martedì 13 luglio 2010

L'uomo che non c'era

Buona parte del cinema dei fratelli Cohen è centrata su figure di mediocri capaci di cose del tutto fuori dall'ordinario. Come a dire: ecco cosa succede se mettete un incapace, un idiota, uno sprovveduto in mezzo a faccende ben più grandi di lui. Se gli eroi sono intelligenti, forti, scaltri, dotati, intuitivi questi personaggi brillano per la loro pigrizia, la loro avidità, la stupidità dell'uomo comune che ragiona per luoghi comuni.
Il loro è uno sguardo strabico, un occhio tenero e l'altro profondamente cinico. Grondano ironia ma nascondono pessimismo. Hanno un'aura da racconto morale dove la morale non è mai netta ma spesso definitivi e irreversibili sono i destini dei loro protagonisti.
"Fargo" è il trionfo della stupidità, capace di scatenare l'inferno per niente o di passarvi attraverso indenne.
"L'uomo che non c'era" vive di una profonda ambiguità. Ambiguo è il personaggio. Seduttivo, silenzioso e forse seccato da un mondo fin troppo ciarliero e frivolo sembra possedere una superiorità segreta sui suoi personaggi. Ma forse solo represso nelle sue naturali ambizioni e istinti. Capace di perdere il controllo degli eventi nel momento stesso che decide di determinare il suo destino infrangendo la tacita ma precaria tranquillità che domina la sua vita. Personaggio senza sangue ma affascinante proprio per quello che sottintende, per la fisicità virile di Billy Bob Thornton, la sua pacata indifferente flemma.
Ma la doppiezza è caratteristica di tutti i personaggi del film che non sono quasi mai quello che sembrano: la moglie è fedifraga e inganna il marito; l'amante di lei è un millantatore che amministra un'azienda non sua ma della di lui moglie, che si scopre essere una psicotica convinta di avere avuto un contatto con gli alieni; l'uomo dell'affare del lavaggio a secco porta un parrucchino per ingannare sulla sua calvizie; la giovane figlia del vicino è una candida ragazza che suona Beethoven al piano ma con lo stesso candore concede favori sessuali. Per tutti vale quel "principio di indeterminatezza" che è il fulcro dell'arringa difensiva dell'avvocato: quanto più si osserva una persona, una cosa o un evento tanto più sfugge alla nostra comprensione, alla nostra capacità di giudizio.

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