sabato 24 aprile 2010

Agora

UCI Cinema Marconi. Venerdì 23 aprile 2010. 22.30.
Ho un grandissimo rispetto per Amenàbar. Uno dei migliori talenti europei, forse meno in vetrina rispetto ad altre personalità, ma capace di grandi sfide e spesso ottimi risultati. Di critica e di pubblico. La sua finora è stata una carriera tutta in salita. Sempre più in alto, sempre più difficile. Si può dire a ragione che "Agora" sia il suo primo vero mezzo passo falso. Un budget enorme e un lavoro di documentazione altrettanto imponente. Una ricostruzione storica d'ampissimo respiro, gestita con una maggioranza di capitali spagnoli ma un cast internazionale. L'ambizione di raccontare Alessandria d'Egitto ai tempi in cui viveva la filosofa Ipazia e più violente e sanguinose si erano fatte le lotte tra le tre religioni locali (paganesimo, cristianesimo e ebraismo) per la supremazia di una sola su tutte le altre.
La scenografia ricostruisce addirittura la famosa biblioteca, tesoro perduto dell'antichità di cui assistiamo all'evento della sua distruzione.
E visto che di film in costume si tratta i costumi di Gabriella Pescucci sono bellissimi. E' grazie a loro che riconosciamo i differenti gruppi religiosi: lunghe bianche tuniche per gli aderenti all'antico culto, il nero con l'aggiunta di caratteristici copricapi per gli ebrei, lo stesso nero ma con un abbigliamento più povero e stracciato per i parabolani, la falange più estrema del culto cristiano. Senza contare i ricchi paramenti dei vescovi, l'abbigliamento che caratterizza la classe politica governata dal prefetto Oreste, e le eleganti vesti fatte su misura per Rachel Weisz, centro del film, attrice di notevole bellezza che bene si adatta a ruoli più drammatici. 
Ma di fronte a tanta qualità manca una sceneggiatura di pari livello che sappia volare più in alto delle sue ragioni di fondo e si faccia narrazione avvincente. Ne esce un bel film di carattere divulgativo senza il respiro ampio del kolossal, il linguaggio universale dell'epica, e di difficile e irrisolto messaggio di pace.
I temi e le suggestioni ci sono tutte. Siamo in un'epoca di transizione. L'impero romano già diviso è prossimo alla sua caduta. La debolezza intrinseca è aggravata dalle tensioni religiose capaci di soverchiare la centralità del comando politico. Si afferma il cristianesimo come grande religione di massa destinata a sostituire i vecchi dei pagani. Ne fa un ritratto bel lontano dalla sua immagine secolare ma attraversato dalla violenza e dalla fanatica volontà di affermazione. Sarà proprio il cristianesimo l'elemento più rappresentativo del medioevo europeo, il periodo buio prima del ritorno dei lumi, della ragione. L'uccisione di Ipazia ne è un'anticipazione. Con la sua morte si ferma la scienza stessa e ci vorrano secoli prima che qualcuno possa riprendere il suo percorso interrotto.
Ipazia osserva il cielo e si interroga sui misteri della sua struttura. A questa indagine dedica la sua intera esistenza. Cerca di decifrare il cosmo, il suo disegno geometrico. Ma è un linguaggio numerico difficile da sciogliere.
Le religioni hanno i testi sacri, la parola di Dio. Su di essi si fonda la fede. Ma la parola, più chiara e comprensibile, veicola un messaggio che non accetta di essere messo in discussione.
Il regista fa di Ipazia una figura cristica. Anch'essa ha insegna ai suoi discepoli e da essi riceve ammirazione e rispetto. Anche dai più fedeli tra essi sarà rinnegata  per vigliaccheria prima della sua morte. Per mano di altri uomini sarà uccisa. Ma il suo personaggio ha una debole caratterizzazione. Segno forse del mistero che circonda la sua figura storica, di cui esistono solo frammentarie testimonianze dell'epoca e nessun suo testo originale e della lontanaza degli eventi narrati.
Il film con tutto il suo sfarzo non riesce a costruire un personaggio altrettanto memorabile e vivo del "Giordano Bruno" di Montaldo e Volontè. I dialoghi sono secchi, la struttura narrativa non sempre ha il pieno controllo dei tempi in tutte le due ore di film, ha scivoloni didascalici, eccetto qualche rara eccezione non sfrutta a pieno il suo potenziale scenico, non vibra, non incide lo sguardo in maniera permanente, è sempre un gradino al di sotto delle sue intenzioni.
La copia proiettata al Uci Cinema Marconi poi è di pessima qualità. A rimetterci è soprattutto la bella fotografia del film, reso più sbiadito e smorto nei colori di quanto si intuisce essere in originale.

giovedì 22 aprile 2010

Green zone


Trianon. mercoledì 21 aprile 2010. ore 18.10
Perchè si dice che i film sulla guerra in Iraq siano fallimentari? Non lo so. Si può dare un'occhiata ai numeri, confrontare gli incassi delle singole pellicole con i successi degli ultimi anni.
Ormai si può contare un discreto numero di pellicole dedicate al conflitto iracheno. Segno che l'argomento è ancora d'attualità, tiene vivo l'interesse degli sceneggiatori e quindi, di riflesso, di una parte pensante di quel paese. Ma mancano i grandi riscontri di pubblico, manca l'eco nella coscienza degli spettatori, soprattutto di quelli statunitensi.
E se il problema fosse dei film in sè?
Non hanno quelle caratteristiche a volte miracolose che rendono certi film grandi e amati dal pubblico. Gli americani hanno fatto quasi una scienza occulta della loro capacità di cogliere in anticipo le richieste emotive del proprio tempo. Hanno creato proprio grazie a tanto cinema una moderna mitologia. Se non addirittura hanno influenzato un modo di pensare, hanno descritto con un accuratezza incredibile lo spirito di certi anni. Così chi volesse farsi un'idea di un certo periodo storico può benissimo vedersi alcuni dei suoi film più rappresentativi.
Il buon cinema rende un servigio al paese che lo produce, può essere un piccolo segno per cogliere il suo stato di salute. Perchè il cinema non vive senza pubblico e quando parla cerca le parole migliori per farsi ascoltare dal suo pubblico d'elezione. E parla una lingua sempre identica e antica in cui i conflitti sono sempre gli stessi, cambiano soltanto gli scenari, i personaggi, la struttura delle storie che racconta.
Allora perchè i film sulla guerra in Iraq vanno male?
Cerco una risposta.
La prima: la guerra in Iraq non si è ancora conclusa e non si sa bene quando finirà davvero. Chi vuole fare un punto della situazione oggi deve accontentarsi di essere parziale. Racconta qualcosa che è ancora in corso. Il cinema deve fare i conti con gli aggiornamenti quotidiani di altri media, pronti a scavalcarlo di continuo con aggiornamenti dell'ultima ora, immagini prese dal vivo che hanno un sapore più forte di qualsiasi ricostruzione cinematografica. Il cinema cerca l'illusione di realtà e finisce per smascherarsi come prodotto di fiction. Anzi, è proprio questo tipo di fiction a rivelarsi troppo debole per raccontare l'attualità. Sempre un passo indietro, a sbirciare i notiziari di nascosto per trovare il suo stile. Senza la capacità di affrontare il discorso sul piano del mito rischia pure di avere un sapore immorale. Quanto più cerca la sua via per tenere in piedi la nostra attenzione ricorrendo a collaudate scena d'azione tanto più risulta indigesto. La guerra diventa spettacolo.
Quello che manca è la distanza dagli eventi. I film sulla guerra in Vietnam sono quasi tutti sguardi all'indietro. Hanno un sapore nostalgico, raccontano la fine della giovinezza e dell'innocenza. Oppure sono pretesti per mettere in scena la dualità della natura umana. Ma pensate a "Nato il quattro Luglio". E' un film che affonda nel dubbio, si fa forza proprio sulle contraddizioni e racconta l'aspetto meno eroico della guerra. Mette in mostra le devastazioni fisiche e morali di un reduce e non lascia vie d'uscita. E' un film che si ama con la testa ma difficilmente si ama davvero con il cuore. Mette troppo a disagio.
Oppure si può pensare ai film sulla seconda guerra mondiale. A loro modo hanno anche una funzione catartica. Chiusa la tragedia si può tirare un respiro di sollievo. Il mondo è salvo. E noi godiamo nel vederli anche se sappiamo già come andranno a finire, come godevamo da bambini ad ascoltare per l'ennesima volta la stessa favola. Ma la Storia, si sà, la scrivono i vincitori. E la seconda guerra mondiale si offre con facilità a una divisione netta, manichea tra le parti.
Hanno vinto i buoni. I cattivi hanno perso.
Nella guerra in Iraq non si sa bene chi sia davvero buono e questo confonde lo spettatore. Gli risulta difficile affezionarsi a un qualsiasi personaggio perchè nessuno ha la coscienza davvero pulita. Sono tutti film che indagano sulla coscienza sporca del proprio paese, ne testimoniano la debolezza, lo stato di crisi, la fine della sua integrità, l'insicurezza che senza più pudore trasmettono anche al resto del mondo. Sono i film di una nazione confusa la cui redenzione è ben lungi dall'arrivare, che non può più fare affidamento sul suo ottimismo e, in queste pellicole almeno, sul lieto fine.Si era detto che dopo l'attacco alle Torri Gemelle non ci sarebbe più stato posto per il cinema catastrofista. Se così non è stato è perchè è diventato più facile raccontare questi anni evadendo in un contesto non del tutto realistico. Parlano una lingua più conciliante e chiara in chiave allegorica film come "Spiderman" o "Avatar". Hanno una funzione terapeutica. Si rivolgono al bambino che è in noi e non all'adulto angosciato.
C'è un altro aspetto che trovo comune in molti film di guerra degli ultimi anni. L'intelligence sta rubando la scena alla figura del soldato. I servizi segreti e le loro misteriose vie d'agire hanno fatto la loro comparsa da non molto tempo. Con loro la cosa si è complicata. Non si capisce più niente. Una volta c'erano due eserciti che si fronteggiavano. Ora ci sono videoconferenze, telefonini, dialoghi serrati di cui è già tanto se si afferra la metà delle parole. La guerra al cinema è diventata una questione di poltrone, protocolli, riunioni segrete. I giochi raddoppiano, triplicano, si moltiplicano all'infinito.
La guerra si è fatta tecnologica e pensata.
Al posto della lussureggiante vegetazione del Vietnam che nascondeva il nemico ed era un perfetto scenario d'avventura, c'è il piatto giallo deserto, le case di sabbia e un nemico visibile, consapevole, capace di fare lievitare il sospetto che forse, per una volta, stiamo combattendo la guerra dalla parte sbagliata.
"Green zone" è tutto questo. Non rivela niente di più di quello che si sapeva già prima di entrare: le armi di distruzione di massa non esistevano, la guerra è nata da un grande colpevole inganno.
Matt Damon è il perfetto americano: ingenuo e determinato, l'eroe che scopre l'inutilità delle sue virtù nel difficile contesto iracheno.
Il film è un debole atto d'accusa, un calcolato insieme di denuncia e spettacolarità. Ma ha le sue parti migliori sempre e comunque nella rappresentazione più frenetica dell'azione. L'inseguimento finale è quasi un'opera d'arte. Fatto da un montaggio velocissimo, girato quasi per intero al buio o in zone di pochissima luce proietta immagini che riescono appena a essere percepite dalla nostra retina ma che non sempre riescono ad essere afferrate dalla mente così che in certi momenti si ha l'impressione di scivolare nell'astratto, in un quadro cinetico fatto di poche macchie di colore e ombre in movimento.

domenica 18 aprile 2010

Cella 211


divx. sabato 17 aprile 2010.

L'estate scorsa ho visto "El castigo", un film per la tv spagnola in due puntate. Lo proiettavano al cinema Adriano di Roma durante il festival della fiction. Ci trovo molte cose in comune con "Cella 211", il film spagnolo di maggiore successo in patria nella passata stagione.
La prima è che sono entrambi lavori girati in digitale. Dettaglio tecnico tutto sommato superfluo, motivato forse dalla destinazione televisiva del primo prodotto. Abbastanza inedito per quanto riguarda il film di Monzòn, segno del nuovo che avanza. Devo però ammettere che per quanto curata, la fotografia ne risente un poco e la qualità elettronica dell'immagine si rivela di tanto in tanto in una resa cromatica più spenta.
Secondo elemento è il clima generale della storia. Entrambi mettono in scena una situazione di prigionia. Ne "El castigo" ( ispirato a una storia vera, dicono) ci sono dei ragazzi costretti a vivere da reclusi in un centro di correzione sperduto tra le montagne. Attraverso il duro lavoro quotidiano potranno essere rieducati: sono tutti giovani di buona famiglia con piccoli precedenti criminali. Ma il loro soggiorno si rivelerà più estremo di quanto immaginato. Costretti a torture e umiliazioni incredibili, tagliati fuori dal resto del mondo, dovranno trovare una via di fuga usando la loro astuzia.
In "Cella 211" un giovane secondino al primo giorno di lavoro finisce prigioniero per una sfortunata serie di eventi nel braccio più violento del carcere mentre scoppia una rivolta dei detenuti. Dovrà salvare la pelle attraverso un complicato doppio gioco mentre le trattative con l'esterno si faranno sempre più difficoltose.
In entrambi i casi è messo in scena un microcosmo dove sono saltate le regole della società e dove prevale la sopraffazione. Un mondo chiuso e pericoloso. L'incapacità di fare fronte e correggere i comportamenti devianti e anti-sociali senza fare ricorso alla stessa violenza, dove è incerta la differenza tra criminali e tutori dell'ordine.
Ma non ho trovato vere e profonde riflessioni sociologiche. In entrambi i casi a prevalere è la tensione e l'interrogativo angoscioso ma efficace è: riusciranno i nostri eroi a salvare la pelle e, soprattutto, la loro ( falsa) innocenza?
Quanta violenza è capace di scatenare anche l'uomo comune quando non può più fare affidamento sulle leggi del suo pacifico mondo?
E in questo trovo un non troppo sottile gusto per l'intrattenimento. Una leggera rinuncia all'indagine psicologica per fare prevalere il clima teso del thriller di stampo americano. I personaggi si appiattiscono un poco e prevalgono le salde regole della drammaturgia. Conflitto e tentativi di risoluzione del conflitto. Personaggi comuni calati in contesti straordinari.
Ma quello che trovo sorprendente è la capacità di certo cinema spagnolo di gestire con minore inibizione la violenza e di rappresentarla in maniera spudorata. Direi quasi un compiacimento sadomasochistico che è del tutto assente in Italia. Come se da loro il limite di quello che è giusto e non è giusto mostrare al cinema sia appena un passo avanti al nostro.
Non lo considero per forza un pregio. Rimango piuttosto sorpreso dal tono claustrofobico e crudele di queste due opere e, in tutta sincerità, anche turbato. Una risposta emotiva simile l'ho trovata nelle vecchie pellicole di genere, nei violenti poliziotteschi italiani e negli horror senza morale di molti anni fa.
La Spagna di oggi genera piccoli mostri cinematografici non indifferenti. Chissà perchè.

martedì 13 aprile 2010

Eppure me lo dovevo aspettare. Hanno girato il remake di "Nightmare on Elm street", il mitico film di Wes Craven. Di solito non mi dispiacciono questi rifacimenti. Sono confezionati in maniera impeccabile, dove i vecchi film sono rozzi e datati.
Ma questo no. Amo questo film con tutti i suoi difetti. Sarebbe come girare un remake di Stanlio e Ollio con attori diversi, o rifare un vecchio film con la Fenech oggi con Belen Rodriguez (però sarebbe un'idea). Certe cose non si toccano. Sono le colonne portanti del nostro immaginario, ci appartengono, definiscono i contorni della nostra memoria arcaica e quindi della nostra identità più profonda.

domenica 11 aprile 2010


L'uomo nell'ombra
Uci cinemas Marconi. domenica 11 aprile 2010. ore 17.50
Se uno mentre fa sesso ha problemi di erezione di chi è la colpa: della propria partner o di se stessi?
E se io di recente faccio assai fatica a vedere un film soddisfacente al cinema è colpa mia o delle pellicole che ho scelto? Tutto quello che ne ricavo il più delle volte è un mal di testa (saranno le ansie, le preoccupazioni, lo sforzo di andare appresso a un film quando la mente se ne va altrove) e un mal di schiena (ah, le poltroncine di queste sale!).
Di solito quanto più la faccenda si fa lunga tanto più è difficile restare concentrati. Mi capita da un paio di anni di ritenere un film più lungo della sua durata effettiva. Se dura novanta minuti a me sembrano due ore. Due ore mi sembrano quasi tre. Ho scoperto pochi giorni fa che "Il gattopardo" dura solo 180 minuti. Io pensavo quattro ore e mezza. Questo dovrebbe farmi riflettere. Devo avere perso qualcosa per strada: la capacità di incantarmi davanti a uno schermo. I film si sovrappongono, le mie esigenze si sono fatte meno tolleranti, non sopporto i film a trama troppo spessa. Quanto più la mano si fa invisibile tanto più sono contento. O se proprio la mano del regista si deve sentire che sia almeno come quella di un massaggiatore. Torcimi la testa, scrocchiami la schiena ma fammi uscire sereno, rilassato e col sorriso sulle labbra. Non un ammasso di rimasticazioni critico-cinefile in cerca di una perla di eternità nel semplice intrattenimento della domenica pomeriggio.
E se la colpa fosse di questo blog?
Del mio appuntare passo passo i miei tristi piaceri solitari nella speranza di dissipare un poco le nuvole della mia ossessione per il cinema. Vuotare la mente delle mie stronzate e mettere una pietra sopra ogni film che vedo.
Ma come si giudica un film?
Se dovessi continuare questo post come l'ho cominciato dovrei mettere il centro del mio giudizio critico nei genitali e ispezionarne lo stato come farebbe un aruspice. Eccomi allora in una poltroncina laterale del cinema vicino casa a fissare quello che ho in mezzo alle gambe e ripetere un mantra: "Polanski... Polanski... Polanski...".
L'effetto si materializza di tanto in tanto durante il film. Allora mi sembra di andare di pari passo con la pellicola. Sono forse i momenti in cui il ritmo è scandito con più rigore. Ma per il resto mi sembra di sguazzare in un laghetto dove per altro tocco coi piedi tanto il film è acquoso, impantanato, privo di vero abisso.
Oddio, ecco cosa manca ai best-seller: l'abisso. Un uomo naufraga in mezzo all'oceano e si mette a fare esercizi di nuoto sincronizzato. Oppure raggiunge riva esibendosi nei vari stili: libero, dorso, rana, delfino. In cui, inutile dirlo, eccelle. I protagonisti dei best-seller sono i più mediocri degli uomini eccezionali. I più noiosi, equilibrati tra gli eccellenti. I più conformisti, i meno super tra tutti gli eroi.
Ma i best-seller di Robert Harris hanno una strana anomalia. Portano un insolito pessimismo, spesso in chiave storica. Ho pensato a "Fatherland" l'unico dei suoi romanzi che ho letto. Cosa c'è in comune con questo "L'uomo nell'ombra" (fu "Ghost writer")?
Un piccolo uomo entra in contatto col Potere. Potrebbe limitarsi a fare il suo piccolo lavoro. Ma scopre qualcosa di sorprendente, ficca il naso dove non dovrebbe e finisce schiacciato.
Il protagonista è un vero uomo qualunque e Polanski sembra fare di tutto per sottolinearlo. Un sottomesso, intimorito Ewan McGregor, scrittore senza arte, che non può mai trattare alla pari con nessuno in tutto il film. Nè col suo agente ( non vorrebbe scrivere questa biografia ma il suo agente lo spinge ad accettare); nè con l'ex-primo ministro britannico ( che è colui che firmerà il libro che gli sta scrivendo); nè con la moglie di lui ( dal carattere duro e sgarbato, della quale non può neanche rifiutare le avances sessuali); nè con la segretaria di lui ( perchè lei fa parte del suo staff mentre lui è un collaboratore occasionale e per lo più "fantasma"); nè con nessun altro, dal misterioso dottor Emmett, al politico avversario.
Tutti possono ricattarlo, offenderlo, usarlo per i loro scopi ( guadagnare un mucchio di soldi, scrivere un'eccellente e mistificatoria biografia, tradire il proprio marito, commettere la propria vendetta politica).
Le cose più interessanti del film sono altrove. Nella violenza delle manifestazioni pacifiste, nello strano connubio di occulti poteri e interessi, nell'attualità dei temi trattati con appena le minime precauzioni adottate, il progressivo svelamento della verità che assomiglia sempre più a un allucinazione. La regia di Polanski si mantiene sobria, discreta e costruisce la tensione con lentezza e utilizzando al massimo gli elementi atmsoferici e naturali della sua location.
Le cose peggiori sono l'intreccio da romanzaccio, con colpi di scena, improponibile rivelazione finale e una grande, imperdonabile cazzata a tre quarti. Il ciuffetto biondino di McGregor, unico elemento glamour in un film che glamourous non è; e quel suo immancabile sorriso da pubblicità del dentifricio che ben conosciamo dai tempi di "Trainspotting" ma che stona in questo suo ultimo personaggio, di cui a dire il vero non porta con molta convinzione i panni. L'abuso quà e là di battutine cretine, che vorrebbero essere brillanti ma sono forzate e poco convincenti.
In più l'assenza di un vero cattivo, perchè tutti sono cattivi e cinici in uguale misura. Non c'è un colonnello Kurtz al termine del viaggio nel cuore di tenebra di questa autobiografia. Ma un fantoccio. Autore di parole scritte da altri, rilascia dichiarazioni preparate dai suoi collaboratori. E' un attore che convince per le sue qualità interpretative e vive il palcoscenico politico da protagonista. Finisce per incarnare il bene o il male agli occhi di chi è incapace di scorgere i burattinai dietro le quinte.
Ma il film si perde un poco nella sua durata e forse non gli avrebbe guastato, una volta tanto, una mano più robusta da thriller qualunque.

lunedì 5 aprile 2010


Happy family
Cineland. domenica 4 aprile 2010. ore 22.30.
Durante la cena che è al centro del film qualcuno chiede al protagonista che lavoro faccia. E lui, che in realtà è un giovane senza bisogno di lavorare per merito di una cospicua eredità paterna, risponde: "Racconto storie". Proprio così: " Racconto storie" e non "sono uno scrittore, uno sceneggiatore, un drammaturgo" o qualsiasi altra specializzazione dell'arte di narrare.
Questo suscita lo stupore dei presenti che gli chiedono, per testare le sue qualità, di inventare subito una storia per loro.
Dimostrazione implicita del fascino che da sempre esercita il racconto presso chiunque. Ma la storia è una promessa da mantenere fino in fondo.
Molti sono gli ostacoli che si presentano al narratore. Primo quello di deludere il suo pubblico, di perdere la sua attenzione, di abbassare di troppo la soglia della cosiddetta sospensione di incredulità, di farlo disaffezionare ai suoi personaggi.
Ma Salvatores gioca a moltiplicare i piani della sua narrazione. Così il film è la storia di una sceneggiatura in fase di scrittura da parte del protagonista , che finisce per avere un ruolo centrale nella storia da lui stesso scritta. E ci rivela la natura intima del legame che ci unisce ai personaggi di finzione. Sono come noi e chiedono soltanto, dopo tante peripezie, di vivere e morire felici e contenti.
Siamo nell'ambito della commedia. Il tono è leggero e punta soprattutto a divertire con ogni mezzo. Mistifica, addolcisce, ricorre a impennate nel grottesco e arriva al suo lietissimo fine. Ma rivela la falsità dell'impianto e il nostro bisogno compulsivo di sentirci ingannati di nuovo e soddisfatti. Fa una dichiarazione d'amore al valore delle storie e al piacere di narrarle.
Soprattutto svicola con grande intelligenza tutti i luoghi comuni in cui poteva cadere.
L'incontro per cena tra due famiglie diverse può rivelarsi piacevole ogni altra aspettativa. Le barriere tra le classi sociali possono crollare nell'arco di una serata. L'iberi dai pregiudizi, la conoscenza dell'altro può arricchire e portare sviluppi imprevisti nella nostra vita. L'omosessualità di un figlio può essere qualcosa da riconoscere e accettare senza traumi. La malattia e la morte possono essere vissute con serenità. Attori diversi per età, tonalità e percorsi possono convivere insieme senza pestarsi i piedi l'uno con l'altro. Anche un comico e una ex-conduttrice televisiva possono essere ottimi attori di cinema, duttili ed espressivi. Milano può essere una città bellissima, romantica e piena di sole.
Ogni possibiltà di conflitto nel film si scioglie con facilità e si scivola via dai drammi e dai toni sovraeccitati di troppo cinema italiano. Si recupera la capacità di sorridere e la recupera anche Salvatores, dopo le ultime prove cupe e non sempre soddisfacenti.

giovedì 1 aprile 2010


La solitudine dei numeri primi

Un'insonnia feroce mi ha tenuto in piedi le ultime due notti. Fino alle prime ore del mattino la prima volta. Dal cuore della notte a questo momento la seconda. Corro ai ripari come posso. Soffrendo come un cane ieri, rigirandomi nel letto con un dolore al collo, un odio epidermico per il cuscino, le lenzuola, la mia stessa natura. Uscendo di casa prima dell'alba, stamattina, per scoprire durante un lungo insensato giro in macchina che le prime luci compaiono solo dopo le 6.15. Un cielo rosato mi ha colto con un occhi stralunati sulla Roma-Fiumicino deserta, in una città che sembrava ancora carica di promesse e d'amore, in un giorno che forse non era ancora tutto buttato e a dire il vero doveva ancora cominciare.
Non tutto è stato vano. La prima notte ho finito con un ultima lunga sorsata la lettura de "La solitudine dei numeri primi". Accantonato, ora è solo un altro mattoncino nella mia biblioteca mentale. I libri e i film, le storie in generale, anche quelle raccontate a voce, per me sono promesse di seduzione, un inganno che accetto ben volentieri purchè sappia confondermi a dovere.
Verso questo romanzo ho provato immediata curiosità dal momento in cui una collega me lo mostrò, esposto in libreria, due anni fa. La diffidenza per i successi letterari clamorosi mi ha tenuto alla larga tutto questo tempo. La cosa bella che una volta iniziata la lettura sapevo ben poco della trama.
Di certi film alle volte basta vedere un trailer per capire tutto.
Per i libri non è così. Le idee migliori sono nel collante che tiene assieme la storia. I film sono altro: vivono di ritmo e per farlo sacrificano molto.

Cosa resterà de "La solitudine..." ora che se ne sta facendo un film?
E' quello che mi chiedo e cerco una risposta usando la fantasia e i pochi indizi a mia disposizione.
Il romanzo non rispetta le unitù di tempo, luogo e azione ma frammenta episodi nell'arco di una ventina d'anni. Le storie seguono due percorsi paralleli, a volte sovrapposti, seguendo il destino, o meglio "il peso delle conseguenze" degli atti dei due protagonisti: Alice e Mattia, coetanei, segnati in maniera irreversibile nella carne e nello spirito da episodi della loro infanzia. Bambini, adolescenti e adulti che sarebbe riduttivo definire problematici, condannati alla solitudine dei diversi.
Ne esce un romanzo sempre proiettato verso la malinconia e avvolto su se stesso nell'infinito ritorno sui passi falsi decisivi.
L'elemento magico è l'amicizia speciale che lega i due protagonisti. L'eccezionalità di un sentimento ambiguo e volubile ma costante. E' una storia quasi adolescenziale in formato espanso, simile a quella vista di recente in "Dieci inverni". Con un pizzico di immaturità in meno e una cupezza maggiore. Il rischio è di volare basso e andare a incastrarsi nei luoghi comuni di molto cinema italiano degli ultimi dieci anni. Drammi personali che puntano a colpire in basso, l'aria malsana di certe famiglie, autolesionismo, relazioni di coppia via via fallimentari. Questa è la superficie. Siamo un paese con un cinema emotivamente poco evoluto. Ci riempiamo la bocca con la parola "amore" ma raccontiamo un sentimento superficiale, confuso, estremo, e a volte grottesco. "La solitudine dei numeri primi" è altro, per fortuna.
C'è molta più emozione per quello che non succede e quello che non viene detto che per quello che accade realmente. Le azioni dei protagonisti sono sempre dissonanti, tese a raffreddare e a negare al lettore la realizzazione delle sue più profonde aspettative. Il romanzo arriva al punto nonostante un sapore ancora acerbo e un po' plastificato da best-seller, e qualche ingenuità che Giordano risolve felicemente, con espedienti tecnici o qualche riuscita invenzione.
Il film dovrà fare lo stesso e riuscirà se saprà svicolare i ricatti emotivi e tenersi leggero, fresco e poetico. Se saprà dare un'anima e un corpo memorabile a due personaggi difficili. A volte i film possono arricchire un romanzo se riescono a tenersi il meglio e lo valorizzano. I testi letterari sono pieni di difetti, lungaggini, ossessioni personali. Il cinema migliore crea icone, mitologia, immagini che si fissano nella testa.
E' bello pensare alle promesse di un film non ancora completo. Almeno per me.
Staremo a vedere.