venerdì 25 novembre 2011

Il cuore grande delle ragazze

M. che ne sa molto più di me dice che bisogna dare una mano al cinema italiano e io che ho un debole per lui, un debole per la sua competenza e per quel poco che sono riuscito ad afferrare dal bancone del suo tavolo di lavoro, sono disposto ad accontentarlo, a non imporre le mie scelte per una sera. La "Kryptonite nella borsa" ci avrebbe fatto felici entrambi, ma abbiamo esitato troppo e non lo fanno più.
Allora?
Allora Avati.
Avati?
M. ha mantenuto un legame nostalgico con le vecchie sale, le proiezioni di seconde e terze visioni ( le fanno ancora? mi chiede mentre aspettiamo prima dell'ingresso; e questo dovrebbe già dire tutto), i cinema parrocchiali pieni la domenica pomeriggio per i western con Giuliano Gemma.
M., che ne sa molto più di me di cinema italiano- e non perchè ha visto molti film ma perchè conosce nel dettaglio le proporzioni della crisi e ha fatto la sua modesta parte in una storia pluridecennale pur senza che il suo nome abbia mai capeggiato a caratteri lucenti nel buio di una sala, dice che bisogna dare una mano a Pupi Avati e al suo cinema. E io, che in altra occasione, avrei sfoderato il più becero sarcasmo taccio e dico che va bene così, e che forse, anche senza gli slanci del vero amore, si può fare appello a quel sentimento di tenerezza verso questo autore tanto personale e sincero, lontano anni luci da ruffianerie e mode, al suo cinema formato "piccolo mondo antico", alla sua "ricerca del tempo perduto" crepuscolare e romagnola.

E non siamo i soli in sala.
Ma gli altri, gli altri che motivazioni avevano per scegliere questo film, quali aspettative e quali precedenti?
So spiegare fin troppo bene cosa non mi piace de " Il cuore grande delle ragazze" ma vorrei mettere a riposo i peli ritti di qualsiasi critica spocchiosa.
La nostalgia è un sentimento dolciastro, un vecchio liquore artigianale con tutte le sue imperfezioni e un po' troppo alcolico, un maglione fatto a mano, un viaggio turistico su una vecchia corriera che ci catapulta in un paese di anziani che ci prendono in giro mentre noi andiamo cercando senza successo una presa di corrente per il nostro I-Pad, una connessione wi-fi.
Sì, la vecchiaia è buffa ma già condannata dal suo anacronismo cronico, popola la realtà di fantasmi, è impotente nel suo riproporre storie del passato a un pubblico di giovani che può al massimo cercare di sforzarsi nel visualizzare volti, situazioni che non potrà mai conoscere.
Pupi Avati sembra assolvere a questo compito e con esso rende giustizia ( forse) ai nostri nonni, vivifica con le limitazioni e le suggestioni del cinema i racconti di un tempo svanito per sempre.
Nel farlo forse si lascia un poco andare, scivola nel sentimentalismo; e non avrà certo il tocco di Fellini e del suo "Amarcord" anche se lo lascia echeggiare. Manca di trascendenza, si perde a volte nel compiacimento e rischia di annoiare.

La notte, dopo il film e dopo la cena che è seguita, faccio un sogno. Un sogno di quelli che al risveglio si ricordano con piacere ma che finiscono per immalinconirci durante il resto della giornata. Devo avere 15 anni e la situazione è molto diversa da quella di allora. Forse lo è stata, in forma di possibilità, nelle prospettive di un viaggio soltanto; di sicuro non potrà mai più esserlo.
Qualcosa, nonostante tutto, deve avermi colpito a tradimento.

venerdì 11 novembre 2011

Warrior

Vedo un brutto trailer e dico: "Non vedrò mai questo film".
Leggo una recensione entusiasta e ci faccio un pensiero.
Passo una serata grigia e mi ritrovo al cinema a vedere "Warrior".
Non mi piacciono i film sugli incontri. Boxe o wrestling o mixed martial arts si assomigliano comunque tutti. Perdente nella vita, combattente indomito, grande opportunità di riscatto, grande match finale, cazzottoni, macchina a mano, montaggio frenetico, muscoli, sangue e sudore, urla, pubblico, musichette super tamarre, maschi che si ingrifano in sala, femmine che si squagliano o si rompono profondamente i coglioni e meditano di lasciare il fidanzato, il nostro simpatico protagonista soccombe, incassa dei colpi che manderebbeo al tappeto un orso, poi trova un briciolo di energia e con grande sorpresa di tutti risolleva le sorti dell'incontro e di quell'incontro più grande che è la sua vita schifa.

Non amo "Rocky" ma "Toro scatenato". Non amo "Million dollar baby" ma "The fighter" mi era piaciuto. "The wrestler" mi ha soddisfatto.
"Warrior" è solo un film di lotta senza fronzoli, che non si fa mancare la retorica necessaria, scritto così così, molto lineare, un poco inverosimile e tutto sommato scontato nelle conclusioni. Ha solo un'attenzione incredibile alla fisicità degli attori e un ritmo esagerato ma se volete godere un poco potete entrare in sala solo al secondo tempo. Nel primo c'è un film mediocre, già visto e anche lento, macchinoso.

giovedì 10 novembre 2011

Colazione da Tiffany

E' una storia che qualcuno già conosce quella del mio incontro con Truman Capote. Il suo "Colazione da Tiffany" era testo del secondo scritto alla mia maturità, la prova di lingua inglese. Anni dopo mi sono deciso. Il volumetto aveva la copertina rigida rossa. Una vecchia edizione sugli scaffali della biblioteca Elsa Morante di Ostia. L'ho portato con me negli spostamenti per Roma e l'ho finito di leggere in metro. Ero a metà delle pagine stampate quando si svolge l'ultimo atto. Solo che io non lo so. Non so che c'è una corposa appendice in coda con tanti piccoli racconti.
Così volto pagina con il cuore in gola e trovo una pagina bianca. Attacco a leggere "Una chitarra di diamanti" mi pare ma è un'altra storia. Niente più Holly Golightly, l'ho persa per sempre proprio come accade nella storia originale. Anche io penso e spero, come il protagonista, che se la stia passando bene dovunque essa sia.
E' una cosa straziante e così cerco di consolarmi leggendo di nuovo quel finale che non mi aspettavo così presto. Finisce che supero la mia stazione, supero pure quella dopo, scendo e cambio faccio inversione di tragitto per tornare indietro. E' sera, forse inverno, e mi sento toccato dalla grazia. Ma nessuno dei passeggeri al mio fianco può essersi accorto di niente.
Da allora "Colazione da Tiffany" mi è entrato nel cuore per restarci, assieme a Truman Capote, scrittore dal tocco magico, e ho fatto di tutto per farlo conoscere al prossimo. L'ho anche regalato a una persona che credevo speciale. L'hanno ristampato qualche anno fa senza i racconti in coda, con una brutta copertina. Ma è stato un regalo sbagliato. Non ho mai più rivisto quella persona e non ho mai saputo se ha letto e apprezzato.

Il fatto è che ero uno dei pochi che non avevano mai visto il film con la Hepburn. Ci ho provato dopo ma ho subito uno shock. Il film era diverso e non ce la facevo a vederlo senza rabbia.
Capote ammise di avere creato la sua eroina pensando alla sua amica Marilyn Monroe e leggendo il libro si capisce bene. Holly Golightly è un nome fittizio, il personaggio è davvero un animale selvatico, dalla vita disordinata, un misto di ingenuità senza limiti e sensualità felina, elegante e volgare, opportunista e generosa al tempo stesso, una sbandata che suscita desiderio e istinto di protezione, entusiasta ma preda di improvvise paturnie, fatale ma di cristallo.
David Mamet mi pare abbia scritto che è la tipica caratterizzazione di una donna che farebbe un omosessuale. Boh, io credo di sapere bene chi sia quella Holly Golightly e quanta femminilità essa contenga nel bene o nel male, quale sia la ragione che continua a attrarmi verso di lei.

Approfitto dell'evento, del restauro e della sua circolazione nei cinema ( per un giorno soltanto) per costringermi a vederlo dall'inizio alla fine. Pure questa volta ci sono momenti in cui stringo i pugni dalla rabbia, per l'ottusità di quel cinema che sacrifica l'eccesso di  sensibilità a favore dell'intreccio brillante; ma mi viene un tuffo al cuore nel ritrovare quelle parti in cui qualcuno squarcia il velo sulla vera Holly, sul suo passato miserevole, sul suo matrimonio precoce; o in cui è ella stessa a rivelare la sua natura selvaggia dietro la maschera di candore che la Hepburn offre da sempre in dote.
Sì, forse con Marilyn Monroe questo film non avrebbe funzionato altrettanto bene, sarebbe stato molto diverso, il personaggio avrebbe avuto una carica erotica troppo spudorata e avrebbe orientato il nostro giudizio in maniera troppo compromissoria. Invece la Hepburn è adorabile. Sappiamo della sua dubbia professione ma è così abile a nasconderla con le apparenze sfavillanti da apparire solo un poco civetta. Non scatena nessun turbamento. Possiamo, uomini e donne, soggiacere al suo fascino superando i parametri con cui giudicheremmo una ragazza come lei.

E poi sì, forse lo scrittore nel romanzo era troppo passivo per finire pari pari nel film. E non aveva l'amante più anziana che lo manteva. Sono pugnalate al cuore ma comprendo le ragioni dello sceneggiatore. E il finale era diverso, più amaro e meno sublimato. E non finiva così bene.
Ma il cinema hollywoodiano è una terapia e non posso evitare di emozionarmi anche io per questo lieto fine che cura la ferita aperta lasciata dal romanzo, sulle note di quella canzone fantastica che è "Moon river", da sempre veicolo per le mie lacrime.

Finisce che per calmare le mie di paturnie devo fare una corsa e prima di tornare a casa passo in quello squallido bar vicino al canale aperto anche la notte. Faccio la mia colazione notturna con un cornetto alla crema e poi vado a dormire.