domenica 11 luglio 2010

Butterfly zone- il senso della farfalla

Parlare di "The Butterfly zone- il senso della farfalla" è qualcosa al limite delle capacità critiche. Dico sul serio.
Il tutto si potrebbe ridurre a frasi secche come: "film de mmerda!"; "non andate a vederlo, per carità!"; "ridatemi i soldi del biglietto (7,50 euro, in fondo non sono mica pochi). O a semplici lancinanti interrogativi: "come ha fatto il regista a trovare qualcuno disposto a finanziare un progetto tanto strampalato?" oppure "perchè mai sono venuto a vedere questo film?"
La sala è quasi vuota e solo all'uscita mi rendo conto che è domenica di finale dei mondiali e forse in fondo un baretto qualunque e una birra in compagnia di sconosciuti sarebbe stato uno spettacolo più degno.
Spettacolo, sì. D'altronde è per questo che uno va al cinema. Per fare passare il tempo o il mal di testa, alla ricerca di una promessa, di un sollievo, di qualcosa che prima non aveva, di una storia, un punto di vista, una distrazione.
Allora, metto le cose in chiaro: questo film mi mette a disagio. Mi fa sentire tutta la scomodità delle poltroncine del cinema, solletica la mia cattiva coscienza spingendomi più volte a fare quello che non ho mai fatto prima: alzarmi e andarmene. Quando arriva la pausa dell'intervallo mi fa sprofondare nell'ansia che ci sarà un secondo tempo lungo quanto il primo. Disorienta il mio senso critico perchè non capisco, non capisco, non capisco: cosa sta succedendo, cosa c'entra questo con quello, cosa ci trova di divertente il regista in questa battuta fatta apposta per fare ridera ma invano, perchè proprio questi attori, che ruolo abbiano certe figure di contorno, il senso complessivo di questa opera, il suo messaggio se mai ne porta uno.
E' un film assurdo, in cui qualcuno ha visto chiari rimandi a Beckett ( io no, sono troppo ignorante).
E' un film senza capo nè coda e non solo perchè la storia si sviluppa con grande difficoltà e trova un epilogo che non spiega niente, ma perchè non fa altro che accumulare senza mettere ordine, moltiplica in preda a una frenesia creativa tra il serioso e il demenziale, il filosofico e il fumettesco, il fantapolitico, il thriller e la parodia di tutto questo.
Lo so che questo può sembrare molto interessante. Un film ambizioso. E forse lo è, genuinamente.
Ma si ha la sensazione continua di qualcosa di rattoppato, inconcludente, affidato ad attori e personaggi privi di qualsiasi spessore, che cercano in qualche modo di gestire in maniera anarchica la loro esistenza sullo schermo.
Ma forse c'è una chiave, l'unica: il vino.
Bevendo una bottiglia della produzione privata del proprio defunto padre il protagonista e uno strampalato amico aprono una porta immaginaria che conduce all'aldilà. E così tra una sbronza e l'altra fanno avanti e indietro tra questo mondo e quell'altro dando il via a una serie di complicatissimi e incomprensibili eventi. Serial killer tornano dal passato, occulti centri di ricerca sguinzagliano i propri investigatori a rattoppare falle o a fermare i nuovi omicidi, non si capisce.
Di vino forse ne deve essere scorso parecchio in fase di scrittura, altrimenti- ripeto- non si capisce. Tutto ha la leggerezza e la pesantezza degli effetti di una bevuta poderosa, quando lascia andare ad allucinate, imprevedibili creazioni; quando rende fiacco il corpo e lo fa trascinare con passo incerto e maldestro.
Ma tutto ha alla fine lo stesso patetico effetto di un racconto ubriaco che non fa ridere mai nessuno da sobrio.
Ecco, questo è un film vietato agli astemi. Lo troverete insopportabile.
Ma sono certo questa è una critica fin troppo banale.
Quasi che il regista abbia programmato in anticipo anche le reazioni di scherno.
Pureper questo motivo lo trovo insopportabile.
Ma non si tratta di un film inguardabile. Fotografia e scenografia su tutto fanno un ottimo lavoro. Gli effetti speciali sono credibili, anche qualche bizzarro personaggio di contorno è azzeccato nella sua caratterizzazione.
No, davvero, non ci ho capito nulla.

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