domenica 12 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi- il film

La prima cosa che mi ha colpito è che il film non ha invaso le sale. Le copie sono tante, quelle che si riservano a un film italiano maggiore. Ma non sono tantissime e in qualche cinema il film potreste anche non trovarlo.
E' un segno che mi sono inventato io?
Non lo so. Ma è l'impressione che ho avuto sfogliando il giornale.
A posteriori ho qualche dubbio a riguardo.
Ma la visione in sala mi fa pensare che questo non sarà un film tanto facile da piazzare.
"La solitudine dei numeri primi" è un film indigesto.
E' uno di quei film che dopo una ventina di minuti si è già sazi. Invece tocca aprire la bocca e ingoiarlo per un'altra ora e mezza.
Se il titolo era già pesante per il romanzo ma ha forse suscitato la curiosità dei lettori, la sua trasposizione cinematografica aggiunge volontariamente il resto del carico. E' un film che spiazza e sembra metterci un impegno feroce per deludere. E' un film brutto ma anche cattivo, sadico. E' l'opera di un regista che non vuole accontentare nessuno e fa a pezzi un romanzo sopravvalutato ma forse amato. Distrugge ogni acerba emozione. Maltratta i suoi attori, li fa dimagrire o ingrassare a dismisura. Gli offre un copione senza mordente, ritmo, battute, difficile da seguire. Sembra chiedere loro soltanto di essere là a lasciarsi fotografare dalla bellissima luce di Fabio Cianchetti.
Di solito si dice: questo film non si può vedere.
La verità è che questo film si può vedere benissimo, se lo si valuta come uno show reel di belle immagini.
Questo è un film che non si può sentire.
La pasta sonora del film è una merda. E non parlo del lavoro del fonico. Parlo dei dialoghi inesistenti e annoiati e a volte incomprensibili, anche se in certi momenti è davvero meglio così; delle canzoni troppo presenti; dell'ambiente sonoro che copre i vuoti di sceneggiatura nelle scene in cui parlano solo le immagini ma non dicono niente; se non addirittura dell'accento di alcuni protagonisti.
Insomma, questo film è un'operazione commerciale di partenza ma un film sperimentale e contraddittorio nei risultati. Non è un prodotto da laboratorio, un farmaco, una medicina o magari un placebo ma una pasticca tagliata male da un chimico strafottente e lanciata a un pubblico goloso di emozioni ma ignaro delle conseguenze. E' un film votato al successo ma più vicino al fallimento.
Va segnalato però l'occhio nello scegliere e caratterizzare gli attori principali. Più delle loro qualità interpretative vince la loro fisicità.
Ma guardando di nuovo la Rohrwacher sullo schermo per l'ennesima vota quest'anno mi domando quanto durerà. Cara Rohrwacher, sei una delle cose che più mi piacciono del nostro ultimo cinema nazionale. Ti prego soltanto di non andare a infilarti troppo spesso d'ora in avanti in questi ruoli dolenti e pallidi. Alle nostre migliori attrici si riservano troppo spesso personaggi sofferenti, conformi a un gusto convenzionale di dignità femminile. Sei ancora giovane per diventare una nuova Laura Morante o Margherita Buy. Hai una bella, anomala voce spero di sentirti recitare prima o poi dei dialoghi comprensibili e brillanti. E poi, ti prego, le tette e il pelo ce lo hai fatto vedere già più di una volta. Sei una donna, ce lo hai mostrato. Il coraggio va bene ma ti auguro di trovare il tuo personaggio memorabile prima o poi, lontano dallo stereotipo che la tua immagine proiettata sembra suggerire continuamente.

Ma la sorpresa è nei titoli di coda. La colonna sonora è di Mike Patton. Non credo sia un omonimo. Mike Patton, proprio lui. Chi conosce la sua musica forse ha capito qualcosa di più sul film in questione.

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