidi e un finale memorabile.
Il collante è una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, recitata in maniera inverosimile da un gruppo di pessimi attori, qualche suggestione esotica e qualche scorcio di New York.
Ma la violenza di Fulci è così grafica e senza morale da riuscire a vincere anche lo spettatore più navigato. Da diventare inconsapevole arte, provocazione, schiaffo alle inibizioni benpensanti del cinema.
A distanza di anni rimane una testimonianza di un cinema minore anarchico e vitale che non esiste più.

venerdì 26 marzo 2010


Precious
divx. giovedì 25 marzo 2010.
Non so proprio che scrivere su questo film. Recuperato su internet in un versione sottotitolata. Chi sa già qualcosa della trama può immaginarsi quasi tutto.
Molto al di fuori dei canoni abituali, con un cast di prevalenza afroamericano e la partecipazione di alcune star del pop in ruoli secondari. Le qualità degli interpeti tengono in piedi un film rischioso, che affonda nel sordido e nel melodrammatico ma non perde mai naturalezza e credibilità.
Storia di una mezza resurrezione con incerto lieto fine.
Buon esercizio di cinema che nasconde i suoi trucchi più appariscenti e si mette al servizio completo della storia. Coraggioso nel porre al centro della scena un personaggio così estremo da rendere impossibile qualsiasi identificazione.

mercoledì 24 marzo 2010


Il profeta
cinema Tibur. Mercoledì 24 marzo 2010. ore 16
In culo la rivalità Italia-Francia. Quando si parla di cinema non è che si può vincere ai calci di rigore. Se Audiard giocasse a calcio sarebbe uno di quei giocatori solidi, massicci. Non dico un fantasista, uno di quelli dal dribbling acrobatico, dal pallonetto che lascia bocca aperta. Ma un giocatore di quelli sempre presenti, con la visione di insieme del campo, magari un po' fissati con le solite cose ma che poi finiscono per portare la fascia di capitano. Che mai e poi mai simulerebbero un fallo in area di rigore. E se fosse un allenatore avrebbe una squadra di nomi magari meno conosciuti ma compatti, coordinati e dal gioco aggressivo.
E se "Il profeta" fosse una partita di calcio non sarebbe la finale dei mondiali ma uno di quegli incontri che non perdono mai il ritmo, che non si spezzano mai e che durano più dei 90 minuti regolari ma chissenefrega, perchè meglio queste due ore e mezza delle volte che si vince senza meritarlo, per un errore della difesa avversaria o per una ispirazione isolata.
Non parlo di un film memorabile. La memoria pizzica corde più profonde e il microcosmo del film è troppo ristretto e alieno, si prende tutta l'attenzione concedendo poche emozioni di contrabbando. Per intenderci: il fascino della malavita organizzata, il mondo sconosciuto del carcere, delle sue leggi non scritte e della sua quotidianità, il percorso di formazione criminale di un giovane delinquente. Tutte cose che solleticano lo spettatore perchè ben pochi sanno veramente di cosa si parla.
Ma per il resto è la storia di un piccolo pesce che impara a nuotare, sopravvive al suo acquario, lo libera dal suo capobranco e acquista il diritto alla terraferma. Entra analfabeta, orfano e senza identità. Ne esce istruito, lucido, arricchito e con una famiglia acquisita. Francese di origine araba, bilingue e senza religione, sopravvive in virtù della sua collocazione indefinita. Servitore di più padroni, fino a diventare padrone delle loro lingue, vincitore proprio per la sua natura ibrida e individuale, che si schiera di volta in volta con la comunità con la quale più gli conviene, prima di recuperare la coerenza con le proprie radici e la propria razza, senza abbandono e senza convinzione, tenendosi sul filo dell'infedeltà.
Non c'è un "Padre nell'alto dei cieli" nella religione islamica o almeno non credo.
La figura paterna rientra di più nella sensibilità cristiana. Per questo carcerato che trova poco per volta il suo personale rapporto con il sacro c'è un percorso che elude lo slancio melodrammatico che rendono notevoli e complesse le figure già cinematografiche di altri criminali di fede cattolica.
Non c'è un "padrino" che amministra con ferocia il male e il bene secondo la sua etica contraddittoria e coerente al tempo stesso. Non c'è un tema di Nino Rota a sublimare nel tragico.
C'è un "padrino" terreno e anziano, potente come il dio di un piccolo mondo chiuso che perde poco per volta i suoi proseliti, la sua corona, i suoi fedeli, la sua servitù. Che amministra con ferocia per egoismo , ha la sua forza nella corruzione e usa il suo potere per il preservare il potere e per istinto di sopravvivenza. Che sarebbe un padre patetico se non fosse tanto crudele per un ragazzo orfano e senza protezione; che viene destituito dal figlio come un dio dell'antica Grecia. Eccolo, il personaggio classico, la figura da antologia, riconoscibile dai nostri parametri di mitologia, dalla nostra cultura.
Il protagonista è altro: sfuggente, ambiguo, poliglotta, portatore di una cultura multirazziale, contemporaneo.
Bellissimo film di un altro figlio (d'arte) che gioca coi sentimenti senza essere sentimentale, che nobilita la presunta freddezza di certo cinema d'autore francese con una grande storia, che restringe la sua gamma cromatica alle tinte più cupe ma senza esasperale più del necessario. Che è violento senza gusto per la violenza. Che è anche tenero ma con pudore.

lunedì 22 marzo 2010


Mara Renato e io
Ieri ho finito di leggere "Mara Renato e io". E' il primo libro di memorie di Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse. La sua prima edizione era del 1988. Appena un anno prima era avvenuto l'atto ufficiale della sua dissociazione dalla lotta armata.Allinea a destraNegli anni mi è capitato di leggere parecchi libri sull'argomento del terrorismo politico in Italia. Questo è l'ultimo e devo ammettere mi ha procurato un leggero senso di nausea.
Le riflessioni dell'autore, raccolte e organizzate con l'aiuto di due giornalisti de "L'espresso", riportano più che altrove il senso di quegli anni. C'è una terminologia specifica che oggi suona datata, così come nei miti e nelle letture di quegli anni si avverte oggi, vent'anni dopo la pubblicazione del libro e quaranta dalla fondazione delle Brigate Rosse, l'intera prospettiva di una stagione chiusa, dimenticata, definitivamente distante.
Qualcuno ha di recente stigmatizzato la nascita di una fiorente letteratura sul terrorismo, un vero sottogenere di memorie di ex-brigatisti. Hanno scritto in parecchi: Moretti, Faranda, Morucci, Braghetti, Gallinari. Franceschini pure si è cimentato almeno due volte sull'argomento.
Pur non riscuotendo cifre da record sono libri che hanno un discreto successo nella difficile categoria dei saggi. Per giusta e interessante controparte stanno cominciando ad affermarsi le opere che raccontano un'altro punto di vista. Quello dei parenti delle vittime. Sono racconti puù strazianti, di persone che spesso per la giovanissima età hanno vissuto gli anni di piombo da bambini, orfani.
Sono loro a scagliarsi con più violenza contro questa letteratura e il mito, sfocato ma persistente, del terrorismo rosso.
E' da diverso tempo che mi chiedo se sarà mai possibile in Italia affrontare il discorso degli anni di piombo nella sua globalità con un grande film. Perchè se è vero che in libreria certe opere funzionano è altrettanto vero che in cinema italiano è piuttosto reticente all'argomento.
Metto da parte i discorsi sullo stato di salute del cinema italiano come industria. Mi chiedo soltanto: se esistessero i produttori capaci di sostenere un simile progetto; potendo contare sui migliori sceneggiatori al massimo della loro ispirazione; trovando pure un regista di talento che si fa carico dell'operazione con tutti i suoi rischi; che tipo di film dovrebbe uscire fuori?
Forse dovrebbe essere un film come "Romanzo criminale".
Un'opera corale, che attraversa gli anni e racconta la storia sommersa dell'Italia, tra criminali uomini dello Stato e vie di mezzo. Non potrebbe avere però lo stesso tono leggero che sconfina con le tentazioni di genere, la collaudata epica della malavita.
E' uno strano discorso, il più nebuloso dei miei quesiti.
Siamo riusciti a raccontare la Mafia in tanti modi. Non solo nel coraggio di chi, grande o piccolo, l'ha affrontata il più delle volte a costo della vita. Ma tante volte anche raccontando il punto di vista del mafioso, la sua carriera criminale, trasfigurandolo in un'eroe negativo e a volte tragico. A volte anche con leggerezza e ironia. Non siamo mai riusciti a raccontare i brigatisti. Perchè?
Forse perchè non meritano la stessa attenzione? Sono personaggi più patetici, contraddittori e forse noiosi? Sono confinati in un preciso periodo storico e risulterebbero in molti casi inattuali?
Perchè il terrorismo è stato sconfitto? Perchè è chiaro che sull'argomento c'è ancora qualcosa di non chiaro, da rivelare, tant'è che neanche sul solo episodio del rapimento Moro si è mai riuscito a girare un film completo, esaustivo? Perchè il terrorismo crea ancora un fastidioso irrisolto problema di coscienza che potrebbe riguardare l'uomo qualunque mentre la Mafia è un fenomeno più specifico e più facile da semplificare anche per quanto riguarda certe sue connotazioni geografiche?
Forse perchè la vittoria dello stato sul terrorismo è stata così schiacciante che non esiste più un solo terrorista che possa definirsi un uomo degno di interesse. Nessuno potrebbe mai avere l'epicità di un personaggio di finzione come Vito Corleone. Non hanno alle spalle aspetti folcloristici come " la famiglia", l' "onore". Sono uomini distrutti. Dissociati. Che già solo nel termine sembra ricondursi a un qualche disturbo mentale. Del tutto interessati a tenersi lontani dai riflettori. Che si portano appresso il peso delle loro responsabilità e l'odio di molti.
Ma sono due riflessioni che mi tengo per ultime.
La prima. Esistono molti libri di ex-brigatisti. Molti di loro, tra cui lo stesso Franceschini, sono state figure di primo piano; o hanno avuto un ruolo da protagonisti in alcune vicende molto importanti e conosciute. Però il loro periodo di attività è per tutti molto breve, qualche anno appena. Più della metà del libro in questione è infatti il resoconto dei lunghi anni di carcere. Questa è forse pure la parte più interessante perchè inedita e personale, lontana dalla cronologia dei sequestri, degli attentati e dei comunicati di rivendicazione.
Sono invece pochissimi i libri di memorie dei mafiosi. Solo nel caso di Buscetta si tratta di un personaggio di primissimo piano. Le sue riflessioni sono però limitate. Il contributo più importante lo dà alla magistratura e non all'editoria. E soprattutto non perde mai la sua dignità. Non sembra mai un uomo devastato, sconfitto. A lui vanno addirittura i ringraziamenti e gli attestati di stima di Giovanni Falcone o di Enzo Biagi.
Ma la mafia si sa, non parla. Non ha la stessa grafomania del terrorismo. Non ha bisogno di propaganda, mantiene un profilo basso, non cerca mai la propria affermazione, il proprio riconoscimento. Anzi, nega la sua stessa esistenza. In questa sua ambiguità, nella sua radicazione su un terreno meno intellettuale , nella sua indefinitezza sta il segreto della sua forza e forse del suo fascino.
La seconda riflessione mi viene da "Delitto imperfetto" il libro che Nando Dalla Chiesa ha scritto sull'omicidio del padre, il generale Dalla Chiesa. Il generale è stato in primissima linea su entrambi i fronti del terrorismo e della lotta alla mafia. Centrale per la vittoria sul primo fronte. Morto a Palermo per mano mafiosa.
Il terrorismo dice Nando Dalla Chiesa è stato sconfitto perchè era un corpo estraneo allo Stato, mirava a colpirlo e destabilizzare l'ordine sociale. Lo Stato in pericolo si è compattato e ha vinto.
La Mafia non la si è vinta perchè la Mafia è nello stato, non cerca lo scontro ma l'integrazione. Chi la vuole combattere sa di doversi mettere contro una parte dello stesso Stato, la più corrotta ma non per forza la più debole.
Non si può fare un film sulle Brigate Rosse senza un grande coraggio. Si potrebbe soltanto raccontarlo senza problemi dal punto delle forze che lo combatterono. Ma raccontarlo dal punto di vista dei brigatisti no. Si avrebbe tutti contro. In questo si può dire che lo stato ha davvero sconfitto il terrorismo.

sabato 20 marzo 2010


Good morning Aman
dvd. Sabato 20 marzo 2010.
C'è la convinzione in molto cinema italiano che quanto più si rovisti nella monnezza tanto più si possano trovare tesori. Un'estetica da bancarella che a volte parte da buone intenzioni ma finisce con esiti pessimi. L'eterno ritorno del neorealismo di decennio in decennio, sempre peggiore.
Un conto è sviscerare la realtà, raccontare un'Italia che vive al di fuori delle statistiche, le vite degli invisibili o i drammi degli emarginati. Un altro è attaccarsi all'ebbrezza del trucido, alla fascinazione della borgata sognando Spike Lee o Pasolini, facendo dell'inchiesta sociale un pretesto per lavarsi la coscienza, darsi un tono, scandalizzare o non parlare sempre d'amore. E poi annegare una sceneggiatura che si può raccontare davvero con solo dieci parole ( e dovrebbero essere le migliori). E fare pasticci di regia, di montaggio perchè questo è un film indipendente.
Forse davvero il problema è tutto qui. C'è poca sostanza per una storia di un'ora e mezza. E' un film accattivante all'esterno ma troppo acerbo quando lo si va a mordere.
Purtroppo a volte fastidioso. Il regista ha la mano troppo pesante e si accanisce sui suoi personaggi. Non se ne salva uno. Il pugile svitato depresso. Il giovane somalo perso dietro ai suoi sogni ad occhi aperti. La bella disgraziata che non si capisce che lavoro fa e il suo inutile fidanzato-datore di lavoro-protettore?
No, a dire il vero il mio preferito è Said, l'amico di Aman.
Ha un bellissimo volto e magnifici occhiali e sembra più intelligente e maturo del protagonista. Scompare dopo un quarto d'ora, parte per Londra.
Le bugie che Aman gli racconta al telefono sono la cosa migliore del film.
Il resto è un'opera prima, potenzialmente valida ma troppo compiaciuta, che infila un gusto da videoclip e canzoni, parolacce, citazioni e movimenti di macchina in una storia di personaggi beffati dalla vita, che chiedono più rispetto. Anche dal loro regista.

venerdì 19 marzo 2010


Shutter island
Uci cinema Marconi, venerdì 19 marzo 2010, ore 19.30

Ci stanno due agenti federali (FBI) che sembrano Gianni e Pinotto su una nave in mezzo al mare.
Uno è Leonardo di Caprio. Da anni sta tentando di farsi crescere la barba ma non c'è niente da fare. Con quello che gli si raccoglie in fondo al mento non se ne cava neppure un pizzetto. Ma Di Caprio è tanto un bel ragazzo e si vede che questa cosa gli pesa da tempo. Diciamo da quell'altro film con un'altra barca in mezzo all'oceano. "Riuscirò mai a diventare grande?" si chiede " O sarò sempre il ragazzetto irrequieto dai bei occhi blu che tanto faceva innamorare le ragazzine? E poi, soprattutto, come mai faccio film che vengono coperti di Oscar e non ne scappa mai uno pure per me? Caro Martin, ti prego, dimmelo tu."
"Caro Leo, che ti posso dire? Persevera, sei bravo. Un po' limitato ma bravo. Non fanno per te i personaggi dalle tante sfumature psicologiche. Per te va bene uno che alza la voce di tanto in tanto, si infervora, gesticola, aggrotta le sopracciglie, e sporge il viso in avanti a mostrare i suoi begli occhioni blu. Ringrazia dio o almeno i tuoi genitori che sei nato in America e hai incontrato me. Con quel cognome che ti ritrovi se nascevi in Italia saresti stato un perfetto Stefano Accorsi per Muccino."
Va bene, ricominciamo.
Ci stanno due agenti federali in mezzo al mare. Uno è Leonardo Di Caprio. Si è fatto crescere due peli sul mento, ha messo su una decina di chili, indossa un cappotto che lo rende bolso, la cravatta più brutta della storia del cinema e sembra un ragazzetto che ha rubato il cappotto del nonno. L'altro è Mark Ruffalo. Indossa lo stesso cappotto del nonno di Di Caprio ed è bolso anche lui.
La prima domanda che mi sono posto è stata: ci sono due agenti federali che stanno andando in un penitenziario di massima sicurezza, un manicomio criminale dei peggiori e non ci stanno andando per soggiornarvi bensì per lavoro. Il loro lavoro è sporco, insidioso e ha tutta l'aria di poter durare a lungo. Eppure non si portano nemmeno un ricambio, una valigia con quattro panni dentro?
Tant'è che verso la metà del film finiscono sotto la pioggia e sono costretti a indossare la divisa degli infermieri del posto.
Ma si può trovare una risposta a questo interrogativo tra le righe del film, diciamo tra quelle finali.
La seconda domanda è assai stupida. Il cinema, è vero, taglia il superfluo. Il montaggio rende lineari e susseguenti episodi che si svolgono a distanza di tempo. Non so perchè, ma mi sono chiesto: DiCaprio va mai in bagno? Oppure è talmente sempre pieno di fervore e di cose da fare, da dire che non trova mai il tempo? Oppure i suoi personaggi febbrili e nervosi sono in realtà afflitti da stitichezza cronica? Caro Di Caprio la vedo così, il giorno che farai un film in cui un tuo personaggio si fa una pisciata in santa pace forse vincerai l'Oscar. Perchè è questo che manca alle tue interpretazioni. Qualcosa di più quotidiano, la rilassatezza, le piccole cose che ci rendono umani. Ti prendi troppo sul serio e questo, scusa se te lo dico, finisce per rompere il cazzo.
Ma forse il film ha una risposta tra le righe anche per questo, in un piccolo frammento di scena sempre verso la fine.
La terza domanda non ha risposta. Scorsese, perchè hai fatto questo film? "Shutter island" è il film più brutto della tua carriera. Ti sei circondato di collaboratori pluridecorati, tra i migliori per ogni reparto, e poi hai una sceneggiatura così cretina tra le mani.
Vedendo il film ho avuto una chiara intuizione. Da sempre il cinema pone spesso lo spettatore di fronte all'angoscia. Sono pochi i registi che sanno maneggiarla con cura. In sala, di fronte a una storia con prospettive angosciose comincio ad inquietarmi e prego sinceramente che l'angoscia non superi mai un certo livello. E quando un regista riesce a spaventarmi a morte ma poi a tirarmi fuori con intelligenza gliene sono parecchio grato. Il film ne giova e diventa gradevole, ne si conserva un buon ricordo e si rivede con piacere. In un solo caso ho visto l'angoscia montare fino alle sue conseguenze estreme ma con un rigore intelletuale che vinceva ogni scommessa, smascherava il meccanismo delle aspettative dello spettatore e rendeva "Funny games" un capolavoro.
Il più delle volte si stempera l'angoscia con l'ironia. In "Fuori orario" Scorsese faceva il gioco inverso e stemperava l'ironia con l'angoscia.
Ma in "Shutter island" l'angoscia è stemperata col ridicolo. Tutto ha il sapore dei romanzetti che si trovano in edizioni supereconomiche nelle edicole delle stazioni, che si comprano prima di un viaggio e si leggono durante le vacanze e poi si dimenticano su una panchina nel parco, sul vagone del treno, sul tavolino di un bar.
Ci sono cose molto bizzarre nel film. Nei piccoli segni dissonanti di questo lavoro ci trovo le cose più interessanti. Il cielo fasullo che fa da sfondo alle prime scene del film, nel dialogo tra i due sulla barca e verso la metà, in una delle scene sulla scogliera. Dà un sapore di vecchio cinema a colori anni '60.
Sempre nella scena del dialogo a due sulla barca è chiaro che Scorsese e la sua montatrice se ne fottono della continuità e negli stacchi tra campo e controcampo salta più volte all'occhio che qualcosa non torna, la posizione di un attore non si ricollega a quella dell'inquadratura precedente. Ne esce fuori un leggero sapore da nouvelle vague mischiato al cinema classico, in un completo contesto anacronistico. " Qualcosa non torna" sembra suggerire Scorsese sin dall'inizio con le sue armi più raffinate.
C'è un uso abbastanza insistito di panoramiche a schiaffo, specie nella prima parte. Più che schiaffi vere dita negli occhi dello spettatore.
E poi i flashback! E le sequenze oniriche! Mio dio, Scorsese come sei caduto in basso, come sei uscito fuori dal tuo registro!
Vedendole ho pensato più volte a Coppola e al suo ultimo film. La bizzarria lì era un discorso organico e tutto era romanzesco e fuori le righe, ma c'era poesia coraggio omogeneità personalità.
Qui è tutto romanzesco ma stupido impersonale disonesto.

“Shutter island”.

“Qualcuno è fuggito” è scritto sotto al titolo sulle locandine italiane.

Sì, forse dalla sala.

mercoledì 10 marzo 2010


Alice in wonderland 3d
Madison, domenica 7 marzo 2010. 0re 23.

Tim Burton è talmente abile nel trattare i miti che è diventato un mito egli stesso. Uno dei pochi registi a essere a volte più importante dei film che gira. Ha fatto della sua peculiare fantasia, un horror addolcito e fiabesco, un marchio di fabbrica.
La sua versione di Alice sarebbe potuta essere un'apoteosi delirante. Le premesse c'erano tutte.
Ma se il film non decolla è per via di una sceneggiatura senza capo nè coda, che si appiattisce su un classico finale fantasy con tanto di mostro alato da uccidere.
I miti si possono pure reinventare, senza stravolgerli troppo. Vivono una vita più florida nell'immaginario collettivo che tra le pagine del libro originario. Non chiedono fedeltà ma rispetto.
Tim Burton lo sa e li fronteggia da quasi vent'anni alla pari.
Allora, un volta in sala, occhialetti sul naso, chi siete venuti a vedere: Tim Burton o Alice?
E' un vero peccato.
Quello che regge in piedi il tutto è il talento grafico del suo esecutore.
Perfetti i dettagli, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi.
Ma se dovessi scegliere il mio preferito rispondo Alice. In un trionfo di effetti speciali ha il viso acqua e sapone di una ragazzina di 18 anni.

domenica 7 marzo 2010


Jennifer's body
divx. domenica 7 marzo 2010.

Non c'è molto a parte il corpo di Jennifer. Rimango incantato, devo ammettere, dalla incredibile espressività di Megan Fox. Non è saper recitare ma fare scintille. La regista Kusama rende adeguato servigio alle grazie della sua protagonista e le usa con l'efficacia di un mitragliatore. Se la critica è stata tanto severa con questo film è perchè promette e non mantiene. Punta la sua artiglieria e si limita a fare "bang" con la bocca o al limite a leccare la canna del fucile.
Delude il maschio perchè il colpo non parte mai. Delude il pubblico femminile perchè non può sapere cosa è un'erezione. Delude il pubblico degli adulti a cui il film finisce per essere riservato perchè è un film troppo adolescenziale. Delude gli amanti dei b-movies, dello spirito dei quali è impregnato fino al midollo, perchè è un prodotto troppo patinato.
Bella confezione tutto sommato. Si lascia guardare. Una volta sola, però.
Alla seconda si comette peccato.

sabato 6 marzo 2010


Il silenzio
divx, sabato 6 marzo 2010

E' difficile parlare di un film come "Il silenzio", e forse in genere del cinema di Bergman. C'è una tale compattezza che lo attraversa dall'inizio della sua piena maturità fino alle ultime grandi opere, una coerenza nella sua visione del mondo e nel modo di raccontarla.
In più è difficile scindere la singola opera dalle altre, considerarla un episodio tra i tanti, trattarla autonomamente, specie se non si conosce appieno la sua filmografia. Forse, a rischio di risultare eretici, si può perfino dire che molto cinema di Bergman si assomiglia: situazioni, toni e gli stessi volti di attori e attrici si ripresentano in pellicole diverse.
Se il suo cinema è considerato difficile non è solo per le tematiche, per l'assoluta mancanza di superficialità che sembra vietare a chi lo guarda una superficialità di giudizio, ma anche per la mancanza di brillantezza. Non c'è nulla che sembra essere fatto per compiacere, mai una strizzata d'occhio, un colpo basso, una sola mossa da ruffiano. Per questo manca molto spesso anche una battuta da ricordare, una scena da rivedere con piacere, un guizzo di sceneggiatura.
Non è di brillantezza che vive il suo cinema ma di oscurità. Una parte del suo cinema sembra un lento ma inesorabile avanzare verso il buio. Ne è un esempio "Sussurri e grida", simile ad alcune cose di questo "Il silenzio". Una persona malata e il lento, inesorabile e invisibile avanzare della sua malattia. Se non si può filmare la malattia, si possono soltanto ritrarre gli effetti esterni, quelli più plateali: il contorcersi di un corpo, le urla di dolore o i rantoli, gli stravolgimenti che ha sul carattere, la maniera diversa di affrontare la situazione di chi la vive da vicino.
In entrambi i film è percepibile una febbre allucinatoria che divora la realtà, uno spirito claustrofobico, la dilatazione del tempo. Quanto più non accade nulla di rilevante, tanto più è chiaro che qualcosa dovrà accadere. Qualcosa di grande, rivelatore, in alcuni casi mistico. La morte o la malattia sono come un miracolo, al quale si può assistere e restarne stupefatti ma senza comprendere fino in fondo, a meno che non lo si viva in prima persona.
La morte e la malattia avvicinano a Dio o al demonio. Chi ne resta fuori, non può che ritrarsi, cercare rifugio in una vita più semplice e senza dio, riadattarsi come può alla propria meschinità.
Meschinità. E' un elemento ricorrente nei ritratti umani di Bergman. Forse proprio l'elemento umano principe, il più identificativo, un oggetto di frequente analisi da parte del regista.
Nell'approfondimento della meschinità umana vive la tensione più alta di molto suo cinema. E' nella rinuncia a una vita più degna, nell'assecondare i propri vizi che rendono l'uomo miserabile. O nella ricerca della coerenza con i principi della propria morale che rendono l'uomo inviso ai propri simili, quando non ai propri familiari, e lo confinano nel difficile ruolo del moralizzatore. Combattuto, nel caso specifico, tra la propria morale e la parte incerta dei propri sentimenti,;tra il proprio rigore intellettuale e le proprie pulsioni erotiche.
Tra le due figure di donne, quella di un bambino. Anche egli partecipa a modo suo allo stravolgimento della realtà, rifugiandosi di continuo nel gioco. Lontano dal conflitto morale, e anche per questo capace di piccole inconsapevoli crudeltà- vive la trasognata incoscienza della sua età, nell'eccezionalità del momento, fuori dal suo mondo quotidiano, in un albergo (una casa-non-casa), lontano dai suoi coetanei in un mondo di adulti dove gli unici suoi simili sono un bizzarro gruppo di nani.