mercoledì 24 marzo 2010


Il profeta
cinema Tibur. Mercoledì 24 marzo 2010. ore 16
In culo la rivalità Italia-Francia. Quando si parla di cinema non è che si può vincere ai calci di rigore. Se Audiard giocasse a calcio sarebbe uno di quei giocatori solidi, massicci. Non dico un fantasista, uno di quelli dal dribbling acrobatico, dal pallonetto che lascia bocca aperta. Ma un giocatore di quelli sempre presenti, con la visione di insieme del campo, magari un po' fissati con le solite cose ma che poi finiscono per portare la fascia di capitano. Che mai e poi mai simulerebbero un fallo in area di rigore. E se fosse un allenatore avrebbe una squadra di nomi magari meno conosciuti ma compatti, coordinati e dal gioco aggressivo.
E se "Il profeta" fosse una partita di calcio non sarebbe la finale dei mondiali ma uno di quegli incontri che non perdono mai il ritmo, che non si spezzano mai e che durano più dei 90 minuti regolari ma chissenefrega, perchè meglio queste due ore e mezza delle volte che si vince senza meritarlo, per un errore della difesa avversaria o per una ispirazione isolata.
Non parlo di un film memorabile. La memoria pizzica corde più profonde e il microcosmo del film è troppo ristretto e alieno, si prende tutta l'attenzione concedendo poche emozioni di contrabbando. Per intenderci: il fascino della malavita organizzata, il mondo sconosciuto del carcere, delle sue leggi non scritte e della sua quotidianità, il percorso di formazione criminale di un giovane delinquente. Tutte cose che solleticano lo spettatore perchè ben pochi sanno veramente di cosa si parla.
Ma per il resto è la storia di un piccolo pesce che impara a nuotare, sopravvive al suo acquario, lo libera dal suo capobranco e acquista il diritto alla terraferma. Entra analfabeta, orfano e senza identità. Ne esce istruito, lucido, arricchito e con una famiglia acquisita. Francese di origine araba, bilingue e senza religione, sopravvive in virtù della sua collocazione indefinita. Servitore di più padroni, fino a diventare padrone delle loro lingue, vincitore proprio per la sua natura ibrida e individuale, che si schiera di volta in volta con la comunità con la quale più gli conviene, prima di recuperare la coerenza con le proprie radici e la propria razza, senza abbandono e senza convinzione, tenendosi sul filo dell'infedeltà.
Non c'è un "Padre nell'alto dei cieli" nella religione islamica o almeno non credo.
La figura paterna rientra di più nella sensibilità cristiana. Per questo carcerato che trova poco per volta il suo personale rapporto con il sacro c'è un percorso che elude lo slancio melodrammatico che rendono notevoli e complesse le figure già cinematografiche di altri criminali di fede cattolica.
Non c'è un "padrino" che amministra con ferocia il male e il bene secondo la sua etica contraddittoria e coerente al tempo stesso. Non c'è un tema di Nino Rota a sublimare nel tragico.
C'è un "padrino" terreno e anziano, potente come il dio di un piccolo mondo chiuso che perde poco per volta i suoi proseliti, la sua corona, i suoi fedeli, la sua servitù. Che amministra con ferocia per egoismo , ha la sua forza nella corruzione e usa il suo potere per il preservare il potere e per istinto di sopravvivenza. Che sarebbe un padre patetico se non fosse tanto crudele per un ragazzo orfano e senza protezione; che viene destituito dal figlio come un dio dell'antica Grecia. Eccolo, il personaggio classico, la figura da antologia, riconoscibile dai nostri parametri di mitologia, dalla nostra cultura.
Il protagonista è altro: sfuggente, ambiguo, poliglotta, portatore di una cultura multirazziale, contemporaneo.
Bellissimo film di un altro figlio (d'arte) che gioca coi sentimenti senza essere sentimentale, che nobilita la presunta freddezza di certo cinema d'autore francese con una grande storia, che restringe la sua gamma cromatica alle tinte più cupe ma senza esasperale più del necessario. Che è violento senza gusto per la violenza. Che è anche tenero ma con pudore.

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