lunedì 7 febbraio 2011

Biutiful

Vi chiedo una cortesia. Se pensate di andare a vedere "Biutiful" fatelo. Fatelo prima che esca dalle sale, scalzato dal nuovo in arrivo. Anche a Roma non sono molti i cinema che lo ospitano. Però dieci minuti prima delle 17 di oggi pomeriggio il Barberini aveva da offire solo posti in prima fila. Ci siamo adattati allo spettacolo successivo al Nuovo Olimpia, in lingua originale sottotitolato. E pure lì, complice le piccole dimensioni della sala e i posti non numerati ci siamo dovuti arrangiare con un poco di fortuna a lato della terza fila.
Vi dico questo perchè il pensiero di qualcuno di voi ( ma voi chi? direbbe qualcuno; anche se neppure qualcuno chi si è riuscito a capire chi fosse) che si vede questo film in dvd su uno schermo che se gli dice bene sono sedici pollici, o ancora peggio in divx o in streming su Megavideo, sdraiato sul divano, con l'ansia del settantaduesimo minuto sul collo mi fa salire un poco di rabbia.
Rabbia verso coloro che poi magari dicono che questo film è troppo deprimente, lungo, lento. Questa è la stagione d'oro della nostra commedia. La gente vuole ridere. Molti dei più fortunati film italiani degli ultimi mesi glielo permette. Va benissimo così. Inarritu credo non abbia mai cercato l'ironia di proposito in neanche un secondo di un qualsiasi suo film. Il suo è un cinema drammatico per eccellenza, tragico nei suoi momenti più alti, insopportabile nella sua enfasi negativa in quelli peggiori. Tra i peggiori inserisco buona parte del precedente "Babel", una specie di Olimpiade internazionale della sfiga. Tra i migliori quell' "Amores perros" che ha rivelato al mondo intero il suo talento.
Perchè, piaccia o no bisogna ammetterlo: Inarritu è un grande talento.
E chi lo dava per spacciato dopo la rottura col suo sceneggiatore di fiducia potrebbe avere modo di ricredersi con questo ultimo film.

Quando si prende una posizione così netta, si privilegia un tono così marcato, si corre il rischio di diventare ricattatori nei confronti del pubblico. Si finisce per rovistare nel cassonetto dell'immondizia alla ricerca di qualche avanzo di carogna da esibire come trofeo. Si cercano le lacrime più con i pugni allo stomaco che con le parole giuste.
Questo film mi è piaciuto perchè scorre, perchè ha una  forza e una sua direzione anche quando si lascia risucchiare in alcuni mulinelli. Perchè ha il suo ritmo particolare e perchè, con tutto il suo carico di disgrazie, pure nella sua esasperazione e nel lusso di qualche stravaganza, è un film di personaggi che sembrano reali, di dialoghi fluenti, di amore per i suoi attori, di dettagli significativi, di fisionomie imperfette ed espressive. E' un film vivo, sentito e molto curato. Realistico e credibile nel descrivere lo squallore. Drammatico ma in un modo strascicato come il passo malato del suo protagonista, pieno di momenti significativi e forti ma trattenuto nella espressione del dolore. Molto lungo ma quanto basta perchè questa storia possa prendere aria, perchè non c'è fretta di chiudere. Lugubre forse ma anche poetico nel suo incedere verso la morte e oltre.
Sono passate poche settimane dall'uscita di "Hereafter" che ha fatto raccolta di lodi.
Se davvero vi è piaciuto quel film così mediocre e noioso, fate un cazzo di sforzo e vedete anche questo. Capirete forse perchè non mi è piaciuto l'ultimo Eastwood. Mi auguro però di più che capiate anche perchè mi è piaciuto l'ultimo Inarritu.

Bardem e Elio Germano si sono divisi lo stesso premio per la migliore interpretazione all'ultimo festival di Cannes. Di fronte alla prova superlativa dello spagnolo mi viene da fare ancora di più i complimenti a Germano per essere riuscito a pareggiare un vero mostro.
La cosa curiosa è che tutti e due interpretavano due ruoli di padre molto simili. Potrei scrivere ancora sulle differenze  tra questa pellicola e l'ultimo Luchetti ma sta cominciando a fare tardi, ho sonno e non ho voglia di annoiare me e gli altri.

Una volta sul mio vecchio blog ho chiesto ai lettori di indicarmi una buona musica per mettersi a piangere. Un anonimo mi rispose: il secondo movimento (Adagio) del Concerto per pianoforte in Sol di Ravel. Chiunque fosse lo ringrazio per avermi fatto scoprire una cosa tanto bella.
Se non sapete di che si tratta andate a vedere questo film. Un buon motivo per non alzarsi dalla poltrona neanche sui titoli di coda.

venerdì 4 febbraio 2011

Autoscatto subliminale

A volte capita di sognare il mare per anni ed inseguirlo dovunque per poi scoprire che il confine non è altro che sabbia, sporca tra l’altro di mille rifiuti e rami portati dalle onde. Che la sua aria salata è il bacio di un maschio nella tua bocca di uomo.
Anche evirarsi può equivalere a togliersi un peso. Una volta dimagrito nel tuo eccesso di preoccupazioni, ritrovarsi sano è il presupposto di ogni futura tua ansia. Il tuo corpo ha bisogno di più di quello che le tabelle indicano, se raggiungessi il peso forma moriresti e il tuo piede soffre se non sta sempre in due staffe. Le favole ora te le racconti da solo e sei grande abbastanza per restare sveglio fino alla fine della storia.
Una volta ho sognato un sogno che finiva, proprio come un film. Si esauriva, non era un’opera incompleta del mio subconscio. Giungeva a una conclusione. Ricordo quella mattina come il mio migliore risveglio in assoluto. La mia mente era libera e io ero pronto per la giornata, la realtà. Non avevo arretrati notturni con cui confrontarmi. Di solito però dormo piuttosto male, come tanti altri. Faccio orari impossibili e risvegli al sapor di vergogna. Oppure mi mortifico nel periodo del lavoro. I miei sogni si incasellano nelle ore minime, tutto si restringe, si secca. I colori si fanno più spenti, gli interpreti sfocati e le battute di Beckett vengono pronunciate dal cast di "Un posto al sole".

Ho fatto una promessa a me stesso. Di non scendere mai al di sotto di una certa soglia tra queste pagine. Perché niente frega a nessuno. E se pure a qualcuno fregasse, mi dispiace ma non sono fatti suoi. La ragione di questo finto delirio, di questo parlarmi addosso in codice, del mio più recente tentativo di malìa, della mia rete nella rete sta nel fatto che in questo preciso momento sono felice e senza vergogna lo dico; ma pieno di vergogna ne celo le ragioni. Che non sono vergognose, tutt’altro. Semmai candide, ingenue, infantili.

Ho sperimentato una particolare forma di ipnosi nei primi giorni di questa settimana, una comunanza mistica tra me e il computer, tra il mio cervello e la mano, la penna, il quaderno. Ho avuto l’impressione che la montagna scalata riveli nei suoi ultimi metri un buffet sulla neve degno dell’aldilà promesso da Maometto, un servizio catering da paradiso terrestre dove ogni cosa è delizia e chiunque è gentile con te. Perché ormai, giunto fin qua hai garantita la vetta, hai di diritto la business card platinata. Non devi nemmeno fare lo sforzo di fare da solo i tuoi ultimi passi. Ti prendono in quattro e ti trasportano e tu sei una piuma imbevuta di petrolio. Quanto più affondi sotto il tuo peso, tanto più ti verrà restituito in leggerezza.
C’è una fase in cui la mente smette di essere in funzione di te e ti sembra di essere tu in funzione della storia che stai raccontando. In cui hai sacrificato pure te stesso per qualcosa che non c’è e vive solo attraverso di te. In cui non ricordi più la tua stessa età e ti senti già vecchio e morente, senile, demente, scivolato nel lato oscuro dell'ultima culla, una parentesi di onnipotenza prima dell’ultimo inevitabile atto. Quando c’è un mondo che reagisce ad ogni tuo gesto te ne senti responsabile. Hai paura di non riuscire a dare di più e fino alla fine.
Chiunque abbia una qualsiasi intenzione narrativa dovrebbe imparare ad amare i suoi personaggi. Solo così si sentirà in dovere di non abbandonarli se non quando saranno grandi abbastanza da andare sulle loro gambe su strade che non ci riguardano.

E così ho detto qualcosa in più.
Questa è una favola che un orecchio racconta a un altro per non sentirsi solo. C’è sempre qualcosa da correggere, una virgola di troppo, un refuso. E’ il modo per tenere aperte le proprie ossessioni che ci sono care come i nostri denti.

Ho messo il primo dente da latte. Ci ho messo due anni. Attenti, mordo.