giovedì 13 gennaio 2011

Hereafter

Di nuovo Parco Leonardo. Ci passo la mattina, verso ora di pranzo. Accompagno un amico che ha deciso di buttare i suoi soldi in un I-Pod touch. Guardiamo le case alla luce del sole e esprimo la paura che questo posto, pulito, nuovo, eppure così vuoto, silenzioso, costruito attorno a un complesso che tappa ogni bisogno consumistico ma trascura altri decisivi aspetti che fanno la qualità della vita, mi trasmette ogni volta.
Abitare qui?
Oddio mio, uno spera proprio di no. Non per sua scelta, ma magari perchè ci è costretto, da qualche convenienza economica, da qualche sopravvenuto legame, da qualche oscura circostanza. Non sembra un posto dove gettare le fondamenta di una vita da vivere.
Ogni volta mi da l'impressione di un posto fantasma. Case e abitanti che scompariranno da un giorno all'altro: durante una tempesta notturna, risucchiati in un mondo parallelo, evaporati nell'aria, biodegradati come i nuovi sacchetti della spesa tra qualche anno.
Il mio amico conferma. Stessa impressione. Aggiunge un dettaglio sulla scarsa qualità delle case. Belle fuori, imperfette dentro. Costruite con materiali scadenti, pronte a rivelare i difetti dei loro impianti dopo poco tempo. Case insomma fatte per essere consumate ora. Per essere acquistate, per fare circolare denaro, per soddisfare le necessità domestiche più impellenti di chi forse non ha potuto scegliere niente di meglio, di chi forse non sa investire bene i suoi soldi o invece sa investirli benissimo.
Mi sento di sottoscrivere appieno quanto detto dal mio amico, che nella scelta del suo prossimo acquisto dimostra però di essere allineato alla tendenza dei tempi che corrono. Questa è l'epoca degli upgrade, tecnologia e progresso centellinato, centesimato nella spesa, di sistemi operativi instabili, di concetti, figure volatili. Le case sembrano costruite intorno allo stesso principio di precarietà.
Sono case senza radici, che invecchiano presto come quelle che spuntano ad ogni boom edilizio. Roma ne è piena. Le precedenti sono degli anni' 50 e '60. Case che intristiscono.
Ragiono come un vecchio, lo so. Eppure non ho neanche trent'anni.


Ragionamenti simili sono rafforzati dalla visione dell'ultimo film di Clint Eastwood. Non per i contenuti del film in sè, quanto per l'emanazione che Eastwood produce attorno a tutto quello che lo riguarda da diverso tempo a questa parte.
Il motivo del successo così duraturo di Eastwood è da rintracciare non solo nelle sue doti cinematografiche quanto nella sua durabilità. E' un mito che non si riesce a piegare nè a spezzare. Un mito che ha cinquant'anni di carriera alle spalle ed è rimasto in piedi dopo tante rivalutazioni critiche. Che oggi piace perchè trasmette anche un'idea di anzianità non convenzionale. Energica piuttosto, schematica forse nella sua visione ma chiara, semplice, diretta e quindi potente. Il suo è un cinema classico. Ci piace perchè dimostra ancora che un film per essere buono ha bisogno di una buona storia, di buoni attori, di un regista competente e di una regia invisibile. Tutto il resto è esibizione, circo, fuoco d'artificio.
Clint Eastwood è diventato una garanzia. Fa parte di quella generazione che costruiva cose al meglio perchè resistessero nel tempo e oggi è come un paio di jeans che ci portiamo appresso da dieci anni, un maglione che ha resistito ai lavaggi, come una macchina d'epoca che mostra ancora il suo valore. Fa parte di quella generazione che ha costruito guardando al dopodomani, viene dall'epoca in cui il cinema era sentito come una cosa seria e se ne porta ancora addosso un sottile magico velo di polvere argentata.
Un classico perchè possa essere definto tale non può essere sorpassato da una nuova versione, da un aggiornamento. Non esisterà mai un Clint Eastwood 2.0. Semmai Eastwood può essere definito una versione migliorata di quello che era già John Wayne, mito americano che si estende al mondo intero ma ha una duttilità maggiore e finisce per piacere a tutti, uomini, donne, conservatori e progressisti.
Infatti c'è una ragazza che ha il posto proprio dietro di me e non fa altro che lamentarsi e tirare calci al mio sedile. Non dico niente perchè in parte la cosa mi fa ridere. Quando partono i titoli di coda di "Hereafter" fa un cazziatone al ragazzo al suo fianco: "Hai detto che mi portavi a vedere un film CON Clint Eastwood e invece questo è solo un film DI Clint Eastwood!".
Non la vedo neanche in faccia ma sento il suo accento che non so definire (emiliano, marchigiano, boh?) e il suo tono indispettito. Mi fa sorridere il fatto che una donna, una ragazza forse, possa provare verso la figura di Eastwood come attore una tale ammirazione da giustificare la voglia di andare al cinema. Superiore anche a quella per il belloccio Matt Damon che recita in questo film che evidentemente non le è piaciuto molto.
Per il Clint Eastwood regista si può fare una schematizzazione simile a quella fatta con la sua figura da attore. Due espressioni: col cappello e senza.
Due tipi di film: con Clint Eastwood e di Clint Eastwood.
Dove quelli in cui lui è anche protagonista sono quelli destinati a diventare dei classici. Gli altri invece scivolano via più facilmente, nella categoria dei film buoni, se non ottimi ma confondibili.
Per questo "Million dollar baby" o "Gran Torino" si faranno ricordare più facilmente, e magari a torto, del magnifico "Mystic river" ( il mio preferito tra gli ultimi) o di "Invictus" ( uscito meno di un anno fa eppure già dimenticato).
Questo "Hereafter" rientra appieno nella seconda categoria non solo per la sua mancanza nel cast. E' un progetto meno sentito, di buona fattura ma  in tutto e per tutto convenzionale. Basato su una sceneggiatura semplice, molto lunga, che ambienta la storia in tre città ( San Francisco, Londra e Parigi, più un breve prologo thailandese e un intermezzo di montagna) e segue tre personaggi diversi (uomo, donna, bambino) che fanno tre diverse esperienze della morte e finiscono per essere collegati verso la fine del film.
Come al solito con Eastwood non si può scindere il singolo film da colui che lo firma. Qualcuno lo ha definito una coraggiosa esplorazione del mistero della morte da parte di un anziano che è per ragioni d'età e di buon senso ne potrebbe essere prossimo.
Mi sembra una riflessione appiccicaticcia.
Il cinema di Eastwood ha da sempre raccontato la morte e nelle maniere più diverse. La morte attraverso la violenza, l'omicidio, la morte in guerra, per eroismo individuale. C'è una precisa scelta di morte anche in "Million dollar baby", la morte per eutanasia. Anche in un film anomalo per i suoi toni come " I ponti di Madison County" l'intera vicenda prende il via dalla morte di una persona: dalle ultime volontà della defunta madre i due figli risalgono il corso degli eventi e scoprono un misterioso e segreto amore che fu e mai più potrà essere.
Qui non si parla di morte. Semmai di aldilà. Ma niente di illuminante viene rivelato nelle due ore di film. Niente da riempire gli occhi dello spettatore ( per questo ci sarebbero pellicole come "Amabili resti" o "Al di là dei sogni") o che possa fare sembrare migliore l'altro mondo rispetto a questo. Piuttosto aleggia il solito tono new-age che in questi casi mi fa rimpiangere la più austera visione di un aldilà cattolico.
La regia asseconda l'andamento della sceneggiatura e lascia che il film avanzi piano piano, senza fretta. Col ritmo piu adatto a un anziano? Forse.
Però, come talvolta accade ai film che raccontano storie parallele, i percorsi individuali sono parecchio semplificati e il film diventa nel suo insieme prevedibile. Il finale sembra obbligato ma non ci porta in nessuno luogo narrativo degno di nota. Solleva appena il tono, raggiunge un debole picco e poi sfiata per sempre, o esala il suo ultimo respiro.
Tutto sommato viene da chiedersi perchè?
Non mi sembra ci sia nessuna impellente dichiarazione da fare al mondo in questo suo ultimo sforzo. Solo il piacere di fare cinema perchè è il proprio mestiere, per raccontare un'altra storia. Ma non cercate verità, riflessioni metafisiche o ultime parole famose perchè forse vi hanno ingannato. Questo film non ne contiene.

Finito il film esco dalla sala. L'Ugc di Parco Leonardo ha un aspetto ancora più spettrale dopo l'ultimo spettacolo. Si ha l'impressione di una avvenuta fine del mondo mentre si assisteva ignari alle riprese. Mi fa sentire solo, spaventato. E' come svegliarsi nel cuore della notte e scoprire di essersi addormentati vestiti o il senso di colpa e lo sprofondo esistenziale che seguono certi nostri sogni e gli istintivi atti di libertà, momentaneo sollevamento, proiezione e conclusiva degradazione. L'aria fuori non è fredda. I lampioni mi riportano verso la macchina. E' l’una passata. Faccio un ultimo giro al largo in cerca di forme di vita ma non ne trovo. Torno a casa e vado a letto tardi.

4 commenti:

  1. ...e pensare che ci ho lavorato spesso lì... Che spettrali pause pranzo, tra quei casermoni che chiamano case, seduta in posti improbabili, d'estate o d'inverno, di mattina o di sera, all'ombra o al sole, da sola o in compagnia di qualche altro sventurato lavoratore mordi e fuggi da centro commerciale o con un libro fra le mani.

    Non luogo per eccellenza. Artificiale isola del Nulla scampata a un'esplosione atomica... Come diavolo ho fatto a resistere così a lungo? Eppure ricordo ancora nitidamente i libri che portavo con me e l'atmosfera e la stagione che ne hanno accompagnato la lettura, rendendola ancora più potente e significativa, come se quel posto ne esaltasse l'effetto al pari di una scenografia creata ad hoc...

    Due libri ricordo in particolare, fra gli altri... Cercasi batterista, chiamare Alice di Rick Moody e Una paga da fame di Barbara Ehrenreich...
    Non due capolavori, certo, ma perfettamente in linea con il nostro tempo e con il trend che sta assumendo il nostro paese da alcuni anni a questa parte scimmiottando gli Stati Uniti che già - e in quei libri è evidente - molti anni prima di noi hanno iniziato a pagare le conseguenze in termini economici e sociologici della distruzione dei vecchi luoghi di aggregazione in favore delle nuove cattedrali del consumismo.

    Scusa il lungo off topic, ma le tue considerazioni su Parco Leonardo mi hanno scatenato questo piccolo amarcord...

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  2. Non conosco affatto i due libri. Li cercherò tra gli scaffali per capire di che si tratta ma potrebbero rimanere al loro posto.
    Al PL ci passo spesso per esigenze di spesa e questa è una delle tristezze, comunque tutte sopportabili, del mio ritorno in provincia degli utimi mesi. La multisala è anche bella ma mi manca il Quattro Fontane, la sua programmazione, il suo spirito, la sua collocazione.

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  3. In realtà il mio non voleva essere un consiglio letterario, ma soltanto un ricordo che avevo voglia di condividere... :) A presto!

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  4. l'avevo capito. cercherò comunque per mia curiosità personale.

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