lunedì 29 marzo 2010


Io sono l'amore
Alcazar. lunedì 29 marzo 2010. ore 16.

Mettiamola così. Se il cinema fosse una partita a carte ci saremmo io, Luca Guadagnino e gli altri quattro, cinque spettatori di oggi all'Alcazar al primo spettacolo del pomeriggio.

"Posso mettere un po' di musica?" ci chiede il regista.

Certo.
"Mi lasci indovinare... questo è Philip Glass!"
"Sembra lui, vero? Invece è John Adams."
Ci guardiamo interdetti perchè nessuno di noi sa chi è. Poi su internet più tardi veniamo a sapere che è uno tosto, ha vinto pure il Pulitzer. Per conto mio provo a scaricare qualcosa di suo ma trovo poche fonti e lascio perdere. Comunque mi sa che abbiamo fatto una figura di merda.
Poi con uno schiocco di dita la saletta diventa un salone ampio spazioso di una casa di lusso ,e prima ancora di realizzare di essere lì arriva la servitù con i vassoi e le bevande.
"Prendete qualcosa, prego."
Oh, no no no.
"Insisto."
E tra un bicchierino e l'altro, un "fate come se fosse a casa vostra" che sembra una presa in giro perchè una casa così sarebbe capace di contenere per intero tutte le nostre case messe assieme , passa una mezz'oretta e siamo ancora alla prima mano.
Ecco, in casi come questo ho sempre l'impressione che a ribaltare il tavolo potrei trovare un manuale nascosto sulle ginocchia di qualche mio compagno di giochi. Ma la cosa più strana è che nessuno è qui per vincere. Nemmeno io. Quanto più ritorniamo a casa stracciati tanto più siamo contenti. Strano, vero? Ma siamo come l'Edoardo del film che per una volta che perde il suo incontro di tennis e trova uno più forte di lui gli diventa amico. ( E pensare che all'origine di tutto c'è un incontro di tennis! Ah, ah! Non ci avevo mica fatto caso.)
Ma allora perchè il manuale? Perchè a volte c'è chi confonde questo poker con una lettura dei tarocchi, che sempre le carte ci sono di mezzo; e l'interpretazione è roba da iniziati, tocca studiare, altrimenti si è venuti al cinema per niente e quando si esce fuori si ha la testa confusa più di quando si è entrati.
La mano di Guadagnino è qualcosa da fare tremare le ginocchia quando sventaglia uno dopo l'altro i suoi pezzi forti: il re è Gabriele Ferzetti, una di quelle carte che vengono da un mazzo più antico, scolorite e screpolate ai margini. Quando calano sul tavolo la partita si fa tremendamente seria. La regina è Tilda Swinton, praticamente l'anima del gioco. Capace di tutto. Figura incredibile ed emozionante che attraversa da sempre in maniera trasversale i confini tra i generi, cinematografici e sessuali. E se non bastasse c'è un'altra regina, Marisa Berenson. Tre paginette della storia del cinema niente male e se non sapete di chi sto parlando forse è meglio che diate subito un'occhiata al manuale che avete sulle ginocchia.
Il cavaliere è Pippo Delbono, regista e attore teatrale così stimato all'estero e lontano dal nostro cinema italiano che la sua apparizione suscita un certo stupore in quei pochi connazionali che sanno chi è. Peccato però che in questo caso il cavallo avrebbe recitato meglio del cavaliere, ma di cavalli, in un film così pieno di simboli di ricchezza, non ce n'è.
Poi tutta una schiera di piccoli fanti e damigelle, tra le quali spicca la solita Alba Rohrwacher, tutto sommato sempre nella parte e credibile figlia della Swinton; e perchè no Flavio Parenti, almeno per la sua importanza nella storia; ma ci metterei pure Diane Fleri che non ci sta mai male.
Per non parlare di Edoardo Gabriellini, in che ruolo non lo so. Lontano dall'aristocrazia delle carte migliori, appartiene alla categoria degli attori naturali, e dovrebbe fare efficace frizione, anche per esigenze di copione, con l'impostata dinastia dei Recchi, intorno alla quale ruota tutta la storia.
Ok, ho già scritto troppo.
Giochiamo a carte scoperte che mi sono rotto.
Non ho l'autorevolezza per dire che questo è un brutto film. Ci sono troppi segni che invitano alla prudenza. Il cast, prima di tutto. Questo è pur sempre un film che vuole distinguersi e mostra coraggio. Ma è un coraggio indecifrabile, che sembra prendersi gioco degli altri giocatori seduti allo stesso tavolo. Sfrutta le sue carte con troppa noncuranza, sbaglia i tempi e lascia interdetti. E' come se dicesse: "Lo so che avete un manuale sulle ginocchia. Allora lo sapete che vi dico? Che ne dite se ora gioco così? Eh, vi ho spiazzato. Tornate a rompervi la testa sul vostro manuale."
Così la regia si fa tutt'altro che invisibile. Di rado sfrutta le potenti armi del film. Siano esse scenografia, fotografia o recitazione. Prende attori eterogenei e li lascia mugugnare per buona parte del film. Di rado dicono una battuta di senso compiuto e quando lo fanno è così trascurabile, se non fastidiosa, retorica.
Poi c'è un altro problema. La sceneggiatura ammassa personaggi, situazioni ma non si mette mai a fuoco. Naviga tra momenti separati e non si capisce bene cosa succede nel frattempo. Non si capisce su cosa si fondi la ricchezza dei Recchi. Industriali ok, ma di che ramo?
E perchè vendono la società a fine film? E perchè dicono " saranno sempre più ricchi"? Problemi secondari ma fino a un certo punto. Perchè io, cazzo, lo voglio sapere. Altrimenti viene meno la credibilità di quello che mi viene raccontato. Non basta fare vedere un uomo dietro una scrivania che parla al telefono per dirlo un uomo d'affari. Nè mostrare l'argenteria lucidata, la servitù la piscina in giardino per raccontare un interno alto-borghese. Così come mi sembra una caratterizzazione riduttiva far vedere la moglie che quando gira per la città ha sempre almeno un paio di buste in mano, come se fosse un'eterna schiava dello shopping per passare il tempo.
Così come non basta un pranzo con tutta la famiglia al completo per evocare i Buddenbrook; o nominare l'erede dell'impero Tancredi per mandare un rimando a "Il Gattopardo" o mettere un poco di Mahler che fa tanto Visconti e decadentismo.
A volte ho l'impressione che sia proprio difficile al nostro cinema di oggi raccontare in maniera credibile sia la povertà e le classi meno abbienti del nostro tessuto sociale, che l'aristocrazia della ricchezza senza cadere nei manierismi, nella figurazione romanzesca, da rotocalco scandalistico o da articoletto di cronaca. Senza il gusto per l'aspetto estetizzante della miseria, economica o morale ma con lucidità, competenza specifica dell'argomento.
Ci riesce solo di parlare di uomini e donne qualunque, mediocri dalle vite mediocri e dalle mediocri ambizioni. Indefiniti, impalpabili e così simili a quello che siamo o al massimo potremmo essere. No grazie, non ne ho bisogno.
Sorvolo sull' "amore". Tanto ci sarà sempre un'altra occasione per parlarne quando c'è di mezzo un film italiano.
Che dire? Peccato. Di presunzione, forse.

Nessun commento:

Posta un commento