venerdì 28 gennaio 2011

Vallanzasca- gli angeli del male

A volte ho l'impressione che l'amore per il cinema non sia altro che una specie di corsa ad ostacoli. Più si avanza con gli anni più diventa difficile saltarne di nuovi, più pesano le delusioni, proprio come nella vita. I film si assomigliano, si citano tra loro, si colgono le citazioni, i sottintesi, i dove-voleva-andare-a-parare. Ci sono spettatori che col culo in poltrona sono più colti e smaliziati di quanto tanti film credano.
L'amore per il cinema è una corsa ad ostacoli che ti fa amare le eccezioni, gli occhi di un altro colore, le voci che ti vibrano dentro per giorni, le favole che ti accarezzano le orecchie. Io questo cinema amo, questo cinema cerco ogni volta. Questo cinema faccio sempre più fatica a trovare.
Dov'è che ho letto questa frase di recente? "L'armonia non sta nella lunghezza del fiato ma nella regolarità con cui lo si tira". Umberto Eco: Postille a "Il nome della rosa". "Un grande romanzo è quello in cui un autore sa sempre in che punto accelerare, frenare e come dosare questi colpi di pedale nel quadro di un ritmo di fondo che rimane costante".
Non ho mai letto niente di più chiaro e definitivo che possa essere applicato anche alla questione della cosiddetta velocità di un film.
La mia impressione è che nelle ultime tre fatiche registiche di Placido il risultato finale assomigli sempre a un prodotto troppo compresso. Si tratta di film molto lunghi, corali o come in questo caso con un protagonista assoluto e tantissime figure di contorno. Film che superano le due ore ma che avrebbero chiesto comunque una mezzora o tre quarti d'ora in più per dire tutto quello che avevano in corpo.
Succede quindi che il film arranchi a strappi, entrando e uscendo in numerose zone di ombra, presentando personaggi che poi svaniscono nel nulla, facendo smarrire lo spettatore che in certi momenti non capisce più molto della direzione intrapresa.
"Romanzo criminale" forse si salvava ancora in virtù di un intreccio quasi miracoloso e di qualche sacrificio all'opera letteraria. "Il grande sogno" è stato un progetto non del tutto riuscito, confuso nei contenuti e passato parecchio inosservato.
"Vallanzasca" dei tre è il film che sembra soffrire di un eccesso di approssimazione.
Se mai andrete a vedere questo film chiudete gli occhi e teneteli chiusi per trenta secondi. Non vedete solo il film. Ascoltatelo. Valutate con le orecchie se questo film vi piace o no.
Le mie orecchie dicono di no. Non è un bel film.
Una volta compito degli attori era dire le battute e dirle chiaramente. Compito di chi scriveva era fornire dei buoni dialoghi. Ci sono spettatori ( io non sono tra questi perchè ho troppa poca memoria) che imparano a memoria le battute dei film che amano.
Mi sembra assai improbabile riuscire a imparare una sola battuta di tutto questo film che offre al massimo un paio di spunti interessanti al bel René di Kim Rossi Stuart, mentre tutto il resto appare come improvvisato su di un canovaccio criminale.
Canovaccio criminale, mi piace. Forse è questo il titolo che più si addice a un film come questo, dove gli attori sembrano costretti a interpretare dei bambini che giocano a fare i pistoleri. A parte lui, il protagonista. Tutto il film è su di lui, sulle sue spalle.
Ci sono film, è vero, ai quali basta un solo attore a fare da asse portante di tutta la pellicola. Un grande attore, il più delle volte. KRS va più che bene, si sente la sua aderenza al progetto. Ma mi sembra davvero uno spreco relegare ai margini tante figure secondarie, che fanno quasi tutte una fine atroce ma scompaiono dalla pellicola prima ancora che si possa avere compreso qualcosa di loro, a volte il loro stesso nome. Ci sono dei membri del gruppo di fuoco della Comasina che finiscono per essere confusi tra di loro, stesso taglio di capelli, stesso look anni '70. E poi, se devo dirla tutta, non capisco come si faccia a ingaggiare Moritz Bleibtreu e renderlo così anonimo e inutile; oppure Paz Vega, e riuscire a togliere quasi del tutto il fascino. Inserire la Solarino e darle un calcio in culo dopo venti minuti. Dare a Filippo Timi un ruolo pure di spicco ma riproporlo nella solita veste dell'invasato che sbraita cazzate.
Il film ha avuto il solito anticipo di polemiche.
Non andatelo a vedere, ha detto Radio Padania. Perchè è un film che glorifica un assassino.
Anche io nel mio piccolo mi sento di dire: non andatelo a vedere.  Solo perchè è un film brutto.
Con qualche intuizione quà e là, ma nel complesso strattonato per i capelli, con fin troppe toppe nella sceneggiatura, privo di quel ritmo costante che ogni film richiede, preoccupato più dell'acconciatura dei suoi interpreti che di quello che devono dire, con delle scene d'azione neanche tanto belle da sembrare quasi improvvisate sul momento, con un particolare e inedito gusto per l'eccesso.
Ci sono violenze molto crude che sembrano piacere molto al regista: Vallanzasca che si squarcia il petto a più riprese per protestare contro le guardie carcerarie; riempito di botte da un gruppo di guardie che non risparmiano neanche i genitali tanto da farli sanguinare; che ingoia dei chiodi per ottenere una visita medica; che è costretto a farsi operare in cella senza anestesia;  che approfitta di una rivolta nelle carceri per accoltellare dopo una lunga penosa sequenza l'amico d'infanzia che l'ha tradito.
C'è un certo piacere ad indugiare nelle scene di sesso su dettagli tutto sommato inutili: un paio di mutandine sfilate per esempio o un pompino regalato da una generosa e anonima infermiera romana durante la latitanza ( magari farà pure ridere cinque secondi ma è una strizzata al pubblico davvero di cattivo gusto).
Oppure la scena in cui la Solarino, prima moglie di Vallanzasca, va a trovarlo in carcere con il figlio di tre anni che non riconosce e si disinteressa al padre. Forse una delle cose più disgustose mai viste da tanto tempo: con Vallanzasca che le chiede prima perchè abbia un nuovo taglio di capelli, poi se si vede con qualcuno, poi chiedendole come fa a resistere senza sesso da tre anni e insistendo più volte sul fatto che lei debba per forza farsi dei "ditalini", così come lui non fa altro che ammazzarsi di "seghe" etc. Tutto questo in presenza del figlio.
Forse sto diventato sempre più puritano, o forse chiedo solo un poco di rigore.
Che poi in fondo non sarebbe neanche questo. Mi da solo fastidio di avere assistito a un'altra occasione sprecata di Placido: dopo la banda della Magliana, dopo il '68, ora Vallanzasca. Mettiamoci una pietra tombale sopra e non pensiamoci più. Certi temi e certi personaggi andrebbero affrontati con un poco più di rigore e rispetto, non si può sgarrare sulle figure del nostro immaginario collettivo.
Penso pure che ci deve essere una sorta di confine morale segreto che condiziona la maniera di rappresentare i grandi criminali: i mafiosi sono spregevoli e folkloristici, di solito sono i cattivi senza appello, vengono combattuti e sconfitti dai buoni, figure dello stato o forze dell'ordine. E se pure sono loro a trionfare, con un colpo di pistola o di tritolo la nostra condanna è netta e definitiva. I terroristi, specie quelli di sinistra, sono una banda di matti che vivono fuori dal tempo e dalla realtà, sono crudeli ma in fondo sono patetici, diretti verso una sconfitta storica e individuale che non riescono neanche a immaginare per intero. Tutti gli altri hanno un bonus di simpatia, possiamo permetterci di vacillare nel nostro giudizio verso le loro malefatte. In fondo sembrano davvero dei "bravi ragazzi" che hanno deviato per eccesso di spavalderia. "Non sono cattivo, ho solo il lato oscuro molto pronunciato" è una delle battute più significative del film.
Con mia grande sorpresa ho ritrovato una cosa che già mi aveva fatto schifo in "Romanzo criminale". L'inserire scene dell'infanzia del criminale e il riproporle in vari momenti del film. Quella specie di avatico patto di sangue che lega il criminale ai futuri complici che l'accompagneranno per il resto della vita, in questo caso tra un tradimento e un matrimonio tardivo. Se c'è una cosa che trovo davvero immorale è questa specie di elegia malavitosa da quattro soldi che finisce per sdrammatizzare tutto come se questo film non fosse altro che il solito film di "guardie e ladri".

giovedì 20 gennaio 2011

Storie di nasi: "Come eravamo" e "Tamara Drewe"


C'è un aspetto singolare che unisce gli ultimi due film che ho visto. Sono storie dietro le quali si nasconde o si palesa un naso. Due nasi di donna: quello di Barbra Streisand, attrice, e quello di Tamara Drewe, personaggio.
Sul naso della Streisand credo ci sia poco da scrivere perchè penso ce l'abbiano presente tutti. Un naso che non solo la identifica, la rende unica; ma che pare non potrebbe cambiare, anche volendo, senza il rischio di perdere le qualità della sua voce ( che forse valgono qualcosa in più delle sue qualità di attrice.)
Sul naso di Tamara Drewe ci sarebbe ancora meno da scrivere tanto esso appare perfetto sul suo bel faccino. Ma la sua perfezione estetica non è un dono della natura, in realtà molto più generosa in quanto a cartilagine ossea, ma di un semplice, volgare intervento di rinoplatica. Su questa piccola differenza sta la distanza siderale tra i due personaggi femminili: Katie Morosky, che prende in prestito le fattezze e il naso della Streisand, e Tamara Drewe, che si affida alle forme burrose di Gemma Arterton.
Anche se si tratta di due film molto diversi che affrontano storie che hanno ben poco in comune nelle premesse, nello spirito e negli esiti finali, bisogna ammettere che alla base ci sono due ritratti di donna che non si piacciono o non piacciono abbastanza. Così come il rapporto problematico con la bellezza, l'affermazione della propria identità e la accettazione degli altri o dell'altro sono temi presenti in entrambe le pellicole. Anzi, la maggiore o minore bellezza di questo o quel personaggio sono elementi assai più significativi di quanto si vorrebbe fare credere. Sulla bellezza in fondo ci si è scritta l'intera storia del cinema.
Sia "Come eravamo" che "Tamara Drewe" hanno in comune la favola del brutto anatroccolo. Ma se la Morosky va avanti per la sua strada senza cedere a compromessi ed è quindi un personaggio austero, puritano, forse addirittura uno dei più infelici e difficoltosi del cinema americano che io ricordi ( convinta comunista in un paese e in una filmografia che ama il disimpegno e odia i "rossi"), e conquista a caro prezzo la sua dignità; Tamara Drewe è di sicuro un personaggio più frivolo in un film leggero, che non si fa scrupoli a rinunciare a qualcosa di sè per piacere di più agli altri e trovare finalmente la felicità.
Il personaggio della Morosky è quindi quello di una donna che lotta per un'ideale. I suoi gesti sono perfetta rispondenza alle sue parole. Va fino in fondo alle cose costi quel che costi, a rischio di risultare sgradevole, antipatica a tutti, spettatore incluso, e di perdere anche l'uomo della sua vita, l'unico per il quale ha accettato di cambiare un poco la sua natura. Ma è destinata a un finale malinconico e pieno di sguardi all'indietro.
Tamara Drewe è invece una ragazza non ancora risolta ( e la sceneggiatura non aiuta molto) la cui caratterizzazione maggiore non è data da quello che dice o che fa ( che non sempre vanno di pari passo) quanto piuttosto da quello che scatena attorno a sè. Il film le dedica uno sguardo assai bonario, da innamorato, che sorvola sulle sue incongruenze, su qualche falla nella sua psicologia, in qualche caduta di stile.
Chi è Tamara Drewe? Non lo saprei dire. In fondo soltanto una bella ragazza che non sa ancora bene quello che vuole e che in molti si vorrebbero fare. In questa semplice e inconfessabile attrazione erotica è tutta l'anima del film, molto inglese, e quindi licenzioso in una maniera elegante e sorniona.
Tamara Drewe è uno di quei personaggi la cui bellezza è un lasciapassare e un'arma inconsapevole. Una femme fatale ma senza cattiveria, una puttana innocente, un luminoso oggetto del desiderio. Spesso i personaggi belli posti al centro di un film, specialmente se donne, soffrono di una involontaria crisi di personalità. E' più facile raccontare la storia di un bruttino che si innamora di una bellona e alla fine la conquista ( Pieraccioni ci ha costruito una carriera), piuttosto che quella di una bellona punto e basta. La bellezza è come la ricchezza, bisogna conoscerla davvero per saperla descrivere con efficacia.
In "Come eravamo" la bellezza autentica è propria del personaggio di Hubbel Garnier. Robert Redford incarna un modello opposto a quello della Streisand. Ebreo il personaggio di lei. Biondo ariano quello di lui, modello insuperabile di una bellezza pura, indiscutibile, priva quasi di ogni macchia di volgarità o ferina sensualità. Robert Redford è l'America, il suo ideale più immacolato, il suo ottimismo, il suo modello apollineo. Il suo sorriso, che avrà un ruolo fondamentale all'interno della storia, è in tutto e per tutto lo stesso di Kennedy: ammaliatore, decisivo, garbato. Il sorriso che ha sedotto una nazione e ha trasformato il suo presidente in un mito, nonostante i suoi lati oscuri.
Nemmeno il personaggio di Hubbel Garnier è destinato a un finale felice. "Come eravamo" è uno dei film più indigesti che abbia mai visto. Mi ha molto stupito. E' lirico e un poco compiaciuto della sua malinconia. E' altrettanto duro, spigoloso, critico, fuori dagli schemi. E' la storia di una sconfitta sentimentale ma vissuta attraverso il filo rosso della politica e dell'impegno civile. E' un film che cerca di conciliare le due anime dei personaggi ma senza riuscirci fino in fondo. Troppo distanti uno dall'altro. Troppo facile capire le ragioni dell'attrazione di una, più difficile comprendere quelle dell'altro. Sono due attori e una coppia male assortiti. Efficaci forse per questo ai fini della storia quanto fastidiosi al mio occhio di spettatore.
"Tamara Drewe" invece è una commedia piacevole e un poco sbracata. E' un grande piacere per me vedere un film inglese di tanto in tanto. La differenza tra gli inglesi e gli americani non è solo una questione di accenti, ma anche di stile, visione del mondo. Il cinema americano ha un fondo di cafoneria e spudoratezza che non si leverà mai di dosso. E' manicheo, esasperato, drammatico a tinte forti, separa, giudica, distribuisce punizioni e premi. E' un grande spettacolo in cui l'Apocalisse diventa un blockbuster e un sermone un film noir.
Se il cinema inglese invece avesse dominato il mondo oggi vorremmo guidare tutti una Mini Minor con la guida rigorosamente a destra, vorremmo essere anche noi sudditi della regina, fantasticheremmo sulle meraviglie della campagna anglossassone e al cinema berremmo forse una tazza di thé al posto di Coca Cola e pop corn.
Forse anche "Tamara Drewe" è a suo modo un racconto morale. Ma è una morale non del tutto netta. A ogni azione corrisponde una precisa conseguenza e sulla lunga distanza non mancheranno lacrime, morti e sangue. Qualcuno pagherà, il peggiore forse, ma molto più di quanto in fondo avrebbe meritato. Non c'è un preciso disegno. Il dio degli inglesi sembra avere piacere a guardare con distacco i pasticci degli umani, chiude più volentieri un occhio e ha maggiore senso dell'umorismo. Forse non saremmo del tutto appagati dopo la visione ma vivremmo in un mondo più rilassato.

giovedì 13 gennaio 2011

Hereafter

Di nuovo Parco Leonardo. Ci passo la mattina, verso ora di pranzo. Accompagno un amico che ha deciso di buttare i suoi soldi in un I-Pod touch. Guardiamo le case alla luce del sole e esprimo la paura che questo posto, pulito, nuovo, eppure così vuoto, silenzioso, costruito attorno a un complesso che tappa ogni bisogno consumistico ma trascura altri decisivi aspetti che fanno la qualità della vita, mi trasmette ogni volta.
Abitare qui?
Oddio mio, uno spera proprio di no. Non per sua scelta, ma magari perchè ci è costretto, da qualche convenienza economica, da qualche sopravvenuto legame, da qualche oscura circostanza. Non sembra un posto dove gettare le fondamenta di una vita da vivere.
Ogni volta mi da l'impressione di un posto fantasma. Case e abitanti che scompariranno da un giorno all'altro: durante una tempesta notturna, risucchiati in un mondo parallelo, evaporati nell'aria, biodegradati come i nuovi sacchetti della spesa tra qualche anno.
Il mio amico conferma. Stessa impressione. Aggiunge un dettaglio sulla scarsa qualità delle case. Belle fuori, imperfette dentro. Costruite con materiali scadenti, pronte a rivelare i difetti dei loro impianti dopo poco tempo. Case insomma fatte per essere consumate ora. Per essere acquistate, per fare circolare denaro, per soddisfare le necessità domestiche più impellenti di chi forse non ha potuto scegliere niente di meglio, di chi forse non sa investire bene i suoi soldi o invece sa investirli benissimo.
Mi sento di sottoscrivere appieno quanto detto dal mio amico, che nella scelta del suo prossimo acquisto dimostra però di essere allineato alla tendenza dei tempi che corrono. Questa è l'epoca degli upgrade, tecnologia e progresso centellinato, centesimato nella spesa, di sistemi operativi instabili, di concetti, figure volatili. Le case sembrano costruite intorno allo stesso principio di precarietà.
Sono case senza radici, che invecchiano presto come quelle che spuntano ad ogni boom edilizio. Roma ne è piena. Le precedenti sono degli anni' 50 e '60. Case che intristiscono.
Ragiono come un vecchio, lo so. Eppure non ho neanche trent'anni.


Ragionamenti simili sono rafforzati dalla visione dell'ultimo film di Clint Eastwood. Non per i contenuti del film in sè, quanto per l'emanazione che Eastwood produce attorno a tutto quello che lo riguarda da diverso tempo a questa parte.
Il motivo del successo così duraturo di Eastwood è da rintracciare non solo nelle sue doti cinematografiche quanto nella sua durabilità. E' un mito che non si riesce a piegare nè a spezzare. Un mito che ha cinquant'anni di carriera alle spalle ed è rimasto in piedi dopo tante rivalutazioni critiche. Che oggi piace perchè trasmette anche un'idea di anzianità non convenzionale. Energica piuttosto, schematica forse nella sua visione ma chiara, semplice, diretta e quindi potente. Il suo è un cinema classico. Ci piace perchè dimostra ancora che un film per essere buono ha bisogno di una buona storia, di buoni attori, di un regista competente e di una regia invisibile. Tutto il resto è esibizione, circo, fuoco d'artificio.
Clint Eastwood è diventato una garanzia. Fa parte di quella generazione che costruiva cose al meglio perchè resistessero nel tempo e oggi è come un paio di jeans che ci portiamo appresso da dieci anni, un maglione che ha resistito ai lavaggi, come una macchina d'epoca che mostra ancora il suo valore. Fa parte di quella generazione che ha costruito guardando al dopodomani, viene dall'epoca in cui il cinema era sentito come una cosa seria e se ne porta ancora addosso un sottile magico velo di polvere argentata.
Un classico perchè possa essere definto tale non può essere sorpassato da una nuova versione, da un aggiornamento. Non esisterà mai un Clint Eastwood 2.0. Semmai Eastwood può essere definito una versione migliorata di quello che era già John Wayne, mito americano che si estende al mondo intero ma ha una duttilità maggiore e finisce per piacere a tutti, uomini, donne, conservatori e progressisti.
Infatti c'è una ragazza che ha il posto proprio dietro di me e non fa altro che lamentarsi e tirare calci al mio sedile. Non dico niente perchè in parte la cosa mi fa ridere. Quando partono i titoli di coda di "Hereafter" fa un cazziatone al ragazzo al suo fianco: "Hai detto che mi portavi a vedere un film CON Clint Eastwood e invece questo è solo un film DI Clint Eastwood!".
Non la vedo neanche in faccia ma sento il suo accento che non so definire (emiliano, marchigiano, boh?) e il suo tono indispettito. Mi fa sorridere il fatto che una donna, una ragazza forse, possa provare verso la figura di Eastwood come attore una tale ammirazione da giustificare la voglia di andare al cinema. Superiore anche a quella per il belloccio Matt Damon che recita in questo film che evidentemente non le è piaciuto molto.
Per il Clint Eastwood regista si può fare una schematizzazione simile a quella fatta con la sua figura da attore. Due espressioni: col cappello e senza.
Due tipi di film: con Clint Eastwood e di Clint Eastwood.
Dove quelli in cui lui è anche protagonista sono quelli destinati a diventare dei classici. Gli altri invece scivolano via più facilmente, nella categoria dei film buoni, se non ottimi ma confondibili.
Per questo "Million dollar baby" o "Gran Torino" si faranno ricordare più facilmente, e magari a torto, del magnifico "Mystic river" ( il mio preferito tra gli ultimi) o di "Invictus" ( uscito meno di un anno fa eppure già dimenticato).
Questo "Hereafter" rientra appieno nella seconda categoria non solo per la sua mancanza nel cast. E' un progetto meno sentito, di buona fattura ma  in tutto e per tutto convenzionale. Basato su una sceneggiatura semplice, molto lunga, che ambienta la storia in tre città ( San Francisco, Londra e Parigi, più un breve prologo thailandese e un intermezzo di montagna) e segue tre personaggi diversi (uomo, donna, bambino) che fanno tre diverse esperienze della morte e finiscono per essere collegati verso la fine del film.
Come al solito con Eastwood non si può scindere il singolo film da colui che lo firma. Qualcuno lo ha definito una coraggiosa esplorazione del mistero della morte da parte di un anziano che è per ragioni d'età e di buon senso ne potrebbe essere prossimo.
Mi sembra una riflessione appiccicaticcia.
Il cinema di Eastwood ha da sempre raccontato la morte e nelle maniere più diverse. La morte attraverso la violenza, l'omicidio, la morte in guerra, per eroismo individuale. C'è una precisa scelta di morte anche in "Million dollar baby", la morte per eutanasia. Anche in un film anomalo per i suoi toni come " I ponti di Madison County" l'intera vicenda prende il via dalla morte di una persona: dalle ultime volontà della defunta madre i due figli risalgono il corso degli eventi e scoprono un misterioso e segreto amore che fu e mai più potrà essere.
Qui non si parla di morte. Semmai di aldilà. Ma niente di illuminante viene rivelato nelle due ore di film. Niente da riempire gli occhi dello spettatore ( per questo ci sarebbero pellicole come "Amabili resti" o "Al di là dei sogni") o che possa fare sembrare migliore l'altro mondo rispetto a questo. Piuttosto aleggia il solito tono new-age che in questi casi mi fa rimpiangere la più austera visione di un aldilà cattolico.
La regia asseconda l'andamento della sceneggiatura e lascia che il film avanzi piano piano, senza fretta. Col ritmo piu adatto a un anziano? Forse.
Però, come talvolta accade ai film che raccontano storie parallele, i percorsi individuali sono parecchio semplificati e il film diventa nel suo insieme prevedibile. Il finale sembra obbligato ma non ci porta in nessuno luogo narrativo degno di nota. Solleva appena il tono, raggiunge un debole picco e poi sfiata per sempre, o esala il suo ultimo respiro.
Tutto sommato viene da chiedersi perchè?
Non mi sembra ci sia nessuna impellente dichiarazione da fare al mondo in questo suo ultimo sforzo. Solo il piacere di fare cinema perchè è il proprio mestiere, per raccontare un'altra storia. Ma non cercate verità, riflessioni metafisiche o ultime parole famose perchè forse vi hanno ingannato. Questo film non ne contiene.

Finito il film esco dalla sala. L'Ugc di Parco Leonardo ha un aspetto ancora più spettrale dopo l'ultimo spettacolo. Si ha l'impressione di una avvenuta fine del mondo mentre si assisteva ignari alle riprese. Mi fa sentire solo, spaventato. E' come svegliarsi nel cuore della notte e scoprire di essersi addormentati vestiti o il senso di colpa e lo sprofondo esistenziale che seguono certi nostri sogni e gli istintivi atti di libertà, momentaneo sollevamento, proiezione e conclusiva degradazione. L'aria fuori non è fredda. I lampioni mi riportano verso la macchina. E' l’una passata. Faccio un ultimo giro al largo in cerca di forme di vita ma non ne trovo. Torno a casa e vado a letto tardi.

lunedì 10 gennaio 2011

Che bella giornata

Forte delle sue 800 copie in distribuzione, di una campagna pubblicitaria martellante e della coda lunga delle feste natalizie il nuovo film con Checco Zalone ha messo a segno un nuovo record italiano.
E' infatti il miglior incasso di sempre nei primi due giorni di programmazine. Quasi sette milioni di euro quarantotto ore dopo la sua uscita. Sono dati riportati sul sito de La Repubblica. Se poi si considera che il vero fine settimana doveva ancora cominciare è lecito immaginarsi un traguardo finale oltre i 20 milioni e un posto di riguardo tra i titoli di maggiore successo della stagione. Stagione che sembra avere sorriso alla commedia nostrana e che ha riservato, nell'ambito, autentiche sorprese.
Di solito non parlo mai di numeri su questo blog. Se stavolta comincio così è per lo stupore di fronte a questa notizia. Ho una grande simpatia nei confronti di Checco Zalone che non si spiega con i parametri soliti della mia cinefilia.
Ho notato una maggiore attenzione della critica anche di livello, rispetto al suo debutto. Se "Cado dalle nubi" aveva incontrato il favore del pubblico ma trovato una risposta tiepida da parte della stampa specializzata; un interesse del tutto diverso ho ritrovato intorno a questa opera seconda. Anzi, a dispetto della sua leggerezza nei toni, mi è sembrato di notare un netto apprezzamento anche sui quotidiani, nelle trasmissioni radio, sui vari siti internet.
Quello che ha sorpreso un po' tutti, me compreso, è il pizzico di coraggio in più dimostrato in questa occasione. Checco Zalone sveste i panni del musicista e si affida soltanto alla sua maschera. Comincia quindi un discorso più cinematografico, legato solo in parte al suo alter ego televisivo. Si confronta con temi inusuali per una commedia che vuole essere nazionalpopolare: la difficile integrazione tra le diverse culture e la minaccia del terrorismo islamico.
E' un'operazione insidiosa: mantenersi leggeri affrontando argomenti che non suscitano alcuna ilarità; usare l'ignoranza del protagonista per far ridere, a rischio di finire per urtare la suscettibilità altrui. Rischiare di non fare ridere affatto e prendersi pure un sacco di critiche. Fallire quindi con un secondo film che dovrebbe invece essere una conferma.    
La scommessa mi sembra essere piuttosto quella di portare al cinema anche i più refrattari a un certo tipo di prodotto, conquistare anche gli spettatori più critici, esigenti, meno superficiali, non piegarsi alla logica del disimpegno totale. Dimostrare che il pubblico può essere riunito nella stessa sala se il film lo merita
La domanda è: il film lo merita?

La mia risposta è: sì e no.

Se si valuta questo film alla stregua di qualsiasi altro, noto soprattutto una sceneggiatura lieve ma non sempre misurata. Il film decolla con un certo ritardo, i primi venti minuti sono fiacchi, poco brillanti. Non c'è una decisa scansione del ritmo e spesso si accumulano situazioni poco legate tra loro. Le scene sembrano costruite attorno alle gag, così che manca un meccanismo forte a tenere in piedi il film e a farlo marciare in avanti. La risata, quando scatta, è appoggiata da battute estemporanee, che sembrano spontanee, fanno ridere sul momento per merito più della verve degli interpreti che della scrittura. Quello che è peggio è il ricorso massiccio, specie nelle scene con Ivano Marescotti, a un certo tipo di gag di tipo quasi clownesco, alla Stanlio e Ollio o alla Fantozzi: torte che finiscono sulla divisa da carabiniere, la macchina che al suo passaggio innaffia lo sventurato con l'acqua di una pozzanghera, svenimenti. Cose che possono fare ridere al massimo il pubblico bambino.
Non siamo quindi dalle parti de "La vita è bella", ma se è per questo neanche dalle parti di "Johnny Stecchino".
L'impressione è che troppo spesso si risolva tutto a tarallucci e vino, rigorosamente pugliesi, e questo sia solo un nuovo ritratto di "italiana brava gente". Si affonda la forchetta nei nostri vizi di sempre con l'intento di criticare e invece lo si fa, come al solito, per condire un piatto poco guarnito.
Sono rimasto invece colpito dalla scelta di rinunciare alle canzoni. Ce ne sono un paio durante la pellicola, ma sono trascurabili momenti della colonna sonora, la concessione minima al proprio personaggio classico. Segno che forse si sono già esaurite certe possibilità nel film precedente. E' ora di avviarsi verso nuove strade e questo è solo il primo passo.
Ma forse ho esagerato. E' solo perchè l'effetto del ridere si accompagna sempre a un retroattivo senso di colpa e questo film di risate ne concede parecchie specie quando entra nel vivo.
La sala era piena e questo mi fa sempre piacere. E' bello confondersi con il pubblico, sentirsi parte di una esperienza comune, ridere con gli altri o semplicemente sentirli ridere. Il cinema in fondo aspirava a questo e ormai ci riesce solo con i grandi eventi o le commedie più grasse.

venerdì 7 gennaio 2011

Tron: legacy 3D

Devo ammettre che non ho mai visto il primo "Tron". In questi giorni se ne è parlato tanto, ma io non conservo proprio alcun ricordo di questa pellicola che tutti definiscono un cult.
Il 1982 era l'anno della sua uscita. L'informatica era un mondo davvero sconosciuto ai più, l'ultima eccitante frontiera della teconologia. Erano in pochi ad avere un computer in casa ed erano comunque macchine molto più elementari rispetto a quelle di oggi. Questo mi fa supporre che "Tron" fosse un film in grande anticipo. Che avesse la suggestione della fantascienza quando essa comincia a germogliare anche nel nostro presente. E come la migliore fantascienza portasse con sé una prospettiva filosofica, la visione di un mondo migliore, più funzionale e libero, rivoluzionato dal progresso tecnologico.
Difficile parlare di un film che non si è visto.
Considerando che era un film della Disney credo fosse pensato soprattutto per un pubblico bambino o adolescente, se non d'età almeno nel cuore. E che quindi la componente ludica prevalesse, per ragioni anche di spettacolarità, su quella speculativa.
Rimettere in piedi "Tron" oggi, a distanza di 28 anni, è di sicuro una gran bella idea. Non solo: è una sfida. Bisogna dimostrare di essere all'altezza di produrre un nuovo grande e amabile film che sappia essere evoluto nei suoi effetti speciali come lo era l'originale all'epoca. Per farlo può affidarsi alle tecnolgie del momento che permettono cinemeraviglie; ma deve al tempo stesso confrontarsi con l'ampia diffusione di prodotti simili che hanno invaso le sale in tutto il 2010.
Cosa differenzia "Tron: legacy" da "Avatar"?
La cupezza.
"Tron: legacy" è un film dominato dal nero e attraversato da lampi di blu, giallo e arancio. E' un prodotto grafico, cromaticamente essenziale, un fantastico gioco di design.
"Avatar" invece è l'avventura classica. La scoperta di un nuovo mondo incontaminato dove lo stupore è quello che si può provare di fronte a un grande paesaggio.
"Tron: legacy" ha il fascino dell'architettura. E' un mondo perfetto ma razionale, freddo e spaventoso. Dove uomini, donne, "programmi" e "creativi" indossano tute identiche e spettacolari, hanno fisici perfetti ma sono del tutto privi di ogni autentica sensualità. E' un mondo che riempie gli occhi ma è disumano e monotono.
E' la storia stessa a richiederlo. Perchè si sviluppa dalla sua base con la stessa coerenza e logica sequenziale di come si svilupperebbe un programma informatico. Molto affascinante ma l'emozione vera è altra. Si può godere al massimo come si godrebbe davanti a un bel videogame.

A una sola settimana dalla sua uscita si parla giù di un mezzo flop. Gli incassi planetari non sembrano ancora sufficienti per ripagare le enormi spese della realizzazione. Io credo sia un problema di pubblico. Il film arriva a 28 anni dal primo episodio. E' quindi un film per quei nostalgici che non hanno dimenticato. Anche perchè se non si è visto il capitolo originario non sarà facile seguire fino in fondo le nuove evoluzioni. Non che sia importante. Però è sempre un dispiacere, di fronte a tanta ricchezza, accontentarsi del solito filo logico di base, quello che riduce la storia a una storiella. Ti fa sentire un principiante in un'avventra che si sviluppa su più livelli, non consecutivi ma simultanei.
Non credo sarà un buon film per famiglie. I bambini si annoierebbero a morte e poi non capirebbero niente.
Sembra avere il suo pubblico di elezione negli adolescenti e in quelli che gli americani chiamano "geek": fanatici della tecnologia, dell'informatica, delle consolle e dei nuovi media e di tutto ciò ad essi collegati, siano film, fumetti o serie tv. Categoria trasversale, giovanile ma non per forza giovane.

C'è un aspetto che mi ha colpito durante la visione ed è una delle poche considerazioni che mi sento di fare. Kevin Flynn, il protagonista del primo film, è un programmatore informatico. E' quindi un altro rappresentante di quella categoria di uomini che il cinema americano sembra apprezzare più di ogni altro: il grande lavoratore, uno che dedica anima e corpo al proprio progetto, un esempio di volontà, passione e talento superiori. Quello che lo rende singolare di fronte a tante altre simili figure cinematografiche è l'aspetto ludico della sua professione. Non è un cinico squalo della finanza, un dottore che salva vite umane sforzandosi ai limiti della sua resistenza fisica, non è nemmeno il Presidente degli Stati Uniti. Kevin Flynn è un adulto che non ha smesso di giocare, la sua base è all'interno di una sala giochi, ha fatto del suo lavoro nient'altro che l'evoluzione molto sofisticata di un gioco da bambino e attraverso il gioco ha creato un intero universo parallelo.
Il figlio è un hacker che ruba il sistema operativo della sua stessa società e lo immette gratuito in rete contro i suoi stessi interessi. Lo sviluppo tecnologico che avrebbe dovuto garantire un futuro migliore, secondo antichi principi positivisti, è in realtà  in mano ai padroni della tecnica che ne fanno un affare privato da interessi miliardari. La differenza tra il nostro mondo e "Minority report" è in un I-Phone o in un televisore a LED da 40 pollici. Il futuro è già qui. Si può comperare da Trony in comode rate. Il futuro è uno status symbol e vi si accede attraverso bisogni consumistici. Molto deprimente.

Nel vedere "Tron: legacy" ho apprezzato di più "The social network". Ho capito finalmente il fascino del suo personaggio, il Mark Zuckerberg cinematografico. Kevin e Sam Flynn sono due eroi classici, due supereroi da fumetto. Mark Zuckerbeg invece è un nuovo tipo di rockstar. E' l'incarnazione, aggiornata ai tempi che corrono, di un nuovo ideale di gioventù e immaginazione al potere, capace di creare qualcosa di rivoluzionario ma di facile e diffusa fruizione.
Se finora è stata l'epoca di caratteri aperti e trasgressivi, teatrali e dionisiaci, di eccessi e vite bruciate, di grandi raduni all'aperto, di gloriosi leit-motiv a fare da colonna sonora; oggi il massimo della creatività alla portata di tutti non passa più attraverso la musica pop-rock ma attraverso la tecnologia informatica e la rete. La Apple non produce più dischi ma computer e accessori. Un I-Pad diventa epocale quanto "Sgt.Pepper". Bill Gates e Steve Jobs si fanno la guerra come Beatles e Rolling Stones. I garage non servono più a fare le prove col gruppo ma a giovani programmatori un poco alienati che cercano di fare miliardi sviluppando in proprio software e applicazioni. Le chitarre elettriche sono state sostituite dai computer portatili. La Fender Stratocaster si chiama MacBookPro. Non si studiano più le scale armoniche ma i linguaggi di programmazione e i programmatori sono i nuovi sacerdoti. L'informatica diventa mistica. I nuovi salmi non sono più nei ritornelli ma negli algoritmi.
Infatti la colonna sonora di questo film la suonano i Daft Punk, mica Simon e Garfunkel.
Ecco cosa non potrà mai fare un dj. Non spaccherà mai il suo computer sul palco come Jimi Hendrix, non darà mai fuoco al suo campionatore, non si tufferà mai a peso morto sulla consolle come avrebbe fatto Kurt Cobain sulla batteria. Magre consolazioni di un nostalgico.

Ma c'è una cosa che non ho capito del film: chi è Tron?

martedì 4 gennaio 2011

Vincere

Ho rivisto "Vincere" di Bellocchio. La prima volta fu al cinema Maestoso sulla via Appia. La sala era piena e io avevo un posto centrale, vicino allo schermo. Mi è rimasto il ricordo di un film potente sul piano dell'immagine e superiore nei contenuti.
Ho avuto la rara sensazione di assistere a un'esperienza significativa. Questo accade quando non si ha più paura dello scorrere del tempo e ormai si è sintonizzati così bene col film da avere fiducia che nulla di quello che stiamo per vedere e ancora non abbiamo visto ci potrà più deludere. Di solito il film scorre fino alla fine come un'unica corrente che si porta via con sè anche le piccole imperfezioni.
Sono cauto nel definire "Vincere" un capolavoro, ma spesso mi è affiorato il termine nelle conversazioni con chi, non per forza italiano, ha sollevato più di un dubbio sul suo valore.
Forse non è un capolavoro ma è un grande film.
Credo anche che lo apprezzi meglio soprattutto chi conosce già Bellocchio e il suo personale discorso di cineasta. I suoi temi di sempre si riuniscono in una grande storia e sono un poderoso supporto a un'idea di per sé già ambiziosa: rappresentare Mussolini in un film.

Le difficoltà sono molteplici. La complessità non solo del personaggio storico, ma anche delle sue interpretazioni storiche. Mussolini è stato un uomo in carne e ossa, con la sua fisicità, il suo volto e la sua  gestualità. Un uomo reale. Lo dimostra anche lo scempio pubblico che si fece del suo cadavere. Mussolini è stato, e rimane soprattutto, anche un'icona. L'incarnazione di un ideale superomistico, dell'esasperazione di un carattere, un modello volendo anche di virilità , una categoria mentale.
Mussolini, come molti altri dittatori ma anche come molte altre grandi personalità politiche più democratiche, è stato uno straordinario performer. Un attore già capace di sfruttare i mezzi a sua disposizione ( i cinegiornali, la radio, la stampa, i manifesti) con talento comunicativo e con un'espressività mimica e timbrica, oltre che di contenuti, fuori dal comune.
L'intuizione geniale di Bellocchio è di avere trovato nella sua biografia un elemento oscuro che permetta di parlarne senza dovere affrontare di petto i grandi eventi che lo vedono già protagonista assoluto. Di allontanarsi dal personaggio dei libri di Storia per tracciarne un disegno ben diverso. Lo fa quasi con lo spirito di un brillante avvocato che scava alla ricerca di un elemento, il singolo elemento che scardini l'impianto mitologico. Nel farlo ricorda anche come sia tanto necessario quanto pieno di insidie riuscire a tracciare un profilo dell'uomo che sia libero una volta per tutte anche dall'immagine che, con la retorica fascista, si è cucito addosso. Per farlo rovista nel torbido, nel ritaglio di una vecchia rivista di quello che all'epoca non si chiamava ancora gossip e rivela come il pettegolezzo è uno dei tanti pilastri che sorreggono la società. Può nutrire o sgonfiare il culto attorno a una personalità pubblica. Far sorgere dubbi su una verità ufficiale, sottintendere, sfogare o convogliare gli umori segreti di un popolo.
Questo elemento è la storia di Ida Dalser.
 Giovane borghese che si infiamma di passione per il Mussolini ancora socialista e lo segue nelle evoluzioni della sua carriera, arrivando a sacrificare ogni bene materiale per sostenerlo economicamente. Che ottiene un figlio legittimo da lui e si dichiara sua sposa per avvenute nozze ma si vede rifiutato il riconoscimento che le spetta. Che si vede usurpato il suo ruolo di moglie da una seconda moglie ufficiale, Rachele. Che viene confinata in manicomio e dichiarata insana di mente per mettere a tacere le voci o definirle dubbie, frutto di una personalità malata.

Intorno a questa vicenda dal sapore scandalistico aleggia ancora un grande mistero. Poco si può dire di certo, con prove autentiche e documentate. Il dubbio persiste e sembra giustificato dall'erotomania che l'icona Mussolini provoca nella donna del tempo. Mussolini è quello che può essere il grande divo di oggi e come tale è sovraccarico di fantasie femminili e invidie maschili. Il suo potere politico senza limiti che sottomette un'intera nazione di uomini e donne lo rende pari a una bestia soprannaturale in cui volontà di potenza e potenza sessuale, di cui una sembra la sublimazione dell'altra, finiscono per confondersi. Mussolini è quindi una fantasia erotica del suo tempo.
Lo dimostrano soprattutto le scene nei diversi manicomi. Affermare di essere la moglie di Mussolini sembra essere una patologia molto comune secondo una paziente. Un'altra è incuriosita dalle dimensioni del suo pene. Addirittura la più bella battuta del film lo sottolinea: "Ma di che ti lamenti, Dalser? Hai avuto un figlio da un uomo che tutte le donne vorrebbero come marito... o come amante. Accontentati. Tu hai dei bei ricordi." La cosa incredibile è che la pronuncia una suora.
Ma è nel dubbio che si sgretola quello che resta del grande uomo. In un episodio di meschinità si racconta una piega segreta, forse vera forse no, capace di macchiare di debolezza comune un'immagine che si vorrebbe rappresenta granitica. In più si adempie al desiderio della protagonista: "Ricordatemi", dice durante il film. Ricordatemi, perchè già troppo è stato compromesso da non potere più distinguere la verità dal delirio. Perchè anche la Storia può essere una inconsapevole menzogna, una sentenza definitiva può risultare parziale o viziata, la giustizia potrebbe non fare il suo corso fino in fondo. E se non si crede in un aldilà non ci sarà nessuna compensazione per le ingiustizie e le sofferenza patite in vita.

Ancora oggi Bellocchio dimostra di essere non solo un fine intellettuale ma anche un regista che ha ancora qualcosa di forte da dire, capace di un linguaggio cinematografico unico, fresco e potente. "Vincere" rivela una lucidità fuori dal comune e si avvia a segnare un momento decisivo nella sua filmografia. I temi e, perchè no, le ossessioni di sempre trovano la sintesi definitiva e quasi perfetta.
L'impegno politico si congiunge in maniera più felice che in passato alle riflessioni sulla psichiatria. Continua a denunciare con la stessa veemenza i condizionamenti e l'abuso del potere sull'individuo. Il potere politico che si protegge con il suo braccio armato ( siano essi le regolari forse dell'ordine o il più incontrollabile squadrismo fascista), "sorveglia e reprime" gli elementi che si pongono al di fuori delle sue leggi e della sua visione del mondo. Per questo carceri e manicomi sono luoghi dove vige la sopraffazione e un sistema gerarchico che sottomette carcerati ai carcerieri, pazienti ai medici. Sono luoghi di punizione e non di cura, di umiliazione e di ghettizzazione.  Sono luoghi che servono anche a lasciare il segno anche sulla vita futura dell'individuo, a screditare la sua posizione sociale.
Il ribelle che si schiera al di fuori delle convenzioni sociali, del buongusto, dell'ipocrisia o del conformismo politico è da sempre al centro non solo del cinema di Bellocchio. I suoi ribelli però hanno caratteristiche più estreme e sentite. Sono frutto di una necessità personale ma trovano sostentamento nella cultura di appartenenza del regista, dalle riflessioni di Marcuse o Foucault. Sono personaggi  che fanno dell'omicidio un gesto intellettuale.
Qui se ne possono trovare due, in aperto contrasto. Come se il fascismo potesse essere messo in discussione e forse in difficoltà dalle accuse di un singolo individuo, dall'anima gemella di Mussolini, dal suo femminino altrettanto combattivo e determinato. Da un lato la Dalser con il suo dramma privato capace di impensierire il regime, dall'altro Mussolini stesso con la sua frenesia e il suo anticonformismo. Con l'unica differenza che la storia di Mussolini è quella, assai più rara da raccontare e dalle conseguenze disastrose, di un ribelle che non soccombe alla sua ribellione ma conquista e trascina un intero popolo con sé.
"Vincere" è uno slogan non molto diverso in fondo da "Hasta la victoria". Che strano, non ci avevo mai pensato.

Io credo che tra i grandi meriti del film ci sia prima di tutto la fotografia di Daniele Ciprì. Un atto di vero coraggio e grande sensibilità artistica che ha strameritato il David.
Poi le interpretazioni decisive dei due attori. Credo che sia addirittura il ruolo più riuscito della Mezzogiorno, perfetto per la sua particolarissima sensibilità femminile. Tutto il film in fondo si regge sul suo personaggio. A lei è riservato il compito molto più difficile di risultare una donna credibile, a metà strada tra sanità e follia.
Il Mussolini di Filippo Timi è una marionetta scattosa, non ha niente di umano e non ha nessun obbligo di credibilità. Scompare a metà film dalle scene e viene sostituito dalle autentiche immagini di repertorio, dai filmati del vero Mussolini, in realtà molto diverso da lui. Mi sembra una felice intuizione registica.
Il Mussolini rappresentato è quello degli anni giovanili, più oscuri, meno conosciuti. E' un giovane socialista che si fa notare per il carattere passionale e violento. Non è ancora l' "uomo della provvidenza" ma sembra già calato nel suo ruolo sacerdotale. Teme la mediocrità e la rifugge con atti plateali, slogan provocatori e nette prese di posizione. L'esasperazione recitativa sembra giustificata dallo sforzo di superare non solo con la forza del pensiero ma anche con una postura fisica e una mimica esasperata i gesti, le espressioni e le idee che fanno simili tutti gli altri uomini.
Il Mussolini di Timi è come un attore già pronto per un ruolo che è ancora prematuro e recita se stesso come in uno stato di trance: da questo il suo fascino magnetico, il delirio verbale, la foga sessuale che mette quasi paura, il suo agire nervoso e scomposto. Sono pochi e significativi i momenti in cui svanisce questo effetto. La rivelazione intima della paura di rimanere uomo mediocre; lo stupore di fronte alla scoperta che l'amante ha venduto tutti i suoi beni per finanziare il suo giornale; e la conseguente affermazione, con un soffio di voce, che a un passo del genere possono seguire solo le nozze. Sono piccole note che fanno la differenza in una recitazione e in un film.
Ma bisogna essere attori eccezionali e grandi registi per sapere valorizzare un'intera recitazione e una grande messa in scena su queste piccole variazioni di tono.

Diversi anni fa andò in onda sulla Rai uno sceneggiato italo-spagnolo. Si chiamava "Il giovane Mussolini". Ne ho visto un piccolo frammento all'epoca e mi è rimasta impressa da allora la scena della "scommessa con Dio" che Bellocchio riutilizza in apertura del suo film.
Lo sapete chi interpretava Benito Mussolini?
Antonio Banderas. Sì, proprio lui.
Mi piacerebbe davvero rivederlo. Farò una ricerca.