lunedì 22 marzo 2010


Mara Renato e io
Ieri ho finito di leggere "Mara Renato e io". E' il primo libro di memorie di Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse. La sua prima edizione era del 1988. Appena un anno prima era avvenuto l'atto ufficiale della sua dissociazione dalla lotta armata.Allinea a destraNegli anni mi è capitato di leggere parecchi libri sull'argomento del terrorismo politico in Italia. Questo è l'ultimo e devo ammettere mi ha procurato un leggero senso di nausea.
Le riflessioni dell'autore, raccolte e organizzate con l'aiuto di due giornalisti de "L'espresso", riportano più che altrove il senso di quegli anni. C'è una terminologia specifica che oggi suona datata, così come nei miti e nelle letture di quegli anni si avverte oggi, vent'anni dopo la pubblicazione del libro e quaranta dalla fondazione delle Brigate Rosse, l'intera prospettiva di una stagione chiusa, dimenticata, definitivamente distante.
Qualcuno ha di recente stigmatizzato la nascita di una fiorente letteratura sul terrorismo, un vero sottogenere di memorie di ex-brigatisti. Hanno scritto in parecchi: Moretti, Faranda, Morucci, Braghetti, Gallinari. Franceschini pure si è cimentato almeno due volte sull'argomento.
Pur non riscuotendo cifre da record sono libri che hanno un discreto successo nella difficile categoria dei saggi. Per giusta e interessante controparte stanno cominciando ad affermarsi le opere che raccontano un'altro punto di vista. Quello dei parenti delle vittime. Sono racconti puù strazianti, di persone che spesso per la giovanissima età hanno vissuto gli anni di piombo da bambini, orfani.
Sono loro a scagliarsi con più violenza contro questa letteratura e il mito, sfocato ma persistente, del terrorismo rosso.
E' da diverso tempo che mi chiedo se sarà mai possibile in Italia affrontare il discorso degli anni di piombo nella sua globalità con un grande film. Perchè se è vero che in libreria certe opere funzionano è altrettanto vero che in cinema italiano è piuttosto reticente all'argomento.
Metto da parte i discorsi sullo stato di salute del cinema italiano come industria. Mi chiedo soltanto: se esistessero i produttori capaci di sostenere un simile progetto; potendo contare sui migliori sceneggiatori al massimo della loro ispirazione; trovando pure un regista di talento che si fa carico dell'operazione con tutti i suoi rischi; che tipo di film dovrebbe uscire fuori?
Forse dovrebbe essere un film come "Romanzo criminale".
Un'opera corale, che attraversa gli anni e racconta la storia sommersa dell'Italia, tra criminali uomini dello Stato e vie di mezzo. Non potrebbe avere però lo stesso tono leggero che sconfina con le tentazioni di genere, la collaudata epica della malavita.
E' uno strano discorso, il più nebuloso dei miei quesiti.
Siamo riusciti a raccontare la Mafia in tanti modi. Non solo nel coraggio di chi, grande o piccolo, l'ha affrontata il più delle volte a costo della vita. Ma tante volte anche raccontando il punto di vista del mafioso, la sua carriera criminale, trasfigurandolo in un'eroe negativo e a volte tragico. A volte anche con leggerezza e ironia. Non siamo mai riusciti a raccontare i brigatisti. Perchè?
Forse perchè non meritano la stessa attenzione? Sono personaggi più patetici, contraddittori e forse noiosi? Sono confinati in un preciso periodo storico e risulterebbero in molti casi inattuali?
Perchè il terrorismo è stato sconfitto? Perchè è chiaro che sull'argomento c'è ancora qualcosa di non chiaro, da rivelare, tant'è che neanche sul solo episodio del rapimento Moro si è mai riuscito a girare un film completo, esaustivo? Perchè il terrorismo crea ancora un fastidioso irrisolto problema di coscienza che potrebbe riguardare l'uomo qualunque mentre la Mafia è un fenomeno più specifico e più facile da semplificare anche per quanto riguarda certe sue connotazioni geografiche?
Forse perchè la vittoria dello stato sul terrorismo è stata così schiacciante che non esiste più un solo terrorista che possa definirsi un uomo degno di interesse. Nessuno potrebbe mai avere l'epicità di un personaggio di finzione come Vito Corleone. Non hanno alle spalle aspetti folcloristici come " la famiglia", l' "onore". Sono uomini distrutti. Dissociati. Che già solo nel termine sembra ricondursi a un qualche disturbo mentale. Del tutto interessati a tenersi lontani dai riflettori. Che si portano appresso il peso delle loro responsabilità e l'odio di molti.
Ma sono due riflessioni che mi tengo per ultime.
La prima. Esistono molti libri di ex-brigatisti. Molti di loro, tra cui lo stesso Franceschini, sono state figure di primo piano; o hanno avuto un ruolo da protagonisti in alcune vicende molto importanti e conosciute. Però il loro periodo di attività è per tutti molto breve, qualche anno appena. Più della metà del libro in questione è infatti il resoconto dei lunghi anni di carcere. Questa è forse pure la parte più interessante perchè inedita e personale, lontana dalla cronologia dei sequestri, degli attentati e dei comunicati di rivendicazione.
Sono invece pochissimi i libri di memorie dei mafiosi. Solo nel caso di Buscetta si tratta di un personaggio di primissimo piano. Le sue riflessioni sono però limitate. Il contributo più importante lo dà alla magistratura e non all'editoria. E soprattutto non perde mai la sua dignità. Non sembra mai un uomo devastato, sconfitto. A lui vanno addirittura i ringraziamenti e gli attestati di stima di Giovanni Falcone o di Enzo Biagi.
Ma la mafia si sa, non parla. Non ha la stessa grafomania del terrorismo. Non ha bisogno di propaganda, mantiene un profilo basso, non cerca mai la propria affermazione, il proprio riconoscimento. Anzi, nega la sua stessa esistenza. In questa sua ambiguità, nella sua radicazione su un terreno meno intellettuale , nella sua indefinitezza sta il segreto della sua forza e forse del suo fascino.
La seconda riflessione mi viene da "Delitto imperfetto" il libro che Nando Dalla Chiesa ha scritto sull'omicidio del padre, il generale Dalla Chiesa. Il generale è stato in primissima linea su entrambi i fronti del terrorismo e della lotta alla mafia. Centrale per la vittoria sul primo fronte. Morto a Palermo per mano mafiosa.
Il terrorismo dice Nando Dalla Chiesa è stato sconfitto perchè era un corpo estraneo allo Stato, mirava a colpirlo e destabilizzare l'ordine sociale. Lo Stato in pericolo si è compattato e ha vinto.
La Mafia non la si è vinta perchè la Mafia è nello stato, non cerca lo scontro ma l'integrazione. Chi la vuole combattere sa di doversi mettere contro una parte dello stesso Stato, la più corrotta ma non per forza la più debole.
Non si può fare un film sulle Brigate Rosse senza un grande coraggio. Si potrebbe soltanto raccontarlo senza problemi dal punto delle forze che lo combatterono. Ma raccontarlo dal punto di vista dei brigatisti no. Si avrebbe tutti contro. In questo si può dire che lo stato ha davvero sconfitto il terrorismo.

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