domenica 24 ottobre 2010

Figli delle stelle

C'è qualcosa nella digestione di "Figli delle stelle" che mi è rimasto sullo stomaco. Di solito succede coi film imperfetti, coi film che finiscono per deludere un poco le aspettative, con quelli la cui sostanza si fa a tratti incerta e non si sa bene davvero cosa si sta mangiando e se ci piace davvero. Coi film che se ne stanno davanti a te con il migliore sorriso sulle labbra in attesa di un tuo sorriso che li ripaghi del loro sforzo. Sforzo teso tutto a soddisfare te e i tuoi vicini di poltrona. Sforzo concentrato nel mescolare per bene gli ingredienti per sfornare la storia migliore, saporita e digeribile, buona per un Sabato sera nel cinema vicino casa tua, che ti accompagni per il resto della serata.
Però finisce che a uno snobino come me, bulimico di storie e di immagini, qualcosa rimanga incastrato a metà dell'esofago. O forse è la pasta che rimane incollata tra i denti a impedirmi di sorridere senza pensarci troppo.
Ma devo ammeterlo per onestà. "Figli delle stelle" ha un titolo di merda ma un'idea di partenza fenomenale.
Il tentato rapimemto di un arrogante ministro si rivela un fallimento per una banda di improvvisati sequestratori. A finire nell'ultima delle "prigioni del popolo" è la persona sbagliata, un sottosegretario di poca visibilità. I rapitori si ritrovano a dovere fare i conti con la situazione e cercare di sfruttarla a loro vantaggio in qualche modo. E' una idea davvero intelligente e credo anche sensibile.
L'ambizione del film è affrontare a viso aperto e nella maniera più serena possibile il discorso sullo stato di disagio del lavoratore medio italiano, il precario alla soglia dei quarant'anni, l'operaio che lavora in condizioni di insicurezza per la propria incolumità. Sono lontani gli anni delle lotte di classe, degli scioperi, delle occupazioni e perchè no anche delle Brigate Rosse. Anni di tensione, di scontri, di ideologia portata alle estreme conseguenze. Cosa rimane di quegli anni? Una canzone disimpegnata da riascoltare con nostalgia interrogandosi sul non-sense del testo.
Il discorso di fondo per chi vuole coglierlo è che non esiste più nessuna struttura di coesione sociale, sia esso un sindacato di riferimento o un gruppo armato. Siamo soli, fregati e beffati dalla tracotanza del potere, dal corso storico degli eventi. Non ha perso solo il terrorismo. Ha perso un'intera classe sociale, quella degli ultimi, quella che con un arcaismo una volta si chiamava "proletariato". E che questi sono tempi bui, dove- non è mistero, ne parlano anche i dati rilevati dal Ministero degli Interni- si acuisce il rischio di tentazioni violente.
Tutto questo basta per poter definire l'ambizione del film e affidargli una medaglia di sicuro interesse.
Ci si lamenta sempre del cinema incapace di raccontare il paese, involuto su drammi familiari, facilonerie sentimentali e sessuali. "Figli delle stelle" almeno ci prova e ci riesce quasi, nei pochi momenti che la prevalenza della commedia glielo consente.
Secondo alcuni la riuscita del rapimento Moro fu dovuta alla collusione di superiori interessi atlantici. Secondo altri fu merito della insospettabile ambizione del piano. Teniamo per buona la seconda ipotesi. I "figli delle stelle" sono insospettabili perchè non appartengono proprio a nessuna organizzazione cospiratrice. Si incontrano per caso, agiscono in fretta e coi pochi mezzi a disposizione sull'onda di un impeto vendicativo improvviso. L'ideologia semmai viene dopo ed è un derivato della solita esuberanza verbale di tanti volantini di rivendicazione di un tempo. Tanto basta a dare rilievo all'evento sulle prime pagine dei giornali. La stampa fa da amplificatore al sentimento della paura.
Le nuove Brigate Rosse, quelle degli omicidi Biagi e D'Antona, si sono rivelate un piccolo gruppo neanche troppo organizzato. I suoi bersagli, come per i suoi storici progenitori, sono quasi sempre i pesci più piccoli. Quelli alla loro portata, privi di protezione. "Colpirne uno per educarne cento" si diceva allora.
Ma qui c'è poco di tutto questo. Siamo lontani anni luce dal clima soffocante di quegli anni.
I nostri eroi- sì, eroi stavolta- sono dei simpatici perdenti, che seminano un poco di scompiglio nel paese più per l'imprevedibilità della loro idiozia che per la efficacia della loro azione. A differenza dei veri brigatisti di un tempo sono persone prive di autentica cattiveria. Anzi, dimostrano l'immaturità coatta di chi, con tutti e due i piedi nella maturità anagrafica, non può ancora aggrapparsi a niente di solido nella propria vita.
Il film sembra portatore del messaggio che se ci è stato impedito di sognare, almeno possiamo ancora permetterci di sorriderci sopra e dissipare così un poco delle nubi più scure che questi tempi ci riservano.
Tanto di cappello.
La commedia è un genere difficilissimo. Ci si può emozionare per un fraintendimento, ma si ride solo se ci si sente solleticare la pancia. Gli autori del film sembrano davvero mettercela tutta per riuscirci. A partire dagli sceneggiatori con il concorso decisivo degli interpreti. Favino in testa, fiammeggiante e convinto come sempre, un misto di energia sul punto di precipitare da un momento all'altro, un torrente che straripa e porta il film verso la fine con il massimo dell'impegno. All'ottimo Sassanelli, perfetto per il ruolo. A Battiston, un poco pedante ma efficace.  A Tirabassi, grande talento. A Fabio Volo, personaggio minore ma adorabile nell'aura stralunata che lo accompagna da sempre nelle sue incursioni cinematografiche.
Non convince molto il ruolo della Pandolfi ma più per limiti di copione che per difetti interpretativi. E' un personaggio svuotato, incomprensibile, misterioso, irrisolto. Ha i difetti di molte belle donne nell'ultimo cinema italiano. Ci sono, sono la spalla dell'uomo sensibile e piagnone, accettano tutto, sono vaghi oggetti del desiderio, sono simpatiche, furbe, attraenti, tormentate, sono come forse le vorremmo e alla fine sono dei miseri oggetti cinematografici senza peli, sangue, un poco fasulli.
Però di fronte a tanto impegno recitativo devo ammettere ci rimette un poco la sceneggiatura che si frammenta e si perde in diversi punti. La sala ride ma è per l'umorismo estemporaneo, spontaneo e a volte aggressivo dei protagonisti. La storia sembra cucita qua e là in molti suoi passaggi. Apre piste che non portano a niente, si disarticola e impasticcia, si perde a più riprese il ritmo per strada, non riserva neanche un finale tanto chiaro ai suoi protagonisti.
Ma si tratta comunque di un film di buona fattura, una spanna sopra alla media, leggero ma non leggerissimo, dalla confezione professionale e tutto sommato godibile. Anche se, a dire il vero, date le premesse mi sembrava normale aspettarmi qualcosa di più.

sabato 16 ottobre 2010

Monica e il desiderio

Più passa il tempo più mi sembra che Bergman sia un regista che non delude mai. La sua vastissima produzione cinematografica non sembra avere significativi cali di ispirazione.
Quello che mi colpisce di più è il fatto che al di là del valore letterario, culturale, speculativo, del suo particolare punto di vista sul mondo, sull'uomo, su Dio non sia un semplice genio della sceneggiatura. Non sia cioè un filosofo o un poeta prestato al cinema ma un regista vero, di talento, capace di  dirigere i suoi attori, sfruttare al massimo le potenzialità della scenografia, dare un respiro fluido, ricco al suo linguaggio. I suoi direttori della fotografia sono stati tra i migliori maestri del bianco e nero, hanno fatto un lavoro che aveva pochi eguali all'epoca. Sia cioè un regista molto più lineare, chiaro e quindi anche godibile di quanto si pensi.
"Monica e il desiderio" rappresenta di sicuro questo aspetto più felice del cinema di Bergman. Prende una storia semplice, la sviluppa nella maniera più spontanea e naturale e la conclude con la stessa assoluta mancanza di sotterfugi narrativi, complicazioni inutili. Ne esce un film di un'ora e mezza che fila dritto e veloce come una freccia e colpisce il centro esatto come noi ci aspettavamo.
Mi fa riflettere il rapporto col cinema che hanno i protagonisti. Col cinematografo come forse lo si chiamava allora, la sala dove si andava la sera o il fine settimana per sognare davanti a uno schermo. E' sull'onda di un sogno riflesso di una vita migliore e più libera, di un amore che trova la sua espressione più intensa e priva di conseguenze e derive che prende vita la fuga dalla città dei due giovani innamorati.
Il cinema rappresenta la soddisfazione di desideri elementari, lo schema di un'esistenza in cui identificare con maggiore chiarezza conflitti da risolvere e sull'esito finale di questi conflitti basare una morale, un giudizio, una guida, un leggero spostamento degli equilibri dell'anima. Per questo suo merito illusorio, per la sia qualità ipnotica bisognerebbe essere spesso grati al cinema quando esso assomiglia ai nostri sogni migliori, quando serve a ridarci fiducia, pace; quando rende significative nella maniera meno invasiva un paio di ore a volte indimenticabili della nostra vita. Quando semplicemente ci arricchisce anche quando ci inganna.
E' difficile rendere uno stato di grazia attraverso il mezzo cinematografico. Ci vuole molto mestiere e molta fortuna. "Monica e il desiderio" si tiene in piedi proprio per una grazia che sembra naturale, spontanea. E' il film di un regista ispirato e padrone assoluto del mezzo.
Di solito il tragitto di un film sfocia verso un finale positivo in seguito a una serie di sventure più o meno gravi. Film come questo fanno il percorso inverso. Rappresentano una piccola parentesi di gioia che sembra assoluta e la lasciano sgretolare poco a poco. Dall'ingenuità, al senso di libertà e pienezza fino al baratro in cui sprofondano prima o poi i protagonisti e i film tutti di Ingmar Bergman.
Chi percorre questo percorso inverso è per natura o per razionalità un malinconico o un pessimista. Affida la riuscita della sua catarsi alle note più dolenti. Ma è anche vero che sono coloro che conoscono i lati oscuri dell'esistenza i migliori cantori della felicità e della sua caducità.
Chi non ci crede dovrebbe vedere questo film.

domenica 10 ottobre 2010

Parigi

C'è chi dice ogni città ha una sua personalità, chi addirittura dice una propria luce.
Siamo ad Ottobre a Roma. "Le famose ottobrate romane" fa qualcuno vicino al mio orecchio. E' una giornata di sole, nè fredda nè calda, precaria, equilibrata.
Le grandi città ci affascinano per la loro bellezza, per l'ostentazione, per il sogno che esse suggeriscono. Le città dovrebbero renderci migliori, offrirci panorami per le nostre vicende quotidiane che elevino i nostri piccoli crucci, le nostre disperazioni fugaci o le nostre impennate verso l'alto a un livello supplementare di dignità. Ci rendono parte di una comunità estesa, mutevole, in movimento. Offrono un continuo cambio di orizzonti a seconda del quartiere, un diverso umore. Hanno strade e palazzi che nascondono una storia. Si sviluppano sulla base di un progetto, nella migliore delle ipotesi su un piano razionale che le renda funzionali, migliori.
Per fare un film che si chiami "Parigi" ci vuole o un grande coraggio, o una grande idea o almeno una grande dose di leggerezza. Non conoscendo il cinema di Klapisch mi sembra di trovare piuttosto molto leggerezza. Parigi è uno sfondo e poco di più. I protagonisti della storia sono piccole formiche che amano, si ammalano, muoiono, si accoppiano, lavorano, tirano avanti ognuno alla propria maniera, cercano fronteggiare l'ansia.
Ma c'è poco collante tra le storie. Storie semplici, lineari dall'andamento orizzontale dove poco accade, quasi sempre si tratta della cosa più ovvia.
Che ritratto si ha di Parigi tra le righe? Quello di una città a volte invivibile, una città che sta diventando via via per ricchi e spinge parte della popolazione nella banlieu, una città turistica e dai luoghi comuni.
Mi sembra di trovare soprattutto due aspetti che escono fuori in maniera inaspettata. Parigi è una città che lavora a tutte le ore. I protagonisti sono tutte persone che esercitano una professione, ricevono offerte di lavoro, si presentano per un posto in panetteria o al ristorante, fanno la notte in un magazzino agroalimentare e poi la mattina a vendere tra le bancarelle, si preoccupano per il proprio futuro di fronte ai tagli del personale. Ma cosa c'è di Parigi che non potrebbe essere Roma?
Non lo so.
Il tassista si lamenta del traffico e delle manifestazioni che ogni giorno complicano la viabilità se non addiritura la vivibilità. Nonostante il rancore per il senso di inadeguatezza, per i disagi che questa città comporta si precipita facilmente in uno sguardo trasognato di fronte alla bellezza del posto che ci accoglie quando forse lo stiamo vedendo per l'ultima volta.
Non riesco a trovare un carattere parigino tra i tanti ritratti in questo film. Qualcosa che identifichi in maniera forte il gusto, il modo di pensare che fanno la differenza tra un francese della capitale e un tedesco, un italiano delle grandi città.
La luce del film è quella livida dell'inverno parigino, da cielo bianco e nuvoloso. Chiarore diffuso con una leggera sfumatura verso la cupezza che può arrivare improvvisa. Ma se parliamo di fotografia cinematografica, è una luce curata ma convenzionale che non lascia molto se non la giusta leggibiltà ai volti e alle situazioni. Luce adatta a una commedia.
Il secondo elemento insolito del film è il ballo. I protagonisti ballano molto nelle due ore di film. Ballano a una festa, perchè è o era il proprio lavoro. Ballano per esprimere la loro felicità. Di fornte a queste improvvise esternazioni di fisicità mi sembra di trovare i momenti più belli del film, piccole perle da due minuti al massimo. E' il momento in cui l'attore esce dai limiti del copione, trova un suo ritmo spesso sorprendente. E' il caso di Fabrice Luchini quando si scatena o di Juliette Binoche che parte impacciata e si lascia anadre via via. Il ballo lascia scivolare qualcosa di autentico in un film un poco imbalsamato, ruba momenti di vera gioia o vero divertimento nella trama fitta della finzione.

C'è una scena che mi piace molto più o meno a metà. Siamo in un ristorante. C'è una festa, una cena tra i colleghi dei diversi banchi del mercato. Tra di loro qualcuno si esibisce con la sua band in vecchi classici. Tutte le attenzioni del gruppo sono rivolte verso la più bella del gruppo, ex moglie di uno di loro.
Il collega più spavaldo le fa uno scherzo, allunga un po' troppo le mani di fronte a tutti e la costringe prima a piegarsi in ginocchio, poi a trascinarsi in avanti con le mani mentre le tiene sollevate le gambe. La usa come carriola e la porta in giro per il ristorante.
E' una scena di umiliazione involontaria che ha qualcosa di erotico e qualcosa di imbarazzante. Confonde lo spettatore che non sa se ridere o preoccuparsi. Come la protagonista che prima ride, cerca di tenersi la gonna sollevata come può, poi scoppia a piangere.
Questione forse di un venti minuti di film al massimo e la protagonista muore in un banalissimo improvviso incidente in moto. Peccato. Era il mio personaggio preferito. A volte capita che siano i migliori ad andare via per primi. Nei film soprattutto.

martedì 5 ottobre 2010

Purple rain

Può sembrare strano ma c'è stato un periodo in cui Prince era il numero uno. Di fronte a tanto successo dovette arrendersi anche il Boss, Bruce Springsteen, che pure poteva contare su "Born in the U.S.A.".
Era il 1984, l'anno di "Purple rain".
Molto di più di un album. Era un progetto pensato per trasformare il suo autore in una superstar. Era una colonna sonora e un film in cui Prince era il protagonista indiscusso, affiancato da molti suoi colleghi o collaboratori nelle vesti di attori, performer, rivali musicali sullo schermo.
Il successo fu travolgente. Prince fu tre volte numero uno. Album più venduto, singolo più venduto, migliore incasso al botteghino. Un record riuscito solo ai Beatles prima di lui. Ma se l'album ancora resiste e si guadagna le posizioni più alte degli indici di gradimento del decennio, il film è un'opera minore perchè è un grazioso gadget aggiuntivo.
Cinema e musica pop non sempre viagiano bene assieme. Il cinema esalta la spettacolarità di un concerto, offre immagini live con una fotografia degna dei grandi film, oltre a un sonoro impeccabile, ricco e più pulito dell'acustica di qualsiasi palazzetto o auditorium. E' il trionfo in hi-fi del sound and vision.
Ma richiede anche qualcosa in più. Un diverso senso del ritmo con cui condurre una storia degna di essere narrata, doti interpretative classiche. La storia di "Purple rain" è semplice e ruota intorno a The Kid, ambizioso performer e dei The Revolution, la sua band di accompagnamento, che rischia di soccombre di fronte all'egocentrismo del leader e della rivalità esterna delle altre band. Il palco da contendersi è uno solo, dove The Kid regala ogni sera degli autentici psicodrammi in musica che sottolineano di volta in volta il suo stato d'animo in relazione alle sue vicende personali. Relazioni sentimentali complicate e conflitti familiari. Grandi dosi di ambizione e voglia di arrivare a qualunque costo ( siamo sempre negli anni '80), senso scenico dell'eccesso, di una sessualità ipercaricata ma non per questo meno ambigua.
Prince è un personaggio inquietante, candido e perverso, tenero e aggressivo, virile e femminino. Oggi faticherebbe a trovare la sua collocazione. E' troppo fuori dagli schemi, come la sua musica che miscela sonorità elettroniche del periodo alla black music, con una dose massiccia di chitarre aggressive e punta all'esasperazione finale simile a un orgasmo.
La sua parabola può definirsi conclusa cinqua anni dopo con "Graffiti bridge" seguito musicale e cinematografico delle avventure di The Kid. Il film fu un tale fiasco da non trovare neanche una distribuzione italiana nelle sale. Ma la carriera di Prince è molto di più e chi volesse può attingere a una discografia sterminata che copre più di trent'anni di alti e bassi.

La verità colta con genio da Manuel Agnelli è che non "si esce vivi dagli anni '80". La peculiare aria di quel periodo era qualcosa da non poter sostenere troppo a lungo. Chi quarda indietro con nostalgica tenerezza ritrova il senso di un'ingenuità perduta. Di un cinismo candido, di eccessi innocenti, di geni dementi e di dementi punto e basta.
L'anacronismo di Prince oggi è tutto racchiuso già nel suo look, colori sgargianti, camicie con colletti alti in pizzo, capelli ricci cotonati, occhi cerchiati di trucco nero.
E' stato il primo a cercare una via d'uscita, a imboccare una via discendente, a definirsi con orgoglio artista punto e basta, a rendersi irraggiungibile, addirittura impronunciabile ( cambio il suo nome con un simbolo).
"Purple rain" è una testimonianza di quello che è stato. Il cinema ruba sempre qualcosa in più, qualcosa di privato. Lo schermo ti lascia frugare da ogni parte. "Purple rain", con i suoi grandi difetti, si lascia guardare soprattutto grazie ai suoi numeri musicali. Ma fa un ritratto di Prince, forse parziale, in cui si mette in mostra molto più di quanto in seguito avrebbe accettato di fare.