martedì 6 dicembre 2011

Falso movimento

Tra quelli considerati i grandi registi contemporanei Wenders è quello che più spesso mi ha scatenato delusioni e perplessità. E' da sempre discontinuo e del tutto indifferente alle regole dello spettacolo, dell'intrattenimento. Forse la chiave per comprendere un autore così sfuggente, così indefinibile da non riuscire a tracciare il suo profilo umano da quelle che sono le sue scelte registiche e narrative a differenza di tanti altri grandi registi dai tratti caratteriali più distintivi sta nella sua multimedialità.
Ci sono forse delle ossessioni nell'universo wendersiano e momenti di grande ingenuità ma sembra prevalere la curiosità e l'apertura verso canali e linguaggi differenti.
Quello che forse da sempre gli riesce meno bene è la pura e semplice narrazione. Lo dimostrano le dichiarazioni sui film girati senza una vera sceneggiatura, così come- in maniera quasi contraddittoria- la collaborazione con alcuni grandi scrittori.
La base di un film come "Falso movimento" non è drammaturgica, ma letteraria. Prende a pretesto Goethe ma sembra condurlo da tutt'altra parte. Si permette il lusso di non rispettare mai le esigenze dello spettatore medio. Non lo fa quasi mai del resto, in nessuno dei suoi film.
C'è un forte sfasamento tra le immagini e la parola.
"Falso movimento" è un film verboso. Le scene madri sono lunghi dialoghi affatto naturalistici ripresi il più delle volte in un'unica lunghissima sequenza. La più bella quella che segue l'andamento dei personaggi sul ciglione che sovrasta il lago.
Il suo è un cinema freddo, anche quando si muove nel deserto del Texas. C'è quasi una forma di pudore che impedisce ai suoi film di lasciarsi andare del tutto al sentimento e finisce per riprodurlo in maniera artificiale; ma da accesso libero a uno spazio mentale, alla dichiarazione straniante ed esplicita dei ragionamenti di alcuni dei suoi protagonisti.
A volte viene fuori la poesia, altre volte no.

L'idea che ho è che Wenders non appartenga a quella categoria di registi cinefili, come Truffaut. Il cinema sembra essere solo la sua passione di maggior successo che sostiene e si integra con le altre. La fotografia, la musica, l'interesse per l'arte in generale, il piacere del viaggio.
Non è un caso che tra i lavori dell'ultimo decennio i più apprezzati siano due documentari e che il documentario rivesta in generale una parte importante nella sua produzione.
"Buena vista social club" che ha portato all'attenzione mondiale, un attimo prima della loro scomparsa, una generazione di leggendari fenomeni della musica cubana. Ne è nato anche un bellissimo disco di successo.
E l'ultimo "Pina", testamento steroscopico al genio della coreografa tedesca Pina Bausch.
Sembra più in grado di testimoniare che di riprodurre, il suo cinema sembra animato da un desiderio di scoperta che si ingabbia a fatica nelle strutture convenzionali di un copione. Sembra un pretesto per muoversi, andare alla ricerca, visitare posti e conoscere persone straordinarie e renderne partecipi gli altri.

venerdì 25 novembre 2011

Il cuore grande delle ragazze

M. che ne sa molto più di me dice che bisogna dare una mano al cinema italiano e io che ho un debole per lui, un debole per la sua competenza e per quel poco che sono riuscito ad afferrare dal bancone del suo tavolo di lavoro, sono disposto ad accontentarlo, a non imporre le mie scelte per una sera. La "Kryptonite nella borsa" ci avrebbe fatto felici entrambi, ma abbiamo esitato troppo e non lo fanno più.
Allora?
Allora Avati.
Avati?
M. ha mantenuto un legame nostalgico con le vecchie sale, le proiezioni di seconde e terze visioni ( le fanno ancora? mi chiede mentre aspettiamo prima dell'ingresso; e questo dovrebbe già dire tutto), i cinema parrocchiali pieni la domenica pomeriggio per i western con Giuliano Gemma.
M., che ne sa molto più di me di cinema italiano- e non perchè ha visto molti film ma perchè conosce nel dettaglio le proporzioni della crisi e ha fatto la sua modesta parte in una storia pluridecennale pur senza che il suo nome abbia mai capeggiato a caratteri lucenti nel buio di una sala, dice che bisogna dare una mano a Pupi Avati e al suo cinema. E io, che in altra occasione, avrei sfoderato il più becero sarcasmo taccio e dico che va bene così, e che forse, anche senza gli slanci del vero amore, si può fare appello a quel sentimento di tenerezza verso questo autore tanto personale e sincero, lontano anni luci da ruffianerie e mode, al suo cinema formato "piccolo mondo antico", alla sua "ricerca del tempo perduto" crepuscolare e romagnola.

E non siamo i soli in sala.
Ma gli altri, gli altri che motivazioni avevano per scegliere questo film, quali aspettative e quali precedenti?
So spiegare fin troppo bene cosa non mi piace de " Il cuore grande delle ragazze" ma vorrei mettere a riposo i peli ritti di qualsiasi critica spocchiosa.
La nostalgia è un sentimento dolciastro, un vecchio liquore artigianale con tutte le sue imperfezioni e un po' troppo alcolico, un maglione fatto a mano, un viaggio turistico su una vecchia corriera che ci catapulta in un paese di anziani che ci prendono in giro mentre noi andiamo cercando senza successo una presa di corrente per il nostro I-Pad, una connessione wi-fi.
Sì, la vecchiaia è buffa ma già condannata dal suo anacronismo cronico, popola la realtà di fantasmi, è impotente nel suo riproporre storie del passato a un pubblico di giovani che può al massimo cercare di sforzarsi nel visualizzare volti, situazioni che non potrà mai conoscere.
Pupi Avati sembra assolvere a questo compito e con esso rende giustizia ( forse) ai nostri nonni, vivifica con le limitazioni e le suggestioni del cinema i racconti di un tempo svanito per sempre.
Nel farlo forse si lascia un poco andare, scivola nel sentimentalismo; e non avrà certo il tocco di Fellini e del suo "Amarcord" anche se lo lascia echeggiare. Manca di trascendenza, si perde a volte nel compiacimento e rischia di annoiare.

La notte, dopo il film e dopo la cena che è seguita, faccio un sogno. Un sogno di quelli che al risveglio si ricordano con piacere ma che finiscono per immalinconirci durante il resto della giornata. Devo avere 15 anni e la situazione è molto diversa da quella di allora. Forse lo è stata, in forma di possibilità, nelle prospettive di un viaggio soltanto; di sicuro non potrà mai più esserlo.
Qualcosa, nonostante tutto, deve avermi colpito a tradimento.

venerdì 11 novembre 2011

Warrior

Vedo un brutto trailer e dico: "Non vedrò mai questo film".
Leggo una recensione entusiasta e ci faccio un pensiero.
Passo una serata grigia e mi ritrovo al cinema a vedere "Warrior".
Non mi piacciono i film sugli incontri. Boxe o wrestling o mixed martial arts si assomigliano comunque tutti. Perdente nella vita, combattente indomito, grande opportunità di riscatto, grande match finale, cazzottoni, macchina a mano, montaggio frenetico, muscoli, sangue e sudore, urla, pubblico, musichette super tamarre, maschi che si ingrifano in sala, femmine che si squagliano o si rompono profondamente i coglioni e meditano di lasciare il fidanzato, il nostro simpatico protagonista soccombe, incassa dei colpi che manderebbeo al tappeto un orso, poi trova un briciolo di energia e con grande sorpresa di tutti risolleva le sorti dell'incontro e di quell'incontro più grande che è la sua vita schifa.

Non amo "Rocky" ma "Toro scatenato". Non amo "Million dollar baby" ma "The fighter" mi era piaciuto. "The wrestler" mi ha soddisfatto.
"Warrior" è solo un film di lotta senza fronzoli, che non si fa mancare la retorica necessaria, scritto così così, molto lineare, un poco inverosimile e tutto sommato scontato nelle conclusioni. Ha solo un'attenzione incredibile alla fisicità degli attori e un ritmo esagerato ma se volete godere un poco potete entrare in sala solo al secondo tempo. Nel primo c'è un film mediocre, già visto e anche lento, macchinoso.

giovedì 10 novembre 2011

Colazione da Tiffany

E' una storia che qualcuno già conosce quella del mio incontro con Truman Capote. Il suo "Colazione da Tiffany" era testo del secondo scritto alla mia maturità, la prova di lingua inglese. Anni dopo mi sono deciso. Il volumetto aveva la copertina rigida rossa. Una vecchia edizione sugli scaffali della biblioteca Elsa Morante di Ostia. L'ho portato con me negli spostamenti per Roma e l'ho finito di leggere in metro. Ero a metà delle pagine stampate quando si svolge l'ultimo atto. Solo che io non lo so. Non so che c'è una corposa appendice in coda con tanti piccoli racconti.
Così volto pagina con il cuore in gola e trovo una pagina bianca. Attacco a leggere "Una chitarra di diamanti" mi pare ma è un'altra storia. Niente più Holly Golightly, l'ho persa per sempre proprio come accade nella storia originale. Anche io penso e spero, come il protagonista, che se la stia passando bene dovunque essa sia.
E' una cosa straziante e così cerco di consolarmi leggendo di nuovo quel finale che non mi aspettavo così presto. Finisce che supero la mia stazione, supero pure quella dopo, scendo e cambio faccio inversione di tragitto per tornare indietro. E' sera, forse inverno, e mi sento toccato dalla grazia. Ma nessuno dei passeggeri al mio fianco può essersi accorto di niente.
Da allora "Colazione da Tiffany" mi è entrato nel cuore per restarci, assieme a Truman Capote, scrittore dal tocco magico, e ho fatto di tutto per farlo conoscere al prossimo. L'ho anche regalato a una persona che credevo speciale. L'hanno ristampato qualche anno fa senza i racconti in coda, con una brutta copertina. Ma è stato un regalo sbagliato. Non ho mai più rivisto quella persona e non ho mai saputo se ha letto e apprezzato.

Il fatto è che ero uno dei pochi che non avevano mai visto il film con la Hepburn. Ci ho provato dopo ma ho subito uno shock. Il film era diverso e non ce la facevo a vederlo senza rabbia.
Capote ammise di avere creato la sua eroina pensando alla sua amica Marilyn Monroe e leggendo il libro si capisce bene. Holly Golightly è un nome fittizio, il personaggio è davvero un animale selvatico, dalla vita disordinata, un misto di ingenuità senza limiti e sensualità felina, elegante e volgare, opportunista e generosa al tempo stesso, una sbandata che suscita desiderio e istinto di protezione, entusiasta ma preda di improvvise paturnie, fatale ma di cristallo.
David Mamet mi pare abbia scritto che è la tipica caratterizzazione di una donna che farebbe un omosessuale. Boh, io credo di sapere bene chi sia quella Holly Golightly e quanta femminilità essa contenga nel bene o nel male, quale sia la ragione che continua a attrarmi verso di lei.

Approfitto dell'evento, del restauro e della sua circolazione nei cinema ( per un giorno soltanto) per costringermi a vederlo dall'inizio alla fine. Pure questa volta ci sono momenti in cui stringo i pugni dalla rabbia, per l'ottusità di quel cinema che sacrifica l'eccesso di  sensibilità a favore dell'intreccio brillante; ma mi viene un tuffo al cuore nel ritrovare quelle parti in cui qualcuno squarcia il velo sulla vera Holly, sul suo passato miserevole, sul suo matrimonio precoce; o in cui è ella stessa a rivelare la sua natura selvaggia dietro la maschera di candore che la Hepburn offre da sempre in dote.
Sì, forse con Marilyn Monroe questo film non avrebbe funzionato altrettanto bene, sarebbe stato molto diverso, il personaggio avrebbe avuto una carica erotica troppo spudorata e avrebbe orientato il nostro giudizio in maniera troppo compromissoria. Invece la Hepburn è adorabile. Sappiamo della sua dubbia professione ma è così abile a nasconderla con le apparenze sfavillanti da apparire solo un poco civetta. Non scatena nessun turbamento. Possiamo, uomini e donne, soggiacere al suo fascino superando i parametri con cui giudicheremmo una ragazza come lei.

E poi sì, forse lo scrittore nel romanzo era troppo passivo per finire pari pari nel film. E non aveva l'amante più anziana che lo manteva. Sono pugnalate al cuore ma comprendo le ragioni dello sceneggiatore. E il finale era diverso, più amaro e meno sublimato. E non finiva così bene.
Ma il cinema hollywoodiano è una terapia e non posso evitare di emozionarmi anche io per questo lieto fine che cura la ferita aperta lasciata dal romanzo, sulle note di quella canzone fantastica che è "Moon river", da sempre veicolo per le mie lacrime.

Finisce che per calmare le mie di paturnie devo fare una corsa e prima di tornare a casa passo in quello squallido bar vicino al canale aperto anche la notte. Faccio la mia colazione notturna con un cornetto alla crema e poi vado a dormire.

lunedì 31 ottobre 2011

Faust

Forse è la prima volta che rimango quasi più colpito dal pubblico in sala che dal film stesso.
Roma, sabato sera, cinema Farnese. E' consuetudine di queste sale dalla programmazione più selettiva non numerare i posti. Chi tardi arriva male alloggia e io che cincischio un poco alla cassa e faccio il mio preventivo passaggio al gabinetto rimedio al massimo un posto in terza fila.
Faccio appena in tempo che il film comincia, nessuna pubblicità ad anticiparlo. Che bellezza.

Il film è il "Faust" di Sokurov. Io devo avere qualche debito di sonno. Dopo dieci minuti ho l'impressione che stavolta potrebbe succedere davvero: stavolta potrei chiudere gli occhi e dormire. Dormire e sperare di non russare o finire con la testa addosso alla tipa al mio fianco. Questo film è difficile come un'arrampicata per un principante che si è anche appena fatto la sua prima canna. Un'arrampicata tutt'altro che solitaria ma in compagnia di una ciarliera, colta e fuori di testa guida che è l'usuraio della pellicola. Così che si avanzerà a fatica, ci saranno momenti in cui ci daremo per vinti o ci lanceremo invece in spericolati inseguimenti di questo mostruoso folletto che ci precede senza alcuno sforzo; o faremo appello a quello che resta sul fondo della nostra ignoranza, delle nostre reminiscenze letterarie, delle nostre mappe cinematografiche. Sì, cazzo, vorrei avere più competenza per parlare di questo film, per seguire la sua lingua da iniziati, per godere senza un attimo di tregua.
Invece il film è una stanza degli specchi verticale sulla quale i passi falsi della nostra salita ci espongono al rischio del vuoto ma non si finisce mai nemmeno per precipitare, perchè precipitare comporterebbe il gusto di una accelerazione verso un'unica direzione. E' la forza di gravità a dominare le regole della drammaturgia comune. Se io lascio cadere un oggetto esso guadagnerà sempre più una spinta verso il basso fino a toccare terra. La causa e l'effetto. Quanto più pesante esso sarà, quanto più grande l'altezza dalla quale cadrà, quanto più dura la superficie sulla quale si sta dirigendo a gran velocità tanto più disastroso sarà il suo impatto. Potremo evitarlo, potremo salvare il protagonista dalla catastrofe, potremo vincere la forza di gravità?
Sokurov ci riesce. Non salva il suo protagonista, la sua anima sarà comunque perduta. Salva lo spettatore. Il suo continuo virtuosismo, l'esasperata ricerca di una distorsione allucinatoria dell'immagine attraverso compressioni, viraggi, desaturazioni, movimenti vorticosi comportano fascinazione e fastidio allo stesso tempo ma evitano il formarsi di una nostra condensa d'empatia. Non soffriamo con il protagonista, veniamo sopraffatto da una specie di nauseabondo olezzo che le immagini emanano. Finiamo spaesati per ascoltare, vedere e condividere parole, immagini e dilemmi più una febbre più grande di noi.
Ma non è la nostra febbre. Ne usciamo al massimo un poco confusi ma non consumati del tutto. Il "Faust" non è la storia di un uomo comune ma di un grande uomo. Qualsiasi tentativo di immedesificazione può partire solo da superiori premesse individuali.

Ho l'impressione che Sokurov, nonostante la difficoltà d'incontro col pubblico medio, sia un regista animato da una potenza superiore. Per qualche verso mi ricorda Herzog ma ha qualcosa in più. Herzog è un eremita, un artigiano, un sognatore solitario, un mistico autodidatta.
Sokurov invece è un direttore d'orchestra. Entrambi inseguono linguaggi difficili, cercano nuove immagini alle quali affidare se non la salvezza dell'umanità almeno la salvezza spirituale del cinema. Ma Herzog è uno scalatore classico, che si espone al rischio del fallimento e ha spesso una attrezzatura insufficiente.
Sokurov sembra invece possedere la montagna stessa. Se spesso ci fa mancare la terra da sotto i piedi si finisce per galleggiare nell'aria con le mani aggrappate alla roccia. Sembra in grado di ribaltare quello che è sopra con quello che è sotto di noi così che la nostra salita si confonde con una discesa, il nostro tentativo di dominare l'abisso diventa una immersione.

Consiglio questo film ai più sensibili tra gli spettatori, magari a quelli ancora giovani e curiosi. Forse non vi piacerà ma saprà sedurvi. Se pensavate che David Lynch era il massimo del delirio vi siete sbagliati, finora vi hanno spaciato comune paglia per peyote. Se bastava un nanetto che sparava stronzate al contrario o una sitcom di uomini-coniglio per sballarvi qui troverere la vera droga pesante. Se dovete farvi almeno fatelo di meno e meglio. Fatelo alla ricerca di qualcosa di più, non fatelo per noia. Fatevi DI noia, quella noia sublime che certo cinema ancora sa produrre.
Tra un Sokurov e Lynch non intercorre solo un retroterra culturale opposto dalla passata contrapposizione tra Ovest ed Est, tra Russia e America. Se Lynch vi sembra il più giovane tra i due non lo è anagraficamente. Tra i due c'è la stessa differenza tra William Blake e Jim Morrison.
Non dico questo film debba piacervi per forza ma qualche sforzo nella direzione più oscura della visione in sala può ancora salvarci, può far nascere altra cusiorità, può regalarci un fugace bagliore nello sguardo.

In questo la sala del Farnese è stranamente complice. Mai avuto tutto attorno un pubblico così beneducato, silenzioso, poco incline al commento grossolano ad alta voce. Viene quasi voglia a me di sparare cazzate per una volta, ma non è nella mia natura e così le riservo, con un'altra forma, a questo blog desolato.

Una volta fuori sono in piazza Campo de' Fiori. E' sabato sera. Viene quasi voglia di credere che questa moltitudine di persone sia un'enorme potenziale abbraccio, che il mio desiderio di perdermi in questa folla possa guidarmi all'avventura ma senza istinti pirateschi fuori da questa mortificante solitudine post-proiezione. Vien voglia di una birra in compagnia della prima persona che si prenda la briga di accettare il mio invito e per una volta desidero un mondo dove i rapporti umani possano essere dominati da una frivolezza senza ombre nè idiozie, dove non esistano i secondi fini ma solo i primi, dove uno possa stabilire a priori se e quando varcare i confini della propria solitudine e farlo a suo piacimento in qualsiasi momento, dove il contatto umano sia facile, privo di quegli schermi che proteggono i gruppi, le coppie, le compagnie, le comitive, le tavolate, le famiglie e le parrocchie. Viene quasi voglia di fermare le due simpatiche suore che nello stesso identico posto mi fermarono due settimane fa con le loro tirate sulla Chiesa, i loro canti e i loro balli.
Avrei parole da dire e precise stavolta. Mi piacerebbe dire che apprezzo davvero lo sforzo che fanno per mettere in contatto gli spensierati del fine settimana con il Vangelo ma non è Vangelo che cerco stasera ma compagnia. Anche la loro compagnia, il loro entusiasmo ma senza il secondo fine del Vangelo tra di noi. Vorrei godere un poco della loro simpatia e discutere delle loro idee e delle mie senza troppi pudori e falsità.
 Vorrei chiedere loro perchè nessuno si fa carico di scendere in piazza e cercare di insegnare al prossimo l'importanza della sensualità, la serietà con cui bisogna imparare a rapportarsi al prossimo, anche al suo corpo; perchè non si possa affermare senza incutere minaccia il nostro bisogno dell'altro, perchè dobbiamo andare incontro al sesso con la stessa eccitazione con cui affrontiamo il tunnel dell'orrore al luna park, perchè non si insegni un vangelo del corpo che non sia il solito manualetto del seduttore ma un serio libro di testo che ci liberi dalla repressione, dalla volgarità con cui affermiamo i nostri bisogni, dal filo spinato e dalle parole in codice che difendono il contatto diretto con la pelle del prossimo, dall'ipocrisia dietro la quale ci nascondiamo. Ci vuole un messia ben più autorevole di un pornodivo e assai più sexy di Michel Foucault per affermare questi concetti. Ci vuole un uomo comune o forse una donna comune o tutti e due assieme, ci vogliono un padre che non sia nei cieli e una madre che non sia vergine per liberarci dal Male, da qualsiasi male oscuro, dai nostri ridicoli complessi e invidie per emanciparci dalla nostra condizione di figli o di osservatori dal buco della serratura, per insegnare il vero percorso virtuoso che conduce non al paradiso ma alla vita adulta.
Ci vuole qualcuno che ponga la domanda fondamentale: perché non si possa essere felici sia in questo mondo che nell'altro.

domenica 23 ottobre 2011

This must be the place

Si può fare ormai un bilancio del cinema di Sorrentino. Un bilancio critico come quelli che si riservavano una volta ai grandi autori nelle piccole monografie de "I castori". Piccoli libricini che assomigliavano a dosi di stupefacenti per i fanatici del cinema di tutte le età.
Esiste nella critica un grado di sofisticazione della scrittura che insegue il ragionamento intellettuale alla stregua di un nodo. Il ragionamento deve essere stringente, molto stringente e per farlo bisogna produrre ragionamenti asfissianti. Quanto più stringente il ragionamento tanto più ridotto nella sua grandezza, sarà un puntino duro. Compito del lettore più ingenuo ripercorrerlo a ritroso, per scioglierlo, per fare tesoro delle piccole cose, per ritrovare stesi i singoli lacci che lo compongono.
Niente che assomigli al godimento però. Compito del critico è sottrarre il cinema alla sua platea naturale di mangiatori di pop corn per elevarlo al rango di forma d'arte. La sua è, nel migliore dei casi, una educazione alla visione. Ma i critici sono molto più pedanti dei registi e degli attori, figure dell'ombra, relegate alla polvere delle biblioteche, al trafiletto del giornale. Devono ritagliarsi uno spazio di sopravvivenza nell'abbondanza del gossip che nutre il mondo dello spettacolo. I registi e gli attori sono stelle che non brillano di luce propria, ma della luce riflessa dei riflettori. I migliori critici sono come dei filtri polarizzatori, se capite cosa intendo.

La cosa più divertente per un consumatore di critica cinematografica è la ricerca del segno distintivo che un regista ripropone film dopo film. A volte può trattarsi di uno stile, di un punto di vista, di un argomento ricorrente, di un certo tipo di ironia o di indagine.
L'idea che un regista prosegua la sua carriera con una coerenza tutta da scoprire di volta in volta è molto eccitante e accresce la stima verso di lui. A volte sembra davvero un percoso lucido e ragionato, un continuo domino, un'alternanza di movimenti di un'unica sinfonia lunga decenni. Altre volte forse si tratta solo di un'ossessione profonda e del tutto personale che rende un individuo, messo nella condizione di raccontare una storia inventata, particolarmente sensibile a una serie di situazioni o di temi che finisce per riproporre in forme diverse.

Ormai non c'è film di Sorrentino che non abbia visto almeno due volte negli anni. Ho visto due volte anche "This must be the place". La seconda ieri sera, a pochi giorni di distanza dalla prima. L'unica differenza è che stavolta era la versione originale (sottotitolata) e non ero da solo.
Rivederlo mi ha fatto molto piacere. La sala era più ricettiva. La vera voce di Sean Penn è molto più bella e modulata di quella del suo pur bravo doppiatore. Le seconde visioni sono molto più appaganti delle prime. Non c'è più l'ansia di capire tutto, sapere come andrà a finire. L'ansia, semmai, è quella di sapere che ora ci sarà questa scena che non ci piaceva tanto: la troveremo di nuovo insopportabile? O ci sarà, verso la fine, quella scena che ci era piaciuta da morire: e se rivedendola non ci piacesse più e dovessimo quindi rivalutare l'intero nostro giudizio sul film?
E nel mio caso: questa persona che mi siede accanto, con la quale passerò un poco di tempo all'uscita dal cinema, starà apprezzando questo film, starà pensando quello che ho pensato io la prima volta che l'ho visto, avrà le mie stesse perplessità e le mie stesse gioie negli stessi identici punti?
La sua reazione mentre ci avviamo verso l'uscita è: "Questo film è bellissimo!". Mi sembra un poco esagerato ma sono contento come se questo film fosse il mio, almeno anche un poco il mio, così niente più musi lunghi mentre riprendiamo il Corso, solo chiacchiere leggere e un poco eccitate.
Davvero, rivedere un film al cinema due volte in due contesti diversi è una bella esperienza. Posso concentrami di più sugli aspetti secondari, notare dei piccoli errori di continuità, apprezzare la precisione di certi movimenti di macchina, scoprire dei dettagli scenografici che mi erano sfuggiti, valutare la sapienza con cui Sorrentino e Contarello risolvono le scene più deboli dell'intreccio o il senso, a posteriori, di una particolare battuta, rilassarmi e godere anche della lentezza.
Soprattutto, durante tutta questa seconda visione non faccio altro che ridacchiare come uno scemo. Perchè il film non è divertente ma permeato di un continuo senso dell'ironia. L'idea stessa alla base del film va affrontatata con molta più ironia di quanto si crederebbe. Rockstar in declino, imparruccata, goffa, acciaccata, anacronistica, depressa, quasi-fumetto va in cerca di un ex nazista ultranovantenne messo molto peggio di lui tra i deserti e le nevi dell'America meno battuta. A confronto di "Paris, Texas" che si muove tra gli stessi scenari, insomma, è quasi una barzelletta.
Cheyenne sta a Sorrentino come la signora anziana troppo truccata del celebre esempio di umorismo pirandelliano. Il film è un impasto di cose che sarebbe meglio non affiancare, il pop e l'olocausto, la giovinezza e la vecchiaia, il film d'azione e il passo lento del protagonista, il cinema italiano e quello americano.
Alla fine sono contento di non trovare snaturato lo stile del regista pur con tutti i suoi eccessi, il suo fiuto per il cattivo gusto, l'esasperazione plastica delle sue immagini ma senza alcuna doratura patinata, la cura maniacale del dettaglio.
Tutti si aspettavano la mossa falsa. Io aspetto già la prossima mossa.

C'è un grande comune denominatore che unisce tutti i film di Sorrentino. Sono tutti centrati su un'unica carismatica figura, hanno singoli protagonisti assoluti e una moltitudine di sbiaditi personaggi di contorno. Sorrentino è uno dei pochi che non coltiva la necessità di descrivere persone piacevoli. I suoi protagonisti sono sempre creature eccezionali ma fanno dell'understatement, della riservatezza, una necessità imprescindibile. Sono creature in equilibrio, spesso statiche, che giocano a controllare la loro esistenza e quella degli altri e a volte finiscono sopraffatti dalle conseguenze di un sentimento, dall'onda contraria della loro aridità. Sono creature superiori o almeno suppliscono ai loro madornali difetti ( difetti fisici, mancanza di grazia, se non addirittura deformità; oppure arroganza rovinosa) reagendo con sdegno, condannandosi alla solitudine o circondandosi da persone che li assecondano o li sopportano fin quando torna loro comodo,. Elargiscono al mondo le loro perle di saggezza mai richieste, fanno sfoggio compiaciuto del loro impareggiabile stile. Sono personaggi insopportabili, saccenti, spacconi e perdenti.
Sono il più delle volte dei sopravvissuti, già alle loro originarie disgrazie oltre che alle loro colpe, e per questo sono cattivi, covano risentimento segreto, conducono esistenze tortuose. Sono serpenti che stanno perdendo la loro ultima pelle e aspettano con pazienza il momento più opportuno per rilasciare con un morso conclusivo quello che resta del loro antico veleno.
Per questo quasi tutti i protagonisti dell'universo in espansione di Sorrentino sono uomini ( mai donne) di mezza età, se non addirittura anziani. Anche il Tony Pagoda del suo unico romanzo è un cantante sul viale del tramonto e poi della tenebra. Sono uomini segnati dalle rughe. L'ironia, lo stile, la saccenza sono le loro armi spuntate contro il disfacimento del corpo, gli strumenti della loro invidia verso il prossimo.
Le accettiamo perchè vengono da persone appunto di una certa età e, un poco anche per educazione, ci viene più facile portare loro rispetto.
Alla luce di questa riflessione trovo ancora più geniale "Il divo". Andreotti è l'unico personaggio realmente esistente ma è in tutto e per tutto simile ai suoi fratelli di fantasia. La scelta è stata azzeccata: il personaggio con la sua fisicità, con l'identico gusto per l'ironia impercettibile ma graffiante, con la sua corazza di apparente mediocrità, il suo declino inesorabile era il personaggio migliore e già pronto per un film di Sorrentino.

Esiste una sola eccezione: Antonio Pisapia, il calciatore.
Non è cattivo ma un sognatore testardo e ingenuo. E' giovane. E' una figura postiva, beffata dalla superficialità e dall'arroganza del prossimo. Che ci fa in un film di Sorrentino, l'unico film di Sorrentino con due personaggi ( ma dall'identico nome e nati lo stesso giorno a distanza di anni)?
Adesso è chiaro: era lui "l'uomo in più".

domenica 9 ottobre 2011

Fughe dalla realtà- Bisogna pur passare il tempo in qualche modo

Fra qualche ora vado a vedere "Tomboy" che è un film francese.
Ieri? Ah sì. "I figli degli uomini". C'è una funzione sul televisore al plasma che fa sembrare qualsiasi immagine in movimento una ricostruzione video simile a quelle di "Chi l'ha visto?". Così mi sembra non di vedere un film hollywoodiano ma una puntata di "Un posto al sole" con protagonista Clive Owen. Smadonno in silenzio per questo scempio e scopro alla fine che il telecomando non era rotto. Non aveva le batterie. Però c'è un momento in cui gli occhi si incollano lo stesso e non si staccano più dallo schermo. Film visionario, bellissimo, molto godibile.
La sera prima "L'uomo che verrà". Non avrei mai pensato ma è un film bellissimo. Da recuperare, da rivedere. "Da proiettare nelle scuole" come si dice. Se non fosse che una volta, studente, mi sarei annoiato. Invece è un vero film, lontano anni luce da qualsiasi retorica televisiva, da qualsiasi semplificazione divulgativa, da qualsiasi maldestra didascalia. E' un film davvero come se ne fanno pochi, povero di mezzi forse ma sostenuto da un rigorosa narrazione e da superiori qualità visive. Giorgio Diritti è un gran regista. Lo sanno in pochi. Fino a due giorni fa non lo sapevo neanche io.
La sera prima e quella prima ancora "Il laureato". Fa ridere sapere che la prima scelta era un attore alla Redford, biondo, bello e in forma. Sarebbe stato tutto un altro film e allora, forse, avrebbe avuto più senso anche la seduzione leggendaria di Mrs. Robinson. Hoffman è impacciato, goffo, eccezionale.
Io però amo solo la prima parte: bellissima, nevrotica donna di mezza età seduce giovane senza esperienza. Punto.
Anne Bancroft è uno strumento grave ed espressivo, un magnifico oggetto del desiderio. Poi però diventa una megastrega stronza e il film, a parte qualcosa, non mi piace più.
Prima ancora "Quinto potere", ancora una volta. Uno dei miei film preferiti. Ogni tanto lo propongo in giro, a un pubblico di occasionali curiosi. Nessuno che sia un poco interessato al cinema rimane mai deluso.
E ancora prima, in una botta sola, "Drive" ( l'ennesimo film dell'anno). Un film abbastanza convenzionale nelle premesse girato con leggera aderenza al genere e magnifiche divagazioni. Un film con uno sguardo particolare, dalla violenza lampeggiante. Nei suoi momenti migliori è fantastico. Non mi sento di dire un capolavoro ma abbastanza godibile sia per il più esigente che per quello meno.
La sera stessa " A dangerous method". Mi piace molto il cinema quando mette in scena celebri situazioni di personaggi reali del passato. Posso così assistere al suicidio di Virginia Woolf in "The hours". Posso seguire i famosi incontri di Jung con Freud e il disgregarsi del loro rapporto, segnato da significative e inquietanti epifanie. Eppure questo film non mi piace tanto, a parte il solito Mortensen, attore dalla virilità esasperata e unica traccia inquieta degli ultimi diversi film di Cronenberg. 
Keira Knightley è una bellezza anoressica ma questo ruolo sembra davvero al di sopra delle sue possibilità di attrice. Soprattutto quando nella prima parte deve fare l'isterica vien voglia di prenderla a schiaffi.
E prima, ah...
Almodovar l'avevo già visto altrove. Gran bel film Pedro. Il numero dei tuoi estimatori diminuisce sempre più. Vogliono le lacrime, vogliono l'emozione. Ma tu gli dai John Waters e Billy Wilder nello stesso bicchiere. Sei un maiale troppo sofisticato che crea perle continue. Sei un genio dell'umorismo, un maestro della truffa. E poi secondo me con questa storia dell'omosessualità ci marci alla grande. A te, secondo me, ti piacciono le donne e anche tanto.

Mi ero dimenticato. E' uscito l'ultimo di Gus Van Sant. E' una storia di amore, malattia e morte. Bello, poetico e discutibile. Mi fermo a chiacchierare trenta secondi con una mia vecchia conoscenza alla cassa e mi perdo l'inizio.
Lo recupero per radio grazie a "Hollywood party" (Radio3, dal Lunedì a Venerdì alle 19:00).
Un ragazzo, sdraiato in mezzo alla strada disegna il suo profilo sull'asfalto con un gesso. Come ad affermare la propria identità, come a segnare la posizione del proprio cadavere.

Oggi? L'ho detto "Tomboy".
Aspetto con una certa ansia ( stavolta forse motivata) il nuovo Sorrentino.

domenica 18 settembre 2011

tre nuovi film italiani

C'è un momento ad Agosto in cui si comincia a disarmorare del cinema. Troppo squallide quelle sale deserte, quella programmazione scadente. Brutti horror, commediole, scarti di una intera annata.
Si torna un poco a respirare adesso.
Il festival di Venezia è l'occasione per mandare in concomitanza nelle sale qualche nuovo film, il più delle volte italiano. Nessuno lo dice ma a dispetto dei grandi premi c'è sempre qualche film italiano che si aggiudica qualcosa, magari un riconoscimento all'attore, qualche targhetta di secondo piano. Sembra un imperativo neanche tanto segreto che non si possa lasciare la nostra produzione a bocca asciutta come se il festival non fosse "internazionale". Brutta cosa i festival, brutta cosa i premi. Beato il paese che non ha bisogno di premi o di vincere in casa a tutti i costi.
Alla fine Crialese si aggiudica una menzione speciale. Il suo film, "Terraferma", è davvero molto bello. Rispetto ai suoi precedenti mi sembra il più regolare. La storia c'è, ha uno sviluppo quasi classico. Si concede qualche stravaganza ma ha una messa in scena rigorosa e una buona direzione degli attori. E' un film solido e ben fatto che non sfigura affatto rispetto ad altre produzioni straniere.
Tutto un altro discorso per altri due film italiani passati per il Lido.
"L'ultimo terrestre" è una pellicola di ordinaria disperazione di provincia, dal gusto salato e in fuga verso la fantascienza. Film originale a tutti i costi, a tratti interessante, che oscilla tra dolcezza e inquietudine, centrato su un personaggio represso e misogino che strappa una parziale compassione e qualche sorriso colpevole. Interessante quando sembra deludere ogni aspettativa dello spettatore, povero nei ritagliare secondarie figure di cartone, quasi convenzionale nelle conclusioni.
Cerca di rimediare a evidenti limiti e difetti di forma facendone una cifra stilistica ma resta un film minore. Non basta qualche stravaganza a sollevarlo di molto al di sopra della mediocrità.
"Cose dell'altro mondo" è il peggiore dei tre. Brutto, sciatto. Scritto, girato, fotografato e recitato male. Ha solo una buona idea di partenza ma è presa in prestito da un film straniero. Il resto è un film che avanza a fatica e non sa neanche finire. Un insieme di cattivo gusto, pochezza di idee, di discorsi che non incidono.
Spicca solo Abatantuono, vulcanico come sempre.
Mastandrea narcolettico, sembra capitato nel film per sbaglio. Un ruolo ridicolo che neanche in un cortometraggio amatoriale.
Sono le tette della Lodovini a ricordarmi per assurdo che cosa manca al cinema italiano di oggi. Qualcosa in più, una misura abbondante, un minimo di eccesso, il gusto per lo scandalo, un incantesimo per restare incollati allo schermo. Poi soprattutto mancano le donne vere. Abbiamo un vivaio di giovani attrici, anche apparentemente per bene e dotate, relegate a ruoli da gatte morte. Agli sceneggiatori di un tempo fu consigliato di tornare a prendere l'autobus per riprendere contatto con la realtà. Non so cosa consigliarvi oggi ma tornate a descrivere le donne come si deve, levate loro di dosso questa polvere da fiction, questa aridità di sentimenti, questa ambiguità troiesca convenzionale. Rendetele per favore qualcosa in più di distributori a gettoni di sorrisi e ammiccamenti affettuosi. Le donne del cinema italiano contemporaneo sono noiose.

lunedì 20 giugno 2011

Il Caimano su Rai Tre

Quando uscì "Il caimano" ero a Parigi. Di quella casa che mi ha ospitato una settimana ricordo la vista fuori dalla finestra, la prospettiva di un cantiere o qualcosa di simile, il pavimento scricchiolante di legno, i suoi inquilini.
Ricordo i primi commenti dall'Italia, via telefono.
Ricordo l'attesa attorno al film, come se Moretti avesse tra le sue mani la tromba che avrebbe dato il via all'Apocalisse, alla fine del mondo, o almeno a quella Italia dominata fino ad allora dal centrodestra.
Ricordo i dibattiti sul potere di questa pellicola, sulla sua capacità o meno di influenzare il voto vicino.
Ricordo la prima visione, gratuita ma solo con inviti, in una sala strapiena, organizzata dai Verdi nel cinema della mia città. Bisognava andare prima, prendere i posti migliori. Invece io, mia madre e la sua collega ci siamo dovuti sedere in prima fila e tutto il film era una visione verticale, angosciosa, opprimente e scomodissima.
Ricordo pure che avevo 24, quasi 25 anni.
Sono passati cinque anni. Si potrebbero fare bilanci, sull'evoluzione del nostro paese o solo sulla mia vita privata. Rai Tre trasmetteva stasera per la prima volta il penultimo e più chiacchierato film di Moretti. L'evento è che l'ho visto anche io. Dopo anni vedo un film in tv, in diretta, con la pubblicità in mezzo, il formato originale appena rosicchiato dallo schermo ai lati. Le ragioni di tale scelta sono suggerite dalla trasmissione sulla salute che lo precede. L'argomento della serata era...
Non ve lo dico.
Diciamo che non avevo molte alternative e poi avevo voglia di rivederlo questo film così poco amato, specie dopo che Sabato scorso il mio amico mi dice che questo film gli era piaciuto. Il che è una sorpresa, perchè questo mio amico si lascia convincere molto di rado dalle lusinghe di quasi tutti i film in circolazione.
"E' un film così ricco" sono le sue parole.
E mi ha convinto e incuriosito due volte.

Sì, non mi era piaciuto questo film. La visione era stata scomoda, le aspettative deluse. La posta in gioco era altissima ed era la credibilità stessa dell'autore, la prova della sua coerenza artistica e politica.
Al suo interno avevo scorto in germe di debolezza incomprensibile specie quando tutti, io compreso, si sarebbero aspettati un lavoro muscolare, teso, lucido, scientifico. Ci si aspettava da "Il caimano" l'antidoto, il manifesto; il farmaco definitivo, il nuovo slogan da imparare a memoria.
Forse è proprio questo il segno del nuovo cinema morettiano. Ha imparato, da solo o forse no, a essere meno paratattico, a non cercare la battuta ad effetto, il tormentone da ripetere negli anni a venire. Nel farlo il suo cinema così caratteristico in passato sembra avere perso la sua forza, il suo centro umorale.
"Il caimano" è tanto un film su Berlusconi quanto un film sul cinema italiano. E' un film che per parlare del presidente del consiglio adotta la prospettiva di un film impossibile da girare, di una giovane regista al debutto e di un produttore in crisi professionale e umana.
E' quindi un film che parla dell'attualità, di politica, di un politico quasi innominabile. E lo fa con toni blandi, di rado incisivi a parte nel finale, sfruttando per divertimento certi clichè del poliziottesco anni '70.
Che descrive i meccanismi che portano o non portano alla realizzazione di un film. E lo fa quasi con ironia ma senza risparmiare frecciate e nomi. Una parte stessa del cinema italiano attraverso numerosi cameo prende parte a questa pellicola dimostrando la volontà di schierarsi, partecipare al progetto. "Il caimano" in fondo è un differente "8 1/2" dove l'uomo in crisi, professionale e umana, è il produttore e non più il regista. E dove il finale, al posto del girotondo sulla sabbia, c'è una giornata di riprese, c'è il finale del film nel film. C'è la rappresentazione del giorno in cui il Caimano riceverà il suo verdetto definitivo dalla giustizia: condannato o assolto.
Condannato. Tutto, in questo bellissimo e cupo finale, rovinato solo nella forma da approssimative dissolvenze e dallo stile a volte più sciatto che si riserva ai film nei film, assomiglia a una visione allucinatoria. Lo è per il produttore che senza più un soldo gira una sola giornata di film. Lo è per lo spettatore che vede rappresentato l'irrappresentabile. Non c'è liberazione come nel film di Fellini ma la prospettiva di un incubo.
Poi c'è il terzo e più patetico piano che mostra la vita privata e familiare del protagonista che si inabissa sempre di più. Coperto di debiti, nell'impossibilità di lavorare, e in via di separazione dalla moglie. C'è una partecipazione curiosa e molto sentita su questo aspetto, forse più convenzionale alle corde del cinema italiano, inaspettato e privato in un film che sembrava intenzionato a parlare di tutt'altro. Bella la descrizione del rapporto coi figli. Insopportabili un paio di scene con la Buy, più di tutte quella in cui il protagonista interrompe il concerto per urlarle il suo dolore.

Tre piani, non sempre bene allineati. A volte sembrano portare ognuno a una direzione diversa. Il film scorre ma ne risente nella messa a fuoco, nella precisione del suo discorso di fondo.

giovedì 16 giugno 2011

L'attimo fuggente

Forse "L'attimo fuggente" fa parte di quei film di cui non ci si vergogna mai. Se piace a una certa età poi piace anche in seguito. Ha una delicatezza davvero rara.
Storia molto bella, un lavoro di casting impeccabile. Ruffiano? Sì, forse un poco. Ma quel tanto che serve per colpire al cuore. E' un film di sentimenti così dichiarato, una pellicola capace di cogliere gli slanci del pubblico più giovane e il lato debole degli adulti.

Quante volte l'avrò visto? La prima volta in tv, su suggerimento di mio padre. Rimasi incantato.
L'ultima volta oggi, una brutta copia in divx. Sono passati anni.
Il cinema che mi piace è altro.
Ma film così mi ricordano che l'amore per il cinema può essere qualcosa di meno cervellotico. Si ama qualcosa che non mortifica la nostra intelligenza ma ci viene incontro a metà strada.
Peter Weir è un maestro della narrazione. Fa un lavoro impeccabile, si mette al servizio della storia, mantiene sempre il ritmo e non alza mai la testa per mettersi in mostra.

martedì 14 giugno 2011

The tree of life

Mi sa che non posso liquidare "The tree of life" con le solite tre, quattromila fregnacce che riempiono i miei post.Di scrivere, ammetto, non ho tanta voglia. Però il film mi fa riflettere e qualche appunto lo metto per iscritto.
Di solito, dopo la visione ci si pone un solo elementare quesito.
Anche parlare di un film richiede un minimo di sbilanciamento, una parziale apertura alla propria sfera emotiva. Non credo parlare delle qualità minerali del sale sciolto nell'acqua della pasta sia il modo migliore per ragionare di cucina. Se al ristorante il piatto è buono e ci piace non ci preoccupiamo del tasso calorico. Siamo venuti qui per mangiare bene, siamo venuti per andarcene soddisfatti.
Però ci sono film come questo che richiedono una digestione molto più lunga. Sono opere che nascono da processi lentissimi e necessitano un'assimilazione di anni. Solo il tempo saprà dire con esattezza che cosa rimarrà. Ammesso che qualcosa rimanga davvero.
L'unico elementare giudizio che posso dare su "The tree of life" è che non lo rivedrò una seconda volta, almeno in tempi brevi e di mia spontanea iniziativa.
Però è un film che va visto almeno una volta in sala, se si ama il cinema, beninteso. Perchè è comunque un evento, è qualcosa di diverso, è un nuovo film di Terrence Malick.

Quello che non amo del film è la sua lunghezza. Due ore e mezza finiscono per pesare anche agli spettatori di buona volontà. Non credo ce ne siano nella sala cinque di Cineland. Coppie di mezza età che borbottano di continuo e ci vuole quella che non ho per zittirli. Non ho mai sopportato i chiacchieroni al cinema, quelli dal commento facile, i qualunquisti della poltroncina accanto; ma il più delle volte li accetto perchè fanno parte della situazione, rendono democratica la visione. A volte però sono solo cialtroni che non hanno il buongusto di tenersi i loro pruriti critici dentro ( o almeno di scaricarli in un blog). Sono persone dal bagaglio culturale approssimativo, che la sparano grossa, colgono riferimenti sbagliati. E quello che è peggio ti riportano con i piedi per terra, frantumano la sacralità della visione, il suo difficile equilibrio ipnotico. Che belli i concerti di musica classica dove anche tossire è maleducazione, dove lo sforzo dell'esecutore non deve essere compromesso dal minimo battito di ali, dove all'ingresso ti danno le caramelline per la gola da succhiare in silenzio.
E' proprio vero che il vero cinema è americano. Perchè il frastuono delle loro pellicole è qualcosa che non deve solo riempire gli occhi ma anche permettere allo spettatore di mangiare i suoi popcorn e di dire tutte le stronzate che vuole senza che l'intera sala debbe ascoltarle. Ci sarà sempre il rumore di un aeroplano, di una mitragliatrice, il tono sovraeccitato di un attore, una poderosa colonna sonora a coprire tutto, a rendere solida l'esperienza visiva attraverso l'udito. L'udito è un senso sottovaultato in sala. Ma il sonoro è la salsa che tiene unito un film.

C'è molta musica nel film, a volte anche in maniera diegetica. Qualcuno o qualcosa suona, uno dei protagonisti o un giradischi. E' quasi solo musica classica e niente musica pop. Eppure dovremmo essere negli anni' 50 e in questa esile storia di una famiglia, dei suoi tre figli e dei loro genitori non c'è traccia quasi per niente dell'epoca. Non c'è rock n' roll. Non c'è quasi traccia di un qualsiasi altro elemento riconducibile a quegli anni, qualcosa di forte, preciso, identificativo e soprattutto popolare. Non ci sono manifesti pubblicitari, marche, non c'è televisione. In questa ricostruzione di un passato forse scappa qualcosa di autobiografico ma tutto è tracciato non con intenti narrativi, logici.
Sembra un film girato da chi non ha mai visto un film, un film girato con i mezzi del cinema tradizionale ma che sembra piuttosto frutto di una ispirazione di chi ha smesso di vedere, di chi cerca le immagini a occhi chiusi, nei lampi sul passato che la memoria ha conservato e cerca con la macchina cinema di riportare sullo schermo il senso delle "corrispondenze" baudeleriane, di una epifania, tutti quei piccoli puntini luminosi che affollano il buio dietro le nostre palpebre abbassate. E' cinema che indaga un tempo perduto e finisce per fluttuare nel misticismo, nella comunione spirituale con le forze dell'universo, nella ricerca del linguaggio di dio nelle cose del mondo.
E' un film sulla trascendenza dove la musica è un veicolo per raggiungerla.
Un film sull'amore e sulle maniere contraddittorie in cui esso si esprime.

Ma è anche n film sui limiti del cinema come espressione. La forze delle immagini si appiattisce sulle due dimensioni, l'esile filo logico non permette di godere appieno della lunga durata, l'estasi è suggerita e troppo difficile da trovare in un cinema mentre nella sala accanto i pirati dei caraibi furoreggiano.
Malick sarà anche un guru ma sembra sottovalutare l'indisciplina dei suoi fedeli, o se ne frega, e il suo messaggio cosmico mi trova non troppo bendisposto di domenica sera.

Quello che forse annoia è di non essere riuscito a fare delle intenzioni un vero nuovo linguaggio. E' un film che procede per numerose piccole illuminazioni ma lo stile in cui esse si rivelano richiede un abbandono che non è facile perseguire. Allora dettagli di mani, piedi, un viso , un paio di sopracciglia, il colore della pelle sono molto più importanti e rivelatori dei protagonisti stessi. Nel respiro lento si riescono a riassumere con grande efficacia le tappe che portano dall'infanzia all'adolescenza.
Nelle lunghe sequenze naturali che compongono l'intero secondo rullo sembrano essere condensati l'intero manifesto poetico del film, la sua ambizione ma anche i suoi limiti espressivi.

lunedì 23 maggio 2011

Mr. Beaver

Ho fatto quel giro apposta, sì.
Perchè l'opportunità mi venisse incontro con la scusa che andavo a prendere solo un gelato. Alla fine ho trovato qualcuno che mi portasse altrove.
Il solito cinema sperduto. Non c'è traccia di palme d'oro da queste parti. Bisognerebbe armarsi e partire per un'altra città. Solo pirati, veloci e furiosi, notti da leoni e sig. castori. E il dilemma del titolo è un film che non prendiamo neanche in considerazione perchè tutto ha l'aria di una scelta di bassa stagione e questo non è un paese per film d'autore. Dobbiamo accontentarci del sig. Castoro.

Per poi uscire dalla sala perplessi.
Sintetizzando: questo è un film dall'idea molto originale. Un dirigente vittima di una profonda depressione ricomincia a vivere grazie a un castoro di pezza infilato nel braccio a mò di burattino. D'ora il pupazzo parlerà per lui con la sua voce, farà da intermediario per tutte le sue relazioni, da quelle private, familiari a quelle pubbliche e diventerà insostituibile.
La domanda: riuscirà quest'uomo a vincere la sua depressione? diventa: riuscirà quest'uomo che ha trovato la sua nuova stabilità grazie a questo assurdo stratagemma a farsi accettare fino in fondo dal prossimo? riuscirà a liberarsi del sig. castoro ( Mr. Beaver) per tornare ad essere solo il sig. Nero ( mr. Black)?
Ma quello che sembra un diverso elogio della follia non mantiene tutte le promesse e nella seconda parte c'è una brusca definitiva sterzata.

Ai miei compagni di poltroncina il film non è piaciuto. Per onestà neanche a me ma non posso negare il fascino di certi suoi passaggi. Dalla incursione in temi che il cinema in cerca di consenso preferisce non affrontare, alla totale assurdità della idea del castoro che espone il film al rischio costante del ridicolo. Ci vuole un minimo di coraggio per affrontare le onde contrarie che scaturiscono da queste premesse.
Ma questa non è una pellicola indipendente. Se così fosse forse le derive finali sarebbero state più imprevedibili. E' un film hollywoodiano e quindi tutto il suo sforzo è nel cercare di rendere accettabili e normali le sue stravaganze, nell'arrotondare gli spigoli di tutti i mobili come si fa nelle case dove ci sono bambini piccoli. Bambini piccoli ce ne sono anche in sala, forse per una valutazione errata da parte dei loro genitori che pensavano di portarli a vedere una pellicola divertente quando nella sala accanto Johnny Depp avrebbe fornito loro un più efficace passatempo domenicale.

Altri appunti: il sig. Black è un pezzo grosso, gestisce una grande azienda per meriti ereditari, può permettersi di non lavorare, ha comunque una casa che lo accoglie. La moglie è una professionista ( ce lo dicono all'inizio ma in tutto il resto del film non la vediamo mai un momento lavorare come se invece di un'ingegnere non fosse altro che una casalinga qualsiasi). E' qualcuno che può permettere alla sua vita di galleggiare sul materassino gonfiabile della prima inquadratura. Questo è sempre comunque il ritratto della solita famiglia perfetta americana che cerca di affermare la sua sana e robusta costituzione.
Ben altra storia sarebbe stata se il protagonista fosse stato un uomo qualunque, non troppo ricco, con il rischio di perdere il lavoro, la casa, che si deve affidare alle cure di un qualsiasi centro diurno. Hai voglia di infilare il tuo braccio nel sedere di un castoro.
Questa purtroppo è la solita favola che ha solo il buongusto di non riservare un lieto fine senza ombre.

venerdì 22 aprile 2011

Habemus papam

Se non si ha la tv, se non si è sempre connessi a internet può capitare di scoprire le novità di cronaca al mattino presto, come ai vecchi tempi. Sulla prima pagina di un giornale o a mozzichi e bocconi alla radio.
E ritrovarsele poi ancora più striminzite e insapori sulla free press in distribuzione nelle metro e nei bar.
Così mi capita, con lo stomaco ancora a digiuno dalla sera precedente, di sfrecciare con la mia auto verso la stazione più vicina e intanto ingoiare gli spettacolari colpi di governo delle ultime ventiquattro ore, le sorprendenti novità, le provocazioni plateali, le ruffianate senza vergogna, la faziosità di questo o quel giornale, quando non anche la voce colorata di qualche ascoltatore che deve assolutamente dire la sua.
Mi salgono all'improvviso i cinque minuti di indignazione, preceduti o seguiti da vaghi scenari apocalittici riguardanti la mia vita, quella dei miei coetanei tutta polpa senz'ossa, la mia nazione sull'orlo del baratro di una piscina e intanto penso alla merda quotidiana dispensata in quantità ben più generose che il pane di nostro signore e mi convinco che una intera esistenza può essere niente poco di più che una educazione alla sottomissione. Interi oceani di esistenze comuni pronte ad evaporare e sono poco di più che devote alla sottomissione, si lasciano calpestare e schiacciare fino a perdere la forza di stare in piedi, di dire la propria. Tanti bravi ubbidienti e ben educati cittadini. Che lasciano il posto sull'autobus agli anziani, che salutano e dicono buongiorno tutte le mattine, che non fanno scenate, che fanno rinunce, che pagano le tasse, rispettano gli orari, non rubano, porgono l'altra guancia e non fanno agli altri quello che non vorrebbero fosse fatto a loro.
Ragazzi, questa gente esiste davvero. Ce ne sono tanti e non solo nelle parrocchie ma nella stessa metropolitana tutte le mattine.
E se c'è qualcuno che dice che non è così, beh, non dico che abbia torto. Sono gli stessi bravi e ubbidienti cittadini che non rubano ma solo perchè non ne hanno mai l'occasione; che covano frustrazione e invidia in segreto; che si sfogano in famiglia ma abbassano la testa in ufficio. Per non parlare di quelli che sembrano avere una soluzione per tutto e lo dicono a voce alta a beneficio di un pubblico che non ha mai chiesto di ascoltarli. I peggiori di tutti. E anche di questi sono pieni le metro purtroppo.

Ma a chi vi dice "nessuno è perfetto" strizzandovi l'occhio in cerca di complicità sputate nell'occhio che ha lasciato aperto. A chi mostra con arroganza i propri errori a un'intera nazione, a chi si può permettere di trasgredire le regole senza vergogna quando a voi sono state riservate bacchettate sulle mani sui banchi di scuola, promesse le fiamme dell'inferno dietro ai banchi del catechismo, la decurtazione del vostro stipendio per ogni ammanco portato all'azienda dietro ai banchi di un ufficio, quando anche qualsiasi stronzo di dipendente di una Posta o  di una Asl, di una Inps o quello che vi pare a voi, da dietro la sua vetrinetta protettiva si può permettervi di cacarvi meno di una merda e vi rimprovera la vostra ignoranza della burocrazia perchè siete solo uno di una lunga fila di rompicoglioni ognuno con i suoi problemini da risolvere; quando cioè viene leso con una leggerezza imperdonabile il vostro debolissimo, affaticato lumicino di umanità  e vi mettono su un seggiolone e decidono che la minestra è questa la finestra è quella scegliete voi, e così facendo offendono anche la vostra intelligenza ( perchè se è vero che esistono menti superiori è anche vero che i veri, autentici imbecilli senza alcuna speranza di recupero sono molti in meno di quanto si creda) dite semplicemente: adesso basta.
Così mentre guadagno il mio spazio sulla banchina ancora brumosa di alba in attesa del mitico trenino e i miei pensieri già si rivolgono altrove: al libro che ho nella tasca, al sedere di una mia collega, alle cose che ho nello zaino, al lungo viaggio, alla giornata che mi aspetta mi accorgo che ho già perso l'attimo.
Ho lasciato la notizia del mattino che sul momento mi ha fatto tanto incazzare sedimentarsi, farsi tossina dentro di me. Non ho colpito al volo la palla che mi veniva incontro. Eppure sono sicuro di avere sentito una vibrazione di gente che come me ha pensato le stesse cose nello stesso momento e ha detto: "Oggi è il giorno!". Perchè i pensieri sono limitati, ancora di più le reazioni, le associazioni automatiche. E se io ho pensato: "Ragazzi dove stiamo andando? C'è un solo modo per mettere fine a questo stato di cose ed è scendere e protestare, riversarsi in massa nelle strade del centro senza avvisare niente e nessuno, ma senza mai dare in escandescenze, senza cedere a provocazioni di sorta, senza sfoggiare slogan cretini tipo chi-non-salta-Tizio-o-Caio-è, facendo affiorare la qualità che ci rende superiori: la nostra cazzo di dignità, la nostra unica forza vitale, il nostro incantesimo precario ma sempre potenzialmente attivo. Se una volta raggruppato un numero sterminato di noi invece di dare il via alle danze, ai cantanti impegnati, alle facce note e meno note sopra a un palco in piazza San Giovanni ci si mettesse tutti seduti e si facesse come quei buddhisti che recitano immobili uno affianco all'altro il loro Om ci sarebbe da fare tremare le pareti di qualsiasi palazzo, da far rilasciare dal panico tutti gli sfinteri avversari più allenati, ci riscatteremmo con un miracolo agli occhi di tutto il mondo da anni, ma che dico? secoli! in cui ci hanno ritratto come un popolo di pusillanimi e vigliacchi, che si merita questo e quello. Intonare un mantra che faccia riaffiorare il tirannosauro sepolto della nostra primordiale, immortale, arabafenice dignità. Dignità, lo ripeto. E' questa la parola. Ripetetela tutti insieme e sono sicuro di poter spostare l'aria tutto attorno." Se tutto questo l'ho pensato o solo intuito io in una frazione di secondo- dicevo- forse lo hanno pensato o intuito anche, con altre parole magari, molti di voi.
La telepatia, almeno a uno stato molto elementare e non del tutto verbale, esiste davvero.

Ma poi ci penso e nelle vesti del leader non mi ci vedo proprio, a fare proseliti sulla metro tra l'indifferenza, il sonno e il rodimento di fegato di tutti quei miserabili che come me sopportano anche solo la presenza di altri passeggeri sullo stesso vagone venti minuti prima delle sette la mattina.
Mi manca il coraggio, mi manca la parlantina, mi manca il carisma. Il leader non lo so fare. Al massimo so organizzare un poco le mie idee, ma indirizzare quelle degli altri proprio no. A passare per matto so che sprofonderei in un abisso di vergogna che mi porterebbe di sicuro alla pazzia. Eppure mi sembra di avere in mente concetti validi, buone semplici ragioni... No, no, me la faccio sotto dalla paura... Tiro fuori il libro dallo zaino e incomincio a leggere e decido che, almeno oggi, niente colpi di testa. Mi aspetta la ruota da spingere in cerchio con tutti gli altri schiavi, stasera tornerò più stanco e così via anche domani.

Ma Moretti insomma?
Che ci azzecca Moretti con tutto questo?
Moretti è uno dei pochi registi in Italia che si può permettere di fare un film solo quando ha qualcosa da dire. Forse questo privilegio è l'unico parametro per giudicare l'autorevolezza di un regista.
La domana che mi pongo è: ma Moretti che cosa aveva da dire stavolta di così importante da girarci un film?
A questa domanda non c'è vera risposta.
Almeno io non l'ho trovata.
E in questa sospensione piena di dubbi galleggia anche tutto il mio giudizio ultimo verso questa pellicola che ho accolto senza più l'aspettativa che avrei riservato già solo qualche anno fa a "Il caimano". No, stavolta non mi aspettavo niente. Ho fatto anche finta di ignorare le riscate anticipazioni, le poche voci di corridoio. Ho rispettato il grande riserbo cha accompagna fino alla sua uscita ogni film di Moretti.
Poi, una volta nelle sale, ecco partire i commenti come è giusto che sia. Ma in questa affannata corsa ognuno deve dire la propria subito. Qualcuno già in tempo reale durante la proiezione.
Il mio vero rammarico è constatare come il conformismo detti legge, sia nei giudizi di chi sembra non poter dire niente di negativo perchè Moretti è bravo, anzi è sempre e comunque il migliore, e i suoi film sono sempre un gradino sopra e ogni ultimo film è sempre migliore di quello precedente quindi questo è il migliore di tutti in assoluto. Ma anche in molti di quelli che non possono schierarsi dalla sua parte perchè Moretti è un personaggio insopportabile, che si da tante arie, un intellettuale borghese dall'umorismo accessibile solo a quelli della sua cerchia e fa film freddi che uno spettatore medio non manda proprio giù se non con uno sforzo di volontà. Ma forse soprattutto perchè Moretti è di sinistra, e forse di più. E' la sinistra italiana incarnata, il suo meglio e il suo peggio tutto assieme. Non si può scindere il regista dalle sue vicinanze politiche almeno in Italia e forse è anche per questo che è più apprezzato in Francia che da noi.

Moretti è l'unico leader credibile dell'opposizione che lo voglia o no. L'unico che sembra emanare un'aura di carisma sufficiente a fare sognare- perchè no?- ipotetici elettori. L'unico che sembra, almeno in apparenza, non avere rinunciato alla sua integrità.
Il suo famoso exploit pubblico di dieci anni fa ha fatto sperare in un suo ingresso risolutore in politica. Ha dato il via alla breve stagione dei "girotondi", ha portato alla realizzazione di un ambizioso film su Berlusconi forse non proprio riuscito del tutto. E per quanto il suo ultimo film se ne vada comunque altrove, su tonalità e vibrazioni molto lontane dal suo cinema più narcisista, mi chiedo se sono soltanto io a vedere nell'immagine del nuovo papa prescelto, nei dubbi o nel terrore di farsi portavoce di una comunità di fedeli fino alla finale amara rinuncia del suo nuovo ambito titolo un riflesso, magari opaco, del rifiuto di Moretti di essere designato da altri a capo di uno schieramento, non per sfiducia nei suoi princìpi fondanti ma per sfiducia nella propria vocazione a essere il leader che tutti si aspettano.

Ok. Divagazioni. Perchè poi il film nasconde dentro di sè le sue motivazioni, non sembra voler annunciare niente di definitivo, lapidario. Presenta una situazione paradossale ma in fondo anche credibile. Una ottima interessante idea di partenza che viene sbriciolata con la giusta lentezza e parsimonia nella prima metà.
Ma poi il film non compie il definitivo salto al di là.
Il secondo tempo è preso da ottime divagazioni, da sipari comici se non addirittura gioiosi, si apre a una insolita e riuscitissima felicità in uno spazio chiuso e inaccessibile e la alterna al ritratto di una depressione  in fuga, vagabonda nella grande città, dove si smarrisce il papa in crisi e forse anche lo stesso film.
Che sembra sostenersi su un effetto bollicine, sulla sua effervescenza con finale a sorpresa amarissimo, ma non articola un discorso preciso, resta sospeso a mezz'aria, non offre risposte definitive ma sembra ancora cercare parte delle sue domande.
Sembra compiaciuto da un maggiore gusto estetico, dalla capacità e dalla possibilità di pensare e realizzare più in grande del solito, dimostra che anche Moretti sa uscire dalla dimensione minimalista. E' un film che vive nella scenografia, nelle scelte fotografiche, nei costumi, nel grande lavoro di casting e a farci caso anche nella musica.
E' un film dal ritmo lento ma costante, da gustare. Un film molto curato.Un film laico che non si pone in maniera contraddittoria ma offre ai suoi cardinali in conclave uno sguardo bonario e carico di affetto. Forse nella suoi aspetti realizzativi è davvero il migliore film di Moretti di sempre.

Ma è un film che al primo sguardo non mi soddisfa fino in fondo. Perchè maneggia la bomba atomica e la trasforma in uno show di fuochi d'artificio. Perchè se qualcosa di forte aveva da dire l'avrebbe detto in maniera meno oscura. E invece? Tutto si regge su un'unica grande premessa che non si sviluppa oltre le sue più naturali evoluzioni. Manca di autentico piglio drammaturgico, offre confusione.
Lancia un'esca irresistibile, ci proietta all'inseguimento di Moby Dick e ci lascia con un sacchetto di plastica e un piccolo pesce rosso all'uscita della sala. Parte dall'infinitamente grande per ridursi a un unico irriducibile buco nero.
La chiave di lettura segreta è forse ne "Il gabbiano" di Checov, oggetto di una rappresentazione nella rappresentazione del film. E' suo anche quel finale spento, senza accenti nè rilanci. Un finale che anticipa di una sola tonalità meno cupa il nero dei titoli di coda.
Che volete che vi dica?
E' un bel film?
Non lo so.

venerdì 25 marzo 2011

Fantozzi allo sciopero ( la testa, il cuore, la pancia e il buco del culo)

E' notizia di ieri che il governo ha reintegrato i fondi del FUS ( Fondo Unico dello Spettacolo), ha riaperto la strada al tax shelter ( che dovrebbe permettere una maggiore partecipazione dei privati ai finanzamenti per le opere culturali, cinematografiche in particolare, a vantaggio di specifiche agevolazioni fiscali e ridare forse così ossigeno a un settore in crisi), ha ritirato la proposta del rincaro dei biglietti del cinema ( i soldi necessari saranno ricavati da un ulteriore rincaro sul costo della benzina). Il tutto coronato con le dimissioni del ministro Bondi, che ha incarnato agli occhi di molti l'incompetenza e la malafede con cui il corrente esecutivo ha gestito i temi e l'industria della cultura.
Di fornte a queste improvvise aperture sono venute a cadere le motivazioni che avrebbero animato lo sciopero del settore audiovisivo di domani. E quindi non si sciopera più.

Nel frattempo sono successe altre cose che non leggerete sui giornali e nel dettaglio, perdonatemi, neanche su questo blog. Anche a un pulcino a digiuno di politica, provvisto solo di rudimentali armi dialettiche e con una limitata visione di insieme fa un certo effetto l'incontro, una volta nella vita, con il proprio megadirettore galattico.
Le uniche conclusioni che mi sento di trarre sono sono di una banalità sconcertante.
Le traggo comunque:

1_imparate a pensare, imparate a parlare di conseguenza. E' fondamentale. Ho sentito argomentazioni di una debolezza concettuale che sminuiscono qualsiasi sacrosanta ragione di partenza e non sembrano convincere neanche chi le espone. Purtroppo per affrontare certe questioni non ci vuole solo il cuore e non ci vogliono solo i coglioni. Ci vogliono i muscoli, ci vuole preparazione. Ci vogliono idee chiare e lingue allenate.

2_Scegliete con cura i vostri rappresentati, d'ora innanzi. Sono quelli che dovranno garantire per voi. Sono quelli che dovrebbero avere i muscoli che voi non avete, sono quelli che dovrebbero avere la visione di insieme, la competenza, la dialettica che a voi manca perchè il vostro lavoro è altro. E non credete a chi dice che non ne vale la pena, specie se si tratta di qualcuno incapace di mettere due parole in fila. Chi dice questo è un idiota e non se accorge.

3_Non credete a chi vi dice che state sbagliando, che le ragioni del vostro sciopero sono frutto della demagogia di questi tempi, che col vostro sciopero non risolverete nulla, perchè se pure avesse ragione vi sta offendendo. Se nessuno vi propone una concreta soluzione alternativa lo sciopero, anche il più stronzo, è l'unica cosa che avete, l'unico modo per dire no. Per questo d'ora in avanti scioperate tutte le volte che si può. Perchè pure se siete un gregge di pecore e non potete fare altro che belare, belare è tutto quello che potete fare. Fatelo.
E fatelo con la coscienza pulita, pure se invece di andare alla manifestazione ve ne restate a letto.
Fatelo pure solo per dispetto. Perchè ve lo potete permettere, perchè è un vostro diritto.
Perchè il giorno che direte no e andrete comunque a lavoro e avrete fatto magari il vostro compito di bravi dipendenti e penserete "vaffanculo ma per chi lo sto facendo?"  saprete che avete rinunciato all'unico modo che avete per contare tutti assieme, voi che da soli non contate un cazzo.

"Non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi" disse Gesù. "Da noi si dice 'fare i froci col culo degli altri' " aggiunse Ricucci.
Non credete a chi vi dice che in fondo siete dalla stessa parte e condivide le vostre ragioni ma non vi offre una valida e concreta soluzione alternativa. E' quello che, anche se col sudore della fronte, anche se fosse il meno peggio che c'è, fa il frocio anche col vostro culo ogni giorno che lavorate per lui, pure se ringraziate ogni giorno di farlo. Perchè quello che può essere perso da qualcuno con un giorno di sciopero è quello che, meschini, magari avete guadagnato lordi in due anni.
C'è chi coltiva i propri orticelli e chi coltiva i propri giardini.

Tornerò presto a parlare solo di film. Lo prometto.

lunedì 21 marzo 2011

Le metà luminose delle metà oscure

Il giorno prima di partire ho rischiato di fare tardi all'aeroporto. Ho preparato la valigia con fin troppa cura, da viaggiatore maldestro che tenta di prevedere in anticipo ogni cosa, che porterebbe anche le sedie di casa appresso. Ci si è messa la macchina che aveva una ruota così sgonfia che sarei potuto rimanere bloccato per strada. Ho scelto i libri con cura ma sono inciampato nel "caso letterario dell'anno" che in realtà è una somma schifezza.
Ma poi sono partito, ho assistito a qualche ultimo bacio, mi sono posto qualche domanda, ho messo nel conto il fatalismo che ogni volo sembra portare con sè, ho bevuto il mio succo d'arancia, ciancicato la gomma, ingoiato biscotti.
Messo il piede sull'isola.
Lasciato le trappole alle spalle.
Lavoro ma è meglio di una vacanza. E' più sincera. Le vacanze hanno quasi sempre il gusto fasullo del "tuttoapposto tuttobbene". Lo dico ora e non lo dico più: non mi manca niente e purtoppo nessuno. Non è il paese delle meraviglie ma se d'ora in avanti potessi passare di volta in volta dall'altra parte di infiniti specchi fino a perdermi non una volta, ma trecentosessantacinque volte, se potessi cambiare identità a piacimento e non per turpi secondi fini, ma solo per divertimento, per necessità, per cambiare pelle, se potessi non sdoppiarmi ma centuplicarmi, se uscissi per fare due passi e finissi per non fermarmi più, se finalmente seguissi solo l'istinto degli occhi che scelgono loro la direzione e non solo quella dello stomaco che ha di nuovo fame e pensa alla dispensa di cibo accumulata in cucina, ai prodotti con la data di scadenza che sarebbe meglio consumare, dilapiderei i miei risparmi, mi sbilancerei oltre la linea elastica di confine.
Se solo ricevessi un consiglio, una ricetta, un titolo, una stretta di mano da ogni persona che incontro sarei ricco come mai prima d'ora. Uno viene fin qui per fare tesoro, accumulare denaro, memorie e competenze da rivendere in un secondo momento. Bisogna reinvestire cazzo tutto quello che mi viene dato qui. Perchè ritorneranno le trappole, i momenti di noia e lo specchio mi restituirà questa faccia riflessa sulla quale contare inaspettati i segni del tempo.

Il cinema più vicino è a 17 chilometri. Non ho una macchina tutta per me, nè il tempo per fare quello che mi pare. La testa è subordinata all'impegno quotidiano, il sistema nervoso sollecitato da impressioni nuove. Scrivo piccole poesie senza capo nè coda che parlano di piccoli pesci fiammelle al centro dell'acquario sognatori mistici romantici e di verità che stanno sul fondo rese preziose dalla pressione dell'acqua che non valgono più nulla una volta portate in superficie. Scrivo lettere chilometriche per chi ha solo due righe di risposta.
Cerco libri e non li trovo, cerco riviste e non ci sono. Compro quotidiani e non li leggo. Quello che accade fuori da questo posto che davvero esiste ma è trasfigurato dalla penna di un prolifico autore di successo ha dell'incredibile. Dovrei tremare di terrore per l'incubo atomico lontano, per la vicinanza alla guerra, per gli sbarchi di clandestini. Tutte notizie di questi giorni.
Invece sono il solitario più felice quando rientro nel mio rifugio di lusso, tutto spesato, a due passi da una inutilizzabile piscina dall'acqua verde e non mi manca niente, e nessuno, e se mi mancano sono troppo lontani e avverto una indifferenza reciproca così naturale e accettabile che non soffro, a volte fantastico soltanto sulla mia pelle di serpente senza veleno, sulla pelle lucente e trasparente che non ho motivo di rimpiangere che è piuttosto un trofeo mentale.

Due film soli ho visto in tutto questo tempo, molti ne ho persi ma posso fregarmene perchè sono disintossicato, soprattutto dalle mie abitudini. Sono così lontano che se qualcuno davvero ci tenesse a me verrebbe, si farebbe avanti. Ma la verità è che potrebbe non farsi avanti nessuno e io credo non darei nessuno aiuto. Così che potrebbe succedere, per assurdo, che in questa parentesi io riscopra il principio di un nuovo inizio che non credo ci sarà mai, un rinnovamento del proprio armadio, dove gli scheletri che lo compongono non solo altro che feticci accumulati nel tempo per compensare quello che gli altri non hanno mai saputo darmi, quello che io dagli altri non ho mai saputo prendere. Quindi, cari scheletri, spargerò le vostre ceneri al vento non ho più bisogno di voi perchè c'è una serenità che a volte è solo intravista ma ci cambia per sempre.
Comprerò mocassini di pelle e un pullover arancione solo per il tempo di una stagione. Non mi sforzerò più di imparare a suonare per dimostrare agli altri le mie abilità. Sarebbe già magnifico scoprirsi strumento capace di rendere in talento musicale anche la passività.

I due film visti sono "The fighter" e "Balck swan". Film americani, titoli rimasti immutati. Candidati agli Oscar. Vincitori di premi per le interpretazioni. Film diversi. Pellicola classica e molto appagante la prima. A tratti sperimentale e più coraggiosa la seconda, col rischio di deludere, sbavare e cadere.
Posso dire di avere davvero goduto con "The fighter". Un godimento conseguente a più elementari sollecitazioni di pancia. "Black swan" è bello per la sua freddezza, per la spudoratezza dei suoi giochi mentali. "The fighter" è un film maschile dove non manca un nutrito coro di personaggi femminili ma si incendia tutto sul rapporto tra due pugili fratelli. "Black swan"è un film tutto femminile che ha una protagonista assoluta, la Portman, e risulta avvincente quanto più si inabbissa nella sua sensualità e nel torbido per affermare purezza e perfezione estetica.
Sono due film che corrono verso un finale decisivo, un esame, un momento della verità dove si potrebbe celebrare il trionfo dei propri protagonisti, oppure la loro caduta senza altra futura opportunità. Sono due film sull'affermazione personale: attraverso lo sport, attraverso il balletto, che prevedono in entrambi i casi una durissima preparazione fisica ma soprattutto l'affronto decisivo con una metà oscura. Reale e tangibile e altra come nel caso del fratello tossicodipendente del protagonista di "The fighter"; oscura e sfuggente come nel caso del "cigno nero" che ha le sembianze di una ragazza più disinibita e sciolta, ma che in realtà è la proiezione di una luminosissima follia.
Più passano i giorni più "The black swan" mi piace perchè ha una sua energia psichica molto elementare, si fonda su pochi sottintesi pieni di significato e si mantiene con i piedi in due piani diversi che rendono il film al tempo stesso accettabile e sperimentale, pacchiano e prezioso, raffinato e ridicolo, profondo e banale, sgradevole e affascinante.

lunedì 7 febbraio 2011

Biutiful

Vi chiedo una cortesia. Se pensate di andare a vedere "Biutiful" fatelo. Fatelo prima che esca dalle sale, scalzato dal nuovo in arrivo. Anche a Roma non sono molti i cinema che lo ospitano. Però dieci minuti prima delle 17 di oggi pomeriggio il Barberini aveva da offire solo posti in prima fila. Ci siamo adattati allo spettacolo successivo al Nuovo Olimpia, in lingua originale sottotitolato. E pure lì, complice le piccole dimensioni della sala e i posti non numerati ci siamo dovuti arrangiare con un poco di fortuna a lato della terza fila.
Vi dico questo perchè il pensiero di qualcuno di voi ( ma voi chi? direbbe qualcuno; anche se neppure qualcuno chi si è riuscito a capire chi fosse) che si vede questo film in dvd su uno schermo che se gli dice bene sono sedici pollici, o ancora peggio in divx o in streming su Megavideo, sdraiato sul divano, con l'ansia del settantaduesimo minuto sul collo mi fa salire un poco di rabbia.
Rabbia verso coloro che poi magari dicono che questo film è troppo deprimente, lungo, lento. Questa è la stagione d'oro della nostra commedia. La gente vuole ridere. Molti dei più fortunati film italiani degli ultimi mesi glielo permette. Va benissimo così. Inarritu credo non abbia mai cercato l'ironia di proposito in neanche un secondo di un qualsiasi suo film. Il suo è un cinema drammatico per eccellenza, tragico nei suoi momenti più alti, insopportabile nella sua enfasi negativa in quelli peggiori. Tra i peggiori inserisco buona parte del precedente "Babel", una specie di Olimpiade internazionale della sfiga. Tra i migliori quell' "Amores perros" che ha rivelato al mondo intero il suo talento.
Perchè, piaccia o no bisogna ammetterlo: Inarritu è un grande talento.
E chi lo dava per spacciato dopo la rottura col suo sceneggiatore di fiducia potrebbe avere modo di ricredersi con questo ultimo film.

Quando si prende una posizione così netta, si privilegia un tono così marcato, si corre il rischio di diventare ricattatori nei confronti del pubblico. Si finisce per rovistare nel cassonetto dell'immondizia alla ricerca di qualche avanzo di carogna da esibire come trofeo. Si cercano le lacrime più con i pugni allo stomaco che con le parole giuste.
Questo film mi è piaciuto perchè scorre, perchè ha una  forza e una sua direzione anche quando si lascia risucchiare in alcuni mulinelli. Perchè ha il suo ritmo particolare e perchè, con tutto il suo carico di disgrazie, pure nella sua esasperazione e nel lusso di qualche stravaganza, è un film di personaggi che sembrano reali, di dialoghi fluenti, di amore per i suoi attori, di dettagli significativi, di fisionomie imperfette ed espressive. E' un film vivo, sentito e molto curato. Realistico e credibile nel descrivere lo squallore. Drammatico ma in un modo strascicato come il passo malato del suo protagonista, pieno di momenti significativi e forti ma trattenuto nella espressione del dolore. Molto lungo ma quanto basta perchè questa storia possa prendere aria, perchè non c'è fretta di chiudere. Lugubre forse ma anche poetico nel suo incedere verso la morte e oltre.
Sono passate poche settimane dall'uscita di "Hereafter" che ha fatto raccolta di lodi.
Se davvero vi è piaciuto quel film così mediocre e noioso, fate un cazzo di sforzo e vedete anche questo. Capirete forse perchè non mi è piaciuto l'ultimo Eastwood. Mi auguro però di più che capiate anche perchè mi è piaciuto l'ultimo Inarritu.

Bardem e Elio Germano si sono divisi lo stesso premio per la migliore interpretazione all'ultimo festival di Cannes. Di fronte alla prova superlativa dello spagnolo mi viene da fare ancora di più i complimenti a Germano per essere riuscito a pareggiare un vero mostro.
La cosa curiosa è che tutti e due interpretavano due ruoli di padre molto simili. Potrei scrivere ancora sulle differenze  tra questa pellicola e l'ultimo Luchetti ma sta cominciando a fare tardi, ho sonno e non ho voglia di annoiare me e gli altri.

Una volta sul mio vecchio blog ho chiesto ai lettori di indicarmi una buona musica per mettersi a piangere. Un anonimo mi rispose: il secondo movimento (Adagio) del Concerto per pianoforte in Sol di Ravel. Chiunque fosse lo ringrazio per avermi fatto scoprire una cosa tanto bella.
Se non sapete di che si tratta andate a vedere questo film. Un buon motivo per non alzarsi dalla poltrona neanche sui titoli di coda.

venerdì 4 febbraio 2011

Autoscatto subliminale

A volte capita di sognare il mare per anni ed inseguirlo dovunque per poi scoprire che il confine non è altro che sabbia, sporca tra l’altro di mille rifiuti e rami portati dalle onde. Che la sua aria salata è il bacio di un maschio nella tua bocca di uomo.
Anche evirarsi può equivalere a togliersi un peso. Una volta dimagrito nel tuo eccesso di preoccupazioni, ritrovarsi sano è il presupposto di ogni futura tua ansia. Il tuo corpo ha bisogno di più di quello che le tabelle indicano, se raggiungessi il peso forma moriresti e il tuo piede soffre se non sta sempre in due staffe. Le favole ora te le racconti da solo e sei grande abbastanza per restare sveglio fino alla fine della storia.
Una volta ho sognato un sogno che finiva, proprio come un film. Si esauriva, non era un’opera incompleta del mio subconscio. Giungeva a una conclusione. Ricordo quella mattina come il mio migliore risveglio in assoluto. La mia mente era libera e io ero pronto per la giornata, la realtà. Non avevo arretrati notturni con cui confrontarmi. Di solito però dormo piuttosto male, come tanti altri. Faccio orari impossibili e risvegli al sapor di vergogna. Oppure mi mortifico nel periodo del lavoro. I miei sogni si incasellano nelle ore minime, tutto si restringe, si secca. I colori si fanno più spenti, gli interpreti sfocati e le battute di Beckett vengono pronunciate dal cast di "Un posto al sole".

Ho fatto una promessa a me stesso. Di non scendere mai al di sotto di una certa soglia tra queste pagine. Perché niente frega a nessuno. E se pure a qualcuno fregasse, mi dispiace ma non sono fatti suoi. La ragione di questo finto delirio, di questo parlarmi addosso in codice, del mio più recente tentativo di malìa, della mia rete nella rete sta nel fatto che in questo preciso momento sono felice e senza vergogna lo dico; ma pieno di vergogna ne celo le ragioni. Che non sono vergognose, tutt’altro. Semmai candide, ingenue, infantili.

Ho sperimentato una particolare forma di ipnosi nei primi giorni di questa settimana, una comunanza mistica tra me e il computer, tra il mio cervello e la mano, la penna, il quaderno. Ho avuto l’impressione che la montagna scalata riveli nei suoi ultimi metri un buffet sulla neve degno dell’aldilà promesso da Maometto, un servizio catering da paradiso terrestre dove ogni cosa è delizia e chiunque è gentile con te. Perché ormai, giunto fin qua hai garantita la vetta, hai di diritto la business card platinata. Non devi nemmeno fare lo sforzo di fare da solo i tuoi ultimi passi. Ti prendono in quattro e ti trasportano e tu sei una piuma imbevuta di petrolio. Quanto più affondi sotto il tuo peso, tanto più ti verrà restituito in leggerezza.
C’è una fase in cui la mente smette di essere in funzione di te e ti sembra di essere tu in funzione della storia che stai raccontando. In cui hai sacrificato pure te stesso per qualcosa che non c’è e vive solo attraverso di te. In cui non ricordi più la tua stessa età e ti senti già vecchio e morente, senile, demente, scivolato nel lato oscuro dell'ultima culla, una parentesi di onnipotenza prima dell’ultimo inevitabile atto. Quando c’è un mondo che reagisce ad ogni tuo gesto te ne senti responsabile. Hai paura di non riuscire a dare di più e fino alla fine.
Chiunque abbia una qualsiasi intenzione narrativa dovrebbe imparare ad amare i suoi personaggi. Solo così si sentirà in dovere di non abbandonarli se non quando saranno grandi abbastanza da andare sulle loro gambe su strade che non ci riguardano.

E così ho detto qualcosa in più.
Questa è una favola che un orecchio racconta a un altro per non sentirsi solo. C’è sempre qualcosa da correggere, una virgola di troppo, un refuso. E’ il modo per tenere aperte le proprie ossessioni che ci sono care come i nostri denti.

Ho messo il primo dente da latte. Ci ho messo due anni. Attenti, mordo.

venerdì 28 gennaio 2011

Vallanzasca- gli angeli del male

A volte ho l'impressione che l'amore per il cinema non sia altro che una specie di corsa ad ostacoli. Più si avanza con gli anni più diventa difficile saltarne di nuovi, più pesano le delusioni, proprio come nella vita. I film si assomigliano, si citano tra loro, si colgono le citazioni, i sottintesi, i dove-voleva-andare-a-parare. Ci sono spettatori che col culo in poltrona sono più colti e smaliziati di quanto tanti film credano.
L'amore per il cinema è una corsa ad ostacoli che ti fa amare le eccezioni, gli occhi di un altro colore, le voci che ti vibrano dentro per giorni, le favole che ti accarezzano le orecchie. Io questo cinema amo, questo cinema cerco ogni volta. Questo cinema faccio sempre più fatica a trovare.
Dov'è che ho letto questa frase di recente? "L'armonia non sta nella lunghezza del fiato ma nella regolarità con cui lo si tira". Umberto Eco: Postille a "Il nome della rosa". "Un grande romanzo è quello in cui un autore sa sempre in che punto accelerare, frenare e come dosare questi colpi di pedale nel quadro di un ritmo di fondo che rimane costante".
Non ho mai letto niente di più chiaro e definitivo che possa essere applicato anche alla questione della cosiddetta velocità di un film.
La mia impressione è che nelle ultime tre fatiche registiche di Placido il risultato finale assomigli sempre a un prodotto troppo compresso. Si tratta di film molto lunghi, corali o come in questo caso con un protagonista assoluto e tantissime figure di contorno. Film che superano le due ore ma che avrebbero chiesto comunque una mezzora o tre quarti d'ora in più per dire tutto quello che avevano in corpo.
Succede quindi che il film arranchi a strappi, entrando e uscendo in numerose zone di ombra, presentando personaggi che poi svaniscono nel nulla, facendo smarrire lo spettatore che in certi momenti non capisce più molto della direzione intrapresa.
"Romanzo criminale" forse si salvava ancora in virtù di un intreccio quasi miracoloso e di qualche sacrificio all'opera letteraria. "Il grande sogno" è stato un progetto non del tutto riuscito, confuso nei contenuti e passato parecchio inosservato.
"Vallanzasca" dei tre è il film che sembra soffrire di un eccesso di approssimazione.
Se mai andrete a vedere questo film chiudete gli occhi e teneteli chiusi per trenta secondi. Non vedete solo il film. Ascoltatelo. Valutate con le orecchie se questo film vi piace o no.
Le mie orecchie dicono di no. Non è un bel film.
Una volta compito degli attori era dire le battute e dirle chiaramente. Compito di chi scriveva era fornire dei buoni dialoghi. Ci sono spettatori ( io non sono tra questi perchè ho troppa poca memoria) che imparano a memoria le battute dei film che amano.
Mi sembra assai improbabile riuscire a imparare una sola battuta di tutto questo film che offre al massimo un paio di spunti interessanti al bel René di Kim Rossi Stuart, mentre tutto il resto appare come improvvisato su di un canovaccio criminale.
Canovaccio criminale, mi piace. Forse è questo il titolo che più si addice a un film come questo, dove gli attori sembrano costretti a interpretare dei bambini che giocano a fare i pistoleri. A parte lui, il protagonista. Tutto il film è su di lui, sulle sue spalle.
Ci sono film, è vero, ai quali basta un solo attore a fare da asse portante di tutta la pellicola. Un grande attore, il più delle volte. KRS va più che bene, si sente la sua aderenza al progetto. Ma mi sembra davvero uno spreco relegare ai margini tante figure secondarie, che fanno quasi tutte una fine atroce ma scompaiono dalla pellicola prima ancora che si possa avere compreso qualcosa di loro, a volte il loro stesso nome. Ci sono dei membri del gruppo di fuoco della Comasina che finiscono per essere confusi tra di loro, stesso taglio di capelli, stesso look anni '70. E poi, se devo dirla tutta, non capisco come si faccia a ingaggiare Moritz Bleibtreu e renderlo così anonimo e inutile; oppure Paz Vega, e riuscire a togliere quasi del tutto il fascino. Inserire la Solarino e darle un calcio in culo dopo venti minuti. Dare a Filippo Timi un ruolo pure di spicco ma riproporlo nella solita veste dell'invasato che sbraita cazzate.
Il film ha avuto il solito anticipo di polemiche.
Non andatelo a vedere, ha detto Radio Padania. Perchè è un film che glorifica un assassino.
Anche io nel mio piccolo mi sento di dire: non andatelo a vedere.  Solo perchè è un film brutto.
Con qualche intuizione quà e là, ma nel complesso strattonato per i capelli, con fin troppe toppe nella sceneggiatura, privo di quel ritmo costante che ogni film richiede, preoccupato più dell'acconciatura dei suoi interpreti che di quello che devono dire, con delle scene d'azione neanche tanto belle da sembrare quasi improvvisate sul momento, con un particolare e inedito gusto per l'eccesso.
Ci sono violenze molto crude che sembrano piacere molto al regista: Vallanzasca che si squarcia il petto a più riprese per protestare contro le guardie carcerarie; riempito di botte da un gruppo di guardie che non risparmiano neanche i genitali tanto da farli sanguinare; che ingoia dei chiodi per ottenere una visita medica; che è costretto a farsi operare in cella senza anestesia;  che approfitta di una rivolta nelle carceri per accoltellare dopo una lunga penosa sequenza l'amico d'infanzia che l'ha tradito.
C'è un certo piacere ad indugiare nelle scene di sesso su dettagli tutto sommato inutili: un paio di mutandine sfilate per esempio o un pompino regalato da una generosa e anonima infermiera romana durante la latitanza ( magari farà pure ridere cinque secondi ma è una strizzata al pubblico davvero di cattivo gusto).
Oppure la scena in cui la Solarino, prima moglie di Vallanzasca, va a trovarlo in carcere con il figlio di tre anni che non riconosce e si disinteressa al padre. Forse una delle cose più disgustose mai viste da tanto tempo: con Vallanzasca che le chiede prima perchè abbia un nuovo taglio di capelli, poi se si vede con qualcuno, poi chiedendole come fa a resistere senza sesso da tre anni e insistendo più volte sul fatto che lei debba per forza farsi dei "ditalini", così come lui non fa altro che ammazzarsi di "seghe" etc. Tutto questo in presenza del figlio.
Forse sto diventato sempre più puritano, o forse chiedo solo un poco di rigore.
Che poi in fondo non sarebbe neanche questo. Mi da solo fastidio di avere assistito a un'altra occasione sprecata di Placido: dopo la banda della Magliana, dopo il '68, ora Vallanzasca. Mettiamoci una pietra tombale sopra e non pensiamoci più. Certi temi e certi personaggi andrebbero affrontati con un poco più di rigore e rispetto, non si può sgarrare sulle figure del nostro immaginario collettivo.
Penso pure che ci deve essere una sorta di confine morale segreto che condiziona la maniera di rappresentare i grandi criminali: i mafiosi sono spregevoli e folkloristici, di solito sono i cattivi senza appello, vengono combattuti e sconfitti dai buoni, figure dello stato o forze dell'ordine. E se pure sono loro a trionfare, con un colpo di pistola o di tritolo la nostra condanna è netta e definitiva. I terroristi, specie quelli di sinistra, sono una banda di matti che vivono fuori dal tempo e dalla realtà, sono crudeli ma in fondo sono patetici, diretti verso una sconfitta storica e individuale che non riescono neanche a immaginare per intero. Tutti gli altri hanno un bonus di simpatia, possiamo permetterci di vacillare nel nostro giudizio verso le loro malefatte. In fondo sembrano davvero dei "bravi ragazzi" che hanno deviato per eccesso di spavalderia. "Non sono cattivo, ho solo il lato oscuro molto pronunciato" è una delle battute più significative del film.
Con mia grande sorpresa ho ritrovato una cosa che già mi aveva fatto schifo in "Romanzo criminale". L'inserire scene dell'infanzia del criminale e il riproporle in vari momenti del film. Quella specie di avatico patto di sangue che lega il criminale ai futuri complici che l'accompagneranno per il resto della vita, in questo caso tra un tradimento e un matrimonio tardivo. Se c'è una cosa che trovo davvero immorale è questa specie di elegia malavitosa da quattro soldi che finisce per sdrammatizzare tutto come se questo film non fosse altro che il solito film di "guardie e ladri".

giovedì 20 gennaio 2011

Storie di nasi: "Come eravamo" e "Tamara Drewe"


C'è un aspetto singolare che unisce gli ultimi due film che ho visto. Sono storie dietro le quali si nasconde o si palesa un naso. Due nasi di donna: quello di Barbra Streisand, attrice, e quello di Tamara Drewe, personaggio.
Sul naso della Streisand credo ci sia poco da scrivere perchè penso ce l'abbiano presente tutti. Un naso che non solo la identifica, la rende unica; ma che pare non potrebbe cambiare, anche volendo, senza il rischio di perdere le qualità della sua voce ( che forse valgono qualcosa in più delle sue qualità di attrice.)
Sul naso di Tamara Drewe ci sarebbe ancora meno da scrivere tanto esso appare perfetto sul suo bel faccino. Ma la sua perfezione estetica non è un dono della natura, in realtà molto più generosa in quanto a cartilagine ossea, ma di un semplice, volgare intervento di rinoplatica. Su questa piccola differenza sta la distanza siderale tra i due personaggi femminili: Katie Morosky, che prende in prestito le fattezze e il naso della Streisand, e Tamara Drewe, che si affida alle forme burrose di Gemma Arterton.
Anche se si tratta di due film molto diversi che affrontano storie che hanno ben poco in comune nelle premesse, nello spirito e negli esiti finali, bisogna ammettere che alla base ci sono due ritratti di donna che non si piacciono o non piacciono abbastanza. Così come il rapporto problematico con la bellezza, l'affermazione della propria identità e la accettazione degli altri o dell'altro sono temi presenti in entrambe le pellicole. Anzi, la maggiore o minore bellezza di questo o quel personaggio sono elementi assai più significativi di quanto si vorrebbe fare credere. Sulla bellezza in fondo ci si è scritta l'intera storia del cinema.
Sia "Come eravamo" che "Tamara Drewe" hanno in comune la favola del brutto anatroccolo. Ma se la Morosky va avanti per la sua strada senza cedere a compromessi ed è quindi un personaggio austero, puritano, forse addirittura uno dei più infelici e difficoltosi del cinema americano che io ricordi ( convinta comunista in un paese e in una filmografia che ama il disimpegno e odia i "rossi"), e conquista a caro prezzo la sua dignità; Tamara Drewe è di sicuro un personaggio più frivolo in un film leggero, che non si fa scrupoli a rinunciare a qualcosa di sè per piacere di più agli altri e trovare finalmente la felicità.
Il personaggio della Morosky è quindi quello di una donna che lotta per un'ideale. I suoi gesti sono perfetta rispondenza alle sue parole. Va fino in fondo alle cose costi quel che costi, a rischio di risultare sgradevole, antipatica a tutti, spettatore incluso, e di perdere anche l'uomo della sua vita, l'unico per il quale ha accettato di cambiare un poco la sua natura. Ma è destinata a un finale malinconico e pieno di sguardi all'indietro.
Tamara Drewe è invece una ragazza non ancora risolta ( e la sceneggiatura non aiuta molto) la cui caratterizzazione maggiore non è data da quello che dice o che fa ( che non sempre vanno di pari passo) quanto piuttosto da quello che scatena attorno a sè. Il film le dedica uno sguardo assai bonario, da innamorato, che sorvola sulle sue incongruenze, su qualche falla nella sua psicologia, in qualche caduta di stile.
Chi è Tamara Drewe? Non lo saprei dire. In fondo soltanto una bella ragazza che non sa ancora bene quello che vuole e che in molti si vorrebbero fare. In questa semplice e inconfessabile attrazione erotica è tutta l'anima del film, molto inglese, e quindi licenzioso in una maniera elegante e sorniona.
Tamara Drewe è uno di quei personaggi la cui bellezza è un lasciapassare e un'arma inconsapevole. Una femme fatale ma senza cattiveria, una puttana innocente, un luminoso oggetto del desiderio. Spesso i personaggi belli posti al centro di un film, specialmente se donne, soffrono di una involontaria crisi di personalità. E' più facile raccontare la storia di un bruttino che si innamora di una bellona e alla fine la conquista ( Pieraccioni ci ha costruito una carriera), piuttosto che quella di una bellona punto e basta. La bellezza è come la ricchezza, bisogna conoscerla davvero per saperla descrivere con efficacia.
In "Come eravamo" la bellezza autentica è propria del personaggio di Hubbel Garnier. Robert Redford incarna un modello opposto a quello della Streisand. Ebreo il personaggio di lei. Biondo ariano quello di lui, modello insuperabile di una bellezza pura, indiscutibile, priva quasi di ogni macchia di volgarità o ferina sensualità. Robert Redford è l'America, il suo ideale più immacolato, il suo ottimismo, il suo modello apollineo. Il suo sorriso, che avrà un ruolo fondamentale all'interno della storia, è in tutto e per tutto lo stesso di Kennedy: ammaliatore, decisivo, garbato. Il sorriso che ha sedotto una nazione e ha trasformato il suo presidente in un mito, nonostante i suoi lati oscuri.
Nemmeno il personaggio di Hubbel Garnier è destinato a un finale felice. "Come eravamo" è uno dei film più indigesti che abbia mai visto. Mi ha molto stupito. E' lirico e un poco compiaciuto della sua malinconia. E' altrettanto duro, spigoloso, critico, fuori dagli schemi. E' la storia di una sconfitta sentimentale ma vissuta attraverso il filo rosso della politica e dell'impegno civile. E' un film che cerca di conciliare le due anime dei personaggi ma senza riuscirci fino in fondo. Troppo distanti uno dall'altro. Troppo facile capire le ragioni dell'attrazione di una, più difficile comprendere quelle dell'altro. Sono due attori e una coppia male assortiti. Efficaci forse per questo ai fini della storia quanto fastidiosi al mio occhio di spettatore.
"Tamara Drewe" invece è una commedia piacevole e un poco sbracata. E' un grande piacere per me vedere un film inglese di tanto in tanto. La differenza tra gli inglesi e gli americani non è solo una questione di accenti, ma anche di stile, visione del mondo. Il cinema americano ha un fondo di cafoneria e spudoratezza che non si leverà mai di dosso. E' manicheo, esasperato, drammatico a tinte forti, separa, giudica, distribuisce punizioni e premi. E' un grande spettacolo in cui l'Apocalisse diventa un blockbuster e un sermone un film noir.
Se il cinema inglese invece avesse dominato il mondo oggi vorremmo guidare tutti una Mini Minor con la guida rigorosamente a destra, vorremmo essere anche noi sudditi della regina, fantasticheremmo sulle meraviglie della campagna anglossassone e al cinema berremmo forse una tazza di thé al posto di Coca Cola e pop corn.
Forse anche "Tamara Drewe" è a suo modo un racconto morale. Ma è una morale non del tutto netta. A ogni azione corrisponde una precisa conseguenza e sulla lunga distanza non mancheranno lacrime, morti e sangue. Qualcuno pagherà, il peggiore forse, ma molto più di quanto in fondo avrebbe meritato. Non c'è un preciso disegno. Il dio degli inglesi sembra avere piacere a guardare con distacco i pasticci degli umani, chiude più volentieri un occhio e ha maggiore senso dell'umorismo. Forse non saremmo del tutto appagati dopo la visione ma vivremmo in un mondo più rilassato.