martedì 6 dicembre 2011

Falso movimento

Tra quelli considerati i grandi registi contemporanei Wenders è quello che più spesso mi ha scatenato delusioni e perplessità. E' da sempre discontinuo e del tutto indifferente alle regole dello spettacolo, dell'intrattenimento. Forse la chiave per comprendere un autore così sfuggente, così indefinibile da non riuscire a tracciare il suo profilo umano da quelle che sono le sue scelte registiche e narrative a differenza di tanti altri grandi registi dai tratti caratteriali più distintivi sta nella sua multimedialità.
Ci sono forse delle ossessioni nell'universo wendersiano e momenti di grande ingenuità ma sembra prevalere la curiosità e l'apertura verso canali e linguaggi differenti.
Quello che forse da sempre gli riesce meno bene è la pura e semplice narrazione. Lo dimostrano le dichiarazioni sui film girati senza una vera sceneggiatura, così come- in maniera quasi contraddittoria- la collaborazione con alcuni grandi scrittori.
La base di un film come "Falso movimento" non è drammaturgica, ma letteraria. Prende a pretesto Goethe ma sembra condurlo da tutt'altra parte. Si permette il lusso di non rispettare mai le esigenze dello spettatore medio. Non lo fa quasi mai del resto, in nessuno dei suoi film.
C'è un forte sfasamento tra le immagini e la parola.
"Falso movimento" è un film verboso. Le scene madri sono lunghi dialoghi affatto naturalistici ripresi il più delle volte in un'unica lunghissima sequenza. La più bella quella che segue l'andamento dei personaggi sul ciglione che sovrasta il lago.
Il suo è un cinema freddo, anche quando si muove nel deserto del Texas. C'è quasi una forma di pudore che impedisce ai suoi film di lasciarsi andare del tutto al sentimento e finisce per riprodurlo in maniera artificiale; ma da accesso libero a uno spazio mentale, alla dichiarazione straniante ed esplicita dei ragionamenti di alcuni dei suoi protagonisti.
A volte viene fuori la poesia, altre volte no.

L'idea che ho è che Wenders non appartenga a quella categoria di registi cinefili, come Truffaut. Il cinema sembra essere solo la sua passione di maggior successo che sostiene e si integra con le altre. La fotografia, la musica, l'interesse per l'arte in generale, il piacere del viaggio.
Non è un caso che tra i lavori dell'ultimo decennio i più apprezzati siano due documentari e che il documentario rivesta in generale una parte importante nella sua produzione.
"Buena vista social club" che ha portato all'attenzione mondiale, un attimo prima della loro scomparsa, una generazione di leggendari fenomeni della musica cubana. Ne è nato anche un bellissimo disco di successo.
E l'ultimo "Pina", testamento steroscopico al genio della coreografa tedesca Pina Bausch.
Sembra più in grado di testimoniare che di riprodurre, il suo cinema sembra animato da un desiderio di scoperta che si ingabbia a fatica nelle strutture convenzionali di un copione. Sembra un pretesto per muoversi, andare alla ricerca, visitare posti e conoscere persone straordinarie e renderne partecipi gli altri.