martedì 30 novembre 2010

A volte muore anche l'erba cattiva.

La notizia della morte di Monicelli mi ha colpito alle 6.45 del mattino all'altezza della Basilica di San Paolo mentre procedevo tra semafori e code verso il lavoro al riparo della mia auto da una pioggia torrenziale. Mi ha colpito perchè mi era sfuggita del tutto dalle parziali rassegne stampa radiofoniche ascoltate fino a quel momento. Mi ha colpito per l'assurdità della notizia: Monicelli a un certo punto sembrava essere diventato immortale, destinato a non morire mai, o almeno ad invecchiare senza mostrare mai i segni della senilità. La sua lucidità e la sua scorza dura erano tanto proverbiali da essere diventate quasi luoghi comuni. Invece si scopre era malato e in fase terminale. Ha scelto di non morire in silenzio, di non soccombere.
Il fatto che si sia gettato giù da una finestra, che si sia suicidato anche se nessuno sembrava avere il coraggio di dirlo apertamente è la nota più agghiacciante di questa faccenda che non può essere ristretta nel privato.
Era una notizia tanto assurda che non l'ho creduta vera.
Così mentre superavo il semaforo che mi portava verso la Basilica, coi tergicristalli a tutta forza, il cielo grigio e le prospettive di un'altra giornata di merda da ingoiare per intero mi è sembrato di non essere neanche nella realtà, vincolato da quei gesti che sono costretto a fare quando guido se non voglio andare a sbattere contro un'altra macchina tipo girare lo sterzo, dare un piccolo colpo di freni e poi accelerare quando si apre un varco davanti a me.
Ecco, questa è la notizia che sapevo avrei sentito un giorno e questo è un momento che non dimenticherò. Come quando morì Kubrick o quando morì De Andrè. Per la cronaca ero in macchina anche quelle volte, ed ero in macchina anche quando morì Giovanni Paolo II, ora che ci penso bene. Le morti di persone più vicine a me, familiari per esempio, hanno avuto sempre un effetto diverso anche quando improvvise. Si ricollegano a una sfera emozionale più concreta e quindi forse anche più onesta.
Le morti di personaggi pubblici agiscono su un livello più astratto, nei capisaldi invisibili che reggono la nostra cosmogonia immaginaria.
La morte di Monicelli, così astratta per me che in fondo non ho mai neanche avuto il piacere o il dispiacere di incontrarlo di persona, ma così brutale e violenta nella concretezza del gesto che l'ha causata mi ha molto colpito, anzi mi ha fatto tremare. Così, qualche centinaio di metri dopo, all'altezza della terza Università, mi sono accorto che stavo piangendo. Non forse per l'affetto che non ho mai davvero provato per il personaggio ma per l'improvviso affondo che aveva causato dentro di me.
Tra l'altro è morto al San Giovanni, ospedale che conosco e dove sono passato di recente,  tanto da riuscire quasi a visualizzare quello che può essere successo, la tragicità del gesto non nel suo valore simbolico ma nella traumaticità di un corpo schiantato sotto gli occhi di altri pazienti, degli infermieri che l'hanno riconosciuto per primi e che l'hanno coperto con un lenzuolo, della ressa che poco a poco si è creata attorno al cadavere.
Poi vengono in mente altre considerazioni più generali. Adesso è finita per sempre la stagione del glorioso cinema italiano. E' morto tutto il cinema di Monicelli: i suoi migliori attori, e le firme prestigiose che hanno scritto per lui e le migliori maestranze che lo hanno servito. E' finita una intera epoca che sentivamo ancora nostra ma che si trascinava incarnata solo nel corpo di Monicelli stesso. Ed è finita con ferocia, senza compromessi, con un gesto che prende a schiaffi ogni futura nostalgia, la morale di questo paese ipocrita che non potrà celebrare senza imbarazzo uno dei suoi più illustri cittadini. Che afferma la laicità integrale del regista, la sua ultima sfida al benpensiero, la crudezza di una morte che si associa con più facilità alla ribellione di un giovane eroe romantico che a quella di un anziano sofferente. Che sembra venire meno anche alle storiche aspettative di un pubblico che cerca nella vita gli stessi finali concilianti di molti film che ha amato.
Persone come lui venivano chiamate con sottile disprezzo dinosauri, per l'ingrombrante presenza e perchè ormai sorpassati, inadeguati ai tempi moderni. Ma i dinosauri sono una razza in via di estinzione. Nessuno credo esulterà oggi per la scomparsa dell'ultimo di loro perchè ora che si è levato di mezzo lo scopriamo senza autentici eredi dopo una carriera sterminata.
Si diceva fosse antipatico e cattivo, sprezzante perfino coi suoi attori. Qualcuno che doveva averlo conosciuto bene aveva detto a proposito della sua longevità che "l'erba cattiva non muore mai". Non è vero, a volte muore anche l'erba cattiva.
Oggi sul luogo di lavoro abbiamo osservato un minuto di silenzio in sua memoria. Rituale sempre grottesco e mai riuscito del tutto, tra chi sussurra le sue impellenze e porte che sbattono. Molti più o meno a ragione se ne fregano.
Poi sono arrivate anche le battute. Maligne forse ma di quella stessa malignità che ha nutrito alla grande il suo cinema migliore.
Le riporto e spero che non offendano nessuno.
"E' morto Monicelli."
"Quando?"
"Ieri sera. S'è buttato dalla finestra."
"Si vede che s'era giocato il Real Madrid." ( Per chi non lo sapesse ieri sera si giocava la partita di Champions League Barcellona-Real Madrid, vinta dal Barcellona per 5-0.)
Oppure.
"Monicelli non s'è buttato. Era davvero rigore."

lunedì 15 novembre 2010

The social network

Schermo nero.
"Lo sai che in Cina c'è una quantita di geni superiore all'intera popolazione degli Stati Uniti?" ("Did you know there are more people with genius IQ's living in China than there are people of any kind living in the United States?").
Cito a memoria in italiano. La frase in inglese è tratta dallo script originale.
E' la prima battuta di "The social network", film molto parlato e parlato molto velocemente.
E' una tendenza tutta americana. Banchieri, avvocati, uomini dei servizi segreti e a questo punto anche programmatori informatici parlano sempre troppo veloce un linguaggio troppo tecnico per poter essere afferrato dallo spettatore medio.
Deve essere una scelta degli sceneggiatori. Competenza e intelligenza sembrano essere le qualità che più apprezzano. Così i protagonisti devono sopraffarci con la loro parlata fluida e appropriata. Ma misteriosa come un messaggio in codice per i non adepti. Il risultato è che non si capisce quasi un cazzo per tutto il film eccetto lo stretto necessario che ci fa seguire la storia.
Ma sto divagando.
Restiamo alla prima battuta.

Parole chiave: "genio", "Cina", "Stati Uniti".
Ottimo incipit. In fondo siamo negli Stati Uniti e questa è la storia del suo ultimo e più brillante figlio. Mark Zuckerberg, inventore di Facebook e per questo oggi il miliardario più giovane del pianeta.
E la Cina?
Beh, la Cina è il suo opposto. Se questa è la storia di un giovane che in brevissimo tempo raggiunge il suo primo miliardo di dollari, la Cina è una nazione antichissima che ha il potere numerico di un miliardo di abitanti.
Questione di punti di vista.
Individualità occidentale contro modello collettività orientale.
Antica necessità per gli Stati Uniti di misurarsi di continuo gli attributi, stavolta intellettivi, e scoprirsi stavolta in leggero vantaggio ma ancora per poco.

Faccio una ricerca su Wikipedia. "Top Gun". Non mi ricordo il nome del protagonista interpretato da Tom Cruise. Ecco: Pete Mitchell, detto "Maverick".
Il più promettente allievo per il ruolo di pilota della Marina degli Stati Uniti, in un corso che classifica solo " i numeri uno." La sua missione: proteggere i cieli del suo paese dall'attacco sovietico.
Piccola considerazione. Una volta si diceva sempre "i russi", mai "la Russia".
Oggi è più comune dire "la Cina" che "i cinesi". E' una nazione senza volto, il cui antagonismo è più difficile da ridicolizzare e che non minacciano con il loro potere militare quanto con il loro potenziale economico. Il suo presidente è stato di recente definito l'uomo più potente del pianeta eppure non ci ricordiamo nemmeno come si chiama.
Sono sicuro che nel 1986 in molti avranno sognato di pilotare aerei da combattimento come il nostro caro Pete "Maverick".
Ma oggi, nel 2010, preferireste essere "Maverick" o Mark Zuckerberg?
Come? Preferireste essere Tom Cruise?
Risposta non valida.

Mark Zuckerberg ha tutte le caratteristiche che fanno di lui il perfetto protagonista di un film americano. E' giovane ed è un genio. Il suo talento non va sprecato e lo porta ad inventare "Facebook". Da servizio destinato agli studenti di Harvard si diffonde in breve agli altri college, poi alle università europee fino ad essere un network aperto a tutti, anzi il più importante e redditizio social network dei nostri tempi. Mark diventa ricco sfondato e non ha ancora trent'anni.
Il film si risparmia qualsiasi analisi sociologica del fenomeno. Si è già scritto e letto abbastanza. Tutti hanno già detto la loro, firme prestigiose o anonimi utenti, in saggi editi o al bancone di un bar. Qui si scava nel segreto che porta alla nascita di "Facebook" nella convinzione che sia una storia che valga la pena raccontare.
Ancora di più: si focalizza tutto sul sig. Facebook, coinvolgendo anche i suoi compagni di avventura ma lasciandoli in ombra, offrendogli un esiguo risarcimento finale pari agli indennizzi economici delle cause intentate contro il loro ex partner d'affari.
Nella convinzione quindi che la storia personale di Mark Zuckerberg e del suo singolare talento valga la pena di essere ascoltata.
La domanda è: sarà proprio così?
Non bastano le due ore di film per sciogliere l'enigma.

La verità è che le storie dei successi altrui ci stanno parecchio sul cazzo. Perchè un genio ci possa stare simpatico deve portare la stimmate della follia o avere un grande temperamento artistico. Zuckerberg invece è un genio freddo, al limite dell'autismo. E' un represso che cova frustrazione e rabbia, sentimenti di rivalsa. E' maleducato e meschino. E' un immaturo con la testa pesante.
Ma non ha l'arroganza a tutto tondo dei cattivi. Non è neanche "un vero stronzo" come qualcuno fa notare. E' un personaggio più implosivo rispetto a tanti protagonisti esplosivi e vincenti degli ultimi anni.
Sfugge di continuo alla nostra empatia, non possiamo mai identificarci con lui. Semplice, perchè non siamo lui.
E perchè lui esiste davvero.
Il cortocircuito del film è tutto qui.
Questa è una storia vera con qualche necessaria mistificazione.
Non siamo mai saliti su un cacciabombardiere ma abbiamo tutti usato Facebook almeno una volta. Pete "Maverick" sarà di sicuro figo ma se ne sta stretto nelle due ore di "Top Gun". Oggi sarebbe uno stronzo reazionario che ha votato tutte e due le volte per George Bush e i fine settimana li passa davanti al televisore a riguardare "Rocky 4" con una lattina di birra in mano.
Mark Zuckerberg se ne sta da qualche parte. Magari a maledire questo stupido film, a contare i soldi in banca, o magari davanti al televisore a guardare "Top Gun" e a dirsi che se fosse nato meno Zuckerberg e un po' più Tom Cruise la sua vita sarebbe stata diversa. Forse migliore? Chissà.

Il film non sembra interessato alla verità. Semmai aggiunge un ulteriore velo, confonde il reale con il virtuale. Individua un alter ego del protagonista e lo colloca per assurdo, con più misteri di prima, nel mondo reale. Quanto più si accanisce contro di lui tanto più il vero Zuckerberg si fa sfuggente e forse simpatico. In questo precario equilibrio di opposti sta tutto il fascino del film.

domenica 14 novembre 2010

Drag me to hell

E lo chiamano horror quando in realtà è un cartoon. Lo dimostrava bene "L'armata delle tenebre". Dategli sufficiente spago e Raimi vi condurrà non verso il terrore, ma verso la farsa. Non è un bau bau che gode nel turbare i vostri sogni ma un intrattenitore che non disprezza di farsi due risate. Per questo sembra appartenere a un horror del passato, superato dalla ferocia delle nuove produzioni ( soprattutto asiatiche e francesi) che tendono a prendersi incredibilmente sul serio. Lontano dal torture-porn di "Hostel" ( percorso inverso: dalla farsa all'orrore) dove tramite l'eccesso di violenza  e l'assenza di moralità si ottiene la massima efficacia.
Invece "Drag me to hell" è un film piuttosto convenzionale. Un piccolo divertimento che scivola di continuo, ma mai del tutto nel versante del ridicolo, ma si rimette in piedi grazie a un regista di buona tecnica e a una sceneggiatura imperfetta ma funzionale.
Christine Brown è una giovane impiegata in una piccola finanziaria. Ambisce a una promozione di carriera e per questo lavora duro. Mantiene a bada la sua linea con una rigida dieta. Si tiene stretta il fidanzato belloccio, intelligente e molto ricco. E' una hard-working young girl che cerca di farsi da sè ( espressione da abolire per sempre dalla lingua italiana una volta che tramonterà l'epoca dell'innominabile-ci-siamo-capiti).
Ma è dura quando l'ultimo stagista arrivato cerca di fregarti il posto. Quando la madre del tuo ragazzo ha dei pregiudizi classisti su di te. Quando alle tue origini c'è sempre la ragazzina obesa che abitava nella fattoria con la madre alcolista.
Si fa ancora più dura quando un'anziana alla quale non hai potuto estendere il mutuo per la casa riversa su di te la sua rabbia sotto forma di un'antica maledizione. Un improbabile demone chiamato "Lamia" non ti darà tregua per tre giorni prima di venire a prendere la tua anima una volta per tutte.
Come mantenere il già precario equilibrio che sorregge la tua vita quasi perfetta, il tuo percorso virtuoso verso un domani migliore?
Impossibile.
Tanto più se il tuo fidanzato, professore di college, psicologo e scettico verso tutti quei fenomeni che escono dai confini della sfera razionale, comincia a dubitare della tua salute mentale. Se il classico invito a pranzo per conoscere i genitori di lui si trasforma in un delirio. Se nel frattempo il tuo rivale sul lavoro cerca di mettertela in quel posto e a tua vita va a rotoli.
Perchè proprio a me? E' la domanda che tutte le vittime di un abuso si chiedono. La risposta il più delle volte non c'è. E non la offre di certo Raimi.
Perchè sei il personaggio che ha più da perdere e quanto più devi lottare per tenerti stretta quello che hai guadagnato finora con la fatica e tutto il resto tanto più la faccenda si farà interessante per noi spettatori. Semplice, cinico, efficace.
L'ironia di Raimi è un'arma a doppio taglio. Se da un lato rende il film scivoloso e leggero, regala un colpo di coda finale che può dividere le opinioni,  permette di sorvolare su intere sequenze non proprio riuscite e su qualche approssimazione in fase di scrittura; dall'altro finisce per svalutare l'originalità di alcuni suoi temi.
Il vago riferimento alla situazione sociale di questi anni ( qualcuno l'ha definito "horror al tempo della crisi", ma si tratta di un progetto covato da parecchio tempo).
Il dubbio che sia tutto una proiezione di una mente turbata e sotto stress che produce da sola i propri peggiori nemici ( non è in fondo così per tutti noi? ci mettiamo di continuo i bastoni tra le ruote e diamo la colpa ad altri, tanto più desideriamo qualcosa nel profondo tanto più temiamo di perderla etc.) si risolve abbastanza in fretta. No, la maledizione c'è davvero. Ci credano o no tutti gli altri, spettatori compresi.
Volendo anche il tema sotterraneo e più divertente di tutti: il conflitto tra i vecchi e i giovani, dove i vecchi non si fanno scrupoli a rovinare con il loro egoismo e la loro cattiveria e il loro potere le ambizioni delle nuove generazioni; dove, per contro, l'anziano è visto come una persona ai margini della società, portatore di richieste difficili da sostenere che scatenano in noi senso di colpa, ribrezzo, paura del futuro. Scavate in un horror e troverete sempre un fondo di cattiva coscienza, una traccia di superstizione, un processo di sublimazione del nostro razzismo endemico.
La lotta nel garage tra la protagonista e la sua anziana assalitrice è una scena da antologia. Minacciosa, claustrofobica eppure beffarda e scorrettisima, da morire dal ridere.
La morale del film, così poco preoccupato di una morale a dire il vero, è che sono sempre i più deboli a pagare. In fondo è una versione in chiave horror soprannaturale della cosiddetta "guerra tra poveri".

martedì 9 novembre 2010

Nato il 4 Luglio

La capacità di generare o rivitalizzare grandi miti è segno della prosperità e dello stato di salute di una nazione. L'antica Grecia è stata la madre culturale dell'Occidente. I suoi miti sopravvivono ancora in forme aggiornate, non smettono di comunicare con noi, non perdono il loro fascino.
I miti di oggi sono narrati per lo più dal cinema che permette un grado di coinvolgimento sensoriale mai provato prima. Anche il 3d non è altro che un modo per donare l'illusione di realtà. Renderci testimoni ad occhi aperti del mito e quasi partecipi di esso.

Non si sa molto sulla figura di Omero, il padre dell'epica. Qualcuno mette in dubbio persino che sia davvero esistito. Si dice fosse cieco. Se così fosse oggi non potrebbe neanche andare al cinema. Ma la potenza del suo linguaggio potrebbe essere stata tradotta negli anni passati dai grandi registi di kolossal. Un Cecil B. DeMille, o un Francis Ford Coppola dei tempi d'oro. "Epica" potrebbe essere tradotta con "larger than life". Allora sarebbero epici il colonnello Kurtz, Micheal Corleone, Ben Hur o il Gladiatore.

La pellicola è un supporto destinato a scomparire. Già agli esordi si faceva notare per la sua precarietà, infiammabile in un attimo, facile a rovinarsi. L'epoca del muto ci ha precluso la visione di capolavori pervenuti solo in versioni parziali, danneggiati dal tempo o dall'incuria in maniera irrimediabile.
Il cinema è destinato a scomparire?
Sì, forse.
Cosa resterà di una così vasta produzione tra qualche secolo? Dove finirà la nostra epica, i nostri miti attuali? Come si potrà raccontare l'inconscio colletivo senza poter vedere i nostri film così come li vediamo noi?
Forse i film si trasformeranno in qualcosa d'altro. Ricopiati o riprodotti nelle nuove forme che il progresso tecnologico permetterà, adattati all'ideologia corrente così come il laborioso impegno di monaci medievali ha salvato gli antichi scritti destinati a deteriorarsi.

Mi vengono in mente opere come il "Satyricon" di Petronio di cui mai avremo un'edizione integrale e immagino frammenti di film sopravvissuti nei secoli futuri. Spezzoni incompleti da studiare, cercando di intuire le parti mancanti, privi di una trama completa, sbrindellati per sempre nel ritmo così tenacemente inseguito in fase di scrittura, direzione e montaggio. Immagino scene di film prevalere sulla coerenza perduta, salvate dall'oblio non per i loro meriti artistici ma per un principio arbitrario.
Studiosi futuristici entusiasti di fronte a un film della Fenech in cui ritrovare la licenziosità di antichi poeti romani, dei disegni osceni ritrovati sulle mura della sommersa Pompei. Interrogarsi sulla reale esistenza di Stanley Kubrick, ridimensionare di molto il valore di Woody Allen il cui umorismo sarà del tutto inaccessibile e i cui film ripresentano troppo di frequente le stesse situazioni, a volte proprio le stesse storie.
Oppure fare i conti con un film orientale di quelli che vincono i festival e rimanere sconcertati.
Perchè è giusto cercare nuove forme espressive all'interno dello stesso linguaggio, ma è sempre il cinema che si confronta con il mito quello che ci riappacifica con l'universo, con dio, con i nostri demoni e con i nostri simili.
Il mito si interroga sui limiti dell'uomo. Sporge il suo sguardo oltre i confini della sua natura. Lo rende più grande dei suoi comuni difetti e al tempo stesso rimpicciolisce i misteri della sua esistenza nei canoni di una storia facile da narrare e comprendere.
Il mito è energia psichica a cui tutti abbiamo accesso.

Tutto questo mi viene in mente durante le due ore e mezza di durata di "Nato il 4 Luglio". All'epoca della mia prima visione lo avevo trovato patetico e deprimente. Oggi invece riscopro un grande film americano, di quell'America campione di intelligenza e di fascino che tutti abbiamo amato.
Di quell'America che ci appartiene anche se non ci siamo mai stati, anche se non la conosciamo davvero ma che tutti immaginiamo anche se forse non esiste così, non è mai esistita.

La verità è che il mito nasce proprio per cancellare una ferita e di ferite questo film ne racconta parecchie. Ci sono quelle del protagonista reso invalido, semi-paralizzato e impotente durante la guerra in Vietnam. E ci sono quelle di una nazione il cui orgoglio e la cui integrità vedrà disintegrate da un conflitto odioso e infelice.
Per questo, quanto più si sente messa in discussione tanto più riafferma il proprio valore e si rispecchia nei propri principi, nella propria tradizione, nel proprio spirito, nella propria Storia anche più controversa, nei propri piccoli o grandi, funesti o positivi sogni.
E' un film sull'orgoglio che si ha a essere americani, che bisogna avere o ritrovare, uniti nelle celebrazioni del proprio paese. Che rappresenta il bisogno di raccontare un passato difficile per poterne finalmente prendere le distanze e andare avanti, di nuovo uniti, parte di una comunità.
E' quello che cantava anche Springsteen. "Nato negli Stati Uniti" e "Nato il 4 Luglio" sono due modi per dire la stessa cosa. Sono due veicoli di propaganda involontaria, avvolgono l'amarezza dietro il mito di una bandiera, di una nazione grande e potente.

Vedendo il film mi è tornato in mente l'ultimo Placido. Colpa delle scene di massa, delle proteste studentesche, delle cariche della polizia. "Il grande sogno" era un titolo azzeccato, semplice ed onesto. Doveva essere il racconto in tempi ormai maturi del '68 italiano ma è risultato un'occasione mancata.
I due film si potrebbero assomigliare. L'impianto visivo è potente e affrontano una memoria condivisa anche da chi non vi ha mai preso parte, per ragioni geografiche o anagrafiche.
Ma quello che mancava al film di Placido era una struttura narrativa altrettanto solida e finiva per impantanarsi nell'autobiografia troppo personale che scaricava di energia l'intero secondo tempo, impediva di chiudere in maniera definitiva il nostro bisogno di nostalgia e i conti con i fantasmi del nostro passato nelle forme superiori del mito. Lasciava supporre l'inconsistenza forse del mito stesso.
Una nazione senza miti non è una nazione unita. E' priva di identità comunitaria. Anche gli spiriti separatisti del nord si sentono uniti nel mito di una Padania che forse non è mai esistita e speriamo non esisterà mai davvero.
Da noi "nascere il 2 Giugno" non ha nessun valore, e neanche il "25 Aprile". Siamo una nazione in crisi di identità, divisa e incerta su tutto, specie sul proprio passato e non riusciremo mai a raccontare la nostra Storia con la stessa chiarezza, potenza, universalità del migliore cinema americano.
Ne è stato esempio "Il divo", tentativo di mettere in luce zone d'ombra dell'uomo politico, dei misteri e delle contraddizioni di un intero paese. Il film è lodato all'estero per l'originalità del suo stile ma non suscita lo stesso interesse per il protagonista Andreotti di "W.", ritratto altrettanto impudico ma molto più convenzionale sul piano artistico, che lo stesso Oliver Stone ha riservato al penultimo presidente americano, George Bush.

Rimane da affrontare il personaggio di Ron Kovic. Non c'è autentica mitologia in lui. Eroe è colui che si innalza al di sopra dei suoi limiti umani. Ron Kovic, ferito in maniera irrimediabile in guerra, ritorna con le decorazioni da "eroe". Ma è invece abbassato ai ranghi del sub-umano. Privato della virilità e dell'uso delle gambe deve lottare per l'esistenza che gli rimane da vivere per riacquistare la sua dignità, essere riconosciuto di nuovo un "essere umano". Tom Cruise si dedica anima e corpo al progetto e regala una prestazione incredibile, fisica, passionale, assolutamente perfetta in tutto.

domenica 7 novembre 2010

Quinto potere

"Quarto potere" è il primo film di Orson Welles. Datato 1941 è considerato una pietra miliare della storia del cinema. Il "quarto potere" è quello dei mezzi di comunicazione di massa. Nel caso specifico, la carta stampata, l'editoria giornalistica.
 "Quinto potere" sembra riallacciarsi a questo concetto, aggiornandolo al progresso tecnologico avvenuto. Siamo nel 1976 e ormai la comunicazione, l'informazione e l'intrattenimento passano attraverso la televisione.
I due film sembrano legati da un interesse sociologico di fondo quando in realtà si tratta di opere distinte per stile, contenuti, punti di vista.
Non è un mistero che i titoli originali siano ben diversi: "Citizen Kane", il cittadino Kane, dal cognome del protagonista della pellicola di Welles, da il senso di una storia centrata piuttosto sull'ascesa e il declino di un uomo di potere, sulla forza della sua ricchezza, sulla miseria della sua solitudine. Welles si ispira a William Randolph Hearst, all'epoca uno degli uomini più influenti d'America che si riconobbe e non gradì il ritratto.
"Network" per il film di Lumet. Stavolta non seguiamo un singolo personaggio ma una moltitudine, la cui interazione da vita alla programmazione di un canale televisivo, al suo notiziario, ai suoi sceneggiati settimanali. "Network" si distingue per l'originalità e la forza del suo copione.
Un sentiero iniziale ci porta alle soglie del bosco, poi una volta entrati le strade si moltiplicano. Chi credevamo essere il protagonista perde la sua importanza, si impongono altri personaggi. Il tono si fa via via più febbrile e si finisce la visione stupefatti dall'abbondanza di genialità che il film contiene.
Non si tratta di un'analisi lucida del mondo televisivo, piuttosto un appassionato sermone dal sapore profetico e visionario, straripante di intelligenza, folgorazioni. In cui tutto finisce ribaltato per un effetto di grande illusionismo. I vincenti sono vinti, i perdenti trionfano, i potenti sono oppressi da un potere più grande di loro, i folli sono saggi, il sacro si confonde con la spazzatura, il capitalismo è un messaggio divino, l'anziano diventa virile e fascinoso, la bella donna si rivela sessualmente inetta, i gruppi armati rivoluzionari diventano star della tv, il suicidio si trasforma in omicidio, il dramma si rivela farsa e lo spettatore è spiazzato di continuo, affascinato dalla potenza dei dialoghi, delle invenzioni.
Vi si possono trovare tracce di quello che poi sarà il cinema di Oliver Stone, in particolare di "Wall street" e "Talk Radio", con l'aggiunta di un sarcasmo che a lui è sempre mancato. E' un film scritto da un genio, di grande impatto spettacolare e portatore di un messaggio forse oggi più comprensibile che allora.
Il secondo aspetto davvero curioso del film, il primo che ha colpito la mia attenzione, è l'età media dei protagonisti. Non ci sono attori giovani, star maschili, bellezze ma solo uomini di mezza età, invecchiati, dai capelli bianchi o stempiati, pieni di acciacchi e malinconie, esperti, navigati o sorpassati professionisti, inclini alla depressione, spaventati o attratti dalla morte.
La bellezza, la gioventù, appartengono solo al personaggio di Faye Dunaway, unica giovane donna in un mondo di maschi attempati. Figura di potere, potere anche sessuale, si rivela essere un personaggio nevrotico, irreale, disumano.

Un dettaglio in chiusura. William Randolph Hearst aveva una nipote di nome Patricia. Rapita da una banda di sequestratori finisce per condividere la loro causa e si arruola nell' "Esercito di liberazione simbionese". Imbraccia il mitra e si da anima e corpo al progetto rivoluzionario, passando in clandesinità dalla parte del crimine. E' una storia vera, accaduta negli Stati Uniti negli anni '70. La si accenna durante una riunione di redazione proprio ad inizio film. E questo mi sembra un altro invisibile legame tra due pellicole tanto diverse legate dalle misteriose scelte dei traduttori italiani.

lunedì 1 novembre 2010

Mammuth

Se per voi il cinema è un'ossessione non condividetela se non con gente come voi. Andate mai a vedere film in sala con i vostri genitori? Se la risposta è sì, qual è l'ultimo film che avete visto assieme.
Io l'ho fatto ieri pomeriggio dopo tanto tempo. Il film l'ho scelto io, ma la decisione è stata ardua. Ho caricato mia madre e mia sorella sulla mia macchina e tutti insieme alla volta di Roma, verso la sala 4 del Madison che si rivela essere una delle più infami. Stretta e lunga con due schiere di poltroncine da quattro posti per fila, uno schermetto piccolo e un audio mediocre. Il rumore del proiettore alle mie spalle e una proiezione al limite dell'effetto strobo.
Il film è "Mammuth". Ha vinto la selezione battendo il cileno "Post Mortem" ( mia sorella voleva vedere una commedia o qualcosa che gli assomigliasse), il nuovo "Wall street" ( un poco lungo  e dalle recensioni contrastanti ma lo facevano vicino casa nostra), "La pecora nera" di Celestini ( lo davano solo in serata). Addirittura "Ritorno al futuro" ( mia madre e mia sorella non sembravano proprio interessate), il film di Zemeckis che ho molto amato da bambino e non rivedevo da anni. E poi "Passione" il documentario sulla musica napoletana di Turturro ( non ce la potevo fà) e volendo pure gli ultimi Avati e Ivory, registi che ho sempre ignorato con ostinazione.
Insomma "Mammuth" la spunta su tutti ma bastano quei primi cinque minuti per domandarmi cosa ci facciamo tutti qui.
"Mammuth" è un film pensato per il fisico di Depardieu, per la sua mole, per il suo naso mitologico che ha scritto più pagine di storia del cinema della sua voce, per la sua vecchiaia, bruttezza ostinata. Depardieu fa parte di quella ridotta schiera di grandissimi che non si vergognano di essere deformi, grandiosi, decadenti. E' come l'ultimo Marlon Brando. Ispira superiorità nel suo sfacelo e non ha bisogno neanche di recitare per catturare tutta la nostra ammirazione. Sono forse quel tipo di attori che si amano perchè ci riconciliano con i nostri mediocri, comuni difetti. Con l'insulsaggine della nostra imperfezione. Se solo fossero oggetto di una più diffusa mitologia non ci vergogneremmo di essere come loro. Vorremmo tutta la loro obesità, tutta la loro disperazione latente, il gusto beffardo per la vita che sembrano ispirare e la loro semi-divina follia.
Ma questo non basta a riscattare l'ora e mezzo di film che avanza con pigrizia, tra una provocazione e l'altra, rovistando senza vergogna nella miseria, nell'acidità, nella demenza e nella perversione sessuale. Il problema è che a parte le gag, a volte divertenti, a volte meno, a parte il progetto di fare un film sporco, senza grazia, sovraesposto fotograficamente e sottotono nella scrittura e recitazione, c'è poco per cui amare davvero "Mammuth", specie in un pomeriggio grigio di pioggia trattenuta a stento, in un giorno di festa dove mi riporto a casa una fetta di crostata della mamma.
E' un film di una coppia di teneri autori che si impegnano a giocare al cinismo, e caricano tutto di cattivo gusto senza grandi progetti iconoclasti.
Si affidano a una storia on the road per tenersi il più possibile libera la storia dalle pastoie di un qualsiasi intreccio e poi purtroppo commettono un errore fatale. Quanto più sembrano voler dimostrare il loro affetto per questi personaggi marginali, per la loro poesia infantile, più li maltrattano e li espongono alla nostra derisione come freak d'altri tempi. Insomma si comportano in vera malafede.
A fine film mia madre mi voleva sputare in faccia, mia sorella pure. E purtroppo una volta tanto non potevo esporre argomenti migliori in difesa di questo film che è meglio andare a vedere con qualche amico fidato, mai con la fidanzata a meno che non condivida la vostra stessa apertura mentale verso il cinema, mai nella maniera assoluta con una donna se è la prima volta che ci uscite insieme.
Insomma meglio in totale solitudine ma proprio per togliervi lo sfizio.

Vedendo il film ho pensato più volte che i due registi di devono essere ispirati, nell'idea e nello stile a "The wrestler", bel film di Aronofsky. Anche lì c'era un uomo e un attore in vistoso declino, un gusto sporco per l'immagine, un personaggio dai lunghi capelli biondastri, dalla condizione estrema, dalla mente semplice e dal cuore grande.