mercoledì 22 dicembre 2010

La bellezza del somaro

La prima volta che sono stato davvero folgorato da Castellitto è stato in un film di quest'anno che si chiamava "Alza la testa". Forse solo una grande superficialità da parte mia mi aveva impedito di accorgermi di un attore così bravo. Ma bravo è dire poco. Castellitto ha perfezionato la sua mimica al pari di una vera grammatica. Sul viso gli si legge tutto: un suo cenno, una smorfia, un roteare degli occhi valgono quanto una battuta di dialogo.
A rischio di essere sopra le righe o di scivolare nell'istrionismo ha prestato spesso un temperamento nervoso e sovraeccitato a molti dei suoi personaggi. Ha venato di un umorismo tutto suo anche i film di un regista poco incline al sorriso come Bellocchio. Ha le qualità e i difetti che un tempo si sarebbero potuti ritrovare in Alberto Sordi. Un disinvolto orgoglio della propria romanità, simpatia istintiva, battuta rapidissima e selvatica; spesso la predominanza del proprio carattere di attore sull'immedesimazione nel personaggio e un grande piacere a misurarsi con ruoli che esaltano le piccolezze umane.
Nel vedere "La bellezza del somaro" ho colto la ragione del suo apparire a volte attore così ingombrante. Castellitto ha una eccezionale inclinazione per il grottesco. Deve amare alla follia recitare a briglia sciolta anche se può risultare un cavallo pazzo. Deve dare fondo al suo umorismo straripante. Ma per fare tutto questo al meglio è necessario che sia il regista del film. Che sia lui a piegare tutti gli altri interpreti e la messa in scena alle sue regole, alle sue esigenze, al suo punto di vista.
"La bellezza del somaro" è un film bello da tutti i punti di vista per cui un film può essere definito bello. Prima di tutto perchè non ha fratelli. Castellitto ha trovato un suo stile personale che non ha eguali. Non è il compitino di un attore che si diletta nella regia ma una pellicola che dimostra una precisa intenzione e competenza del mestiere.
Si muove nei territori più tradizionali del nostro cinema eppure non ci si fa quasi caso. Infatti è una commedia al centro della quale c'è una famiglia alto-borghese, ovviamente da mettere in crisi, e non si fa mancare quasi niente, tradimenti e dissertazioni semiserie sull'amore compresi. Ma è girata con una macchina a mano da film di guerra e un montaggio serrato che non si preoccupa di trasgredire le regole base. Prende in prestito temi, ambizioni e tono febbrile che potrebbero appartenere a Muccino riuscendo a schivare gli aspetti più patetici in virtù di un carattere sanguigno. L'esasperazione in questo caso non serve solo a dare ritmo ma a deformare la scena fino a farla scoppiare, senza preoccuparsi di cadere nel ridicolo. Anzi, il ridicolo è incoraggiato, cercato, necessario al discorso del film.
Il film è una corda tesa che vibra e sembra sempre sul punto di vacillare, sull'orlo di una voragine dove si potrebbe cadere tutti quanti, spettatori compresi, con un sorriso sulle labbra e una fitta di ansia a mordere lo stomaco. E' un film dove conta la pancia, le viscere o, se si vuole, il rimosso.
La storia si può sintetizzare in breve. Coppia di cinquantenni, affermati professionisti romani ( lui architetto, lei psicanalista) con figlia adolescente e domestica slava, organizzano come ogni anno un tradizionale raduno di amici ( con seguito di mogli, compagne, figli, fidanzati e animali) nella loro casa di campagna lungo tutto il fine settimana. La sorpresa che farà precipitare gli eventi sarà l'arrivo di Armando, il nuovo fidanzato della figlia. Non un ragazzo di colore come tutti si aspettavano ma un uomo di settant'anni, interpretato da Enzo Jannacci.
L'idea è di quelle geniali, uniche al punto da rompere qualsiasi schema di prevedibilità. Il film ne guadagna perchè a quel punto diventa una sorpresa continua, può permettersi di dire e mostrare qualsiasi cosa. Nel tentativo di trovare una giustificazione razionale, spesso facendo ricorso alla psicanalisi, o di adeguarsi alla situazione, facendo finta di niente, viene a galla il lato oscuro, ipocrita, volgare di una classe sociale borghese e progressista; e il film diventa un gioco al massacro dove riemergono vecchi rancori e verità sepolte, si traccia un bilancio amaro ma divertito sui fallimenti della propria generazione, sugli strascichi che l'educazione e le colpe dei genitori trascinano sui figli e sui figli dei loro figli.
L'amore tra un adolescente e un anziano, già esplorato in chiave surreale in "Harold e Maude", è il cortucircuito che fa brillare il film. Non solo per i suoi sottintesi sessuali, in questo film abbondantemente marcati dai discorsi degli adulti, ma per la sua incapacità di risoluzione. Dice un personaggio: "Quando ero piccolo io per i miei genitori non contavo un cazzo, ora che sono grande non conto un cazzo per i miei figli". La ragazzina che si innamora di un settantenne che potrebbe essere il padre del padre è l'ultimo schiaffo al proprio genitore. Per odio del proprio padre, ama il genitore che il proprio padre ha a sua volta odiato. Chi ha tutta la vita davanti combatte perchè sia diversa da quella che gli hanno già prospettato. Chi ha tutta la vita alle spalle guarda le cose con un certo distacco e apprezza quello che di buono gli viene offerto volta per volta. Chi si trova in mezzo e ha perso giovinezza e slancio cerca solo una quiete. Ma per farlo si concede un ultimo trucco, si adagia nel lusso conquistato, nel conformismo di pensiero e nasconde la spazzatura sotto al tappeto.

Penso sia chiaro ormai. Questo film è bellissimo. Forse il film italiano più bello visto quest'anno. Opinioni personali, sia chiaro.
Ma era tanto tempo che non vedevo un film gettare il cuore oltre l'ostacolo così e offrire con tanta generosità intelligenza e coraggio. In quantità così eccessive che finisce anche per impapocchiarsi, di suonare sgradevole o confuso, di affaticare lo sguardo con la frenesia delle immagini, di perdersi parecchie battute per strada per la velocità o la simultaneità con cui vengono pronunciate o per la cattiva dizione di Jannacci.
Se siete sempre alla ricerca di qualcosa di più, andatelo a vedere. Potrebbe essere la vera sorpresa delle feste.

2 commenti:

  1. Gran bel film veramente. L'ho visto ieri sera e mi ha regalato molte emozioni, gustose risate e in alcuni momenti immagini davvero suggestive... Grazie al tuo post ho superato la mia iniziale superficiale diffidenza nei confronti di questo film, nonostante avessi molto amato la precedente prova della premiata ditta Castellitto Mazzantini, Non Ti Muovere.

    La trama raccontata a grandi linee mi era sembrata banale e avevo temuto un ripiegamento del buon Castellitto in quelle a me odiate storie di borghesi così innamorati del proprio ombelico. Ho sbagliato e alla grande. Castellitto è e rimane un talento quasi unico oggi nel saper raccontare questa nostra Italietta di vizi e supponenze, degno erede di quella generazione di attori e registi che nell'epoca del boom economico ci descrissero così bene. Brava anche la Mazzantini sceneggiatrice a creare figure quasi iconiche in cui cristallizzare le falle dello schema educativo-familiare borghese. Bel film davvero.

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  2. Io invce devo ammettere non ho amato molto "Non ti muovere". Forse perchè me ne avevano parlato davvero troppo bene. Però lo rivedrei volentieri.
    La bellezza etc. è un film magnifico, soprattutto per meriti di sceneggiatura. E' un film denso, a tratti visionario, di quelli che piacciono a me, che non si preoccupano di dosare al millimetro gli elementi. Ha umorismo, qualità registiche e un grande cast di attori. A distanza di qualche settimana continuo a ripensarci con piacere.
    Non mi sembra abbia avuto un grande successo finora e neanche mi sembra di avere trovato sempre grandi elogi della critica. Non capisco davvero perchè.
    Io intanto contunuo a parlarne bene anche in privato e qualche volta c'è pure qualcuno che mi da retta. E finora nessuno si è lamentato.

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