venerdì 22 aprile 2011

Habemus papam

Se non si ha la tv, se non si è sempre connessi a internet può capitare di scoprire le novità di cronaca al mattino presto, come ai vecchi tempi. Sulla prima pagina di un giornale o a mozzichi e bocconi alla radio.
E ritrovarsele poi ancora più striminzite e insapori sulla free press in distribuzione nelle metro e nei bar.
Così mi capita, con lo stomaco ancora a digiuno dalla sera precedente, di sfrecciare con la mia auto verso la stazione più vicina e intanto ingoiare gli spettacolari colpi di governo delle ultime ventiquattro ore, le sorprendenti novità, le provocazioni plateali, le ruffianate senza vergogna, la faziosità di questo o quel giornale, quando non anche la voce colorata di qualche ascoltatore che deve assolutamente dire la sua.
Mi salgono all'improvviso i cinque minuti di indignazione, preceduti o seguiti da vaghi scenari apocalittici riguardanti la mia vita, quella dei miei coetanei tutta polpa senz'ossa, la mia nazione sull'orlo del baratro di una piscina e intanto penso alla merda quotidiana dispensata in quantità ben più generose che il pane di nostro signore e mi convinco che una intera esistenza può essere niente poco di più che una educazione alla sottomissione. Interi oceani di esistenze comuni pronte ad evaporare e sono poco di più che devote alla sottomissione, si lasciano calpestare e schiacciare fino a perdere la forza di stare in piedi, di dire la propria. Tanti bravi ubbidienti e ben educati cittadini. Che lasciano il posto sull'autobus agli anziani, che salutano e dicono buongiorno tutte le mattine, che non fanno scenate, che fanno rinunce, che pagano le tasse, rispettano gli orari, non rubano, porgono l'altra guancia e non fanno agli altri quello che non vorrebbero fosse fatto a loro.
Ragazzi, questa gente esiste davvero. Ce ne sono tanti e non solo nelle parrocchie ma nella stessa metropolitana tutte le mattine.
E se c'è qualcuno che dice che non è così, beh, non dico che abbia torto. Sono gli stessi bravi e ubbidienti cittadini che non rubano ma solo perchè non ne hanno mai l'occasione; che covano frustrazione e invidia in segreto; che si sfogano in famiglia ma abbassano la testa in ufficio. Per non parlare di quelli che sembrano avere una soluzione per tutto e lo dicono a voce alta a beneficio di un pubblico che non ha mai chiesto di ascoltarli. I peggiori di tutti. E anche di questi sono pieni le metro purtroppo.

Ma a chi vi dice "nessuno è perfetto" strizzandovi l'occhio in cerca di complicità sputate nell'occhio che ha lasciato aperto. A chi mostra con arroganza i propri errori a un'intera nazione, a chi si può permettere di trasgredire le regole senza vergogna quando a voi sono state riservate bacchettate sulle mani sui banchi di scuola, promesse le fiamme dell'inferno dietro ai banchi del catechismo, la decurtazione del vostro stipendio per ogni ammanco portato all'azienda dietro ai banchi di un ufficio, quando anche qualsiasi stronzo di dipendente di una Posta o  di una Asl, di una Inps o quello che vi pare a voi, da dietro la sua vetrinetta protettiva si può permettervi di cacarvi meno di una merda e vi rimprovera la vostra ignoranza della burocrazia perchè siete solo uno di una lunga fila di rompicoglioni ognuno con i suoi problemini da risolvere; quando cioè viene leso con una leggerezza imperdonabile il vostro debolissimo, affaticato lumicino di umanità  e vi mettono su un seggiolone e decidono che la minestra è questa la finestra è quella scegliete voi, e così facendo offendono anche la vostra intelligenza ( perchè se è vero che esistono menti superiori è anche vero che i veri, autentici imbecilli senza alcuna speranza di recupero sono molti in meno di quanto si creda) dite semplicemente: adesso basta.
Così mentre guadagno il mio spazio sulla banchina ancora brumosa di alba in attesa del mitico trenino e i miei pensieri già si rivolgono altrove: al libro che ho nella tasca, al sedere di una mia collega, alle cose che ho nello zaino, al lungo viaggio, alla giornata che mi aspetta mi accorgo che ho già perso l'attimo.
Ho lasciato la notizia del mattino che sul momento mi ha fatto tanto incazzare sedimentarsi, farsi tossina dentro di me. Non ho colpito al volo la palla che mi veniva incontro. Eppure sono sicuro di avere sentito una vibrazione di gente che come me ha pensato le stesse cose nello stesso momento e ha detto: "Oggi è il giorno!". Perchè i pensieri sono limitati, ancora di più le reazioni, le associazioni automatiche. E se io ho pensato: "Ragazzi dove stiamo andando? C'è un solo modo per mettere fine a questo stato di cose ed è scendere e protestare, riversarsi in massa nelle strade del centro senza avvisare niente e nessuno, ma senza mai dare in escandescenze, senza cedere a provocazioni di sorta, senza sfoggiare slogan cretini tipo chi-non-salta-Tizio-o-Caio-è, facendo affiorare la qualità che ci rende superiori: la nostra cazzo di dignità, la nostra unica forza vitale, il nostro incantesimo precario ma sempre potenzialmente attivo. Se una volta raggruppato un numero sterminato di noi invece di dare il via alle danze, ai cantanti impegnati, alle facce note e meno note sopra a un palco in piazza San Giovanni ci si mettesse tutti seduti e si facesse come quei buddhisti che recitano immobili uno affianco all'altro il loro Om ci sarebbe da fare tremare le pareti di qualsiasi palazzo, da far rilasciare dal panico tutti gli sfinteri avversari più allenati, ci riscatteremmo con un miracolo agli occhi di tutto il mondo da anni, ma che dico? secoli! in cui ci hanno ritratto come un popolo di pusillanimi e vigliacchi, che si merita questo e quello. Intonare un mantra che faccia riaffiorare il tirannosauro sepolto della nostra primordiale, immortale, arabafenice dignità. Dignità, lo ripeto. E' questa la parola. Ripetetela tutti insieme e sono sicuro di poter spostare l'aria tutto attorno." Se tutto questo l'ho pensato o solo intuito io in una frazione di secondo- dicevo- forse lo hanno pensato o intuito anche, con altre parole magari, molti di voi.
La telepatia, almeno a uno stato molto elementare e non del tutto verbale, esiste davvero.

Ma poi ci penso e nelle vesti del leader non mi ci vedo proprio, a fare proseliti sulla metro tra l'indifferenza, il sonno e il rodimento di fegato di tutti quei miserabili che come me sopportano anche solo la presenza di altri passeggeri sullo stesso vagone venti minuti prima delle sette la mattina.
Mi manca il coraggio, mi manca la parlantina, mi manca il carisma. Il leader non lo so fare. Al massimo so organizzare un poco le mie idee, ma indirizzare quelle degli altri proprio no. A passare per matto so che sprofonderei in un abisso di vergogna che mi porterebbe di sicuro alla pazzia. Eppure mi sembra di avere in mente concetti validi, buone semplici ragioni... No, no, me la faccio sotto dalla paura... Tiro fuori il libro dallo zaino e incomincio a leggere e decido che, almeno oggi, niente colpi di testa. Mi aspetta la ruota da spingere in cerchio con tutti gli altri schiavi, stasera tornerò più stanco e così via anche domani.

Ma Moretti insomma?
Che ci azzecca Moretti con tutto questo?
Moretti è uno dei pochi registi in Italia che si può permettere di fare un film solo quando ha qualcosa da dire. Forse questo privilegio è l'unico parametro per giudicare l'autorevolezza di un regista.
La domana che mi pongo è: ma Moretti che cosa aveva da dire stavolta di così importante da girarci un film?
A questa domanda non c'è vera risposta.
Almeno io non l'ho trovata.
E in questa sospensione piena di dubbi galleggia anche tutto il mio giudizio ultimo verso questa pellicola che ho accolto senza più l'aspettativa che avrei riservato già solo qualche anno fa a "Il caimano". No, stavolta non mi aspettavo niente. Ho fatto anche finta di ignorare le riscate anticipazioni, le poche voci di corridoio. Ho rispettato il grande riserbo cha accompagna fino alla sua uscita ogni film di Moretti.
Poi, una volta nelle sale, ecco partire i commenti come è giusto che sia. Ma in questa affannata corsa ognuno deve dire la propria subito. Qualcuno già in tempo reale durante la proiezione.
Il mio vero rammarico è constatare come il conformismo detti legge, sia nei giudizi di chi sembra non poter dire niente di negativo perchè Moretti è bravo, anzi è sempre e comunque il migliore, e i suoi film sono sempre un gradino sopra e ogni ultimo film è sempre migliore di quello precedente quindi questo è il migliore di tutti in assoluto. Ma anche in molti di quelli che non possono schierarsi dalla sua parte perchè Moretti è un personaggio insopportabile, che si da tante arie, un intellettuale borghese dall'umorismo accessibile solo a quelli della sua cerchia e fa film freddi che uno spettatore medio non manda proprio giù se non con uno sforzo di volontà. Ma forse soprattutto perchè Moretti è di sinistra, e forse di più. E' la sinistra italiana incarnata, il suo meglio e il suo peggio tutto assieme. Non si può scindere il regista dalle sue vicinanze politiche almeno in Italia e forse è anche per questo che è più apprezzato in Francia che da noi.

Moretti è l'unico leader credibile dell'opposizione che lo voglia o no. L'unico che sembra emanare un'aura di carisma sufficiente a fare sognare- perchè no?- ipotetici elettori. L'unico che sembra, almeno in apparenza, non avere rinunciato alla sua integrità.
Il suo famoso exploit pubblico di dieci anni fa ha fatto sperare in un suo ingresso risolutore in politica. Ha dato il via alla breve stagione dei "girotondi", ha portato alla realizzazione di un ambizioso film su Berlusconi forse non proprio riuscito del tutto. E per quanto il suo ultimo film se ne vada comunque altrove, su tonalità e vibrazioni molto lontane dal suo cinema più narcisista, mi chiedo se sono soltanto io a vedere nell'immagine del nuovo papa prescelto, nei dubbi o nel terrore di farsi portavoce di una comunità di fedeli fino alla finale amara rinuncia del suo nuovo ambito titolo un riflesso, magari opaco, del rifiuto di Moretti di essere designato da altri a capo di uno schieramento, non per sfiducia nei suoi princìpi fondanti ma per sfiducia nella propria vocazione a essere il leader che tutti si aspettano.

Ok. Divagazioni. Perchè poi il film nasconde dentro di sè le sue motivazioni, non sembra voler annunciare niente di definitivo, lapidario. Presenta una situazione paradossale ma in fondo anche credibile. Una ottima interessante idea di partenza che viene sbriciolata con la giusta lentezza e parsimonia nella prima metà.
Ma poi il film non compie il definitivo salto al di là.
Il secondo tempo è preso da ottime divagazioni, da sipari comici se non addirittura gioiosi, si apre a una insolita e riuscitissima felicità in uno spazio chiuso e inaccessibile e la alterna al ritratto di una depressione  in fuga, vagabonda nella grande città, dove si smarrisce il papa in crisi e forse anche lo stesso film.
Che sembra sostenersi su un effetto bollicine, sulla sua effervescenza con finale a sorpresa amarissimo, ma non articola un discorso preciso, resta sospeso a mezz'aria, non offre risposte definitive ma sembra ancora cercare parte delle sue domande.
Sembra compiaciuto da un maggiore gusto estetico, dalla capacità e dalla possibilità di pensare e realizzare più in grande del solito, dimostra che anche Moretti sa uscire dalla dimensione minimalista. E' un film che vive nella scenografia, nelle scelte fotografiche, nei costumi, nel grande lavoro di casting e a farci caso anche nella musica.
E' un film dal ritmo lento ma costante, da gustare. Un film molto curato.Un film laico che non si pone in maniera contraddittoria ma offre ai suoi cardinali in conclave uno sguardo bonario e carico di affetto. Forse nella suoi aspetti realizzativi è davvero il migliore film di Moretti di sempre.

Ma è un film che al primo sguardo non mi soddisfa fino in fondo. Perchè maneggia la bomba atomica e la trasforma in uno show di fuochi d'artificio. Perchè se qualcosa di forte aveva da dire l'avrebbe detto in maniera meno oscura. E invece? Tutto si regge su un'unica grande premessa che non si sviluppa oltre le sue più naturali evoluzioni. Manca di autentico piglio drammaturgico, offre confusione.
Lancia un'esca irresistibile, ci proietta all'inseguimento di Moby Dick e ci lascia con un sacchetto di plastica e un piccolo pesce rosso all'uscita della sala. Parte dall'infinitamente grande per ridursi a un unico irriducibile buco nero.
La chiave di lettura segreta è forse ne "Il gabbiano" di Checov, oggetto di una rappresentazione nella rappresentazione del film. E' suo anche quel finale spento, senza accenti nè rilanci. Un finale che anticipa di una sola tonalità meno cupa il nero dei titoli di coda.
Che volete che vi dica?
E' un bel film?
Non lo so.