giovedì 26 agosto 2010

True lies


Guardo "True lies" e penso a Schwarzenegger governatore della California. Penso a quando ero bambino e pregavo mio zio di lasciarmi vedere il vhs di "Terminator" dall'inizio alla fine. Non ci sono mai riuscito, forse neanche in età adulta. Ho sempre visto il film a pezzi e mai in un'unica tirata.Penso che Schwarzenegger nel bene e nel male mi ha accompagnato da sempre. Penso che addirittura sono stato, per puro caso, nel paesino austriaco in cui è nato. Nell'estate del 1997 avevano affisso dei grandi cartelloni pubblicitari per fargli gli auguri. Controllo adesso Wikipedia e scopro che aveva appena compiuto 50 anni.
Penso a Schwarzenegger, guardo un suo film, lo penso governatore della California e mi sembra di essere finito in un romanzo di Philip K. Dick. Sicuramente nelle ultime pagine scoprirò che non esiste nessun Schwarzenegger, è un'immagine in un film, è un innesto psichico. Schwarzenegger non esiste. E forse non esiste neache la California. Esisto solo io, nella mia stanzetta, collegato a un computer che guardo un dvd e credo a tutto quello che vedo e che leggo.
Penso agli elettori che avranno messo la loro croce sul suo nome. Forse li avrà convinti con un solido programma. O forse è proprio bello pensare che il politico sui manifesti e Conan il Barbaro siano la stessa persona, che Terminator governi in un angolo di questo mondo, che insomma il personaggio e la persona si confondino e la gestione di uno stato abbia un passato da film d'azione.
Vediamo: a me piacerebbe avere Dylan Dog leader del centrosinistra alle prossime elezioni. Sono sicuro che ci vorrebbe uno come lui per sconfiggere Berlusconi, mica Bersani o Nichi Vendola.
Si, ok, ma "True lies"?
Divertentissimo.

lunedì 23 agosto 2010

Soul kitchen/Il segreto dei suoi occhi


La scena più divertente di "Soul kitchen" è quando lo chef abbonda con l'ingrediente afrodisiaco. Ne mette talmente tanto nel dessert che la festa nel locale si trasforma in un'orgia. E' una scena inverosimile, di quelle che rischiano di mandare a puttane la credibilità della storia. Ma è così divertente che non se ne cura nessuno. La sala si sbellica dalle risate.
La cucina al cinema suscita facili riflessioni. La cucina è un modo come un altro per parlare di piacere e di solito è un argomento che mette d'accordo tutti. La cucina non è un argomento tabù, mentre il sesso scandalizza.
I protagonisti mangiano e sembrano godersi quel piatto davanti a loro. Ma il gusto non è un senso cinematografico. Bisogna affidarsi all'espressione del loro viso, bisogna presentare il cibo in una maniera che appaia appetitoso se no lo spettatore non ci crede. E poi per quanto possano mangiare gli attori non ingrassano mai durante un film. E' un piacere senza punizioni o sensi di colpa. Mangiano e godono. E' proprio raro sentire una battuta del tipo: "Oddio, ho la pancia gonfia", "Oddio, sto mettendo su una pancia". Gli attori sono magri, grassi o medi ma quasi mai in un film la linea è un problema che li interessa.
I film sull'argomento sovrappeso sono davvero pochi. Si vede che sono anche poco appetibili. Di film sul binomio cibo-sensualità ce ne sono una marea. Ma di film che aggiungano anche l'elemento morte all'equazione ce ne sono rare, bizzarre eccezioni. Mi vengono in mente gli esempi più scontati: "La grande abbuffata" e quell'episodio de "Il senso della vita" dove un obeso mangia letteralmente fino a scoppiare.
La cucina al cinema è uno degli argomenti più spensierati e felici che ci siano.
Fatih Akin non si preoccupa di andare troppo per il sottile. In qualche momento rischia di esagerare ma sa che gli ingredienti fondamentali alla riuscita di un film sono una buona storia e dei buoni attori. Da allo spettatore proprio quello che si aspetta e in razioni molto generose. Forse un palato più delicato non troverà il piatto di suo gradimento. Ma se volte passare una serata in allegria e non state cercando il ristorante della vostra vita, la "cucina dell'anima" andrà benissimo.

Il segreto dei suoi occhi è un'altra storia. E' l'Argentina che scivola nella dittatura militare e nel dramma dei desaparecidos a fare da sfondo, ma solo da sfondo. Per il resto è un film che ruota intorno a un brutale caso di omicidio con stupro, alle indagini che lo hanno seguito e alle conseguenza che questo ha avuto sulla vita dei suoi protagonisti. E' un film sulla memoria, sulla incapacità di dimenticare e al tempo stesso sull'usura del tempo sui nostri ricordi. Sul tempo e sui segni che lascia. Sulla giustizia, sull'amore, sull'amicizia.
L'Argentina mette in scena le sue ferite ancora aperte servendosi di un piccolo e privato episodio di finzione. Si affida a una narrazione che segue i processi, le lentezze e gli stereotipi del romanzo poliziesco classico, quello più elegante, riflessivo e malinconico. Chi è l'assassino lo si scopre abbastanza presto. A metà film la sua ricerca è terminata.
Il resto è una storia diversa, dagli esiti imprevedibili.
La pellicola ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero. Anche qui buona storia e buoni attori. Un ottimo trucco li invecchia di 25 anni per le scene ambientate nel presente. La durezza naturale dell'HD,  con cui il film è girato, non fa che evidenziare senza pietà i segni della decadenza fisica

sabato 21 agosto 2010

Inception

C'è un nuovo tipo di cinema da una decina di anni a questa parte. Io che non sono un appassionato del genere e di sicuro mi sono perso molte delle sue tappe posso identificare la sua pietra miliare nel primo "Matrix".
Intrattenimento al grado massimo di spettacolarità e intelligenza. Uso rivoluzionario degli effetti speciali e una storia in grado di attrarre spettatori di ogni età e grado.
Un mare di speculazioni dopo, si sono aggiunti altri capitoli più o meno fondamentali. E' un cinema che predilige le incursioni sfrenate nella fantasia, o nella fantascienza aggiornata al gusto high-tech di questi anni. Ma è soprattutto un cinema intelligente, astuto forse ma anche colto, strutturato, pensato. La sfida si fa sempre più alta. Restituire stupore e meraviglia a una forma di espressione ormai digerita e forse superata; mistero alla sua tecnica. Trovare nuove storie e modi nuovi per raccontarle. E' un cinema che digerisce se stesso ma si rinnova mostrando quello che prima non si poteva, aumentando le dosi di adrenalina, facendo leva sulla parte migliore dello spettatore, restituendo magia, illusione, subliminalità.
E' un cinema massimalista per necessità di incassi, ma nelle sue forme migliori anche grandioso e portatore di messaggi universali.
E' il caso di "Avatar", progetto cullato per anni. E' il caso di "Inception", un altro film a lunghissima gestazione.
Film dai budget mostruosi che gettano fumo e meraviglie negli occhi di chi non vuole chiuderli. Una volta forse film così sarebbero stati confinati nel genere o considerati alla stregua di "piaceri proibiti" da parte degli spettatori più colti. Ormai sono prodotti così sofisticati da richiedere il massimo dell'attenzione, da suscitare lunghe e magari inutili speculazioni a posteriori senza perdere il gusto dell'intrattenimento in sala.
L'autorialità si stacca definitivamente dai suoi modelli letterali di base, si sposta nel campo del linguaggio specifico, nelle nuove frontiere della narrazione permesse dallo sviluppo della teconologia. Chi venticinque anni fa rideva di Cameron oggi è costretto a riconoscere un maestro, o almeno l'ultimo grande stregone del cinema.
Stesso discorso valido  per Nolan, il quale si è dimostrato regista abile, adatto alle grandi sfide e dalla spiccata e consapevole padronanza di tutti i mezzi espressivi a sua disposizione. E' un ottimo narratore che predilige percorsi anticonvenzionali e si interroga sulla natura illusionistica del suo lavoro. Ha ridato vigore al personaggio cinematografico di Batman, convincendo la critica e sbancando i botteghini. Per ora non ha ancora fatto un vero passo falso.
"Inception" è un film d'azione che si muove su piani paralleli della realtà e del sogno. E' di fondo una storia di fantascienza al cui centro c'è un complicatissimo sistema di spionaggio industriale. E' la storia di un colpo da fare, pianificato nei minimi dettagli, ma da compiere nella mente di un uomo addormentato. Ha il volto di Leonardo di Caprio dal quale uno sa sempre cosa aspettarsi. E' un film lungo, a tratti fracassone ma surreale e bellissimo, intelligente.
E' un film che parla segretamente del cinema. Il cinema come sogno, il cinema come architettura di un mondo che non esiste ma che deve risultare perfetto in ogni suo dettaglio perche risulti credibile, il cinema come desiderio e come portatore di un messaggio subliminale, capace di influenzare il pensiero e le scelte delle persone durante la veglia.
E' un film ambizioso che merita rispetto, che non si vergogna di mostrare scenari irreali, ricostruzioni in computer grafica di mondi inesistenti ma che offre senza risparmio creatività e genio visivo. Talmente generoso, denso e complesso che forse è anche troppo.
L'ho visto in lingua originale sottotitolata in francese in una sala di Parigi, a Ferragosto, un giorno di maltempo, con la scarpe inzuppate di pioggia e la tosse a singhiozzo per il raffreddore e ammetto di potermi essere perso qualcosa durante la visione. Gli altri tre spettatori che erano al mio fianco non hanno apprezzato alla stessa maniera.
In Italia il film uscirà solo a fine Settembre.

Luna di fiele

Credo corresse l'anno 1992, o forse 1993. Periodo buio per l'Italia: stagione di bombe, processi e misteri. Sugli schermi televisivi passava un trailer che infiammava le fantasie di chi come me era in piena tempesta ormonale. Era il trailer indimenticabile di "Luna di fiele".
All'epoca di Roman Polanski credo me ne fregasse sto cazzo.
Non so se col tempo sia cambiato molto. Non so perchè ma ho messo sempre Polanski da parte, ho rimandato la visione dei suoi film a un perenne altro momento e alla fine il suo lavoro mi è per lo più sconosciuto.
Ho ripescato questo film su internet in una versione originale sottotitolata e ho accettato di vederlo da cima a fondo in un'unica tirata. L'estate romana ha il passo strascicato e io ho il mal di testa per la noia. Il film scivola via con le sue ore di racconto e ora, a distanza di quasi vent'anni, so di cosa si tratta veramente.
Due riflessioni mi vengono alla mente.
La prima è che la mia educazione al cinema, così come alla letteratura è nata quasi dalla visione dei trailer, o dalla lettura delle note in quarta di copertina. Mi innamoravo dei film leggendo le quattro righe di commento in basso alla locandina sul catalogo di una videoteca, mi lasciavo suggestionare dai titoli che mi sembravano promettere avventura, divertimento, paura, emozione. A distanza di anni non credo sia cambiato molto, con la sola differenza che oggi i film li vedo davvero. Però accumulo più film e dvd di quanti poi ne possa poi vedere.
La seconda è notare, una volta visto il film e ripescata la famosa scena nel contesto ( per intenderci: c'è un uomo di mezza età legato a una sedia, con del nastro a tappargli la bocca. Da una porta alle sue spalle entra una donna bellissima con un lungo giaccone nero in latex lucente. Si ferma davanti all'uomo, estrae un rasoio a serramanico col quale taglia prima il colletto del maglione di lui, poi i bottoni del pantalone, la cinta e infine i boxer. Da una spinta con la gamba e la sedia si rovescia, con l'uomo legato che atterra sulla schiena. La donna si leva la giacca e sotto è quasi completamente nuda. Si siede sul viso dell'uomo) come all'epoca la nostra educazione sessuale non autorizzata si fondasse su stralci di quello che riuscivamo a rubare, da frammenti come questi. Questo meriterebbe forse la palma d'oro per l'originalità e la suggestione e forse devo ammettere è anche uno dei più memorabili e efficaci trailer che abbia mai visto se mi è rimasto dentro per tutto questo tempo. Ma se avessimo avuto accesso al film nella sua interezza avremmo goduto forse per quel poco di erotismo che porta con sè? Forse sì, ma ignorando o ritenendo naturale tutta la cupezza dell'insieme.
Non c'è quasi mai sesso senza morte nel cinema di livello. Non c'è mai gioia, godimento senza l'ombra del peccato, del senso di colpa, dell'inevitabile e spesso estrema punizione. Non c'è mai eccesso che non trascini con sè una catastrofe. Deve essere un meccanismo di pudore intellettuale o forse un espediente narrativo, l'unico in grado di contrastare a pari grado il piacere.
Se avessi visto "Luna di fiele", titolo già di per sè indimenticabile, a 12 anni avrei trovato spunti per una eccitazione che non ritrovo a 30. A colpirmi è la storia nel'insieme, anzi la storia nella storia.
Per farla in breve: giovane coppia di inglesi marito-moglie in crociera per esorcizzare il demone della noia e della mancanza di desiderio nel loro matrimonio incontra un'altra coppia: marito non più giovane e su sedia a rotelle-giovane moglie pericolosamente sexy. Il giovane marito è attratto dall'altra giovane moglie più di quanto confesserebbe. Il marito di lei nota l'interesse di lui e lo costringe ad ascoltare l'intera loro storia. Nel frattempo spera che questo spinga il giovane e inibito all'infedeltà tra le braccia della ragazza.
La storia è il classico percorso che parte da un'attrazione istantanea e che solo dopo molto tempo si rivela fatale. Diciamo inizia con un colpo di fulmine e finisce a colpi di pistola. Nel mezzo c'è una storia di passione che diventa via via più estrema e di un amore che si fonda sul reciproco ma continuamente invertito bisogno dell'uno e dell'altro in chiave sado-masochistica.
Il fascino del fim è in questa volontaria discesa nell'abisso. In fondo siamo tutti come il giovane marito ( un Hugh Grant perfetto) che si scandalizza ma vorrebbe saperne di più. Siamo anche consapevoli dei limiti della storia, della sua fascinazione perversa ma ricca di suggestioni e luoghi comuni, del tono pseudo-letterario della narrazione condotta da uno scrittore fallito, ambientata in una Parigi decadente quasi per riflesso. Su tutto il sospetto di una volontaria e fin troppo facile immedesimazione del regista con il narratore: sue forse le perversioni, suoi di certo il gusto e lo stile nello scandalizzare. Nell'esasperazione dei suoi difetti e della sua repellenza fa un preventivo autoritratto ironico. Ma il moralista che punta il dito è tutt'uno con l'oggetto della sua condanna. Quanto più si ritrae tanto più è attratto.
Il finale è beffardo, ridicolo e poi decisamente brutale.
Ma la storia d'amore tra la giovane Seigner e il meno giovane Peter Coyote, una volta superate le reticenze, è fantastica. Può sembrare fasulla e ridicola e al tempo stesso autentica, sincera e pervasa da una ironia diabolica. Ma più del sesso è la descrizione della degenerazione di un sentimento fino alle sue estreme conseguenze, dell'egoismo umano e della crudeltà che riserviamo in privato a chi ci è più vicino e della coppia come spazio chiuso e segreto che nasconde, alimenta o reprime il nostro lato oscuro.
Niente di nuovo. Ma sono sorpreso di come sia spesso in età avanzata che grandi registi affrontino queste riflessioni intorno al sesso o al matrimonio.
Il film ha una luce straniante, patinata, chiara che mi sembra di ritrovare anche in altri film del Polanski dell'ultimo periodo. Una colonna sonora originale lirica e ben presente da parte di Vangelis ( che fine ha fatto?).
Mi sorprendono quei pochi esterni giorno su Parigi. Riconosco la città ma ha dei segni che non le appartengono più. Il primo incontro tra l'uomo e la ragazza avviene sull'autobus 96 che collega Montparnasse a Porte des Lilas. Ma è la vettura di venti e forse più anni fa non quella attuale che di recente mi ha portato proprio al capolinea.

mercoledì 4 agosto 2010

La prima linea

Intorno a "La prima linea" si è fatto un gran parlare. Chiacchiere, polemiche, articoli sui giornali. Qualcuno li ha letti?
Io alcuni sì.
Mi interessava il film, l'argomento. Una persona di mia conoscenza ha preso parte alla lavorazione, sapevo qualche dettaglio minimo prima che arrivasse nelle sale. Ci si è interrogati sul valore o meno dell'opera ancora prima che fosse completa, sulla base di una sceneggiatura che in pochi avevano letto quando ancora non si era girato un metro di pellicola. Ci si è interrogati su quale sarebbe stato il messaggio del film e in parecchi avevano detto pregiudizialmente che era un messaggio sbagliato. Che anche gli attori erano sbagliati, o potevano non essere d'aiuto alla riuscita di un film che in molti credevano di avere già in mente senza averlo visto, senza forse neanche amare il cinema.
Scamarcio e la Mezzogiorno sono troppo divi per questa storia di amore e terrorismo. Il pubblico si affezionerà, si immedesimerà e ribalterà il concetto che "gli eroi son tutti e giovani e belli" in "i giovani e belli sono eroi più credibili" senza considerare due cose: i protagonisti reali erano davvero giovani all'epoca dei fatti, anzi più giovani degli attori stessi. Non so dire se fossero anche belli ma di questo aspetto non me ne frega niente. Ma se per rappresentare due terroristi bisogna per forza di cose prendere due attori brutti e magari anonimi, nel senso di sconosciuti al grande pubblico, per renderli più credibili o perchè la condanna dei loro atti sia più efficace allora si nega anche che di fatto il terrorismo abbia avuto in sè un profondo fascino che ha colpito, sedotto e nei casi più estremi corrotto una parte dell'opinione pubblica e della popolazione più o meno giovane.
A conti fatti si può dire che i due protagonisti hanno fatto un buon lavoro. I rischi erano alti e molti di essi erano concentrati su di loro. Funzionano e sono al servizio della storia. La regia non fa niente per renderli più fascinosi nè si concede mai la tentazione di tirare in ballo "i mitici anni '70".
La storia si muove per buona parte già nel periodo grigio dell'organizzazione Prima Linea. Il gruppo è in parte disciolto e in grande calo nei consensi. Gli eccessi e le ideologie sono già alle spalle per molti di loro. Si consuma la fine di un'epoca negli ultimi atti. Il piano che porta all'evasione di Susanna Ronconi è un gesto con motivazioni più private che politiche.
Il film è scritto molto bene. Ottima gestione dei tempi, una struttura efficace che permette di andare avanti e indietro nel tempo senza perdere la scorrevolezza del racconto. Ha un breve prologo nei primi dieci minuti in cui si presenta la parabola del protagonista dai suoi esordi militanti, all'arresto che mette fine alla sua latitanza, per poi approdare subito alle conclusioni con la presa di distanza, nel 1989, dal suo passato.
Il filo rosso che attraversa tutta la storia è doppio: si segue l'intero giorno dell'evasione, dal risveglio mattutino, a tutto il viaggio da Venezia a Rovigo, allo scontro a fuoco e all'esplosione che sanciscono la riuscita del piano, al rientro  e alla scoperta della morte involontaria di un passante; si segue la nascita e lo sviluppo della relazione affettiva tra Segio e la Ronconi e insieme si ripercorrono gli anni della loro attività clandestina, l'acuirsi delle crudezze e i primi segni della crisi.
Il fatto che ci sia una storia d'amore non penalizza il film e se da umanità ai suoi personaggi e li rende più comprensibili, più vicini allo spettatore; ha l'effetto di fare risultare più atroci, crudeli e incomprensibili i loro gesti estremi.
L'omicidio Alessandrini è posto alla metà esatta del film. E' preparato con grande cura. Anticipato da un breve cenno al rapimento Moro, da una breve ed efficace parentesi drammaturgica in cui il protagonista torna a casa dai genitori, rivede il compagno di tanti anni prima che non condivide le sue scelte attuali. Serve a delineare l'importanza di quanto accadrà. L'omicidio è un punto di non-ritorno e se il protagonista è stato messo in guardia, se ha vacillato, se avrebbe potuto scegliere altrimenti ha comunque scelto. Si assume tutte le responsabilità e le conseguenze del suo gesto.
Dopo di questo comincia la fase discendente. La ricostruzione dell'omicidio del "traditore" Vaccher lo rivela ancora più insensato e brutale.
Il film nel suo insieme e cupo e monotono, privo cioè di una varietà di toni. Ma è vibrante e agitato da un inquietudine che non cala mai. Ha il suo climax nell'assalto alla prigione e un suo epilogo amaro con la presa di coscienza che è tutto finito: le ragioni della lotta e forse quelle del sentimento.
La crisi dell'ideologia va quasi di pari passo con quelle della relazione privata. Finchè i due rimangono immersi nel loro acquario potranno restare vicini. Il loro amore si fonda sulla stessa illusione che sostiene la loro ideologia e li aliena dal mondo, dalla reltà. Consumata questa non ci si può gardare serenamente negli occhi, riconoscersi per quello che si è e si è fatto insieme, non si può progettare una fuga all'estero e la speranza di una vita "quasi normale".
E' la storia di una sconfitta profonda e senza rimedio che fa appello agli aspetti più privati che a quelli politici per poter essere compresa. La politica non l'ha compresa, schematizzata e superficiale ha fatto la sua accusa per opportunismo di facciata.
Molto si è scritto e detto su questo film. Uscito nelle sale ha vinto forse le perplessità e le preoccupazioni di qualche spettatore. Ma ha incassato un milioncino appena e poi è scomparso. Anche dalla memoria. Nessun riconoscimento nè candidature importanti.
Tanto rumore per nulla.