martedì 9 novembre 2010

Nato il 4 Luglio

La capacità di generare o rivitalizzare grandi miti è segno della prosperità e dello stato di salute di una nazione. L'antica Grecia è stata la madre culturale dell'Occidente. I suoi miti sopravvivono ancora in forme aggiornate, non smettono di comunicare con noi, non perdono il loro fascino.
I miti di oggi sono narrati per lo più dal cinema che permette un grado di coinvolgimento sensoriale mai provato prima. Anche il 3d non è altro che un modo per donare l'illusione di realtà. Renderci testimoni ad occhi aperti del mito e quasi partecipi di esso.

Non si sa molto sulla figura di Omero, il padre dell'epica. Qualcuno mette in dubbio persino che sia davvero esistito. Si dice fosse cieco. Se così fosse oggi non potrebbe neanche andare al cinema. Ma la potenza del suo linguaggio potrebbe essere stata tradotta negli anni passati dai grandi registi di kolossal. Un Cecil B. DeMille, o un Francis Ford Coppola dei tempi d'oro. "Epica" potrebbe essere tradotta con "larger than life". Allora sarebbero epici il colonnello Kurtz, Micheal Corleone, Ben Hur o il Gladiatore.

La pellicola è un supporto destinato a scomparire. Già agli esordi si faceva notare per la sua precarietà, infiammabile in un attimo, facile a rovinarsi. L'epoca del muto ci ha precluso la visione di capolavori pervenuti solo in versioni parziali, danneggiati dal tempo o dall'incuria in maniera irrimediabile.
Il cinema è destinato a scomparire?
Sì, forse.
Cosa resterà di una così vasta produzione tra qualche secolo? Dove finirà la nostra epica, i nostri miti attuali? Come si potrà raccontare l'inconscio colletivo senza poter vedere i nostri film così come li vediamo noi?
Forse i film si trasformeranno in qualcosa d'altro. Ricopiati o riprodotti nelle nuove forme che il progresso tecnologico permetterà, adattati all'ideologia corrente così come il laborioso impegno di monaci medievali ha salvato gli antichi scritti destinati a deteriorarsi.

Mi vengono in mente opere come il "Satyricon" di Petronio di cui mai avremo un'edizione integrale e immagino frammenti di film sopravvissuti nei secoli futuri. Spezzoni incompleti da studiare, cercando di intuire le parti mancanti, privi di una trama completa, sbrindellati per sempre nel ritmo così tenacemente inseguito in fase di scrittura, direzione e montaggio. Immagino scene di film prevalere sulla coerenza perduta, salvate dall'oblio non per i loro meriti artistici ma per un principio arbitrario.
Studiosi futuristici entusiasti di fronte a un film della Fenech in cui ritrovare la licenziosità di antichi poeti romani, dei disegni osceni ritrovati sulle mura della sommersa Pompei. Interrogarsi sulla reale esistenza di Stanley Kubrick, ridimensionare di molto il valore di Woody Allen il cui umorismo sarà del tutto inaccessibile e i cui film ripresentano troppo di frequente le stesse situazioni, a volte proprio le stesse storie.
Oppure fare i conti con un film orientale di quelli che vincono i festival e rimanere sconcertati.
Perchè è giusto cercare nuove forme espressive all'interno dello stesso linguaggio, ma è sempre il cinema che si confronta con il mito quello che ci riappacifica con l'universo, con dio, con i nostri demoni e con i nostri simili.
Il mito si interroga sui limiti dell'uomo. Sporge il suo sguardo oltre i confini della sua natura. Lo rende più grande dei suoi comuni difetti e al tempo stesso rimpicciolisce i misteri della sua esistenza nei canoni di una storia facile da narrare e comprendere.
Il mito è energia psichica a cui tutti abbiamo accesso.

Tutto questo mi viene in mente durante le due ore e mezza di durata di "Nato il 4 Luglio". All'epoca della mia prima visione lo avevo trovato patetico e deprimente. Oggi invece riscopro un grande film americano, di quell'America campione di intelligenza e di fascino che tutti abbiamo amato.
Di quell'America che ci appartiene anche se non ci siamo mai stati, anche se non la conosciamo davvero ma che tutti immaginiamo anche se forse non esiste così, non è mai esistita.

La verità è che il mito nasce proprio per cancellare una ferita e di ferite questo film ne racconta parecchie. Ci sono quelle del protagonista reso invalido, semi-paralizzato e impotente durante la guerra in Vietnam. E ci sono quelle di una nazione il cui orgoglio e la cui integrità vedrà disintegrate da un conflitto odioso e infelice.
Per questo, quanto più si sente messa in discussione tanto più riafferma il proprio valore e si rispecchia nei propri principi, nella propria tradizione, nel proprio spirito, nella propria Storia anche più controversa, nei propri piccoli o grandi, funesti o positivi sogni.
E' un film sull'orgoglio che si ha a essere americani, che bisogna avere o ritrovare, uniti nelle celebrazioni del proprio paese. Che rappresenta il bisogno di raccontare un passato difficile per poterne finalmente prendere le distanze e andare avanti, di nuovo uniti, parte di una comunità.
E' quello che cantava anche Springsteen. "Nato negli Stati Uniti" e "Nato il 4 Luglio" sono due modi per dire la stessa cosa. Sono due veicoli di propaganda involontaria, avvolgono l'amarezza dietro il mito di una bandiera, di una nazione grande e potente.

Vedendo il film mi è tornato in mente l'ultimo Placido. Colpa delle scene di massa, delle proteste studentesche, delle cariche della polizia. "Il grande sogno" era un titolo azzeccato, semplice ed onesto. Doveva essere il racconto in tempi ormai maturi del '68 italiano ma è risultato un'occasione mancata.
I due film si potrebbero assomigliare. L'impianto visivo è potente e affrontano una memoria condivisa anche da chi non vi ha mai preso parte, per ragioni geografiche o anagrafiche.
Ma quello che mancava al film di Placido era una struttura narrativa altrettanto solida e finiva per impantanarsi nell'autobiografia troppo personale che scaricava di energia l'intero secondo tempo, impediva di chiudere in maniera definitiva il nostro bisogno di nostalgia e i conti con i fantasmi del nostro passato nelle forme superiori del mito. Lasciava supporre l'inconsistenza forse del mito stesso.
Una nazione senza miti non è una nazione unita. E' priva di identità comunitaria. Anche gli spiriti separatisti del nord si sentono uniti nel mito di una Padania che forse non è mai esistita e speriamo non esisterà mai davvero.
Da noi "nascere il 2 Giugno" non ha nessun valore, e neanche il "25 Aprile". Siamo una nazione in crisi di identità, divisa e incerta su tutto, specie sul proprio passato e non riusciremo mai a raccontare la nostra Storia con la stessa chiarezza, potenza, universalità del migliore cinema americano.
Ne è stato esempio "Il divo", tentativo di mettere in luce zone d'ombra dell'uomo politico, dei misteri e delle contraddizioni di un intero paese. Il film è lodato all'estero per l'originalità del suo stile ma non suscita lo stesso interesse per il protagonista Andreotti di "W.", ritratto altrettanto impudico ma molto più convenzionale sul piano artistico, che lo stesso Oliver Stone ha riservato al penultimo presidente americano, George Bush.

Rimane da affrontare il personaggio di Ron Kovic. Non c'è autentica mitologia in lui. Eroe è colui che si innalza al di sopra dei suoi limiti umani. Ron Kovic, ferito in maniera irrimediabile in guerra, ritorna con le decorazioni da "eroe". Ma è invece abbassato ai ranghi del sub-umano. Privato della virilità e dell'uso delle gambe deve lottare per l'esistenza che gli rimane da vivere per riacquistare la sua dignità, essere riconosciuto di nuovo un "essere umano". Tom Cruise si dedica anima e corpo al progetto e regala una prestazione incredibile, fisica, passionale, assolutamente perfetta in tutto.

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