venerdì 19 marzo 2010


Shutter island
Uci cinema Marconi, venerdì 19 marzo 2010, ore 19.30

Ci stanno due agenti federali (FBI) che sembrano Gianni e Pinotto su una nave in mezzo al mare.
Uno è Leonardo di Caprio. Da anni sta tentando di farsi crescere la barba ma non c'è niente da fare. Con quello che gli si raccoglie in fondo al mento non se ne cava neppure un pizzetto. Ma Di Caprio è tanto un bel ragazzo e si vede che questa cosa gli pesa da tempo. Diciamo da quell'altro film con un'altra barca in mezzo all'oceano. "Riuscirò mai a diventare grande?" si chiede " O sarò sempre il ragazzetto irrequieto dai bei occhi blu che tanto faceva innamorare le ragazzine? E poi, soprattutto, come mai faccio film che vengono coperti di Oscar e non ne scappa mai uno pure per me? Caro Martin, ti prego, dimmelo tu."
"Caro Leo, che ti posso dire? Persevera, sei bravo. Un po' limitato ma bravo. Non fanno per te i personaggi dalle tante sfumature psicologiche. Per te va bene uno che alza la voce di tanto in tanto, si infervora, gesticola, aggrotta le sopracciglie, e sporge il viso in avanti a mostrare i suoi begli occhioni blu. Ringrazia dio o almeno i tuoi genitori che sei nato in America e hai incontrato me. Con quel cognome che ti ritrovi se nascevi in Italia saresti stato un perfetto Stefano Accorsi per Muccino."
Va bene, ricominciamo.
Ci stanno due agenti federali in mezzo al mare. Uno è Leonardo Di Caprio. Si è fatto crescere due peli sul mento, ha messo su una decina di chili, indossa un cappotto che lo rende bolso, la cravatta più brutta della storia del cinema e sembra un ragazzetto che ha rubato il cappotto del nonno. L'altro è Mark Ruffalo. Indossa lo stesso cappotto del nonno di Di Caprio ed è bolso anche lui.
La prima domanda che mi sono posto è stata: ci sono due agenti federali che stanno andando in un penitenziario di massima sicurezza, un manicomio criminale dei peggiori e non ci stanno andando per soggiornarvi bensì per lavoro. Il loro lavoro è sporco, insidioso e ha tutta l'aria di poter durare a lungo. Eppure non si portano nemmeno un ricambio, una valigia con quattro panni dentro?
Tant'è che verso la metà del film finiscono sotto la pioggia e sono costretti a indossare la divisa degli infermieri del posto.
Ma si può trovare una risposta a questo interrogativo tra le righe del film, diciamo tra quelle finali.
La seconda domanda è assai stupida. Il cinema, è vero, taglia il superfluo. Il montaggio rende lineari e susseguenti episodi che si svolgono a distanza di tempo. Non so perchè, ma mi sono chiesto: DiCaprio va mai in bagno? Oppure è talmente sempre pieno di fervore e di cose da fare, da dire che non trova mai il tempo? Oppure i suoi personaggi febbrili e nervosi sono in realtà afflitti da stitichezza cronica? Caro Di Caprio la vedo così, il giorno che farai un film in cui un tuo personaggio si fa una pisciata in santa pace forse vincerai l'Oscar. Perchè è questo che manca alle tue interpretazioni. Qualcosa di più quotidiano, la rilassatezza, le piccole cose che ci rendono umani. Ti prendi troppo sul serio e questo, scusa se te lo dico, finisce per rompere il cazzo.
Ma forse il film ha una risposta tra le righe anche per questo, in un piccolo frammento di scena sempre verso la fine.
La terza domanda non ha risposta. Scorsese, perchè hai fatto questo film? "Shutter island" è il film più brutto della tua carriera. Ti sei circondato di collaboratori pluridecorati, tra i migliori per ogni reparto, e poi hai una sceneggiatura così cretina tra le mani.
Vedendo il film ho avuto una chiara intuizione. Da sempre il cinema pone spesso lo spettatore di fronte all'angoscia. Sono pochi i registi che sanno maneggiarla con cura. In sala, di fronte a una storia con prospettive angosciose comincio ad inquietarmi e prego sinceramente che l'angoscia non superi mai un certo livello. E quando un regista riesce a spaventarmi a morte ma poi a tirarmi fuori con intelligenza gliene sono parecchio grato. Il film ne giova e diventa gradevole, ne si conserva un buon ricordo e si rivede con piacere. In un solo caso ho visto l'angoscia montare fino alle sue conseguenze estreme ma con un rigore intelletuale che vinceva ogni scommessa, smascherava il meccanismo delle aspettative dello spettatore e rendeva "Funny games" un capolavoro.
Il più delle volte si stempera l'angoscia con l'ironia. In "Fuori orario" Scorsese faceva il gioco inverso e stemperava l'ironia con l'angoscia.
Ma in "Shutter island" l'angoscia è stemperata col ridicolo. Tutto ha il sapore dei romanzetti che si trovano in edizioni supereconomiche nelle edicole delle stazioni, che si comprano prima di un viaggio e si leggono durante le vacanze e poi si dimenticano su una panchina nel parco, sul vagone del treno, sul tavolino di un bar.
Ci sono cose molto bizzarre nel film. Nei piccoli segni dissonanti di questo lavoro ci trovo le cose più interessanti. Il cielo fasullo che fa da sfondo alle prime scene del film, nel dialogo tra i due sulla barca e verso la metà, in una delle scene sulla scogliera. Dà un sapore di vecchio cinema a colori anni '60.
Sempre nella scena del dialogo a due sulla barca è chiaro che Scorsese e la sua montatrice se ne fottono della continuità e negli stacchi tra campo e controcampo salta più volte all'occhio che qualcosa non torna, la posizione di un attore non si ricollega a quella dell'inquadratura precedente. Ne esce fuori un leggero sapore da nouvelle vague mischiato al cinema classico, in un completo contesto anacronistico. " Qualcosa non torna" sembra suggerire Scorsese sin dall'inizio con le sue armi più raffinate.
C'è un uso abbastanza insistito di panoramiche a schiaffo, specie nella prima parte. Più che schiaffi vere dita negli occhi dello spettatore.
E poi i flashback! E le sequenze oniriche! Mio dio, Scorsese come sei caduto in basso, come sei uscito fuori dal tuo registro!
Vedendole ho pensato più volte a Coppola e al suo ultimo film. La bizzarria lì era un discorso organico e tutto era romanzesco e fuori le righe, ma c'era poesia coraggio omogeneità personalità.
Qui è tutto romanzesco ma stupido impersonale disonesto.

“Shutter island”.

“Qualcuno è fuggito” è scritto sotto al titolo sulle locandine italiane.

Sì, forse dalla sala.

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