lunedì 20 giugno 2011

Il Caimano su Rai Tre

Quando uscì "Il caimano" ero a Parigi. Di quella casa che mi ha ospitato una settimana ricordo la vista fuori dalla finestra, la prospettiva di un cantiere o qualcosa di simile, il pavimento scricchiolante di legno, i suoi inquilini.
Ricordo i primi commenti dall'Italia, via telefono.
Ricordo l'attesa attorno al film, come se Moretti avesse tra le sue mani la tromba che avrebbe dato il via all'Apocalisse, alla fine del mondo, o almeno a quella Italia dominata fino ad allora dal centrodestra.
Ricordo i dibattiti sul potere di questa pellicola, sulla sua capacità o meno di influenzare il voto vicino.
Ricordo la prima visione, gratuita ma solo con inviti, in una sala strapiena, organizzata dai Verdi nel cinema della mia città. Bisognava andare prima, prendere i posti migliori. Invece io, mia madre e la sua collega ci siamo dovuti sedere in prima fila e tutto il film era una visione verticale, angosciosa, opprimente e scomodissima.
Ricordo pure che avevo 24, quasi 25 anni.
Sono passati cinque anni. Si potrebbero fare bilanci, sull'evoluzione del nostro paese o solo sulla mia vita privata. Rai Tre trasmetteva stasera per la prima volta il penultimo e più chiacchierato film di Moretti. L'evento è che l'ho visto anche io. Dopo anni vedo un film in tv, in diretta, con la pubblicità in mezzo, il formato originale appena rosicchiato dallo schermo ai lati. Le ragioni di tale scelta sono suggerite dalla trasmissione sulla salute che lo precede. L'argomento della serata era...
Non ve lo dico.
Diciamo che non avevo molte alternative e poi avevo voglia di rivederlo questo film così poco amato, specie dopo che Sabato scorso il mio amico mi dice che questo film gli era piaciuto. Il che è una sorpresa, perchè questo mio amico si lascia convincere molto di rado dalle lusinghe di quasi tutti i film in circolazione.
"E' un film così ricco" sono le sue parole.
E mi ha convinto e incuriosito due volte.

Sì, non mi era piaciuto questo film. La visione era stata scomoda, le aspettative deluse. La posta in gioco era altissima ed era la credibilità stessa dell'autore, la prova della sua coerenza artistica e politica.
Al suo interno avevo scorto in germe di debolezza incomprensibile specie quando tutti, io compreso, si sarebbero aspettati un lavoro muscolare, teso, lucido, scientifico. Ci si aspettava da "Il caimano" l'antidoto, il manifesto; il farmaco definitivo, il nuovo slogan da imparare a memoria.
Forse è proprio questo il segno del nuovo cinema morettiano. Ha imparato, da solo o forse no, a essere meno paratattico, a non cercare la battuta ad effetto, il tormentone da ripetere negli anni a venire. Nel farlo il suo cinema così caratteristico in passato sembra avere perso la sua forza, il suo centro umorale.
"Il caimano" è tanto un film su Berlusconi quanto un film sul cinema italiano. E' un film che per parlare del presidente del consiglio adotta la prospettiva di un film impossibile da girare, di una giovane regista al debutto e di un produttore in crisi professionale e umana.
E' quindi un film che parla dell'attualità, di politica, di un politico quasi innominabile. E lo fa con toni blandi, di rado incisivi a parte nel finale, sfruttando per divertimento certi clichè del poliziottesco anni '70.
Che descrive i meccanismi che portano o non portano alla realizzazione di un film. E lo fa quasi con ironia ma senza risparmiare frecciate e nomi. Una parte stessa del cinema italiano attraverso numerosi cameo prende parte a questa pellicola dimostrando la volontà di schierarsi, partecipare al progetto. "Il caimano" in fondo è un differente "8 1/2" dove l'uomo in crisi, professionale e umana, è il produttore e non più il regista. E dove il finale, al posto del girotondo sulla sabbia, c'è una giornata di riprese, c'è il finale del film nel film. C'è la rappresentazione del giorno in cui il Caimano riceverà il suo verdetto definitivo dalla giustizia: condannato o assolto.
Condannato. Tutto, in questo bellissimo e cupo finale, rovinato solo nella forma da approssimative dissolvenze e dallo stile a volte più sciatto che si riserva ai film nei film, assomiglia a una visione allucinatoria. Lo è per il produttore che senza più un soldo gira una sola giornata di film. Lo è per lo spettatore che vede rappresentato l'irrappresentabile. Non c'è liberazione come nel film di Fellini ma la prospettiva di un incubo.
Poi c'è il terzo e più patetico piano che mostra la vita privata e familiare del protagonista che si inabissa sempre di più. Coperto di debiti, nell'impossibilità di lavorare, e in via di separazione dalla moglie. C'è una partecipazione curiosa e molto sentita su questo aspetto, forse più convenzionale alle corde del cinema italiano, inaspettato e privato in un film che sembrava intenzionato a parlare di tutt'altro. Bella la descrizione del rapporto coi figli. Insopportabili un paio di scene con la Buy, più di tutte quella in cui il protagonista interrompe il concerto per urlarle il suo dolore.

Tre piani, non sempre bene allineati. A volte sembrano portare ognuno a una direzione diversa. Il film scorre ma ne risente nella messa a fuoco, nella precisione del suo discorso di fondo.

giovedì 16 giugno 2011

L'attimo fuggente

Forse "L'attimo fuggente" fa parte di quei film di cui non ci si vergogna mai. Se piace a una certa età poi piace anche in seguito. Ha una delicatezza davvero rara.
Storia molto bella, un lavoro di casting impeccabile. Ruffiano? Sì, forse un poco. Ma quel tanto che serve per colpire al cuore. E' un film di sentimenti così dichiarato, una pellicola capace di cogliere gli slanci del pubblico più giovane e il lato debole degli adulti.

Quante volte l'avrò visto? La prima volta in tv, su suggerimento di mio padre. Rimasi incantato.
L'ultima volta oggi, una brutta copia in divx. Sono passati anni.
Il cinema che mi piace è altro.
Ma film così mi ricordano che l'amore per il cinema può essere qualcosa di meno cervellotico. Si ama qualcosa che non mortifica la nostra intelligenza ma ci viene incontro a metà strada.
Peter Weir è un maestro della narrazione. Fa un lavoro impeccabile, si mette al servizio della storia, mantiene sempre il ritmo e non alza mai la testa per mettersi in mostra.

martedì 14 giugno 2011

The tree of life

Mi sa che non posso liquidare "The tree of life" con le solite tre, quattromila fregnacce che riempiono i miei post.Di scrivere, ammetto, non ho tanta voglia. Però il film mi fa riflettere e qualche appunto lo metto per iscritto.
Di solito, dopo la visione ci si pone un solo elementare quesito.
Anche parlare di un film richiede un minimo di sbilanciamento, una parziale apertura alla propria sfera emotiva. Non credo parlare delle qualità minerali del sale sciolto nell'acqua della pasta sia il modo migliore per ragionare di cucina. Se al ristorante il piatto è buono e ci piace non ci preoccupiamo del tasso calorico. Siamo venuti qui per mangiare bene, siamo venuti per andarcene soddisfatti.
Però ci sono film come questo che richiedono una digestione molto più lunga. Sono opere che nascono da processi lentissimi e necessitano un'assimilazione di anni. Solo il tempo saprà dire con esattezza che cosa rimarrà. Ammesso che qualcosa rimanga davvero.
L'unico elementare giudizio che posso dare su "The tree of life" è che non lo rivedrò una seconda volta, almeno in tempi brevi e di mia spontanea iniziativa.
Però è un film che va visto almeno una volta in sala, se si ama il cinema, beninteso. Perchè è comunque un evento, è qualcosa di diverso, è un nuovo film di Terrence Malick.

Quello che non amo del film è la sua lunghezza. Due ore e mezza finiscono per pesare anche agli spettatori di buona volontà. Non credo ce ne siano nella sala cinque di Cineland. Coppie di mezza età che borbottano di continuo e ci vuole quella che non ho per zittirli. Non ho mai sopportato i chiacchieroni al cinema, quelli dal commento facile, i qualunquisti della poltroncina accanto; ma il più delle volte li accetto perchè fanno parte della situazione, rendono democratica la visione. A volte però sono solo cialtroni che non hanno il buongusto di tenersi i loro pruriti critici dentro ( o almeno di scaricarli in un blog). Sono persone dal bagaglio culturale approssimativo, che la sparano grossa, colgono riferimenti sbagliati. E quello che è peggio ti riportano con i piedi per terra, frantumano la sacralità della visione, il suo difficile equilibrio ipnotico. Che belli i concerti di musica classica dove anche tossire è maleducazione, dove lo sforzo dell'esecutore non deve essere compromesso dal minimo battito di ali, dove all'ingresso ti danno le caramelline per la gola da succhiare in silenzio.
E' proprio vero che il vero cinema è americano. Perchè il frastuono delle loro pellicole è qualcosa che non deve solo riempire gli occhi ma anche permettere allo spettatore di mangiare i suoi popcorn e di dire tutte le stronzate che vuole senza che l'intera sala debbe ascoltarle. Ci sarà sempre il rumore di un aeroplano, di una mitragliatrice, il tono sovraeccitato di un attore, una poderosa colonna sonora a coprire tutto, a rendere solida l'esperienza visiva attraverso l'udito. L'udito è un senso sottovaultato in sala. Ma il sonoro è la salsa che tiene unito un film.

C'è molta musica nel film, a volte anche in maniera diegetica. Qualcuno o qualcosa suona, uno dei protagonisti o un giradischi. E' quasi solo musica classica e niente musica pop. Eppure dovremmo essere negli anni' 50 e in questa esile storia di una famiglia, dei suoi tre figli e dei loro genitori non c'è traccia quasi per niente dell'epoca. Non c'è rock n' roll. Non c'è quasi traccia di un qualsiasi altro elemento riconducibile a quegli anni, qualcosa di forte, preciso, identificativo e soprattutto popolare. Non ci sono manifesti pubblicitari, marche, non c'è televisione. In questa ricostruzione di un passato forse scappa qualcosa di autobiografico ma tutto è tracciato non con intenti narrativi, logici.
Sembra un film girato da chi non ha mai visto un film, un film girato con i mezzi del cinema tradizionale ma che sembra piuttosto frutto di una ispirazione di chi ha smesso di vedere, di chi cerca le immagini a occhi chiusi, nei lampi sul passato che la memoria ha conservato e cerca con la macchina cinema di riportare sullo schermo il senso delle "corrispondenze" baudeleriane, di una epifania, tutti quei piccoli puntini luminosi che affollano il buio dietro le nostre palpebre abbassate. E' cinema che indaga un tempo perduto e finisce per fluttuare nel misticismo, nella comunione spirituale con le forze dell'universo, nella ricerca del linguaggio di dio nelle cose del mondo.
E' un film sulla trascendenza dove la musica è un veicolo per raggiungerla.
Un film sull'amore e sulle maniere contraddittorie in cui esso si esprime.

Ma è anche n film sui limiti del cinema come espressione. La forze delle immagini si appiattisce sulle due dimensioni, l'esile filo logico non permette di godere appieno della lunga durata, l'estasi è suggerita e troppo difficile da trovare in un cinema mentre nella sala accanto i pirati dei caraibi furoreggiano.
Malick sarà anche un guru ma sembra sottovalutare l'indisciplina dei suoi fedeli, o se ne frega, e il suo messaggio cosmico mi trova non troppo bendisposto di domenica sera.

Quello che forse annoia è di non essere riuscito a fare delle intenzioni un vero nuovo linguaggio. E' un film che procede per numerose piccole illuminazioni ma lo stile in cui esse si rivelano richiede un abbandono che non è facile perseguire. Allora dettagli di mani, piedi, un viso , un paio di sopracciglia, il colore della pelle sono molto più importanti e rivelatori dei protagonisti stessi. Nel respiro lento si riescono a riassumere con grande efficacia le tappe che portano dall'infanzia all'adolescenza.
Nelle lunghe sequenze naturali che compongono l'intero secondo rullo sembrano essere condensati l'intero manifesto poetico del film, la sua ambizione ma anche i suoi limiti espressivi.