domenica 18 aprile 2010

Cella 211


divx. sabato 17 aprile 2010.

L'estate scorsa ho visto "El castigo", un film per la tv spagnola in due puntate. Lo proiettavano al cinema Adriano di Roma durante il festival della fiction. Ci trovo molte cose in comune con "Cella 211", il film spagnolo di maggiore successo in patria nella passata stagione.
La prima è che sono entrambi lavori girati in digitale. Dettaglio tecnico tutto sommato superfluo, motivato forse dalla destinazione televisiva del primo prodotto. Abbastanza inedito per quanto riguarda il film di Monzòn, segno del nuovo che avanza. Devo però ammettere che per quanto curata, la fotografia ne risente un poco e la qualità elettronica dell'immagine si rivela di tanto in tanto in una resa cromatica più spenta.
Secondo elemento è il clima generale della storia. Entrambi mettono in scena una situazione di prigionia. Ne "El castigo" ( ispirato a una storia vera, dicono) ci sono dei ragazzi costretti a vivere da reclusi in un centro di correzione sperduto tra le montagne. Attraverso il duro lavoro quotidiano potranno essere rieducati: sono tutti giovani di buona famiglia con piccoli precedenti criminali. Ma il loro soggiorno si rivelerà più estremo di quanto immaginato. Costretti a torture e umiliazioni incredibili, tagliati fuori dal resto del mondo, dovranno trovare una via di fuga usando la loro astuzia.
In "Cella 211" un giovane secondino al primo giorno di lavoro finisce prigioniero per una sfortunata serie di eventi nel braccio più violento del carcere mentre scoppia una rivolta dei detenuti. Dovrà salvare la pelle attraverso un complicato doppio gioco mentre le trattative con l'esterno si faranno sempre più difficoltose.
In entrambi i casi è messo in scena un microcosmo dove sono saltate le regole della società e dove prevale la sopraffazione. Un mondo chiuso e pericoloso. L'incapacità di fare fronte e correggere i comportamenti devianti e anti-sociali senza fare ricorso alla stessa violenza, dove è incerta la differenza tra criminali e tutori dell'ordine.
Ma non ho trovato vere e profonde riflessioni sociologiche. In entrambi i casi a prevalere è la tensione e l'interrogativo angoscioso ma efficace è: riusciranno i nostri eroi a salvare la pelle e, soprattutto, la loro ( falsa) innocenza?
Quanta violenza è capace di scatenare anche l'uomo comune quando non può più fare affidamento sulle leggi del suo pacifico mondo?
E in questo trovo un non troppo sottile gusto per l'intrattenimento. Una leggera rinuncia all'indagine psicologica per fare prevalere il clima teso del thriller di stampo americano. I personaggi si appiattiscono un poco e prevalgono le salde regole della drammaturgia. Conflitto e tentativi di risoluzione del conflitto. Personaggi comuni calati in contesti straordinari.
Ma quello che trovo sorprendente è la capacità di certo cinema spagnolo di gestire con minore inibizione la violenza e di rappresentarla in maniera spudorata. Direi quasi un compiacimento sadomasochistico che è del tutto assente in Italia. Come se da loro il limite di quello che è giusto e non è giusto mostrare al cinema sia appena un passo avanti al nostro.
Non lo considero per forza un pregio. Rimango piuttosto sorpreso dal tono claustrofobico e crudele di queste due opere e, in tutta sincerità, anche turbato. Una risposta emotiva simile l'ho trovata nelle vecchie pellicole di genere, nei violenti poliziotteschi italiani e negli horror senza morale di molti anni fa.
La Spagna di oggi genera piccoli mostri cinematografici non indifferenti. Chissà perchè.

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