venerdì 31 dicembre 2010

A l'intérieur (Inside)

Un terribile incidente da il via al film. Muore il compagno della protagonista. Muore l'autista nell'altra macchina. Si salva però il bambino che dovrà nascere quattro mesi dopo. Che poi sia una donna incinta in una fase così avanzata a guidare mi lascia da subito perplesso. Forse il compagno di lei non aveva la patente? Non potevano prendere un taxi che tanto ormai per quello che costano si prendono solo nei film e nelle fiction?
In ogni caso...

E' la viglia di Natale. Nei dintorni di Parigi è scoppiata l'ennesima rivolta delle banlieu. La mattina dopo verrà l'ambulanza a prendere la protagonista per portarla in ospedale dove partorirà. Tutti le chiedono: che fai stasera? Vieni a cena da noi. Lei dice sempre di no. Vuole restare da sola tutto il tempo e godersi l'ultima notte di pace.
Invece ci si mettono tutti d'impegno a romperle le scatole.
Prima fra tutti una matta squinternata vestita come un angelo della morte che non si sa come entra in casa e scatena l'inferno armata di forbici e spillone. In soccorso della protagonista arrivano ben sei persone: il suocero, la madre, tre poliziotti con arrestato al seguito. Finiscono tutti trucidati nella maniera più stupida. I poliziotti più di tutti fanno una figuraccia dopo l'altra.
A rischio non è solo la vita della protagonista ma anche del bambino che le deforma la pancia in una maniera incredibile. La lotta è impari ma si protrae per più di un'ora dove non sono esclusi colpi di ogni tipo: sforbiciate, colpi di pistola, coltellate, frammenti di specchio, manganelli, un tostapane come arma contundente, uno spillone per forarsi la gola e riuscire a respirare di nuovo, uno spray infiammabile.
"Ma insomma che cazzo voi?" dice alla fine la protagonista ormai tutta coperta di sangue.
"Io so' quella nell'artra macchina. Il bambino tuo è salvo ma il mio no. E' morto per colpa tua."
"Oh a scema guarda che c'avevo io la precedenza. Te venivi da sinistra. Riguardate l'inizio del firm e poi me dici si nun è vero. Ma poi a me m'avevano detto che erano morti proprio tutti quindi mo' de devi da spiegà che cazzo ce fai qui!"

E' proprio vero: "donne al volante pericolo costante". Forse in Francia non si usa dire.

Qualcuno ha definito questo il film horror più bello del decennio passato. Non mi sono informato però sull'età del commentatore. A me sembra piuttosto il lavoro di due ragazzi appassionati del genere, sostenuti da una discreta produzione, con una estetica del sangue a tutto spiano e quattro, cinque shock visivi a tenere in piedi la storia. Molto fiacco per quello che riguarda il resto. La suspense è gestita in maniera approssimativa. La recitazione è scarica. Prevale invece l'ultraviolenza che non si risaparmia niente e raggiunge i limiti della sopportazione. Se horror vuol dire mettersi le mani davanti agli occhi nelle scene più forti questo film ci riuscirà anche con gli spettatori allenati. Ma è un prodotto troppo superficiale negli esiti nonostante le buone intuizioni di partenza.

Viste anche le strizzatine cinefile, dopo avermi fatto tanto soffrire durante la visione, immagino questa scena: i due registi del film stretti da cinghie su un tavolo delle torture in una stanza chiusa con Kubrick, Polanski, Haneke e Dario Argento che filma tutto. Per ogni cazzata del film via un dito; per ogni citazione via un occhio, poi un orecchio, poi un testicolo; per ogni eccesso fine a se stesso un marchio a fuoco sul sedere. Poi alla fine un giro di frustate tanto per gradire prima di venire liberati: "Adesso avete capito cos'è l'orrore. Andate a girare film."  Ciao ciao.

Due cose vanno però dette. I francesi dell'horror hanno un grande talento nello scegliere volti femminili. Alysson Paradis in questo caso. Morjana Alaoui e Mylène Jampanoi in "Martyrs". Karina Testa in "Frontiers". Ragazze molto belle e capaci di reggere la parte.
Non solo: denotano anche un gusto molto più spiccato nello scegliere i costumi per le loro eroine. Un'eleganza che si nota anche nei dettagli di una scarpa col tacco basso, di una giacca o di una canottiera.

lunedì 27 dicembre 2010

Un altro mondo

All'epoca del grande successo de "La ricerca della felicità" si tirò in ballo il cosiddetto sogno americano. L'idea, rappresentata nel film, degli Stati Uniti come il paese delle opportunità e dell'abbondanza, dove i meritevoli e i più determinati possono ottenere il loro riconoscimento o il loro riscatto, sembrava avvalorata dal caso di un giovane regista che era riuscito a conquistare l'America lasciando a bocca aperta l'Italia.
Mi viene in mente questo dopo la visione dell'ultimo film del fratello minore, Silvio. Tutti e due si sono ritrovati a confrontarsi con un mondo "altro", lontano dal loro universo d'origine. Quello che per il primo furono gli Stati Uniti d'America, per il secondo oggi è l'Africa. Non è con lo spirito dell'antropologo che si sono fatti avanti quanto con il linguaggio, se così si può dire, del cuore. Un linguaggio più semplice ed emotivo, non per forza rigoroso nelle conclusioni.
L'Africa è un continente vasto e ancora misterioso, portatore di suggestioni forti ed elementari. Agli scenari della fame e della misera si associa il richiamo dell'ignoto e dell'avventura che fu di Conrad o Hemingway. La bellezza dei paesaggi favorisce il turismo ma è inscindibile da una natura ancora selvaggia e pericolosa. L'attrazione che prova l'uomo occidentale quando la visita può durare tutta una vita, ma non si separa mai da un senso di colpa di fronte alle evidenti prove dell'ingiustizia sociale. L'Africa la si può cantare o analizzare. Chi la canta la sogna. Chi l'analizza si interroga sui sogni degli africani.
Ma i cantanti sono in netta maggioranza.
Il sogno africano, ammesso che esista, è quindi problematico e scisso.

La difficoltà di affrontare il discorso africano risulta evidente in "Un altro mondo". Questo perchè Silvio Muccino non è solo il regista ma anche l'interprete principale e si finisce sempre per confonderlo con i personaggi che interpreta. Il protagonista è un giovane viziato, ricco, superficiale borghese e chi più nè a più ne metta? Anche il suo punto di vista sembra corrispondergli.
L'Africa, che sembrava essere il tema centrale del film, è solo una metà del primo tempo. Il vero fulcro della storia è nel rapporto difficoltoso e struggente con un piccolo fratellastro kenyano di otto anni, Charlie, con cui il protagonista si ritrova a dovere fare i conti dopo la morte del padre. L'Africa quindi è solo un pretesto per muovere la storia altrove, uno sfondo parziale, una falsa prospettiva. Quello che più sta a cuore a Silvio Muccino è indagare la difficoltà dell'accettare l'altro più bisognoso, non solo chi appartiene a un'altra razza o a un mondo più povero e molto lontano da noi, ma anche il fratello o il figlio inatteso con le sue esigenze diverse dalle nostre. Prende a pretesto un tema enorme e globale per poi ridurlo a un discorso più intimo e privato. Molto strano visto che di solito si fa il contrario.

Voglio essere sincero. Il film non mi è piaciuto. Mi ha deluso, il che vuol dire che avevo qualche aspettativa. Per quanto sostenuto anche da budget e mezzi al di sopra della media si rivela in troppe occasioni un film fragile; di una fragilità che può fare anche tenerezza viste le intenzioni forse oneste, l'appello al cuore dello spettatore e la giovane età del regista, ma che a stento in molti saranno disposti a perdonare.

A volte anche nei film che finiscono per non piacerci si possono trovare buone intuizioni. Le storie sembrano suggerire una piega che verrà poi abbandonata, lasciandoci con l'amaro in bocca per qualcosa che d'un tratto sembrava molto più interessante.
In questo caso mi è successo nel secondo tempo.
Di fronte alle difficoltà scolastiche di Charlie ( qualche difficoltà di apprendimento, rapporti conflittuali con gli altri bambini e in più segnali di turbamento riscontrato nel classico tema sulla propria famiglia) la maestra decide di convocare il fratello ( Muccino S.) e la sua compagna ( Isabella Ragonese) che di fatto suppliscono con mille incertezze alle figure genitoriali. E' la nota più cupa dell'intero film.
I successivi tentativi della coppia di fornire efficace supporto al bambino, preoccupandosi per la prima volta di trovare un valido metodo educativo si rivelano fallimentari. Ritornano crisi, litigi, desiderio di scaricare il piccolo a una famiglia adottiva. Peccato, perchè così si sprecano le carte migliori della storia che stanno nella difficoltà di chi si ritrova genitore del proprio fratello senza avere avuto buoni esempi alle spalle. Invece il film si trascina fino alla fine sul dubbio del protagonista: cosa devo farne di lui? Tenerlo con me o abbandonarlo? Darlo in affidamento a una famiglia vera che potrà prendersi cura di lui in tutto e per tutto o preoccuparmene io anche se non sono forse in grado?  Io avrei preferito che si rispondesse a questa domanda prima. Perchè le difficoltà che verranno dopo mi sembrano più interessanti dei problemi di coscienza e dei fantasmi del passato del protagonista.

A un certo punto del film, sentendosi non voluto, il piccolo Charlie scappa di casa durante la notte. Viene recuperato in fretta. E' qui che ho avuto la prospettiva ribaltata di questa storia e Charlie mi è sembrato un diverso Antoine Doinel. Come il protagonista de " I 400 colpi", è un bambino vittima dell'insensibilità e dell'egoismo di adulti persi dietro ai loro problemi. E' a tutti gli effetti un problema di cui nessuno sembra volersi assumere le responsabilità fino in fondo. Per questo Charlie soffre, si ribella. A ragione, tanto più che non è neanche il protagonista del film. Non è il suo punto di vista che siamo indotti a seguire ma quello dell'alter ego di Muccino S., reso chiaro da subito anche con l'uso di una tremenda voce narrante in prima persona. Non è della storia di Charlie che ci dobbiamo interessare, quanto dei turbamenti del meno giovane di un tempo Muccino S. ( perdonatemi non mi ricordo il nome del suo personaggio nel film). Non è  ai problemi di un piccolo orfano kenyano che si ritrova in Italia in balia di un fratellastro che non sa come comportarsi con lui e in fondo un poco lo detesta pure perchè è anche una discreta testa di cazzo o almeno così si sforza d'apparire, che dobbiamo prestare tutta la nostra attenzione; ma alla resa dei conti affettiva proprio di questa testa di cazzo che scopre, dopo un viaggio all'estero pieno di complicazioni inattese, che in fondo ha un cuore grande così anche se non lo sa e che la colpa stavolta non è solo dei padri, perchè anche la madri hanno colpe- cazzo se ne hanno!- e bisogna cominciare a dirlo.
Questo è il vero grande errore del film. Un residuo di narcisismo distrugge anche le migliori intenzioni della storia e l'intuizione meravigliosa di un doppio rapporto d'amore filiale e fraterno assieme.

Ne "L'ora di religione" Bellocchio invitava a "mandare a fanculo i propri padri e le proprie madri". E' notizia di questi giorni l'importuna rivelazione di Gabriele Muccino sulle difficili relazioni familiari del fratello Silvio. Se fosse vero me ne dispiaccio ma sono fatti suoi privati. Io inviterei piuttosto Silvio Muccino a mandare a fanculo la sua sceneggiatrice di fiducia. Scegliti storie migliori da raccontare e con più coerenza, liberati di te stesso e delle tue proiezioni una volta per tutte e limitati a fare solo il regista perchè in fondo non sei neanche male.

mercoledì 22 dicembre 2010

La bellezza del somaro

La prima volta che sono stato davvero folgorato da Castellitto è stato in un film di quest'anno che si chiamava "Alza la testa". Forse solo una grande superficialità da parte mia mi aveva impedito di accorgermi di un attore così bravo. Ma bravo è dire poco. Castellitto ha perfezionato la sua mimica al pari di una vera grammatica. Sul viso gli si legge tutto: un suo cenno, una smorfia, un roteare degli occhi valgono quanto una battuta di dialogo.
A rischio di essere sopra le righe o di scivolare nell'istrionismo ha prestato spesso un temperamento nervoso e sovraeccitato a molti dei suoi personaggi. Ha venato di un umorismo tutto suo anche i film di un regista poco incline al sorriso come Bellocchio. Ha le qualità e i difetti che un tempo si sarebbero potuti ritrovare in Alberto Sordi. Un disinvolto orgoglio della propria romanità, simpatia istintiva, battuta rapidissima e selvatica; spesso la predominanza del proprio carattere di attore sull'immedesimazione nel personaggio e un grande piacere a misurarsi con ruoli che esaltano le piccolezze umane.
Nel vedere "La bellezza del somaro" ho colto la ragione del suo apparire a volte attore così ingombrante. Castellitto ha una eccezionale inclinazione per il grottesco. Deve amare alla follia recitare a briglia sciolta anche se può risultare un cavallo pazzo. Deve dare fondo al suo umorismo straripante. Ma per fare tutto questo al meglio è necessario che sia il regista del film. Che sia lui a piegare tutti gli altri interpreti e la messa in scena alle sue regole, alle sue esigenze, al suo punto di vista.
"La bellezza del somaro" è un film bello da tutti i punti di vista per cui un film può essere definito bello. Prima di tutto perchè non ha fratelli. Castellitto ha trovato un suo stile personale che non ha eguali. Non è il compitino di un attore che si diletta nella regia ma una pellicola che dimostra una precisa intenzione e competenza del mestiere.
Si muove nei territori più tradizionali del nostro cinema eppure non ci si fa quasi caso. Infatti è una commedia al centro della quale c'è una famiglia alto-borghese, ovviamente da mettere in crisi, e non si fa mancare quasi niente, tradimenti e dissertazioni semiserie sull'amore compresi. Ma è girata con una macchina a mano da film di guerra e un montaggio serrato che non si preoccupa di trasgredire le regole base. Prende in prestito temi, ambizioni e tono febbrile che potrebbero appartenere a Muccino riuscendo a schivare gli aspetti più patetici in virtù di un carattere sanguigno. L'esasperazione in questo caso non serve solo a dare ritmo ma a deformare la scena fino a farla scoppiare, senza preoccuparsi di cadere nel ridicolo. Anzi, il ridicolo è incoraggiato, cercato, necessario al discorso del film.
Il film è una corda tesa che vibra e sembra sempre sul punto di vacillare, sull'orlo di una voragine dove si potrebbe cadere tutti quanti, spettatori compresi, con un sorriso sulle labbra e una fitta di ansia a mordere lo stomaco. E' un film dove conta la pancia, le viscere o, se si vuole, il rimosso.
La storia si può sintetizzare in breve. Coppia di cinquantenni, affermati professionisti romani ( lui architetto, lei psicanalista) con figlia adolescente e domestica slava, organizzano come ogni anno un tradizionale raduno di amici ( con seguito di mogli, compagne, figli, fidanzati e animali) nella loro casa di campagna lungo tutto il fine settimana. La sorpresa che farà precipitare gli eventi sarà l'arrivo di Armando, il nuovo fidanzato della figlia. Non un ragazzo di colore come tutti si aspettavano ma un uomo di settant'anni, interpretato da Enzo Jannacci.
L'idea è di quelle geniali, uniche al punto da rompere qualsiasi schema di prevedibilità. Il film ne guadagna perchè a quel punto diventa una sorpresa continua, può permettersi di dire e mostrare qualsiasi cosa. Nel tentativo di trovare una giustificazione razionale, spesso facendo ricorso alla psicanalisi, o di adeguarsi alla situazione, facendo finta di niente, viene a galla il lato oscuro, ipocrita, volgare di una classe sociale borghese e progressista; e il film diventa un gioco al massacro dove riemergono vecchi rancori e verità sepolte, si traccia un bilancio amaro ma divertito sui fallimenti della propria generazione, sugli strascichi che l'educazione e le colpe dei genitori trascinano sui figli e sui figli dei loro figli.
L'amore tra un adolescente e un anziano, già esplorato in chiave surreale in "Harold e Maude", è il cortucircuito che fa brillare il film. Non solo per i suoi sottintesi sessuali, in questo film abbondantemente marcati dai discorsi degli adulti, ma per la sua incapacità di risoluzione. Dice un personaggio: "Quando ero piccolo io per i miei genitori non contavo un cazzo, ora che sono grande non conto un cazzo per i miei figli". La ragazzina che si innamora di un settantenne che potrebbe essere il padre del padre è l'ultimo schiaffo al proprio genitore. Per odio del proprio padre, ama il genitore che il proprio padre ha a sua volta odiato. Chi ha tutta la vita davanti combatte perchè sia diversa da quella che gli hanno già prospettato. Chi ha tutta la vita alle spalle guarda le cose con un certo distacco e apprezza quello che di buono gli viene offerto volta per volta. Chi si trova in mezzo e ha perso giovinezza e slancio cerca solo una quiete. Ma per farlo si concede un ultimo trucco, si adagia nel lusso conquistato, nel conformismo di pensiero e nasconde la spazzatura sotto al tappeto.

Penso sia chiaro ormai. Questo film è bellissimo. Forse il film italiano più bello visto quest'anno. Opinioni personali, sia chiaro.
Ma era tanto tempo che non vedevo un film gettare il cuore oltre l'ostacolo così e offrire con tanta generosità intelligenza e coraggio. In quantità così eccessive che finisce anche per impapocchiarsi, di suonare sgradevole o confuso, di affaticare lo sguardo con la frenesia delle immagini, di perdersi parecchie battute per strada per la velocità o la simultaneità con cui vengono pronunciate o per la cattiva dizione di Jannacci.
Se siete sempre alla ricerca di qualcosa di più, andatelo a vedere. Potrebbe essere la vera sorpresa delle feste.

martedì 21 dicembre 2010

Penultime visioni

La pigrizia e una scarsa capacità di concentrazione mi hanno tenuto lontano da questo blog. Molti sono i film visti in questo periodo e di cui avrei voluto parlare. Ho scritto parecchio, sottotraccia, senza mai riuscire a chiudere un ragionamento che valesse la pena pubblicare.
Faccio una breve lista della spesa nella speranza di rimediare.

"Maledetto il giorno in cui...", "Compagni di scuola" e "Al lupo al lupo". Verdone è come una tisana purificante. E' un autore che mette l'intelligenza al servizio del film e non viceversa. Fa un cinema popolare, dalla parte del pubblico, che non lascia sensi di colpa dopo la visione. Se uno studente di cinema prendesse a modello lui piuttosto che Godard ne guadagnerebbe in buonumore e senso della realtà. Questi tre film appartengono al suo periodo malinconico. Tracciavano la rotta verso un discorso più maturo e ambizioso, lasciato troppe volte in sospeso. Non sono perfetti, ma a Verdone si può perdonare quasi tutto. Amare il suo cinema fa sentire parte di una grande comunità. Di recente ha compiuto sessant'anni. L'anagrafe ha tradito l'eterno ragazzo.

"Stregati" di Francesco Nuti è un film che mi ha stupito molto. Vorrei dire bellissimo ma mi freno. Non è una vera commedia ma un film di sensazioni e atmosfere legate alla notte. A metà strada tra il sogno e la veglia, la poesia e il ridicolo, Marlon Brando e Charlie Chaplin, Dario Argento e Meg Ryan, "Le notti bianche" e "Amici miei". Surreale, malinconico a volte stupido ma pieno di ambizione. Sostenuto da una fotografia magistrale che gli regala immagini bellissime, dall'ambientazione genovese davvero insolita nel cinema italiano, da musiche malinconiche scritte per l'occasione e da una Ornella Muti in stato di grazia.
Vedetelo di notte, da soli, quando le vostre difese critiche del cazzo si sono abbassate e poi ditemi se non ho ragione io.

"La donna della mia vita". Caruccio, pettinato, intelligente e vestito bene ma insopportabile. E' una questione di carattere che mi rende indigesto questo film di Lucini. Fasullo come un aperitivo per un romano in cerca di una rosticceria a Milano. Soggetto di Cristina Comencini che si cimenta in un'altra storisa sui "segreti di una famiglia" stavolta in chiave di commedia.