giovedì 20 gennaio 2011

Storie di nasi: "Come eravamo" e "Tamara Drewe"


C'è un aspetto singolare che unisce gli ultimi due film che ho visto. Sono storie dietro le quali si nasconde o si palesa un naso. Due nasi di donna: quello di Barbra Streisand, attrice, e quello di Tamara Drewe, personaggio.
Sul naso della Streisand credo ci sia poco da scrivere perchè penso ce l'abbiano presente tutti. Un naso che non solo la identifica, la rende unica; ma che pare non potrebbe cambiare, anche volendo, senza il rischio di perdere le qualità della sua voce ( che forse valgono qualcosa in più delle sue qualità di attrice.)
Sul naso di Tamara Drewe ci sarebbe ancora meno da scrivere tanto esso appare perfetto sul suo bel faccino. Ma la sua perfezione estetica non è un dono della natura, in realtà molto più generosa in quanto a cartilagine ossea, ma di un semplice, volgare intervento di rinoplatica. Su questa piccola differenza sta la distanza siderale tra i due personaggi femminili: Katie Morosky, che prende in prestito le fattezze e il naso della Streisand, e Tamara Drewe, che si affida alle forme burrose di Gemma Arterton.
Anche se si tratta di due film molto diversi che affrontano storie che hanno ben poco in comune nelle premesse, nello spirito e negli esiti finali, bisogna ammettere che alla base ci sono due ritratti di donna che non si piacciono o non piacciono abbastanza. Così come il rapporto problematico con la bellezza, l'affermazione della propria identità e la accettazione degli altri o dell'altro sono temi presenti in entrambe le pellicole. Anzi, la maggiore o minore bellezza di questo o quel personaggio sono elementi assai più significativi di quanto si vorrebbe fare credere. Sulla bellezza in fondo ci si è scritta l'intera storia del cinema.
Sia "Come eravamo" che "Tamara Drewe" hanno in comune la favola del brutto anatroccolo. Ma se la Morosky va avanti per la sua strada senza cedere a compromessi ed è quindi un personaggio austero, puritano, forse addirittura uno dei più infelici e difficoltosi del cinema americano che io ricordi ( convinta comunista in un paese e in una filmografia che ama il disimpegno e odia i "rossi"), e conquista a caro prezzo la sua dignità; Tamara Drewe è di sicuro un personaggio più frivolo in un film leggero, che non si fa scrupoli a rinunciare a qualcosa di sè per piacere di più agli altri e trovare finalmente la felicità.
Il personaggio della Morosky è quindi quello di una donna che lotta per un'ideale. I suoi gesti sono perfetta rispondenza alle sue parole. Va fino in fondo alle cose costi quel che costi, a rischio di risultare sgradevole, antipatica a tutti, spettatore incluso, e di perdere anche l'uomo della sua vita, l'unico per il quale ha accettato di cambiare un poco la sua natura. Ma è destinata a un finale malinconico e pieno di sguardi all'indietro.
Tamara Drewe è invece una ragazza non ancora risolta ( e la sceneggiatura non aiuta molto) la cui caratterizzazione maggiore non è data da quello che dice o che fa ( che non sempre vanno di pari passo) quanto piuttosto da quello che scatena attorno a sè. Il film le dedica uno sguardo assai bonario, da innamorato, che sorvola sulle sue incongruenze, su qualche falla nella sua psicologia, in qualche caduta di stile.
Chi è Tamara Drewe? Non lo saprei dire. In fondo soltanto una bella ragazza che non sa ancora bene quello che vuole e che in molti si vorrebbero fare. In questa semplice e inconfessabile attrazione erotica è tutta l'anima del film, molto inglese, e quindi licenzioso in una maniera elegante e sorniona.
Tamara Drewe è uno di quei personaggi la cui bellezza è un lasciapassare e un'arma inconsapevole. Una femme fatale ma senza cattiveria, una puttana innocente, un luminoso oggetto del desiderio. Spesso i personaggi belli posti al centro di un film, specialmente se donne, soffrono di una involontaria crisi di personalità. E' più facile raccontare la storia di un bruttino che si innamora di una bellona e alla fine la conquista ( Pieraccioni ci ha costruito una carriera), piuttosto che quella di una bellona punto e basta. La bellezza è come la ricchezza, bisogna conoscerla davvero per saperla descrivere con efficacia.
In "Come eravamo" la bellezza autentica è propria del personaggio di Hubbel Garnier. Robert Redford incarna un modello opposto a quello della Streisand. Ebreo il personaggio di lei. Biondo ariano quello di lui, modello insuperabile di una bellezza pura, indiscutibile, priva quasi di ogni macchia di volgarità o ferina sensualità. Robert Redford è l'America, il suo ideale più immacolato, il suo ottimismo, il suo modello apollineo. Il suo sorriso, che avrà un ruolo fondamentale all'interno della storia, è in tutto e per tutto lo stesso di Kennedy: ammaliatore, decisivo, garbato. Il sorriso che ha sedotto una nazione e ha trasformato il suo presidente in un mito, nonostante i suoi lati oscuri.
Nemmeno il personaggio di Hubbel Garnier è destinato a un finale felice. "Come eravamo" è uno dei film più indigesti che abbia mai visto. Mi ha molto stupito. E' lirico e un poco compiaciuto della sua malinconia. E' altrettanto duro, spigoloso, critico, fuori dagli schemi. E' la storia di una sconfitta sentimentale ma vissuta attraverso il filo rosso della politica e dell'impegno civile. E' un film che cerca di conciliare le due anime dei personaggi ma senza riuscirci fino in fondo. Troppo distanti uno dall'altro. Troppo facile capire le ragioni dell'attrazione di una, più difficile comprendere quelle dell'altro. Sono due attori e una coppia male assortiti. Efficaci forse per questo ai fini della storia quanto fastidiosi al mio occhio di spettatore.
"Tamara Drewe" invece è una commedia piacevole e un poco sbracata. E' un grande piacere per me vedere un film inglese di tanto in tanto. La differenza tra gli inglesi e gli americani non è solo una questione di accenti, ma anche di stile, visione del mondo. Il cinema americano ha un fondo di cafoneria e spudoratezza che non si leverà mai di dosso. E' manicheo, esasperato, drammatico a tinte forti, separa, giudica, distribuisce punizioni e premi. E' un grande spettacolo in cui l'Apocalisse diventa un blockbuster e un sermone un film noir.
Se il cinema inglese invece avesse dominato il mondo oggi vorremmo guidare tutti una Mini Minor con la guida rigorosamente a destra, vorremmo essere anche noi sudditi della regina, fantasticheremmo sulle meraviglie della campagna anglossassone e al cinema berremmo forse una tazza di thé al posto di Coca Cola e pop corn.
Forse anche "Tamara Drewe" è a suo modo un racconto morale. Ma è una morale non del tutto netta. A ogni azione corrisponde una precisa conseguenza e sulla lunga distanza non mancheranno lacrime, morti e sangue. Qualcuno pagherà, il peggiore forse, ma molto più di quanto in fondo avrebbe meritato. Non c'è un preciso disegno. Il dio degli inglesi sembra avere piacere a guardare con distacco i pasticci degli umani, chiude più volentieri un occhio e ha maggiore senso dell'umorismo. Forse non saremmo del tutto appagati dopo la visione ma vivremmo in un mondo più rilassato.

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