mercoledì 4 agosto 2010

La prima linea

Intorno a "La prima linea" si è fatto un gran parlare. Chiacchiere, polemiche, articoli sui giornali. Qualcuno li ha letti?
Io alcuni sì.
Mi interessava il film, l'argomento. Una persona di mia conoscenza ha preso parte alla lavorazione, sapevo qualche dettaglio minimo prima che arrivasse nelle sale. Ci si è interrogati sul valore o meno dell'opera ancora prima che fosse completa, sulla base di una sceneggiatura che in pochi avevano letto quando ancora non si era girato un metro di pellicola. Ci si è interrogati su quale sarebbe stato il messaggio del film e in parecchi avevano detto pregiudizialmente che era un messaggio sbagliato. Che anche gli attori erano sbagliati, o potevano non essere d'aiuto alla riuscita di un film che in molti credevano di avere già in mente senza averlo visto, senza forse neanche amare il cinema.
Scamarcio e la Mezzogiorno sono troppo divi per questa storia di amore e terrorismo. Il pubblico si affezionerà, si immedesimerà e ribalterà il concetto che "gli eroi son tutti e giovani e belli" in "i giovani e belli sono eroi più credibili" senza considerare due cose: i protagonisti reali erano davvero giovani all'epoca dei fatti, anzi più giovani degli attori stessi. Non so dire se fossero anche belli ma di questo aspetto non me ne frega niente. Ma se per rappresentare due terroristi bisogna per forza di cose prendere due attori brutti e magari anonimi, nel senso di sconosciuti al grande pubblico, per renderli più credibili o perchè la condanna dei loro atti sia più efficace allora si nega anche che di fatto il terrorismo abbia avuto in sè un profondo fascino che ha colpito, sedotto e nei casi più estremi corrotto una parte dell'opinione pubblica e della popolazione più o meno giovane.
A conti fatti si può dire che i due protagonisti hanno fatto un buon lavoro. I rischi erano alti e molti di essi erano concentrati su di loro. Funzionano e sono al servizio della storia. La regia non fa niente per renderli più fascinosi nè si concede mai la tentazione di tirare in ballo "i mitici anni '70".
La storia si muove per buona parte già nel periodo grigio dell'organizzazione Prima Linea. Il gruppo è in parte disciolto e in grande calo nei consensi. Gli eccessi e le ideologie sono già alle spalle per molti di loro. Si consuma la fine di un'epoca negli ultimi atti. Il piano che porta all'evasione di Susanna Ronconi è un gesto con motivazioni più private che politiche.
Il film è scritto molto bene. Ottima gestione dei tempi, una struttura efficace che permette di andare avanti e indietro nel tempo senza perdere la scorrevolezza del racconto. Ha un breve prologo nei primi dieci minuti in cui si presenta la parabola del protagonista dai suoi esordi militanti, all'arresto che mette fine alla sua latitanza, per poi approdare subito alle conclusioni con la presa di distanza, nel 1989, dal suo passato.
Il filo rosso che attraversa tutta la storia è doppio: si segue l'intero giorno dell'evasione, dal risveglio mattutino, a tutto il viaggio da Venezia a Rovigo, allo scontro a fuoco e all'esplosione che sanciscono la riuscita del piano, al rientro  e alla scoperta della morte involontaria di un passante; si segue la nascita e lo sviluppo della relazione affettiva tra Segio e la Ronconi e insieme si ripercorrono gli anni della loro attività clandestina, l'acuirsi delle crudezze e i primi segni della crisi.
Il fatto che ci sia una storia d'amore non penalizza il film e se da umanità ai suoi personaggi e li rende più comprensibili, più vicini allo spettatore; ha l'effetto di fare risultare più atroci, crudeli e incomprensibili i loro gesti estremi.
L'omicidio Alessandrini è posto alla metà esatta del film. E' preparato con grande cura. Anticipato da un breve cenno al rapimento Moro, da una breve ed efficace parentesi drammaturgica in cui il protagonista torna a casa dai genitori, rivede il compagno di tanti anni prima che non condivide le sue scelte attuali. Serve a delineare l'importanza di quanto accadrà. L'omicidio è un punto di non-ritorno e se il protagonista è stato messo in guardia, se ha vacillato, se avrebbe potuto scegliere altrimenti ha comunque scelto. Si assume tutte le responsabilità e le conseguenze del suo gesto.
Dopo di questo comincia la fase discendente. La ricostruzione dell'omicidio del "traditore" Vaccher lo rivela ancora più insensato e brutale.
Il film nel suo insieme e cupo e monotono, privo cioè di una varietà di toni. Ma è vibrante e agitato da un inquietudine che non cala mai. Ha il suo climax nell'assalto alla prigione e un suo epilogo amaro con la presa di coscienza che è tutto finito: le ragioni della lotta e forse quelle del sentimento.
La crisi dell'ideologia va quasi di pari passo con quelle della relazione privata. Finchè i due rimangono immersi nel loro acquario potranno restare vicini. Il loro amore si fonda sulla stessa illusione che sostiene la loro ideologia e li aliena dal mondo, dalla reltà. Consumata questa non ci si può gardare serenamente negli occhi, riconoscersi per quello che si è e si è fatto insieme, non si può progettare una fuga all'estero e la speranza di una vita "quasi normale".
E' la storia di una sconfitta profonda e senza rimedio che fa appello agli aspetti più privati che a quelli politici per poter essere compresa. La politica non l'ha compresa, schematizzata e superficiale ha fatto la sua accusa per opportunismo di facciata.
Molto si è scritto e detto su questo film. Uscito nelle sale ha vinto forse le perplessità e le preoccupazioni di qualche spettatore. Ma ha incassato un milioncino appena e poi è scomparso. Anche dalla memoria. Nessun riconoscimento nè candidature importanti.
Tanto rumore per nulla.

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