lunedì 31 ottobre 2011

Faust

Forse è la prima volta che rimango quasi più colpito dal pubblico in sala che dal film stesso.
Roma, sabato sera, cinema Farnese. E' consuetudine di queste sale dalla programmazione più selettiva non numerare i posti. Chi tardi arriva male alloggia e io che cincischio un poco alla cassa e faccio il mio preventivo passaggio al gabinetto rimedio al massimo un posto in terza fila.
Faccio appena in tempo che il film comincia, nessuna pubblicità ad anticiparlo. Che bellezza.

Il film è il "Faust" di Sokurov. Io devo avere qualche debito di sonno. Dopo dieci minuti ho l'impressione che stavolta potrebbe succedere davvero: stavolta potrei chiudere gli occhi e dormire. Dormire e sperare di non russare o finire con la testa addosso alla tipa al mio fianco. Questo film è difficile come un'arrampicata per un principante che si è anche appena fatto la sua prima canna. Un'arrampicata tutt'altro che solitaria ma in compagnia di una ciarliera, colta e fuori di testa guida che è l'usuraio della pellicola. Così che si avanzerà a fatica, ci saranno momenti in cui ci daremo per vinti o ci lanceremo invece in spericolati inseguimenti di questo mostruoso folletto che ci precede senza alcuno sforzo; o faremo appello a quello che resta sul fondo della nostra ignoranza, delle nostre reminiscenze letterarie, delle nostre mappe cinematografiche. Sì, cazzo, vorrei avere più competenza per parlare di questo film, per seguire la sua lingua da iniziati, per godere senza un attimo di tregua.
Invece il film è una stanza degli specchi verticale sulla quale i passi falsi della nostra salita ci espongono al rischio del vuoto ma non si finisce mai nemmeno per precipitare, perchè precipitare comporterebbe il gusto di una accelerazione verso un'unica direzione. E' la forza di gravità a dominare le regole della drammaturgia comune. Se io lascio cadere un oggetto esso guadagnerà sempre più una spinta verso il basso fino a toccare terra. La causa e l'effetto. Quanto più pesante esso sarà, quanto più grande l'altezza dalla quale cadrà, quanto più dura la superficie sulla quale si sta dirigendo a gran velocità tanto più disastroso sarà il suo impatto. Potremo evitarlo, potremo salvare il protagonista dalla catastrofe, potremo vincere la forza di gravità?
Sokurov ci riesce. Non salva il suo protagonista, la sua anima sarà comunque perduta. Salva lo spettatore. Il suo continuo virtuosismo, l'esasperata ricerca di una distorsione allucinatoria dell'immagine attraverso compressioni, viraggi, desaturazioni, movimenti vorticosi comportano fascinazione e fastidio allo stesso tempo ma evitano il formarsi di una nostra condensa d'empatia. Non soffriamo con il protagonista, veniamo sopraffatto da una specie di nauseabondo olezzo che le immagini emanano. Finiamo spaesati per ascoltare, vedere e condividere parole, immagini e dilemmi più una febbre più grande di noi.
Ma non è la nostra febbre. Ne usciamo al massimo un poco confusi ma non consumati del tutto. Il "Faust" non è la storia di un uomo comune ma di un grande uomo. Qualsiasi tentativo di immedesificazione può partire solo da superiori premesse individuali.

Ho l'impressione che Sokurov, nonostante la difficoltà d'incontro col pubblico medio, sia un regista animato da una potenza superiore. Per qualche verso mi ricorda Herzog ma ha qualcosa in più. Herzog è un eremita, un artigiano, un sognatore solitario, un mistico autodidatta.
Sokurov invece è un direttore d'orchestra. Entrambi inseguono linguaggi difficili, cercano nuove immagini alle quali affidare se non la salvezza dell'umanità almeno la salvezza spirituale del cinema. Ma Herzog è uno scalatore classico, che si espone al rischio del fallimento e ha spesso una attrezzatura insufficiente.
Sokurov sembra invece possedere la montagna stessa. Se spesso ci fa mancare la terra da sotto i piedi si finisce per galleggiare nell'aria con le mani aggrappate alla roccia. Sembra in grado di ribaltare quello che è sopra con quello che è sotto di noi così che la nostra salita si confonde con una discesa, il nostro tentativo di dominare l'abisso diventa una immersione.

Consiglio questo film ai più sensibili tra gli spettatori, magari a quelli ancora giovani e curiosi. Forse non vi piacerà ma saprà sedurvi. Se pensavate che David Lynch era il massimo del delirio vi siete sbagliati, finora vi hanno spaciato comune paglia per peyote. Se bastava un nanetto che sparava stronzate al contrario o una sitcom di uomini-coniglio per sballarvi qui troverere la vera droga pesante. Se dovete farvi almeno fatelo di meno e meglio. Fatelo alla ricerca di qualcosa di più, non fatelo per noia. Fatevi DI noia, quella noia sublime che certo cinema ancora sa produrre.
Tra un Sokurov e Lynch non intercorre solo un retroterra culturale opposto dalla passata contrapposizione tra Ovest ed Est, tra Russia e America. Se Lynch vi sembra il più giovane tra i due non lo è anagraficamente. Tra i due c'è la stessa differenza tra William Blake e Jim Morrison.
Non dico questo film debba piacervi per forza ma qualche sforzo nella direzione più oscura della visione in sala può ancora salvarci, può far nascere altra cusiorità, può regalarci un fugace bagliore nello sguardo.

In questo la sala del Farnese è stranamente complice. Mai avuto tutto attorno un pubblico così beneducato, silenzioso, poco incline al commento grossolano ad alta voce. Viene quasi voglia a me di sparare cazzate per una volta, ma non è nella mia natura e così le riservo, con un'altra forma, a questo blog desolato.

Una volta fuori sono in piazza Campo de' Fiori. E' sabato sera. Viene quasi voglia di credere che questa moltitudine di persone sia un'enorme potenziale abbraccio, che il mio desiderio di perdermi in questa folla possa guidarmi all'avventura ma senza istinti pirateschi fuori da questa mortificante solitudine post-proiezione. Vien voglia di una birra in compagnia della prima persona che si prenda la briga di accettare il mio invito e per una volta desidero un mondo dove i rapporti umani possano essere dominati da una frivolezza senza ombre nè idiozie, dove non esistano i secondi fini ma solo i primi, dove uno possa stabilire a priori se e quando varcare i confini della propria solitudine e farlo a suo piacimento in qualsiasi momento, dove il contatto umano sia facile, privo di quegli schermi che proteggono i gruppi, le coppie, le compagnie, le comitive, le tavolate, le famiglie e le parrocchie. Viene quasi voglia di fermare le due simpatiche suore che nello stesso identico posto mi fermarono due settimane fa con le loro tirate sulla Chiesa, i loro canti e i loro balli.
Avrei parole da dire e precise stavolta. Mi piacerebbe dire che apprezzo davvero lo sforzo che fanno per mettere in contatto gli spensierati del fine settimana con il Vangelo ma non è Vangelo che cerco stasera ma compagnia. Anche la loro compagnia, il loro entusiasmo ma senza il secondo fine del Vangelo tra di noi. Vorrei godere un poco della loro simpatia e discutere delle loro idee e delle mie senza troppi pudori e falsità.
 Vorrei chiedere loro perchè nessuno si fa carico di scendere in piazza e cercare di insegnare al prossimo l'importanza della sensualità, la serietà con cui bisogna imparare a rapportarsi al prossimo, anche al suo corpo; perchè non si possa affermare senza incutere minaccia il nostro bisogno dell'altro, perchè dobbiamo andare incontro al sesso con la stessa eccitazione con cui affrontiamo il tunnel dell'orrore al luna park, perchè non si insegni un vangelo del corpo che non sia il solito manualetto del seduttore ma un serio libro di testo che ci liberi dalla repressione, dalla volgarità con cui affermiamo i nostri bisogni, dal filo spinato e dalle parole in codice che difendono il contatto diretto con la pelle del prossimo, dall'ipocrisia dietro la quale ci nascondiamo. Ci vuole un messia ben più autorevole di un pornodivo e assai più sexy di Michel Foucault per affermare questi concetti. Ci vuole un uomo comune o forse una donna comune o tutti e due assieme, ci vogliono un padre che non sia nei cieli e una madre che non sia vergine per liberarci dal Male, da qualsiasi male oscuro, dai nostri ridicoli complessi e invidie per emanciparci dalla nostra condizione di figli o di osservatori dal buco della serratura, per insegnare il vero percorso virtuoso che conduce non al paradiso ma alla vita adulta.
Ci vuole qualcuno che ponga la domanda fondamentale: perché non si possa essere felici sia in questo mondo che nell'altro.

2 commenti:

  1. Ecco. Quando scrivi così, ti voglio proprio Bene!
    (mo' te l'ho detto, anche se non te ne fregherà una 'ceppa' :D)

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  2. Grazie. Meno male che c'è qualcuno che mi vuole bene.

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