domenica 14 novembre 2010

Drag me to hell

E lo chiamano horror quando in realtà è un cartoon. Lo dimostrava bene "L'armata delle tenebre". Dategli sufficiente spago e Raimi vi condurrà non verso il terrore, ma verso la farsa. Non è un bau bau che gode nel turbare i vostri sogni ma un intrattenitore che non disprezza di farsi due risate. Per questo sembra appartenere a un horror del passato, superato dalla ferocia delle nuove produzioni ( soprattutto asiatiche e francesi) che tendono a prendersi incredibilmente sul serio. Lontano dal torture-porn di "Hostel" ( percorso inverso: dalla farsa all'orrore) dove tramite l'eccesso di violenza  e l'assenza di moralità si ottiene la massima efficacia.
Invece "Drag me to hell" è un film piuttosto convenzionale. Un piccolo divertimento che scivola di continuo, ma mai del tutto nel versante del ridicolo, ma si rimette in piedi grazie a un regista di buona tecnica e a una sceneggiatura imperfetta ma funzionale.
Christine Brown è una giovane impiegata in una piccola finanziaria. Ambisce a una promozione di carriera e per questo lavora duro. Mantiene a bada la sua linea con una rigida dieta. Si tiene stretta il fidanzato belloccio, intelligente e molto ricco. E' una hard-working young girl che cerca di farsi da sè ( espressione da abolire per sempre dalla lingua italiana una volta che tramonterà l'epoca dell'innominabile-ci-siamo-capiti).
Ma è dura quando l'ultimo stagista arrivato cerca di fregarti il posto. Quando la madre del tuo ragazzo ha dei pregiudizi classisti su di te. Quando alle tue origini c'è sempre la ragazzina obesa che abitava nella fattoria con la madre alcolista.
Si fa ancora più dura quando un'anziana alla quale non hai potuto estendere il mutuo per la casa riversa su di te la sua rabbia sotto forma di un'antica maledizione. Un improbabile demone chiamato "Lamia" non ti darà tregua per tre giorni prima di venire a prendere la tua anima una volta per tutte.
Come mantenere il già precario equilibrio che sorregge la tua vita quasi perfetta, il tuo percorso virtuoso verso un domani migliore?
Impossibile.
Tanto più se il tuo fidanzato, professore di college, psicologo e scettico verso tutti quei fenomeni che escono dai confini della sfera razionale, comincia a dubitare della tua salute mentale. Se il classico invito a pranzo per conoscere i genitori di lui si trasforma in un delirio. Se nel frattempo il tuo rivale sul lavoro cerca di mettertela in quel posto e a tua vita va a rotoli.
Perchè proprio a me? E' la domanda che tutte le vittime di un abuso si chiedono. La risposta il più delle volte non c'è. E non la offre di certo Raimi.
Perchè sei il personaggio che ha più da perdere e quanto più devi lottare per tenerti stretta quello che hai guadagnato finora con la fatica e tutto il resto tanto più la faccenda si farà interessante per noi spettatori. Semplice, cinico, efficace.
L'ironia di Raimi è un'arma a doppio taglio. Se da un lato rende il film scivoloso e leggero, regala un colpo di coda finale che può dividere le opinioni,  permette di sorvolare su intere sequenze non proprio riuscite e su qualche approssimazione in fase di scrittura; dall'altro finisce per svalutare l'originalità di alcuni suoi temi.
Il vago riferimento alla situazione sociale di questi anni ( qualcuno l'ha definito "horror al tempo della crisi", ma si tratta di un progetto covato da parecchio tempo).
Il dubbio che sia tutto una proiezione di una mente turbata e sotto stress che produce da sola i propri peggiori nemici ( non è in fondo così per tutti noi? ci mettiamo di continuo i bastoni tra le ruote e diamo la colpa ad altri, tanto più desideriamo qualcosa nel profondo tanto più temiamo di perderla etc.) si risolve abbastanza in fretta. No, la maledizione c'è davvero. Ci credano o no tutti gli altri, spettatori compresi.
Volendo anche il tema sotterraneo e più divertente di tutti: il conflitto tra i vecchi e i giovani, dove i vecchi non si fanno scrupoli a rovinare con il loro egoismo e la loro cattiveria e il loro potere le ambizioni delle nuove generazioni; dove, per contro, l'anziano è visto come una persona ai margini della società, portatore di richieste difficili da sostenere che scatenano in noi senso di colpa, ribrezzo, paura del futuro. Scavate in un horror e troverete sempre un fondo di cattiva coscienza, una traccia di superstizione, un processo di sublimazione del nostro razzismo endemico.
La lotta nel garage tra la protagonista e la sua anziana assalitrice è una scena da antologia. Minacciosa, claustrofobica eppure beffarda e scorrettisima, da morire dal ridere.
La morale del film, così poco preoccupato di una morale a dire il vero, è che sono sempre i più deboli a pagare. In fondo è una versione in chiave horror soprannaturale della cosiddetta "guerra tra poveri".

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