sabato 18 settembre 2010

Fratelli in erba

Certi Venerdì sera sembrano fatti apposta per il cinema e una birra. La testa sgiocciola via i pensieri di una intera settimana. Il film fa da preludio alla buonanotte.
Parco Leonardo è il frutto di un avventato progetto edilizio in costante fase di ridimensionamento nei risultati: un insieme di case che nessuno vuole più comprare, costruite intorno a un centro commerciale che comprende il più grande multiplex di Roma e provincia. Una bestia da 24 sale. Una bella struttura che vorrebbe assomigliare a un tempio del cinema con grandi ariosi spazi e comode sale.
Soffre un poco la sua collocazione periferica. Un isolotto luccicante in mezzo ai campi tra la via Portuense e la Roma-Fiumicino.
Il biglietto raggiunge quasi gli 8 euro. Roba da matti. Il depliant alle casse ci informa che la struttura ha un totale di 6000 posti.
Non ricordo neanche l'ultima volta che sono venuto qui. Saranno passati anni. Ho sempre odiato questo luogo difficile da raggiungere e spaventosamente asettico, privo di vita. Tutto sembra finto come il saloon western dove prendo una Coca-Cola per ingannare il tempo prima della proiezione. Finisce che devo berla di corsa o entrerò in ritardo.
Dopo dieci minuti di film ho una sensazione di disagio. Le poltroncine sono scomode. Brutto segno. Vorrei stirarmi per bene ma sono schiacciato tra gli altri spettatori. La bibita gassata e fredda mi comunica a posteriori che forse è meglio bere e mangiare dopo il film. Digestione e visione non sempre si abbinano bene. Specie se una si fa difficoltosa e l'altra via via deludente. La sala può diventare un posto claustrofobico in cui si è prigionieri della dittatura della proiezione.
Ma non è questo il caso in cui mi sento di avere giudicato un film con la pancia. I miei problemi gastrointestinali si dissipano da soli in pochi minuti. Piuttosto mentre avanzo nella visione mi sembra di essermi perso di continuo qualcosa per strada.
 C'è un ingranaggio che manca in diversi punti del film. La storia va avanti ma lasciandosi appresso dei piccoli buchi. Trascuratezze di sceneggiatura. Le si possono ignorare in divenire ma quando si tirano le somme finali qualcosa nei conti non torna.

Cominciamo dall'inizio.
"Fratelli in erba" è il titolo scelto dai traduttori italiani per il film "Leaves of grass". Sorvoliamo sulla mancanza di significato, non mi interessano le polemiche sterili. Va bene pure che si perda il riferimento esplicito, ma per noi italiani forse non troppo chiaro, alle "Foglie di erba", la celebre raccolta di poesie di Walt Whitman. Riferimento carico di umorismo. Le "foglie di erba" che ci interessano sono altre, quelle di marijuana.
Allora "Fratelli in erba" è forse una commedia?
A giudicare dall'inizio sembra proprio di sì. Due fratelli geniali ma opposti per scelte di vita: uno, giovane professore universitario di filosofia, adorato dagli studenti e conteso dalle accademie; l'altro, coltivatore di talento della migliore marijuana dell'Oklahoma ma in seri guai con l'insospettabile boss locale.
Fratelli gemelli ma in reciproco astio che hanno diviso per sempre le loro strade.
Solo la notizia della morte ( poi rivelatasi falsa) di uno dei due spinge l'altro a fare ritorno nella sua odiata terra natale, a dovere fare i conti con la famiglia e tutto quello che si è lasciato alle spalle. Decide di restare giusto il tempo necessario ma poi le cose si rivelano più complicate di quello che tutti sospettavano. Spettatori compresi.
Siamo dalle parti della comicità dei Coen ma in maniera molto più grossolana. La verità è che non si ride neanche tanto nella prima parte. Manca lo smalto, la battuta folgorante. C'è solo Edward Norton che si fa in due ( in quattro per due, otto?) per reggere in piedi il film e ci riesce bene per quel che gli compete, mentre il resto gli fa acqua attorno.
Le speculazioni filosofiche che all'inizio sembrano volere nutrire il livello più profondo del film sono in realtà messe lì senza un vero perchè. I riferimenti poetici sono banali e trattati in maniera superficiale. La storia avanza senza farsi troppi interrogativi, trascurando di chiarire alcune cose riguardanti per esempio i problemi familiari irrisolti dei protagonisti. Si affida troppo spesso a dialoghi ridondanti, svela in maniera  palese alcuni suoi meccanismi narrativi così che la risata si disinnesca in automatico al momento decisivo.
Quando poi la storia sembra entrare nel vivo, dopo una prima parte il cui le aspettative di divertimento dello spettatore vengono frustrate di continuo, il film prende tutta un'altra piega. Insapettata, tragica e dai risvolti pulp.
Poi c'è un finale appiccicato lì, che non è "happy" e non è "sad". Un grande "boh" mi accompagna fuori dalla sala. Mi sembra un film tutto sbagliato, approssimativo a cui manca una mano abile nella scrittura e una visione d'insieme.

Dovrei tornare a casa ma mi lascio convincere a un'ultima birra. Il lungomare di ponente di Ostia è uno spettacolo buio, sferzato da un vento che sembra avere trascinato via anche la razza umana. Resiste solo un chioschetto di panini, un tavolino di plastica con due ambigue creature della notte dall'origine e dagli accenti misti e indecifrabili.
Tra le ultime sonnolente riflessioni sul film in questione bevo la mia Peroni e mastico il mio panino unto. Poi mi riportano a casa ma una elettricità corporea inspiegabile mi rende il sonno difficoltoso.
Riemergo al mattino coi postumi di una improbabile sbornia, appesantito e confuso.
Mi sembra di avere visto un film ieri sera.
L'ho già dimenticato. Come se l'avessi solo sognato.
Certi film ci passano attraverso senza lasciare niente.
Non credo avrò mai una buona ragione per rivedere una seconda volta "Fratelli in erba".

venerdì 17 settembre 2010

Il settimo continente

All'epoca del suo esordio Michael Haneke aveva già più di 40 anni. Prima del cinema, stando a quanto riportano le biografie-internet, c'erano stati gli studi universitari e le regie televisive. Televisive? Pare proprio di sì.
Non riesco a immaginare che tipo di televisione sia stata quella di Haneke. Come abbia potuto piegare il suo personalissimo discorso a un medium così conformista per necessità, medio per l'appunto.
Non divaghiamo.
Quando approda alla sua opera prima non è un giovane che forse un giorno si farà. E' già un regista e un uomo maturo con una chiara e coerente visione del mondo e del cinema. "Il settimo continente" lo dimostra. E' un film privo di incertezze e sbavature. Di sicuro è un progetto molto pensato, sia per quanto riguarda i contenuti che lo stile.
Presenta in maniera lucida e approfondita i temi che saranno poi in tutti i suoi lavori successivi. Sotto la quiete di una comune famiglia austriaca si insinua una psicosi autodistruttiva che porta a soluzioni estreme. Ma la follia nel cinema di Haneke non prende mai esternazioni plateali. E' una follia lucida, meticolosa che sembra avere una origine filosofica piuttosto che psicotica. L'autoannientamento di un intero nucleo familiare non è un gesto nato da un impulso violento e incontrollabile ma un ragionato progetto, attuato con calma e determinazione da ogni singolo componente di propria spontanea volontà.
A rimanere senza soluzione è la ricerca delle ragioni di fondo. Ma se pure queste si intuiscono in certi momenti, a spaventare è l'impossibilità di trovare un senso che giustifichi fino in fondo le azioni dei protagonisti. E per fortuna, altrimenti dopo la proiezione ci sarebbero convinti suicidi di massa.
A stupirmi è la precisione della messa in scena. Haneke non si piega mai alle esigenze degli spettatori ma chiede che siano loro a piegarsi al suo peculiare modo di fare cinema. Ma per fare questo bisogna essere padroni assoluti del proprio mezzo. Bisogna sapere valutare i rischi in anticipo, conoscere il valore di un dettaglio che altrove sarebbe insignificante. Bisogna sapere viaggiare lontano dalle rotte tracciate dei manuali ed è un viaggio che richiede compagni addestrati o spinti da grande curiosità.
Haneke forse descrive un mondo peggiore di quello che è, ma si rivolge sempre a spettatori migliori di quelli in circolazione.

lunedì 13 settembre 2010

Rambo 2: la vendetta

Sulla pagina di Wikipedia dedicata a “Rambo”, il primo film della fortunata serie, trovo delle interessanti curiosità.
Il film poteva essere diretto da Mike Nichols, il regista de “Il laureato”. Invece poi l’ha girato, anche piuttosto bene direi, Ted Kotcheff.
Tomas Milian, che aveva letto il romanzo prima del suo adattamento, aveva in mente di rubare il nome del personaggio per un ruolo che avrebbe di lì a poco interpretato e inserirlo addirittura nel titolo del film che stava per girare. Non andò così.
Il ruolo di Rambo era stato offerto a un ventaglio di notevoli attori. Tra questi spicca il nome di Clint Eastwood. Ma pare che tra i candidati ci fosse anche il nostro Terence Hill.
Mi viene da pensare che se solo una di queste alternative mancate fosse diventata realtà forse la storia sarebbe andata diversamente.
Chissà che film sarebbe uscito fuori. Ma soprattutto di sicuro non ci sarebbe nessuno dei seguiti così come li abbiamo conosciuti.
Invece la parte andò a Sylvester Stallone. Credo sia addirittura une delle sue migliori interpretazioni di sempre. La mano del regista è molto attenta e ne esce un personaggio ambiguo, spaventoso, che emana disagio mentale ma affascina per il suo animale istinto guerriero. Il film fu un successo tanto da prendere in considerazione l’ipotesi di un sequel.

Ecco a cosa porta a volte una serie decisiva di coincidenze.
Per scrivere il secondo capitolo viene contattato James Cameron, allora giovane di belle speranze. Cameron consegna un copione ma non soddisfa la star protagonista che prende il sopravvento sull’impostazione della pellicola. Modifica la scena iniziale che mostra Rambo ospite di un ospedale psichiatrico e lo fa diventare un detenuto ai lavori forzati. Fa aggiungere un minuscolo personaggio femminile. Cancella del tutto la figura del compagno, un ex veterano come lui, impostogli per la sua missione suicida, così da diventare il protagonista indiscusso del film. Rade al suolo ogni psicologia e si concentra soprattutto sull’azione.
Poi, di sicuro, in privato intensifica gli allenamenti per presentarsi davanti alle macchine da presa al massimo della forma fisica.
Insomma si cuce un vestito su misura a rischio di mandare a puttane la credibilità del personaggio già così difficoltosa nelle premesse. E il vestito è essenziale, tanto da non richiedere nemmeno una maglietta a coprire il torace in gran parte delle scene.
Il film diventa un’esibizione di muscoli lucidati a dovere, sparatorie, coltellate, dardi, esplosioni e mitragliate a volontà.
Sebbene molto inferiore al primo capitolo riscuote un successo planetario. Rambo è diventato un personaggio che vive di vita propria. E’ l’alter ego per identificare tutto il peggio incarnato nella visione di cinema di Stallone.
E’ un film di rara bruttezza e tanto imbarazzante da scatenare in me una profonda curiosità, se non addirittura fascinazione.
L’ho rivisto di recente con gli occhi sgranati per lo stupore.
Ci sono delle cose uscite dagli anni ’80 che sembrano buchi neri. Punti indelebili nel tempo che risucchiano la ragione. Ci riconsegnano una visione del mondo, intesa come stile di vita ma anche come situazione geopolitica, oggi del tutto inconcepibile. Si mostrano spudorati, volgari, di cattivo gusto ma con un candore e un entusiasmo che sono scomparsi e suscitano rigurgiti di nostalgia.
Stallone ha dato un contributo decisivo, tanto da diventare una delle icone indiscusse di quel periodo. Lo stimo soprattutto per la sua determinazione. Come può un attore mediocre, con una visione del cinema tutto sommato infantile e grottesco anche nel suo fisico ipertrofico avere avuto tanto successo?
L’ha avuto e continua ad averlo e col tempo comincia starmi sempre più simpatico. E’ l’esatto opposto del regista che si impara a venerare nelle scuole di cinema. E’ un continuo cattivo esempio, porta avanti ancora i suoi personaggi di un tempo su infinite varianti. Con l’età ha raggiunto un pizzico di genuina autorevolezza che non guasta.
Ma nel 1985 era all’acme del suo fulgore senza vergogna.
La verità è che “Rambo 2” è un b-movie camuffato, un film d’exploitation con ambientazione bellica, così come esistevano un tempo i poliziotteschi, gli spaghetti western, gli splatter che plagiavano grandi successi americani. Film zeppi di violenza gratuita; sceneggiature a volte grossolane con personaggi tagliati ( o forse lobotomizzati)  con l’accetta. Film per i palati meno raffinati, capaci di solleticare i piaceri proibiti di vastissime fette di pubblico. Film da drive-in e non da cineteca.
Stallone è l’ultimo erede non riconosciuto di interpreti come Tomas Milian, Franco Nero, Luc Merenda, Bruce Lee e chi più ne ha più ne metta. 
Solo che non siamo in Italia negli anni ’70. Siamo a Hollywood negli anni ’80 e ci sono un sacco di soldi. Ne esce un film più patinato e spettacolare di quanto quelle pellicole avrebbero mai potuto permettersi e diventa un successo internazionale.

E’ di qualche mese fa la notizia di cronaca di una strage di provincia. Un ex marito uccide la moglie, poi si fa qualche chilometro di macchina. Uccide il padre di lei, ferisce la suocera e non risparmia neanche il cane. Non mi ricordo se poi si ammazza anche lui. Mi ricordo solo che tutti in paese lo chiamavano “Rambo”, perché era uno fissato con le armi e la palestra.
Mi sembra un caso esemplare: Rambo sta bene su uno schermo, ma meglio ancora dentro a una jungla. Nessuno, nemmeno chi ha il suo poster in camera, vorrebbe avere Rambo come vicino di casa nella vita reale.
Perché Rambo è uno psicopatico molto pericoloso. E se una nazione lo ha eletto simbolo di un’epoca ci sarebbe da riflettere a lungo.
Ma mentre combatto la mia lotta disperata contro le zanzare che mi rendono la vita impossibile dentro casa vorrei essere un poco Rambo anche io e sterminarle tutte a colpi precisi di paletta moschicida o disseminando casa di letali zampironi e elettroemanatori con piastrine killer.

Ma c’è un’ultima cosa che ho taciuto.
Sempre sulla pagina di Wikipedia ho trovato un interessante link. Esiste un finale alternativo in cui Rambo si fa uccidere dal colonnello Trautman alla fine del primo film.
Vedetelo. E’ una scena bellissima.
Dico sul serio.
E non solo perché ci avrebbe risparmiato i film successivi.

domenica 12 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi- il film

La prima cosa che mi ha colpito è che il film non ha invaso le sale. Le copie sono tante, quelle che si riservano a un film italiano maggiore. Ma non sono tantissime e in qualche cinema il film potreste anche non trovarlo.
E' un segno che mi sono inventato io?
Non lo so. Ma è l'impressione che ho avuto sfogliando il giornale.
A posteriori ho qualche dubbio a riguardo.
Ma la visione in sala mi fa pensare che questo non sarà un film tanto facile da piazzare.
"La solitudine dei numeri primi" è un film indigesto.
E' uno di quei film che dopo una ventina di minuti si è già sazi. Invece tocca aprire la bocca e ingoiarlo per un'altra ora e mezza.
Se il titolo era già pesante per il romanzo ma ha forse suscitato la curiosità dei lettori, la sua trasposizione cinematografica aggiunge volontariamente il resto del carico. E' un film che spiazza e sembra metterci un impegno feroce per deludere. E' un film brutto ma anche cattivo, sadico. E' l'opera di un regista che non vuole accontentare nessuno e fa a pezzi un romanzo sopravvalutato ma forse amato. Distrugge ogni acerba emozione. Maltratta i suoi attori, li fa dimagrire o ingrassare a dismisura. Gli offre un copione senza mordente, ritmo, battute, difficile da seguire. Sembra chiedere loro soltanto di essere là a lasciarsi fotografare dalla bellissima luce di Fabio Cianchetti.
Di solito si dice: questo film non si può vedere.
La verità è che questo film si può vedere benissimo, se lo si valuta come uno show reel di belle immagini.
Questo è un film che non si può sentire.
La pasta sonora del film è una merda. E non parlo del lavoro del fonico. Parlo dei dialoghi inesistenti e annoiati e a volte incomprensibili, anche se in certi momenti è davvero meglio così; delle canzoni troppo presenti; dell'ambiente sonoro che copre i vuoti di sceneggiatura nelle scene in cui parlano solo le immagini ma non dicono niente; se non addirittura dell'accento di alcuni protagonisti.
Insomma, questo film è un'operazione commerciale di partenza ma un film sperimentale e contraddittorio nei risultati. Non è un prodotto da laboratorio, un farmaco, una medicina o magari un placebo ma una pasticca tagliata male da un chimico strafottente e lanciata a un pubblico goloso di emozioni ma ignaro delle conseguenze. E' un film votato al successo ma più vicino al fallimento.
Va segnalato però l'occhio nello scegliere e caratterizzare gli attori principali. Più delle loro qualità interpretative vince la loro fisicità.
Ma guardando di nuovo la Rohrwacher sullo schermo per l'ennesima vota quest'anno mi domando quanto durerà. Cara Rohrwacher, sei una delle cose che più mi piacciono del nostro ultimo cinema nazionale. Ti prego soltanto di non andare a infilarti troppo spesso d'ora in avanti in questi ruoli dolenti e pallidi. Alle nostre migliori attrici si riservano troppo spesso personaggi sofferenti, conformi a un gusto convenzionale di dignità femminile. Sei ancora giovane per diventare una nuova Laura Morante o Margherita Buy. Hai una bella, anomala voce spero di sentirti recitare prima o poi dei dialoghi comprensibili e brillanti. E poi, ti prego, le tette e il pelo ce lo hai fatto vedere già più di una volta. Sei una donna, ce lo hai mostrato. Il coraggio va bene ma ti auguro di trovare il tuo personaggio memorabile prima o poi, lontano dallo stereotipo che la tua immagine proiettata sembra suggerire continuamente.

Ma la sorpresa è nei titoli di coda. La colonna sonora è di Mike Patton. Non credo sia un omonimo. Mike Patton, proprio lui. Chi conosce la sua musica forse ha capito qualcosa di più sul film in questione.

giovedì 9 settembre 2010

Somewhere

Ieri sera la partita era tra Sofia Coppola e Stallone. Non ci ho pensato molto e ho scelto la Coppola. Una volta in sala ho notato la differenza. Stallone fa film d'azione, la Coppola no. Nel senso che i suoi sono film senza movimento. I suoi protagonisti non fanno gesti eclatanti. Fanno le cose comuni di tutti gli esseri umani se gli punti di nascosto una macchina da presa addosso. Fumano, bevono birra, dicono stupide frasi. Guidano senza meta. Perdono tempo e le cose importanti non accadono mai come nei film. Mica tutti stanno sempre a urlare, a correre, a dire frasi memorabili e intelligenti. La vita è noiosa, baby. La vita di una star forse lo è ancora di più. C'è sesso, ma sempre con sconosciute molto disponibili. e solitudine. C'è vuoto e pieno. La luce dei riflettori e quella della lampadina sul comò.
La vita del protagonista gira a vuoto come la sua Ferrari nella prima inquadratura. Quattro lunghi giri circolari senza andare da nessuna parte. Così è il film.
Anche il lusso, lo sfarzo della migliore suite di un albergo con piscina privata o una macchina sportiva, o il lusso di poter perdere tempo tutto il giorno è migliore se te lo puoi godere con qualcuno di speciale accanto. Nel caso del film la figlia undicenne del protagonista.
Ma anche "Somewhere" è un film per chi il lusso del cinema se lo può permettere. Come nei giorni più immobili dell'estate i film della Coppola vivono per raccontare quell'unica brezza improvvisa. Sono sismografi sensibilissimi per le frequenze di più bassa intensità.
Ma se cercate un po' più di movimento non vi biasimo. "The expendables" è nella sala accanto. Potreste trovarci anche me la prossima volta.

venerdì 3 settembre 2010

la stagione della malacarsa

Nei primi giorni di quest'anno ho fatto un sogno molto particolare. Mi sono svegliato con l'impulso di segnare tutto subito su un quaderno. Se avessi ceduto di nuovo al sonno avrei potuto dimenticare qualcosa di fondamentale.
I sogni così chiari nelle loro immagini sono rari.
Questo era folgorante. Come tutti i sogni portava in sè un segreto e a distanza di mesi il segreto è rimasto tale. Ci torno col pensiero, cerco spiegazioni ma non trovo la chiave che apra tutte le porte.
Eppure ho avuto da subito l'impressione che si facesse anticipatore di un messaggio molto importante.
Perchè raccontarlo qui?
Perchè è un sogno molto cinematografico e perchè un'altra piccola svolta si è imposta nel mio privato. Ma visto che del privato non mi va di parlare nello specifico lascerò che sia il privato a parlare di me nelle forme che esso mi suggerisce.

Nel sogno sto andando al cinema.
Per farlo devo percorre un rettilineo lungo molti chilometri. Lo faccio di corsa ma senza provare sforzo, come se andassi in motorino. A metà del rettilineo c'è un semaforo rosso. Mi fermo e mentre aspetto il segnale verde un cane spunta dai bordi della strada e mi strappa i vestiti di dosso. Riparto con pochi stracci addosso, raggiungo il cinema mezzo nudo e mi procuro un lenzuolo che arrotolo a mò di tunica. Mentre salgo le scale che in conducono in sala un tizio mi nota e mi chiede cosa ci faccio vestito così.
"A un semaforo un cane mi ha strappato i vestiti di dosso" rispondo come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Il giorno dopo vado di nuovo al cinema. Mi fermo allo stesso semaforo, arriva lo stesso cane, mi strappa di nuovo i vestiti.
Il terzo giorno vado ancora al cinema. In prossimità del semaforo comincio a provare una certa ansia. Ci sarà di nuovo il cane? Sì.
Mentre comincia a strapparmi di nuovo i vestiti mi chiedo se devo subire ogni volta questo disagio. Mi procuro un bastone, lo faccio annusare al cane e lo lancio lontano nella speranza che lo allontani. Funziona. Il cane rincorre il bastone e io spero che il semaforo diventi verde il prima possibile. Dal bosco esce un secondo cane che affianca il primo. Mi sembra un cane di livello superiore rispetto al primo. Tant'è che ha quasi una postura antropomorfa. Si solleva sulle sole gambe posteriori e avanza verso di me.
Adesso anche il primo cane sta cambiando forma. Cammina su due zampe soltanto e si è umanizzato. Si avvicina tenendo il bastone tra i denti.
Il semaforo è verde. Riparto prima che mi raggiungano. Arrivo al cinema, rubo il solito lenzuolo che diventa una tunica e nel solito improponibile abbigliamento mi avvio verso la sala. Sempre sulle scale mi nota lo stessso tizio del primo giorno. Mi fa la stessa domanda e rispondo allo stesso modo: "Un cane mi ha strappato i vestiti di dosso".
"Non è la prima volta, vero?" mi chiede.
"No."
"Le dispiace seguirmi?"
Mi riporta al piano terra e mi fa entrare in una piccolo ufficio. Neon sul soffitto, muri e divani bianchi, una scrivania, targhe alle pareti. Forse sono in un commissariato di polizia, penso, oppure nello studio di uno psicanalista. Comunque sia sono tranquillo. Se racconto loro tutto quello che è successo di sicuro troveranno una soluzione.
"Quello che le sta succedendo è da imputarsi alla stagione della Malcarsa" mi dice il tipo.
"Non ho capito."
"La stagione della Malacarsa".
"La Malacarsa?"
"Proprio così".
Mi da un volantino esplicativo.
E' un foglietto pubblicitario di quelli che si possono trovare sotto i tergicristalli delle auto in sosta. Su uno sfondo molto colorato c'è una scritta che dice più o meno: "La stagione della Malacarsa è un periodo in cui si apre un collegamento tra questo mondo e una dimensione parallela. E' un periodo di influenze negative, dubbi, rigenerazione che in Italia cade di solito a Gennaio o nei primi mesi dell'anno. Per maggiori informazioni chiamare... ". Segue un numero di telefono cellulare.
L'impressione che ne traggo è che non si tratti di una cosa seria. Mi sembra più il volantino di un mago da quattro soldi.
A questo punto mi sveglio.

Il sogno ha lasciato una scoria negativa, per quanto morbida, ironica. Era così preciso nei miei ricordi da avermi molto suggestionato. Da allora ho vissuto con l'attesa di qualcosa, un avvenimento preciso, una epifania che mi spiegasse il senso profondo del sogno. Di episodi degni di nota ce ne sono stati. Questo è l'anno della irrequietezza, del nomadismo, dell'insoddisfazione, dei cambiamenti, dei grandi sogni.
Ma la stagione della Malacarsa non la sento ancora terminata. Il segreto che porta con sè continua ad alimentare una pulsazione sotterranea. Chi sono i cani? Cosa vogliono da me? Cosa è di preciso la Malacarsa? Quando finirà il suo influsso?

Al risveglio non riuscivo a ricordare più il numero sul volantino. Se qualcuno di voi lo sa o ne ha qualcuno da consigliarmi può farlo.
Scherzo, non si inquieti nessuno.