domenica 9 dicembre 2012

Moonrise kingdom

Qualunque possa essere l'opinione complessiva sull'ultimo film di Wes Anderson sono sicuro di una cosa: la selezione musicale che compone la colonna sonora, tra la guida per bambini all'ascolto sinfonico a cura di Benjamin Britten, alcune canzoni tradizionali country-blues, un successo di Françoise Hardy e le orchestrazioni originali di Alexandre Desplat, varrebbe l'acquisto del cd per un ascolto separato. Non potendo rivedere il film una seconda volta senza tornare al cinema, cosa fattibile ma comunque impegnativa, mi godo per ora la sua bellissima musica. Molto più di un commento sonoro, essa ha la sua dignitosa autonomia anche senza il supporto di immagini. In più riesce a tenersi con un piede fuori dal giudizio sul film tutto, che è questione assai più complicata quando il regista è Wes Anderson. Nel caso dei suoi film la differenza tra un "mi piace" e un "non mi piace" si gioca tutta su un piano personale, nel grado di ammirazione che lo spettatore può provare per il suo impareggiabile stile che poi è base di tutta la sua poetica.
Se si volesse giudicare lo stato di salute del cinema di Wes Anderson bisogna valutare piuttosto la ricchezza e l'armonia dei dettagli che compongono i singoli quadri invece di altre componenti generali. É più probabile che all'uscita dal cinema ricorderete una scena per i colori pastello della stanza, per la dominante giallognola della fotografia, per il caschetto della ragazza, per la piega delle sue labbra, per il rosa del suo vestitino, per gli occhiali del ragazzo, per l'ordine di tutto l'arredamento che già per la assoluta mancanza di sciatteria, anche se espressione di un gusto che non pretende di essere imitato, dimostra la necessità profonda di Anderson di rifuggire il realismo per il controllo totale di un mondo "perfetto", con tutte le sue inquietudini represse o derivate.
Molto più difficile che vi resti traccia dell'emozione. Se pure i suoi film dimostrano una certa attenzione alla fase di scrittura, contengano diverse scene madri e abbiano temi universali come alcune difficoltà familiari molto comuni (  trattate però da un punto di vista eccezionale), la supremazia dello stile, che quasi inchioda gli attori stessi nelle loro posizioni per conservare l'armonia dell'inquadratura, diventa anche il filtro per tenersi a distanza dalla trappola vischiosa dei sentimenti più patetici.
Il pregio maggiore dietro questa elegante manifestazione di talento è l'affermazione di Anderson come regista puro: egli è colui che riesce a far confluire nella sua visione personale il talento e la competenza dei suoi più stretti collaboratori. Il lavoro del direttore della fotografia, dello scenografo, dei costumi, del trucco e parrucco e infine degli altri diventa un tutto coerente che si valorizza con reciprocità. Ha cioè il pregio di quei registi visionari e forse dittatoriali che hanno competenza approfondita di tutti i mezzi che contribuiscono a comporre la loro opera. Così che il lavoro specifico dei vari reparti tecnici è costretto a collaborare gomito a gomito e offire il meglio di quello che hanno in dote per ottenere, alla fine, un risultato organico. Per finire sintetizzato in quel modo unico e immediatamente riconoscibile che è la visione del mondo secondo Wes Anderson. Il quale ha un indubbio merito di mantenere leggerezza nonostante un'indole d'esteta; una punta appena di umorismo e inverosimiglianza che permette alle sue storie di arrivare a un pubblico meno selettivo.
Un leggero scarto nelle inclinazioni e sarebbe potuto diventare un novello James Ivory, il regista di "Quel che resta del giorno", invece di essere il regista de "I Tenenbaum".

"Moonrise kingdom", favoletta adolescenziale ambienta in un mondo lontano e già di per sé favolistico ( la metà degli anni '60, ma senza richiami a qualsiasi elemento caratteristico dell'epoca a parte le gambe scoperte della protagonista e il 45 giri con una hit francese; e un'isoletta sconosciuta al largo della costa est degli Stati Uniti ) è uno dei film più belli di Anderson in virtù di un intreccio semplice e lineare. L'aver scelto di narrare la storia d'amore di due veri ragazzini, con tutte le vibrazioni reali o di seconda mano che essa porta con sé, ci porta già in un luogo comune. Conosciamo già i parametri e non dobbiamo sforzarci di immedesimarci o calarci in un contesto che non ci appartiene. Essa non è una storia vera ma assomiglia alla storia immaginaria che ognuno di noi può avere vissuto almeno una volta. Di sicuro l'abbiamo già incontrata, letta o sentita raccontare.
L'età dei due protagonisti ci rasserena e suggerisce una dolcezza che gli adulti dai tratti infantili di molti altri suoi film non riuscivano a comunicare con la stessa assenza di problematicità.

Mi diventa anzi chiaro che una delle fonti di ispirazione per il cinema di Wes Anderson possa non trovarsi nel cinema che l'ha preceduto. Il suo stile narrativo ha qualcosa in comune proprio con i libri per l'infanzia o i lettori più giovani, quella categoria che occupa una sezione a parte nelle librerie di tutto il mondo e che viene spesso snobbata dalle persone della sua età e da molti suoi colleghi. Libri come quelli che la protagonista porta con sé nella valigia e legge e rilegge durante la sua fuga d'amore ( e dai quali sono stati tratti dei piccoli, graziosi corti d'animazione).
Si tratta di storie più leggere di quelle che ambisce a scrivere un qualsiasi romanziere che voglia davvero ottenere un posto di rispetto nel campo della letteratura. L'intreccio più semplice e non del tutto realistico trova il valore aggiunto nelle illustrazioni, frutto del talento di qualche disegnatore che collabora con l'autore della storia, e nella complessiva veste editioriale, che rende spesso questi volumi dei piccoli, deliziosi oggetti a se stanti. Preziosi proprio perché inscindibili dalle loro diverse componenti: grafiche, tattili e narrative. Piccoli capolavori frutto di un grande lavoro di squadra, buoni per segnare capisaldi nell'immaginazione in divenire di un bambino, ma poco appetibili agli occhi di consumatori di libri più navigati e in cerca di soddisfazioni pesanti.

mercoledì 5 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival_3^ e ultima parte

Prima che svanisca del tutto l'effetto devo chiudere questa parentesi sul mio passaggio torinese. Devo, anche perché sono rimasti solo i miei due film preferiti.
Ammetto di avere nutrito più di un pregiudizio nei loro confronti. Si trattava in entrambi i casi di scelte più facili, più vicine al mio gusto, dalle premesse più leggere della media di un festival qualunque. Ho preferito "The sessions" a un film turco su una donna che si improvvisa lettrice di fondi di caffè, per fare un esempio. Lo davano appena un paio di ore prima nella stessa sala.
Mi impensieriva il fatto che alla fine avessi scelto un film che di sicuro uscirà anche in Italia ( è già pronto e visionabile il trailer) a un film che probabilmente non avrò mai occasione di vedere.
Ma alla fine credo di avere fatto la scelta migliore.
Primo perchè ci ho guadagnato due ore di sonno mattutino dopo l'arrivo in serata del giorno prima con conseguente film dopo cena.
Secondo perchè "The sessions" è, a mio parere, un film bellissimo e quello che mi ha dato maggiore soddisfazione. Nelle righe che seguono cercherò di spiegare perché.


Per cominciare racconto a grandi linee la storia: un frammento di vita di Mark O'Brien che a 38 anni, dopo una vita segnata dalla poliomelite che gli impedisce il movimento degli arti e lo costringe a dipendere da un polmone d'acciaio per la sopravvivenza; dopo una laurea in lettere, un numero di poesie pubblicate e una vivacità intellettuale che gli consente di affermarsi come giornalista nonostante il suo forte handicap motorio lo renda del tutto dipendente dagli altri, decide di migliorare la qualità della sua vita.
Per prima cosa licenza la donna che si prende cura di lui perchè troppo sbrigativa e rude. Comincerà una breve girandola di sostituzioni fino a trovare le persone più adatte alle sue esigenze.
Poi decide di voler avere una vita sessuale, per soddisfare le esigenze di un corpo adulto e sentirsi una persona completa. La malattia non l'ha reso impotente né ha tolto sensibilità al suo corpo, ma gli ha precluso una qualsiasi possibilità di normale attività sessuale ( masturbazione compresa). Così che, a quasi quarant'anni, egli è ancora vergine.
Il dilemma verrà sciolto dall'incoraggiamento di un prete molto umano e comprensivo, per quello che riguarda la parte della coscienza; e dagli incontri con una terapeuta sessuale  che da un primo risveglio della propria consapevolezza corporea dovrebbero portare nel giro di alcune sedute ( le sessioni del titolo, appunto) al vero e proprio atto sessuale completo.

Il bello del film è che nonostante l'argomento sia molto pruriginoso ( in fondo è la storia di un disabile che cerca di fare sesso) vi è in esso una felicità di fondo che lo fa assomigliare a un inno alla vita e alla gioia. Merito del protagonista e del suo spiccato umorismo e della sensibilità particolare del regista. Il suo tocco è delicato e rende la storia credibile e tenera. Il punto di vista di entrambi sul sesso si esprime attraverso una maturità che il cinema, e spesso anche quello di altissimo livello, non ha mai saputo raggiungere.
Nessuna pulsione di morte per intenderci, nessun tormento segreto o rimorso, nessuna trasgressione. Nessuna astrazione mentale. Il sesso è la maniera per godere del corpo che ci è stato dato, per entrare in contatto con il prossimo, per affermare la nostra definitiva identità. Vi è in esso qualcosa di naturale e molto, molto più semplice delle deformazioni culturali sull'argomento, della sfacciata messa in scena della pornografia o dei repellenti dettagli da manuale d'anatomia. Il superamento della paura del sesso ci rende persone migliori e più pulite; e rende questo piccolo film, a mio modesto avviso, una intelligente e piacevole sorpresa. Forse un piccolo capolavoro, ma non per effettivi meriti artistici. Il film è molto brillante, è recitato e scritto benissimo. E' molto, molto divertente senza essere mai sciocco. E' anche comunque un film americano, con un finale morbido e arrotondato e una generale levigatezza degli spigoli.
Ma è un film superiore alla media perchè si fa portatore, anche nelle qualità più equilibratrici dei suoi autori, di una positività rara e di una sensibilità adulta, capace di affrontare un argomento difficile da un punto di vista laico e sensato senza voler essere contro, senza voler turbare nessuno e permettendo di uscire dalla sala col sorriso sulle labbra.

Per questo sono molto curioso di sapere che accoglienza avrà quando ( il 14 febbraio, pare) uscirà in Italia, se piacerà o meno. Ho un brutto presentimento da quando ho visto il nostro trailer doppiato e l'ho confrontato con quello presentato nelle sale americane. Non solo si perdono davvero le qualità degli interpreti ma il montaggio stesso è differente e non del tutto fedele allo spirito del film. Alla fine sembra una commedia più sbracata e fatua di quello che è.
Staremo a vedere.
Andate a vedere questo film, se potete, in lingua originale.


 Non credo potrete fare altrimenti con "Graham Chapman: a liar's autobiography", l'autobiografia di un bugiardo, cioè quel Chapman che fu membro dei mitici Monty Python e morì di cancro alla gola nel 1989. Difficile prevedere una uscita italiana per questo bizzarro film che ripropone la vita di un genio della comicità britannica usando la sua stessa voce registrata su dei vecchi nastri e la collaborazione di diverse squadre d'animazione. Veritieri o meno che siano i fatti narrati, dagli aneddoti familiari, agli anni del college, alla scopertà della propria omosessualità, all'affermazione come autore e interprete brillante, fino al demone dell'alcool e a un improbabile rapimento da parte degli alieni, non si può che godere della particolare forma di umorismo che rese grande il sestetto e rende omogeneo un film che fa della diversità stilistica la sua espressione visiva.
Dedicato a tutti coloro che non hanno mai amato i Monty Python perchè non ne capiscono le battute. Forse non saranno una delle ragioni per le quali vale la pena vivere, ma di sicuro sono una delle ragioni per le quali vale la pena imparare l'inglese. Per rendere l'idea è come se il primo Benigni incontrasse altri cinque fratelli, altrettando geniali, altrettando sfacciati e altrettanto colti.
Ecco, forse è quando trovo sintonia con un film sul lato dell'umorismo che scatta il vero amore. Era da tempo che non ridevo così tanto e di gusto come con questi due film. Questo per me basta per decretarli le mie migliori visioni di tutto il festival.

martedì 4 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival (2^ parte)

# 4: "BLANCANIEVES"


"Blancanieves" è il primo film che ho visto in ordine di tempo, poche ore dopo il mio arrivo in città. E' il secondo film di un regista spagnolo, tale Pablo Berger, che ha segnato il suo esordio nel lontano 2003. Cosa ha combinato nel frattempo? Pare si sia dedicato alle pubblicità.
Dalle info che trovo su internet e da qualche osservazione ai titoli di coda mi sembra di capire che rientri nel giro di Alex De La Iglesia, il regista che ha ottenuto una certa visibilità fuori dal suo paese grazie a opere come "El dia de la bestia", ""La comunidad"o "Crimen perfecto". Che abbia cioè contatti diretti con quell'ala del cinema spagnolo che preferisce le incursioni nel fantastico e nel grottesco.
"Blancanieves", infatti, ha parecchio di entrambi. Come si può intuire dal titolo è un'altra variante della favola di Biancaneve che già quest'anno ha avuto due originali trasposizioni da parte di grosse produzioni hollywoodiane. Stavolta però la storia è ambientata nella Spagna del sud durante gli anni '20, in un contesto anche parecchio folkloristico.
Carmencita, la futura Blancanieves, è la figlia di un famoso torero, rimasto paralizzato e vedovo come conseguenze dirette di una sfortunata corrida. Abbandonata alla cure della nonna dopo la nascita, rivedrà solo dopo parecchi anni il padre, finito sotto le grinfie della sua ex-infermiera, che nel frattempo è diventata sua moglie e ora lo tiene prigioniero nella sua tenuta.
Alla morte del padre, dopo un tentativo fallimentare di eliminzione con stupro nel bosco da parte dell'autista ( e amante) della matrigna, Carmencita fugge sconvolta e perde la memoria. La recuperano i sette nani, che le danno ospitalità, il nome della famosa protagonista della favola, e se la portano appresso nel loro carretto nei giri su e giù per il paese.
I sette nani sono infatti dei toreri professionisti, che campano esibendosi in piccole corride contro cuccioli di toro. Poco per volta la novella Biancaneve diventa parte intergrante del loro show itinerante e ottiene una grande notorietà in tutta la Spagna.
Poi la storia segue più o meno il classico sviluppo ( mela avvelenata compresa) ma ha un finale diverso, bellissimo e inatteso, composto da una sola meravigliosa inquadratura.

Ho evitato di dire la cosa più importante. "Blancanieves" è un film muto e in bianco e nero, con l'ausilio solo di una colonna sonora e le classiche didascalie per i rari dialoghi. Il regista sembra abbia ottenuto via libera al progetto, rifiutato per anni dai produttori, dopo il successo di "The artist". Agli spagnoli è piaciuto così tanto che l'hanno scelto come il film per la loro corsa agli Oscar. Mi resta qualche perplessità sulle sue possibilità di vincere, un anno dopo il trionfo di un altro film con le stesse peculiarità estetiche.
Un'altra perplessità è nella scelta di rifarsi al muto limitandosi all'assenza di colori e di voce. Per quello che riguarda il linguaggio, movimenti di macchina e montaggio "Blancanieves" è un film piuttosto moderno.
Forse nel complesso le scelte figurative hanno la meglio sulla effettiva bellezza della storia ma non mi riesce proprio di voler male a questo piccolo, elegante capriccio spagnolo.

# 3: "IL SERVO"


"The servant" invece è un classico del cinema. Uscito nel 1963 segna l'incontro tra Joseph Losey, definito "il più inglese tra i registi americani" e Harold Pinter, drammaturgo e futuro premio Nobel. Roba di classe insomma, un filmetto per chi dimostra di avere un certo gusto, un mimimo di bagaglio culturale e abbia piacere a farsi scandalizzare un poco. Forse per questo Losey non mi ha mai fatto vibrare d'interesse.
Questo è il primo suo film che vedo e posso solo constatare che è un capolavoro assoluto. Magistrale nella messa in scena, una storia bellissima, movimenti di macchina e fotografia che lasciano a bocca aperta, la cura maniacale di ogni dettaglio, geniali scelte registiche, attori superlativi e qui mi fermo perché ho finito gli aggettivi. Forse un poco troppo leccato per fare breccia nei cuori di un pubblico più giovane, o almeno nel mio. Morboso, ma con un'inclinazione borghese.
E' la storia di un giovane talmene ricco da non avere bisogno di lavorare e per questo pigro, viziato, con già qualche problema con l'alcool, che si mette in casa un domestico. Il domestico è zelante, ha esperienza e gusto, tanto da imporre le sue scelte anche nella ristrutturazione dell'appartamento. Poco per volta, con un disegno diabolico e inquietante perché privo di chiarissime motivazioni, il domestico finirà per plagiare del tutto il suo padrone, rendendolo del tutto assoggettato alla sua volontà e distruggendogli l'esistenza.
Il domestico è Dirk Bogarde, attore molto dotato e specializzato in ruoli di personaggi con segreti lati molto oscuri. Era sempre lui, una decina di anni dopo, il "Portiere di notte" per Liliana Cavani, in compagnia di una giovanissima Charlotte Rampling che nel corso della sua carriera ha dimostrato ( e continua a dimostrare) di essere stata una validissima controparte femminile di quel tipo di inquietudine cinematografica.

"Hollywood party", il bellissimo programma in onda sulle frequenze di Radio3, gli ha dedicato la puntata domenicale de "Il cinema alla radio". Chiunque volesse fare un'esperimento può sentirlo in streaming o scaricarne il podcast.
Fatelo e, se vi viene voglia, fatemi sapere cosa ne pensate.

Un'ultima curiosità. Il direttore della fotografia del film è Douglas Slocombe. Il suo nome non mi suona oscuro. Se non sbaglio è lo stesso che ha curato la fotografia dei primi tre Indiana Jones. Faccio una ricerca e scopro che è vero. Ma la cosa più curiosa è che Slocombe, nato nel 1913 e inattivo da almeno due decadi dopo una carriera di altissimo prestigio, è ancora vivo.
E' ancora vivo e ha 99 anni.

continua...

lunedì 3 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival

Sono stato qualche giorno a Torino con la scusa del film festival. Una bella parentesi. Ho seguito solo le battute conclusive dell'evento. Non mi sembra di aver visto nessuno dei film vincitori, ma a essere onesto non mi sono interessato molto della premiazione.
Ho dovuto pianificare le mie proiezioni in anticipo. Non potevo correre il rischio di partire e scoprire solo sul posto che non c'erano più biglietti disponibili. Così ho acquistato on line i biglietti per il cinema prima ancora di quelli del treno.
Ho scaricato il programma dal sito e ho passato mezzo pomeriggio a leggere tutte le sinossi dei film, appuntandomi quelli che mi sembravano più interessanti. Ho dovuto fare qualche rinuncia perchè sapevo che non sarei potuto partire prima di mercoledì. Così mi sono perso il nuovo film di Rob Zombie, come tutte le proiezioni horror del primo week-end. Peccato.
Mi sono perso anche "Holy motors", il ritorno alla regia di Leos Carax, già passato a Cannes, che forse non troverà mai una distribuzione in Italia. E' il rischio che corrono quasi tutti i film che transitano a queste rassegne. Qui il cinema si slega dalla sua funzione più ludica e chiede di essere giudicato solo per le sue qualità specifiche.

Questo non toglie che nel mio caso ho trovato la maggiore soddisfazione proprio in un film tutt'altro che di umore festivaliero. Su questo però tornerò in seguito.
La mia selezione si è basata sulla suggestione delle brevi sinossi contenute nel depliant ufficiale e sulle limitate varianti possibili nell'incastro di orari. Ho escluso da principio documentari e cortometraggi. Ho limitato a una sola scelta tutta l'offerta della monografia su Joseph Losey, che per misteriose ragioni non ha mai suscitato in me sufficiente interesse.
Mi sono concesso un paio di oscuri titoli proprio da festival e ho visto la prima visione italiana dell'unico film di vero peso di tutto il festival ( ovviamente fuori concorso). Posso dirmi molto soddisfatto delle mie scelte.
In tutto ho visto 8 film in tre giorni.
Di seguito troverete qualche breve considerazione su tutte le pellicole viste, partendo da quella che mi è piaciuta di meno, fino a salire via via nel gradimento.
Dove mi sarà possibile vi linko almeno il trailer.


#8: TABUN MAHABUDA/ THE FIRST AGGREGATE


Il peggiore di tutti è un film mongolo, l'unico del quale non ho trovato neanche uno straccio di trailer.  A posteriori mi chiedo perchè l'abbia incluso nella mia selezione. Mi chiedo pure che cosa ci fosse scritto nella sinossi perchè, a dirla tutta, non saprei nemmeno dire di cosa parli questo film o cosa significhi il titolo.
Dovrebbe essere la storia di uno stuntman che è anche attore, solo che non lo vediamo mai né recitare né buttarsi dal quinto piano di un palazzo. Lo vediamo, sì, a un provino per un film che forse farà dove risponde solo a domande molto generiche. E attraverso salti temporali che rendono discontinua una narrazione già priva di qualsiasi appiglio emotivo o intellettuale lo vediamo anche: visitare diverse case da prendere in affitto con una agente immobiliare, avere lunghe conversazioni intime con una tipa prima o dopo gli atti sessuali, starsene da solo o in sua compagnia imbambolato davanti a una tv accesa fuori campo, bere, mangiare, che altro?
A un certo punto incontra lo sceneggiatore del film in preparazione. Vuole sapere da lui di cosa parlerà il film. Finora gli è solo stata raccontata la storia ma non sembra averla capita bene. Lo sceneggiatore aggiunge solo altra confusione e si mantiene sul vago. Questa è forse la scena madre del film, quella che contiene la chiave di volta per la voluta incomprensione dell'opera?
Non lo so.
Nei giorni successivi mi viene in mente un'idea. Consiglio a tutti i giovani aspiranti registi italiani, ai frustrati dei corsi universitari sulle teorie e tecniche del cinema, a tutti quei giovani intellettuali del cazzo che freschi di laurea si credono i nuovi Bunuel ma si sono visti cestinare le loro sceneggiature da qualche sedicente produttore italiano di scegliersi uno pseudonimo esotico e spacciarsi per registi orientali. Prendete qualche lezione di lingua, dei pessimi attori locali, pagate uno con gli occhi a mandorla da mandare al posto vostro alle conferenze stampa e girate il vostro film in Tahilandia, in Sud Corea, in qualche oscuro cantone cinese. State certi che se manterrete il segreto avrete la vostra opportunità di farvi valere, vi inviteranno a qualche festival, rischiate di vincere pure qualche premio.

# 7: "TERRADOS" (ROOFTOPS)


Al penultimo posto c'è questo film spagnolo: "Terrados" cioè terrazze, o meglio ancora tetti, insomma le terrazze condominiali dove si vanno a stendere i panni. I posti dove passano le loro giornate vuote un gruppo di trentenni laureati e con esperienze professionali di livello, rimasti senza lavoro esenza prospettive a causa della violenta crisi economica. Tetti di case non loro, scoperti per caso nella città dove abitano e occupati abusivamente e di nascosto per il tempo di un pomeriggio.
Per fare che?
Passare il tempo, prendere il sole, godere del paesaggio urbano, chiacchierare, stare assieme, drogarsi un poco, conoscersi meglio, fare qualche considerazione. Un film abbastanza sconsolato e veritiero anche nella sua leggerezza ma che non va oltre le sue buone intenzioni. Acerbo e chiuso male.

# 6: "FINAL CUT - LADIES AND GENTLEMEN"


Forse avrebbe dovuto essere un gradino più in basso ma per assurdo la sua mancanza di qualsiasi seriosità riscatta anche l'assenza di pretese. Un film del tutto inutile ma divertentissimo. Il regista di "Taxidermia", presente in sala, racconta di non avere avuto a disposizione soldi sufficienti per girare un film ma solo per montarlo. Allora tagliuzza pezzetti di film di qualsiasi epoca, valore e nazionalità e li rimonta assieme, lavorando sia sulle immagini che sulle colonne sonore, per ricreare una storia nuova, o meglio una classica e semplice storia d'amore tra un lui e una lei senza nome ma con i volti di trecento diversi attori e attrici della storia del cinema. Neanche un fotogramma originale per un lavoro di tre anni alla moviola che fruttano un passaggio a Cannes nella selezione ufficiale.
Una giostra cinefila abbastanza riuscita, un poco ruffiana, molto trascurabile ma gioiosa e godibile. La questione non è se il film è bello oppure no. Forse il grado di soddisfazione aumenta col numero di spezzoni di film risconosciuti e nella fulminea e fugace nostalgia per certi nostri amori cinematografici che il montaggio veloce ci concede, di sorpresa in sorpresa, senza lasciarci il tempo di maturare malinconie.

# 5: "ANNA KARENINA"


Chiudo questa prima parte con il vero evento del festival. Joe Wright si è meritato la stima di molti con alcune delle trasposizioni cinematografiche più efficaci e fedeli di capolavori della letteratura passata o contemporanea. Io, per esempio, ho amato alla follia il suo "Espiazione", uno dei miei film preferiti degli ultimi anni. Una delle poche volte che ho trovato un autentico rispetto verso il testo originario, un grande talento nel riuscire a rendere in maniera efficace e chiara i passaggi più complessi da trasporre dalla pagina allo schermo; in più l'aggiunta di uno dei piani sequenza di steadicam più belli che io ricordi. Senza contare la raffinatezza visiva e il talento nella scelta e direzione degli attori.
L'anno passato si è concesso un mezzo passo falso con lo strambo "Hanna", operazione molto al di fuori della sue corde.
Il monumentale adattamento di "Anna Karenina" sembra prendere il meglio dalle ultime due opere. Stavolta evita la maniacalità calligrafica e si lascia andare a una messa in scena audace e non realistica. Il cinema incontra il teatro e le scenografie diventano enormi palcoscenici con fondali in movimento che uniscono più ambienti. La macchina da presa si muove con continuità nello spazio lasciando a bocca aperta lo spettatore che si ritrova di fronte a continue scatole cinesi che permettono di raccontare la storia evitando classiche ellissi temporali ottenute col montaggio.
Il film diventa una esperienza visiva affascinante, sfarzosa e al tempo stesso creativa, innovativa nella forma e classica nei contenuti ( immaginate un incrocio tra Tolstoj e Moulin Rouge e non sarete poi così lontani) che permette di aggiungere forza espressiva nel racconto di una storia che tutti conoscono anche se in pochi hanno letto.
Bellissimo, sicuramente da vedere. Forse ha qualche punto debole, qualche calo di intensità nella seconda parte. Forse non è proprio un autentico capolavoro e per questo, solo per questo, lo lascio a metà classifica, al di sotto di film meno meritevoli ma che non avevano a disposizione gli stessi potenti mezzi di una grande produzione.

continua...

sabato 27 ottobre 2012

Tutti i santi giorni

Forse è vero che l'amore "rincitrullulisce" come direbbe il gufo di "Bambi". I "rincitrulluliti" per amore avranno sempre la nostra simpatia. Agli innamorati si può perdonare quasi tutto. Sono portatori di positività e diffondono dovunque vadano il lato magico dell'esistenza. Si possono anche invidiare ma non vanno presi troppo sul serio, né bisogna cercare coerenza e lucidità in quello che dicono. Lo si può fare solo se si condivide con loro il particolare stato d'animo.

C'è un Virzì inedito in questo film, che non si vergogna di mostrarsi più sentimentale e ha addolcito ulteriormente il tono. Dopo l'amore materno de "La prima cosa bella" ora è tempo dell'amore punto e basta, quello tra un uomo e una donna. E' la storia di una coppia di opposti che si attraggono, si piacciono e pianificano una vita insieme, con tutto quello che comporta, figli inclusi.
E' la difficoltà ad averne che mette in crisi il rapporto e non la meschinità dei due, il che è una cosa molto bella e originale. Manca cioè quella tentazione di tradire il partner che ha condito tante presunte storie d'amore degli ultimi dieci anni di cinema italiano. Il sesso non è solo passione che afferma il desiderio l'uno dell'altro, né l'istinto che mette a soqquadro i piani di una vita borghese secondo le regole. Può essere anche il mezzo col quale due persone che si amano cercano di andare oltre il loro sentimento per mettere al mondo un figlio molto voluto.

Potrebbe sembrare una maniera più convenzionale di raccontare la coppia e le sue prospettive. In realtà la tenerezza del ritratto si sposa con la mancanza di angoscia del domani. I due innamorati hanno messo in conto le difficoltà e le non piccole rinunce che comporterà la loro scelta. Vanno avanti lo stesso, tra un esame clinico e l'altro, ginecologi pontifici, bizzarri riti di fertilità, moderne e laiche tecniche di fecondazione assistita, senza mai darsi per vinti. Si fanno coraggio a vicenda e in qualche modo, senza piangersi addosso né chiedersi in segreto cosa vogliono di più, accettano anche la precarietà che li circonda e condiziona le loro vite. Sono due figure positive come di rado se ne vedono al cinema di questi tempi.

Il merito è di Virzì, capace di restare sempre nell'attualità declinando con garbo il suo punto di vista, mantenendo la leggerezza del tono e conquistando la simpatia del pubblico. Tra tutti i registi italiani è l'unico che riesce a mettermi sempre di buonumore. Il rimanere sempre nell'ambito della commedia lo allontana da ambizioni di grandezza, dalla ricerca compulsiva del capolavoro e rende il suo approccio al cinema rilassato e rassicurante. Forse però gli aliena il favore internazionale e di una parte degli spettatori. Tra i suoi limiti sembra esserci il disinteresse o l'assenza di una spinta a muoversi troppo al di fuori degli ambiti che sembra conoscere meglio. Qualsiasi storia è filtrata attraverso la vena del suo umorismo particolare, dall'accento toscano che con poche eccezioni ( quasi tutte romane e a volte siciliane, anche in questo film ) condiziona la parlata di molti suoi attori. Si muove con più disinvoltura nella rappresentazione della comunità e degli stereotipi di quello che resta della sinistra italiana, usando la destra solo come contrapposizione, forza equilibratrice della narrazione, espediente per mettere in luce alcuni conformismi del proprio gruppo di riferimento. Non perchè gli manchi l'intelligenza o la curiosità. Forse soltanto perchè lo costringerebbe a scegliere storie più amare, rinunciando al candore e all'affetto con il quale sempre e comunque protegge i suoi protagonisti.
Lo dimostra la cura con la quale sa scegliere gli attori, alcuni dei quali pescati dall'anonimato attraverso un lungo lavoro di ricerca e di casting. E' stato così per Gabriellini, per "Tanino" Corrado Fortuna, per la giovane "Caterina" Alice Teghil, per Isabella Ragonese. Volti nuovi, freschi ed espressivi come quello di Antonia, la protagonista femminile di questo ultimo film, Federica Vittoria Caiozzo in arte "Thony". Scoperta attraverso la sua pagina myspace, dove pubblica le sue canzoni, finisce diritta nel film portandosi appresso non solo un personaggio che le è molto affine ma anche un pugno di brani per la colonna sonora.

Il problema di "Tutti i santi giorni" è piuttosto in una incomprensibile sciatteria formale. Forse per la disponibilità di un budget più basso del solito che può aver comportato diverse rinunce. Per il tentativo di rilanciare le limitazioni di partenza con un approccio più libero, l'indisciplina della macchina da presa per consentire ai due attori di esprimersi con la massima naturalezza.  Così che se la coppia sembra funzionare e salva il film, il film non si salva dalla bruttezza di alcune situazioni, dalla discontinuità fotografica di alcune sequenze, da una pasta sonora al limite dell'incomprensibile che si mangia più della metà dei dialoghi. E alla fine anche dalla noia complessiva.
Manca un poco di rigorosa struttura narrativa, di attenzione ai tempi e alle esigenze di un copione che deve funzionare per intero. Tutte cose nelle quali Virzì ha sempre dimostrato talento e che in questo film, girato più col cuore che con la testa, sembrano venire meno.
L'impressione che ne traggo è che nel seguire le vicende di una coppia che non riesce a rimanere incinta nonostante i ripetuti tentativi, il film rimanga alla fine infecondo della vera ispirazione dei suoi pur bendisposti, volenterosi e dotati autori.

venerdì 26 ottobre 2012

Ted

Un amico ha condiviso su Facebook il video di una presunta ultima intervista a Pasolini. Alla domanda di un giornalista francese l'intellettuale risponde che "scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati è un piacere e coloro che rifiutano questo piacere possono essere considerati dei moralisti".
Mi tornano in mente queste parole nel momento in cui mi accingo a scrivere qualcosa su "Ted", il primo film con attori reali ( e l'integrazione di un pupazzo animato, Ted per l'appunto) diretto da Seth MacFarlane.
Mi piacerebbe sapere cosa ne penserebbe oggi Pasolini del dilagare di una nuova generazione di comici e autori comici che non hanno nessuna difficoltà a mettere in pratica il loro diritto di scandalizzare. Un'ampia fetta di pubblico prova un evidente piacere a essere scandalizzato e decreta il loro successo. Una minoranza li detesta o li trova irrispettosi, volgari, ignoranti, omofobi, scurrili a seconda dei casi e si becca subito il bollino di "moralista". Mi piacerebbe tanto più che non ho mai trovato in Pasolini autentiche tracce di umorismo. Mi piacerebbe sapere la sua opinione di fronte a una puntata dei Simpson o dei Griffin.
Forse però mi piacerebbe altrettanto ritrovarlo in una delle puntate dei Simpson o dei Griffin, preso di mira dall'umorismo salato dei loro autori ai quali offrirebbe più di un facile spunto.

Mi torna in mente perchè c'è un momento durante la visione di "Ted" in cui mi spingo a chiedere chi sia davvero questo MacFarlane. Chi sia al di là delle note biografiche che posso trovare su Wikipedia, al di là del successo di tutto quello che ha contribuito a realizzare finora, al di là anche del suo presunto alter-ego raffigurato in questo film. Il ragazzone che non riesce a rinunciare al suo lato infantile o il pupazzo senza alcun freno inibitore?
Forse non ha nessuna importanza saperlo ma d'un tratto ho il sospetto che dietro la maschera della persona divertente possa nascondersi una testa di cazzo. Che l'umorismo che trovo così divertente e rende fluido e piacevole il film o un pomeriggio passato a rivedere vecchi episodi dei Griffin sia lo stesso che non sopporto in personaggi incontrati tante volte nella vita reale. L'umorismo degli arroganti, dei pieni di sé, di coloro che rivendicano non il diritto di scandalizzare ma di disprezzare con scherno. Quello che meno mi piace di questo tipo di umorismo è la tendenza a marcare il proprio territorio. Nessuno ride da solo. La battuta di spirito è un invito alla condivisione. Si ride insieme agli altri. Ma in alcuni casi si ride anche di qualcosa o qualcuno. Si ride assieme agli altri prendendo di mira qualcun'altro, ad esempio. La cattiveria insita in tanta comicità recente non offre vie di conciliazione. Divide nettamente il pubblico in chi prova piacere e in chi si sente offeso. Facile dire che chi si sente offeso è un moralista.

Ci pensavo da giorni, ogni volta che ritornavo a chiedermi che cosa ci fosse in questo film che non mi avesse convinto. E' un brutto film? Direi di no. Ma è solo intrattenimento.
E' una cosa grave? Affatto.
Funziona? Piuttosto bene.
Ma è come un giro sulle montagne russe. L'apporto che può dare alla nostra vita fa effetto soltanto quando siamo su. Una volta che mettiamo di nuovo i piedi per terra l'esperienza si ridimensiona e subito dopo si dimentica. Le montagne russe non hanno mai cambiato la vita di nessuno.
E poi, se devo dirla tutta, è mai possibile che certe commedie e tutta l'animazione americana debbano all'improvviso diventare sul finale delle mezze specie di film d'azione?
Cazzo, mi volevo fare due risate e uscire dal cinema più leggero. Invece ho solo schiacciato una pausa di un'ora e mezza. Una volta fuori dal cinema il nastro del mio malumore si è rimesso in moto dal punto in cui si era interrotto.

Mi è tornata una gran voglia di vedere "Scusate il ritardo" di Troisi. Rimedierò presto.

giovedì 25 ottobre 2012

Il cavaliere oscuro - Il ritorno

La storia del film è più o meno quella di molti supereroi. A volte scompaiono per molto tempo, ci dimentichiamo di loro. Poi però, i migliori o i più simpatici tra essi almeno, ritornano sempre.
A riportarli in luce può essere l'arrivo di un nuovo cattivo, l'incombere di una nuova grande minaccia. E' il cattivo che fa il supereroe e non la tutina che indossa. Senza un cattivone da combattere Peter Parker può al massimo usare i suoi superpoteri per arrivare in tempo agli appuntamenti dall'altra parte della città. Bruce Wayne invece tornare a fare l'eremita nella sua dimora di lusso, a vivere la sua noiosa vita di milardario depresso. E' così che comincia infatti "Il cavaliere oscuro- Il ritorno".
A dire il vero non comincia così. C'è un altro prologo. Ma su questo tornerò in seguito...

Quello che invece riporta vitalità e freschezza alle avventure di personaggi dei fumetti che hanno ormai cinquant'anni ( settantatre nel caso di Batman) è la felice intuizione dei loro editori di lasciare un ampio margine di libertà agli autori. Un leggero difetto di coerenza che ha creato un microcosmo di universi paralleli, a volte coincidenti a volte no, nel quale naufragar è dolce oppure frustrante. Ognuno può scegliere il Batman che preferisce, sia sulla carta che sullo schermo. Esiste addirittura la variante di un Batman nato nero in un ghetto malfamato, che finisce in carcere per errore e si vendica solo anni dopo dei suoi aguzzini. E' una storia autoconclusiva comparsa in una collana di numeri speciali scritti da Stan Lee, la mente dietro tutti i più grandi eroi della rivale Marvel.

Questo per dire che non esiste nulla di definitivo nel mondo dei supereroi, neanche la trilogia di Nolan. Essa è soltanto uno dei modi di intendere l'universo del suo protagonista. Domani forse tornerà con un altro attore, toni più rilassati e trame lineari. Forse riconquisterà un pubblico più giovane, quello che per la prima volta si chiederà di nuovo chi era mai questo Batman e che preferirebbe un approccio più ludico alla complessità anche tematica di quest'ultimo film.
Complessità che è il marchio di fabbrica di Nolan, capace di stressare l'architettura narrativa delle sue storie senza comprometterne la tenuta; spingendo ai limiti ( ma mai oltre!) la capacità di comprensione dello spettatore. Nei diversi piani di lettura delle storie che racconta ce n'è sempre uno di base che consente a chiunque di capire cosa succede e come va a finire tutta la vicenda.
Ma è una complessità che a mio parere va di pari passo con gli aspetti più spettacolari dei suoi film. Nolan sembra essere ben consapevole che l'iperotrofia della trama fa grande il film tanto quanto la potenza di un effetto speciale; e che una serie di ragionevoli svolte narrative sanno gratificare e mettere in moto l'intelligenza dello spettatore comune quanto il piacere di lasciarsi andare a un poco di sovraeccitazione dei sensi. Anzi forse il ritmo serrato e la sovraeccitazione complessiva aiutano a non lasciarsi andare, a non cedere alla noia e mantenere più vigile il proprio livello di concentrazione.

Ma la complessità ha anche almeno due difetti. Il primo dei quali è nell'inevitabile confusione che si genera in determinati punti del'intreccio. Confusione che permette forse di sorvolare, ma non di lasciarsi sfuggire, soluzioni non sempre eleganti, punti deboli e dettagli irrisolti. Come non chiedersi come abbia fatto Bruce Wayne a tornare alla sua Gotham in così pochi giorni dopo essere sfuggito alla prigione sotterranea in mezzo a un deserto imprecisato ma all'apparenza molto, ma molto lontano dalla sua città? Come avrà fatto visto che non ha più alcun credito, né in banca né presso le sue amicizie? Visto che non credo abbia più neanche un documento in tasca, figuriamoci del denaro contante o virtuale? Se l'è fatta a piedi fino a casa? Boh.
Come ha fatto a rientrare a Gotham visto che la città è isolata, i ponti sono stati fatti saltare tutti, i tunnel sono ostruiti dalle carcasse delle automobili e l'esercito blocca qualsiasi altro punto d'accesso o di fuga?
Dove ha tenuto nascosta tutto questo tempo la tanto ambita pen-drive con il programma "smacchiatore" visto che è stato catturato e subito dopo tenuto prigioniero in un posto segretissimo che sembra essere ai confini del mondo? In casa sua, dove nessuno lo va più a cercare nonostante siano in molti a volergli fare le pulci ma dove sembra che neanche lui abbia quasi più facile accesso? Forse nel sedere?
Chi paga le spese di gestione della sua tecnologica Bat-caverna e soprattutto l'alimentazione necessaria per mantenerla attiva visto che cinque minuti dopo che Bruce Wayne è diventato il miliardario più povero di Gotham gli hanno staccato pure la luce dentro casa?
Come posso mettermi in contatto con il suo fisioterapista, quello che in carcere con un solo cazzottone ti rimette a posto la colonna vertebrale? Hai idea, Bruce, di quanto sia noiosa e di quanto mi costi un'ora di ginnastica posturale a settimana?
La risposta a questi interrogativi ( tranne l'ultimo) forse è già in qualche piega della storia, forse in qualcuna nascosta nei capitoli precedenti che non ho visto tutti e che non ricordo più tanto bene. Forse non sono stato abbastanza attento.

Mi capita infatti all'uscita dal cinema che la persona al mio fianco mi ricordi la scena iniziale. La banda capitanata da Bane compie uno spettacolare rapimento in volo, fa letteralmente incursione su un aereo, rapisce un suo passeggero e lascia schiantare tutti gli altri insieme a uno dei suoi. Tutto questo avrà un collegamento con qualcosa che accadrà molto più in là nel film.
Io però l'avevo completamente dimenticato.
Questa mia soprendente defaillance mi colpisce tanto al punto da chiedermi con quale criterio io possa giudicare un film del quale mi perdo dettagli così importanti. Forse più che a livello di contenuti certi film andrebbero indagati prima da un punto di vista fenomenologico. In che maniera cioè essi vengono percepiti, come agiscono sulla nostra attenzione, che tipo di reazioni anche fisiologiche mettono in funzione, e soprattutto che cosa ricordiamo di più una volta che, finita la visione, ritorniamo nel nostro mondo. 
Da questi risultati trarre poi le conclusioni generali sul film, sulla maniera in cui esso si esprime e si lascia capire, sul modo in cui veicola i suoi temi, agisce sulla nostra coscienza, si pone come una intelligente e tutto sommato piacevole allegoria delle contraddizioni e delle inquietudini, americane e non solo, degli ultimi anni.
E' un film che sembra contenere l'invito a una seconda visione. L'ho fatto con piacere per "Inception", ma in tutta onestà non credo di avere voglia di rifarlo a breve per un qualsiasi film di questa trilogia.

lunedì 22 ottobre 2012

Reality

L'aspetto più salutare nell'approccio al cinema di Matteo Garrone è la mancanza di ossessioni cinefile. A differenza di quasi chiunque altro, il suo è un cinema che non nasce dalla visione di altri film, non dissemina citazioni, non ammicca, non rifà il verso. Il cinema sembra essere il mezzo attraverso il quale Garrone si esprime perchè ne conosce il linguaggio ma i suoi interessi più genuini sono rivolti anche altrove. Innanzitutto verso luoghi e persone lontane da quelli che potrebbero essere i suoi riferimenti geografici o sociali. C'è una sana curiosità verso il prossimo, il più delle volte verso le esistenze più marginali ( prostitute, extracomunitari, ragazzi sbandati, persone afflitte da disturbi affettivi, piccoli e grandi personaggi di malavita). Un interesse che può essersi espresso anche in alcune storie non prive di morbosità ma che non da l'impressione di essere il frutto di una mente morbosa. Questo si traduce in un lungo e meticoloso lavoro di ricerca in tutti i suoi film a partire dalle location, poco frequentate dal nostro cinema come il Veneto di "Primo amore" o difficilmente accessibili all'ingombrante e anomala macchina-cinema come nel caso della Scampia di "Gomorra". Sembra saper benissimo che un conto è leggere di una moderna città biblica del vizio e della decadenza, un conto è entrarvi e mostrarne le bruttezze architettoniche, la peculiarità anche fisiognomica di chi non ha nessuna difficoltà a immedesimarsi con il ruolo che deve interpretare perchè lo interpreta già nel non facile teatro della propria vita. In questo caso, specie ai numerosi attori non professionisti che affollano gli ultimi suoi film, sembra chiedere soprattutto in cambio l'autenticità del loro bagaglio di esperienze, le caratteristiche non convenzionali del loro aspetto fisico e una dose di naturalezza verso la macchina da presa.
C'è una grande attenzione al corpo dei suoi interpreti. "Primo amore" ne era una dimostrazione fin troppo evidente, sia nella bruttezza di Vitaliano Trevisan che ne faceva un moderno Nosferatu che nella umiliazione continua inflitto al corpo della bella e allora sconosciuta Michela Cescon, costretta per esigenze di copione a denudarsi e dimagrire sempre di più.
C'era anche ne "L'imbalsamatore", ovviamente in "Gomorra" e in forma più evidente nell'ultimo "Reality". Tanto nelle figure di contorno: i parenti del protagonista sono spesso obesi, o invalidi o segnati dalle rughe e dalle piaghe comuni della vita povera;  le vicine di casa sono anziane, sdentate, hanno figli ritardati; c'è una ampia comunità di poveri matti che affolla il quartiere e campa di espedienti, il più in luce di tutti con una vistosa cicatrice sul cranio rasato. Tanto quanto nel protagonista, nel quale la dolcezza del suo viso, che lo avvicinerebbe alla mimica di Troisi, contrasta non solo con la tonicità delle spalle e delle braccia coperte di tatuaggi quanto con la storia personale del suo interprete: Aniello Arena, condannato all'ergastolo per triplice omicidio.

In questo caso però si è aggiunto un elemento inedito. Una dichiarata spinta verso il grottesco, una visionarietà dolce sottolineata anche dalla colonna sonora del grande Alexandre Desplat, lontani echi felliniani che contrastano con la precarietà continua della macchina a mano e delle più comuni tecniche di pedinamento cinematografico. Esiste cioè in questo film un registro inconsueto che è in parte quello della commedia, da sempre filtro alla rappresentazione della realtà tramite l'umorismo. Più in generale è la fuga verso una dimensione surreale. La stessa nella quale precipita il film nello stare appresso alla progressiva psicosi del protagonista.
Quello che però non rende godibile fino in fondo la visione è che se da un lato le premesse sociologiche che sorreggono il film sono interessanti e suggerite con grande intelligenza e sottigliezza fino alla conclusione; gli inevitabili risvolti narrativi non sono del tutto compiuti. Cioè, il film soffre di quella malattia comune a molti autori grandi e piccini che partono con una idea molto forte, che sembra svilupparsi da sé e produrre delle inevitabili conseguenze, ma non riesce a chiudersi con un colpo di coda magistrale. Questo rende alcune sequenze più deboli di altre, affatica il film nella seconda parte, si risolve con qualche situazione azzeccata e divertente ma conduce a un finale debole che mi lascia un poco a bocca asciutta.

Tra le critiche più diffuse al film c'è stata la lamentela di un certo ritardo sui tempi. Il "Grande Fratello" non solo non è più novità, ma ha da tempo spento anche l'interesse degli osservatori più analitici, è noioso anche come dibattito pseudo-culturale e ha perso grandi fette di pubblico. Solo un anno fa si parlava già di una probabile chiusura del programma per ascolti insoddisfacenti.
Questa critica è più comprensibile soprattutto vista dall'estero, dove le critiche sono state più numerose, nei paesi dove la teledipendenza è favorita da un'offerta di programmi e canali più ricca e i reality abbondano. Il Grande Fratello è roba vecchia e datata. Lo è anche la tv, a mio parere. E forse mi posso spingere a dire che lo è anche l'Italia. "Reality" sembra funzionare meglio come specchio ancora attuale del nostro paese, nel momento in cui un programma in netto calo di consensi è capace di risvegliare sogni e desideri sopiti di una persona semplice. Sono pericolosi i sogni e i desideri perchè non appartengono solo alle persone semplici. Se ancora riusciamo a ridere un poco del destino del povero protagonista di questo fim è perchè molti di noi si riconoscono una superiorità culturale, snobisticamente disprezzano o non guardano certe trasmissioni, credono di essere immuni da certe lusinghe per via di qualche anticorpo culturale. Mi sembra invece che il film offra un punto di vista più esasperato di situazioni comuni e la raffigurazione della televisione come una dispensatrice di irragionevole ottimismo, l'ultima deriva prima di sprofondare tutti davvero nel panico di questi anni. "Never give up!" ripete di continuo l'ex partecipante al Grande Fratello, per tutto il film. "Non arrendetevi mai!" che fa compagnia ai classici "se uno crede davvero nel proprio sogno, il sogno si realizza" o al più fatale "c'è un treno che passa una volta sola nella vita...". Ecco, non voglio mai più sentire frasi del genere. Il mio augurio è che in questo paese non si debbano più mettere in atto fughe, all'estero o nel sogno, per scendere a patti con la realtà; e che la ricerca della realizzazione delle proprie ambizioni possa diventare davvero solo il punto di partenza, come dovrebbe essere, verso la maturità, la consapevolezza e l'ottenimento della propria dignità individuale.

Altri due aspetti per me interessanti sono lo scenario napoletano e gli spunti religiosi.
Prima di tutto perchè è nella parlata napoletana che ritrovo parte delle mie radici, un senso di familiarità con toni ed espressioni. Il dialetto napoletano non è solo un modo diverso di dire certe parole ma anche una forma del tutto originale di modulare la sintassi e la ricchezza del nostro vocabolario. E' una lingua ricca e molto colorata, musicale, imprevedibile, aspra nei suoni ma veicolo di dolcezza.
Il fatto che la storia sia ambientata in larga parte a Napoli e dintorni sembra avere molteplici motivazioni. Prima forse la continuità con alcuni scenari e volti del precedente lavoro di Garrone. Poi il fatto che sembra essere diventata più attendibile come spettatore medio una famiglia del sud che la classica casalinga di Voghera ( anche perchè cazzo ma quanti anni avrà sta casalinga di Voghera, dovrebbe essere morta da un pezzo o forse è viva e non guarda il Grande Fratello, lo trova anche lei stupido e volgare). E poi vuoi mettere Voghera al centro di un film che poi farà il giro dei festival di mezzo mondo? Voghera che neanche io so in che regione sta ( vado a controllare, Lombardia, provincia di Pavia) figuriamoci il resto d'Italia.
Lo scenario napoletano ha meno bisogno di presentazioni internazionali ed ha un'indole più estroversa. Sa già fare spettacolo in una maniera chiassosa, spiritosa, grassa e volgare che la televisione commerciale riesce solo pallidamente a imitare. Manca alla televisione l'indole melodrammatica, la vitalità che riesce a rendere sublime, nei casi migliori, anche la volgarità di un'espressione, l'origine popolare di una maschera. Poi Napoli sembra già abituata per carattere a mettersi in mostra senza vergogna, esiste un senso della riservatezza più limitato, il confine tra il privato e il pubblico si fa spesso sottile, c'è meno senso di colpa nella pratica diffusa del pettegolezzo e della maldicenza. Ha un'affinità più disinvolta con gli aspetti meno nobili del "Grande fratello" e questo renderebbe il protagonista non solo lo spettatore ideale del programma ma anche a tutti gli effetti un buon candidato alla sua partecipazione.

Per quello che riguarda alcuni cenni religiosi sono rimasto molto colpito dalla scena in cui il protagonista regala i brutti mobili della sua casa alla gente del quartiere. Si spoglia cioè dei suoi averi, per quanto pacchiani e discutibili nei gusti. Il suo intento è quello di rimediare a uno sgarbo precedente che l'avrebbe messo in cattiva luce verso oscuri selezionatori del programma. E' convinto di essere già osservato, spiato in ogni sua mossa per valutare l'eventuale idoneità.
Il suo è un gesto riparatore ma simile a quello che segna la conversione di San Francesco. Con l'unica differenza che il santo di Assisi era di famiglia agiata e ha fatto volontaria scelta di povertà. Il protagonista è un poveraccio che finora si è sostenuto mantenendosi a cavallo tra la legalità e il suo contrario. Se si comporta in questa maniera è per seguire un delirio di futura richezza.
Anche San Francesco agiva sotto uno sguardo impercettibile e volendo discutibile: quello di Dio. Anche lui sceglie una linea di comportamento che lo dovrebbe condurre nel paradiso cristiano.
Il protagonista bussa invece alla porta di un paradiso terreno, nel quale solo alcuni eletti ( non di certo i migliori della nostra razza) possono entrare ( per poi fare ritorno con certi benefici sulla terra; e tanto basta per poter rinunciare alla ricerca di un più fumoso futuro paradiso ultraterreno). Un paradiso elitario ma tutt'altro che sconosciuto e tanto più desiderabile perchè osservabile dal buco della serratura. Un paradiso pieno di zeppo di pause e inserti pubblicitari. Dove, ma guarda un poco, è concesso quasi tutto tranne che bestemmiare.

lunedì 1 ottobre 2012

Pietà

Ogni volta che vedo un film orientale, soprattutto uno di quelli appartenenti alla categoria dei vincitori di festival, mi viene in mente "Lost in translation". Non proprio il film, ma il concetto dietro quel titolo bellissimo. Se è vero che dietro ogni traduzione c'è sempre un minimo di senso e di intenzione che si perde, perchè ogni linguaggio è anche l'espressione di una cultura diversa; è cosa ancora più vera nei passaggi tra lingue di ceppi completamente diversi.

Mi viene in mente ogni volta che vedo un film come quelli di Kim-Ki-duk e sono costretto a notare non solo la piattezza dei dialoghi ma anche quella delle voci doppiate. Voci che per una volta sembrano davvero incollate con lo sputo alla mimica dei personaggi. La colpa forse non è neanche dei doppiatori che faranno anche in questo caso il loro onesto sporco lavoro. La colpa sembra quasi essere una più profonda difficoltà di interpretare il senso di quello che certi film e registi volevano dire e di come lo volevano dire. Perchè posso credere in un Brad Pitt che parli in italiano e non in un anonimo attore coreano che si esprima con la vocalità di un nostro interprete di fiction?

La questione per me potrebbe allargarsi al senso più profondo di certe opere, qualcosa che non riguarda più solamente la parte verbale, le parole che compongono la sceneggiatura e i dialoghi. Voglio dire: quanto sono comprensibili certi film da uno spettatore medio?
Abbiamo davvero gli strumenti per valutare certi film senza restarne abbagliati o annoiarci a morte, in ogni caso però sempre per errore?

La risposta più semplice richiede di lasciar perdere tante inutili seghe mentali. Se un film è bello davvero riesce a oltrepassare i confini nazionali e parla un linguaggio universale. Chiunque dovrebbe poterne cogliere la bellezza, l'umanità o la poesia indipendentemente dal proprio filtro culturale. Dovrebbe potersi emozionare magari anche con una buona percentuale di errore.

Devo essere onesto: finora ho sempre guardato con molto sospetto i cosidetti amanti del cinema di Kim-Ki-duk. Vorrei inchiodarli al muro e chiedere di snocciolarmi con lucidità le ragioni della loro ammirazione. Alle volte ho solo l'impressione che si tratti di un bisogno di diversità, un bisogno nemmeno tanto profondo. Che ci sia cioè in quella zona cieca della comprensione che il cinema orientale offre allo spettatore occidentale la possibilità di lasciarsi confondere, di rimanere con una percentuale di mistero che il nostro rimasticatissimo cinema di derivazione americana non offre più, non ha mai offerto. C'è una forma di diversità dalle elementari regole del nostro intrattenimento che fa assomigliare molto cinema orientale una variante contemporanea di quello che,  ad esempio, Antonioni ha girato negli anni '60. Ma con meno spocchia di stampo borghese, con minor piombo nelle tasche e purtoppo anche con molto meno stile figurativo.

Detto questo non voglio attaccare nessuno, perchè forse quel residuo di incomprensibilità e mistero che il buon cinema orientale, compreso quello di Kim-Ki-duk, porta in dote può far nascere nelle persone il gusto anche della curiosità, l'interesse verso qualcosa che forse è bello davvero forse no, però ricorda che ci sono ancora universi cinematografici da esplorare. Chissà che i limiti delle distribuzioni nazionali non ci abbiano nascosto capolavoro sconosciuti.

La domanda piuttosto è: ma se non ci fosse poi tanto da capire? Se cioè la componente "esotica" di un film come "Pietà" fosse del tutto irrilevante? Se prendessi la stessa storia e senza cambiarne una virgola la girassi in un qualsiasi paese europeo?  Cosa cambierebbe nella nostra percezione?

Lo scrivo perché ad esempio sono piuttosto ignorante a riguardo di filosofie orientali ma parecchio ferrato in ambito di religione cattolica e rimango molto sopreso nel notare con quanta disinvoltura essa sia presente in una parte della filmografia del regista coreano. C'è un sentimento cattolico molto forte, già nel titolo del film e nell'immagine della locandina. C'è nella brutalità con cui si esprime il cammino di redenzione del protagonista, nella ferocia con cui porta a compimento il suo percorso spirituale suggellato dal masochismo fino al sacrificio estremo, c'è una profonda suggestione per il dolore fisico.
C'è nella vacuità del protagonista, nella sua apparente insensibilità una spinta religiosa che aspetta il momento per fare i conti con se stesso. Non solo, ma la maniera in cui il protagonista decide di chiudere la sua storia assomiglia quasi al finale di un film con Clint Eastwood, ha quella barbara espressività di certi western che a loro volta hanno echi di una crudeltà atavica, da antico testamento. 

A me comunque il film non è piaciuto.
Interessante forse, ma troppo naif. C'è nella fase adolescenziale una marcata attrazione verso i tempi più forti e l'esasperazione della violenza. Il tumulto dei propri sentimenti e la prima comprensione della violenza nascosta del mondo adulto rendono affascinanti ai più giovani film come questo o tematiche simili.
Kim-Ki-duk mi annoia proprio per questo. Sembra continuare a scrivere e girare film come un giovare regista. E' acerbo e imbarazzante, a volte approssimativo anche nella forma. I suoi film sembrano sorretti da una spinta emotiva, da un formicolio interiore che non riesce a farsi compiutezza intellettuale.
Forse però questo si tramuta anche in una certa freschezza espressiva.

Al momento della consegna del Leone d'oro all'ultimo festival di Venezia il regista è salito sul palco e invece del solito breve discorso di ringraziamento ha intonato una canzone tradizionale del suo paese. Mossa che ha sorpreso molti per la sua eccentricità.
O forse soltanto confusi. Quello che per noi potrebbe essere un segno di eccentricità magari altrove è pudore, dolcezza d'animo.
Appunto, vai a capire.

domenica 16 settembre 2012

Gli sfiorati

Per tutta l'estate ho cercato di recuperare in una delle arene estive questo secondo film di Matteo Rovere. Ci sarei anche riuscito, avevo trovato lo spettacolo a Piazza Vittorio in una serata libera, ma poi non so cosa è successo. Ho perso del tempo prima di partire, il lungo spostamento mi ha spaventato, temevo di arrivare in ritardo e mi sono detto: "Vuoi andare a vedere davvero un film che già sai non ti piacerà?".
La risposta è stata "no" e così sono rimasto a casa.
Ho cercato il film su internet senza ottenere grossi risultati, fino a qualche giorno fa.

Così, nella maniera peggiore, ho consumato anche la visione de "Gli sfiorati", togliendomi lo sfizio e la curiosità assieme. Il film in sala ha incassato niente e ogni volta che chiedo a qualcuno se l'ha visto non sa neanche di cosa sto parlando. Quei pochi che per questo titolo si son fatti strappare il biglietto all'ingresso di un cinema qualsiasi non mi hanno riportato opinioni positive.
Nel frattempo sono successe delle cose.

Prima di tutto ho letto il libro.
"Gli sfiorati" infatti è un romanzo ( il secondo, per la precisione) di Sandro Veronesi. Sandro Veronesi è quello di "Caos calmo" per intenderci e chi mi conosce se che è forse il mio scrittore italiano vivente preferito. Forse ci saranno anche penne più autorevoli di lui ma c'è qualcosa nella qualità della sua prosa che mi piace molto.
Sandro Veronesi è uno che ha frequenti e mutui rapporti con il mondo del cinema. E' innanzitutto fratello di quel Giovanni, regista e sceneggiatore di successo per se stesso e altri ( Pieraccioni, Nuti, Verdone, i vari "Manuali d'amore"). Poi ha la stima di personaggi come Nanni Moretti che volle a tutti i costi, nonostante sembrasse poco adatto all'indole del personaggio, interpretare il ruolo del protagonista nell'adattamento di "Caos calmo", una delle poche pellicole in cui Moretti non è pure regista di se stesso.
Tra le altre cose Veronesi è uno dei curatori della casa editrice Fandango, nata dalla costola della casa di produzione di Procacci, e per questa collana sono usciti i suoi ultimi lavori nonché una riedizione ad hoc de "Gli sfiorati" che ha avuto negli anni più vite editoriali. Perchè il romanzo è uscito la prima volta nel 1990, quando Veronesi aveva più o meno trent'anni, ed è passato più volte da una casa editrice all'altra. La mia copia, ad esempio, è quella della Mondadori ma ne esiste almeno un'altra, di pochi anni fa, della Bompiani.

Nonostante sembri essere di casa nel vicino mondo del cinema da nessuno degli adattamenti dalle sue opere ( non sempre adattabili e comunque mai adattati da lui medesimo, va detto, e forse è un bene in tutte e due i casi) è venuto un buon film. "La forza del passato" è inguardabile. "Caos calmo" era noiosetto. E "Gli sfiorati"?
Beh, devo essere sincero, pensavo peggio.

Pensavo peggio perchè la qualità funambolica della scrittura di Veronesi è l'ingrediente magico che si viene a perdere in ogni trasposizione. La sua maniera di essere divertente restando serio e prolisso restando leggero, oppure colto ma ammiccando di continuo, le sue impareggibili divagazioni sono cose che il cinema non potrà mai rendere. La paura di ritrovarmi banalizzata una storia che già nel romanzo sembra basarsi quasi sul nulla e gira più volte a vuoto, ma che ruota tutta attorno alla inconfessabile attrazione erotica di un giovane serioso col pallino della grafologia ( ma tutti questi sono solo dettagli secondarti); dicevo: dell'inconfessabile attrazione erotica di un giovane verso la misteriosa sorella adolescente, nata da una relazione extraconiugale del padre ma pur sempre sua consanguinea.
Cioè, dell'inconfessabile attrazione erotica di un giovane serioso e col pallino della grafologia ( e tanti altri pallini meno distintivi) verso una sorella misteriosa e all'apparenza svampita che rischierebbe di condurci dalle parti dell'incesto. Così che mentre nel libro la giostra degli eventi tutti trascurabili ci riporta inevitabilmente alla domanda fondamentale: "Mète, il protagonista, riuscirà a farsi una ragione di questo suo desiderio di scopare con questa sua sorella piombata dal nulla apposta per minargli la già friabile esistenza?"; la domanda che mi sono posto io per mesi prima di vedere il film è: "Come può essere raccontato questo momento incredibile, di due fratelli che cedono al desiderio sessuale l'uno dell'altro e che è il momento più bello e indimenticabile di un bel romanzo per niente pruriginoso ma proprio in quelle pagine ispiratissimo, poetico, toccato dalla grazia e geniale? Pagine che ho riletto più volte nel corso dell'estate, che ho provato anche a leggere a voce alta davanti a un microfono ( mi sarebbe piaciuto condividerle con qualcuno, ma non ho nessuna qualità radiofonica e ho lasciato perdere subito).
Come può questo momento esplosivo e rivoluzionario eppure dolcissimo finire in un film italiano senza uscirne massacrato dalla sciatteria delle interpretazioni o del linguaggio, dalla superficialità del punto di vista, dalla mancanza di sfumature che il cinema sembra dover avere per funzionre al meglio?
Eppure ci finisce, senza neanche l'ombra dello scandalo, ed è un bel momento ma dimenticabile in un film alla fine non brutto ma altrettanto dimenticabile che ha tra i suoi difetti una leggera mancanza di fuoco, nel doppio senso di messa a fuoco generale del senso e poi di bruciore, ardore.
Finisce che il momento più bello, quello in cui mi sembra di avvertire il riflesso dello slancio dell'autore, è la breve e incomprensibile apparizione dal cielo di un pallone rosso. Il protagonista lo prende tra le mani e con un calcio della madonna, un gesto elegantissimo e potente, reso in maniera plastica ed efficace dalla bella regia di un film molto curato nei suoi aspetti visivi, lo lancia verso il cielo e al di là di quell'altissimo muro dal quale era precipitato. Adesso non ricordo se c'era qualcosa di simile nel libro, ma questa breve scena mi è rimasta impressa. Segno che alle volte ci si dimentica che gli attori non sono solo il primo piano dei loro visi ma anche il loro corpo. Si recita, purtoppo quasi mai in maniera memorabile, anche con il resto del corpo. Allora è proprio per questi tre secondi di calcio al pallone che salvo questa opera seconda di Matteo Rovere, il quale sono sicuro tornerà a fare parlare di sé.

sabato 18 agosto 2012

Buoni propositi

Da pochi giorni ho firmato un contratto per avere finalmente l'allaccio a internet nella casa dove abito. Negli ultimi anni ho dovuto dipendere dalla volontà dei miei coinquilini, finchè ci sono stati; usare squallidi internet point; o sfruttare la linea di vicini di casa, genitori o amici.
E' strano per uno che scrive su un blog non avere neanche internet a casa. Finora ho dedicato alla mia paginetta il minimo della cura. Sono in molti ad avermi chiesto di rimettere mano almeno all'impaginazione. Finora non mi è interessato nient'altro che scrivere e senza neanche grosse pretese. Non ritengo le mie opinioni più interessanti o meritevoli di essere lette di quelle di altri. Ci sono in rete blogger che fanno un ottimo lavoro e hanno la mia stima.

 Ma non è solo del blog che volevo scrivere.
Sono caduto nella trappola dei buoni propositi durante la settimana. Di solito accade a cavallo del capodanno. Forse l'immobilità, il mal di schiena, l'apatia e la solitudine di queste ultime setimane mi hanno costretto a riflessioni oziose. C'è una sorta di sciatteria che bisogna evitare, questa è la mia conclusione. Perchè di tanti difetti la sciatteria è l'unico che non si può mai perdonare.
Questo vale per la maniera in cui si affronta la propria vita quando si scende dall'ottovolante dei giorni migliori; vale anche per questo blog e per tante altre tracce che lascio in giro.
Mi è tornata la voglia di fare le cose più seriamente, io che poi abbastanza serio mi ritengo nonostante le mie continue cadute di stile.
Tra pochi giorni dovrebbe ricominciare il tran tran del lavoro.
In qualche maniera ho già voltato le spalle alle fatemorgane dell'estate e una nube di incertezze e piccole inevitabili ansie ha già coperto il mio rettangolo di cielo mentale. 
Non so che fine faranno questi miei buoni propositi. Per quel che riguarda noi ( io che scrivo e voi che leggete) mi auguro solo di diventare un blogger migliore.

domenica 29 luglio 2012

Mal di schiena e delirio a Fiumicino

Un forte mal di schiena mi impedisce di starmene seduto a vedere film, oltre che di lavorare e più in generale vivere decentemente. In un post di qualche mese fa ho scritto che a volte è proprio il mal di schiena a influenzare il mio giudizio su un film. Allora non immaginavo. Insomma forse segnali di quello che mi affligge oggi ce n'erano. Io però intendevo che di fronte alla crescente difficoltà di trovare sollievo fisico sulle poltroncine del cinema mi salvavano solo i film maiuscoli, quelli che si prendono tutta la nostra concentrazione, film sempre rari specie se si cerca un poco a casaccio tra quello che offre la programmazione di settimana in settimana. Ma per salvarmi da questo tormento ci vorrebbe più che un capolavoro, una sorta di miracolo davvero, qualcosa che mi è sfuggito in maniera tanto grossolana nella febbre dell'oro cinematografico dei miei anni passati.

Insomma, io che a volte la sparo grossa ma solo in privato, e  ho la tendenza a drammatizzare un poco cerco di trovare almeno un senso a questo dolore lombare che mi costringe a trovare la posizione migliore per non soffrire. E l'unica davvero efficace è starmene sdraiato sul letto, senza cuscino a sollevarmi la testa, con le gambe piegate a penzolare fuori dal rettangolo del materasso. La colonna vertebrale si distende e anche i miei nodi si rilassano. Mi rilasso anche io, a volte anche troppo e mi addormento a metà giornata. Quello che segue è il torpore di chi si lascia andare nel momento sbagliato, l'abbassamento della lucidità e il rumore di fondo dell'esistenza che aumenta di volume.
Il fatto è che nei lunghi pomeriggi di questa fase anomala che forse è già convalescenza o forse no me ne sto sospeso alle porte di Agosto senza capire, senza saper dare risposte e senza riceverne, mentre immagino tutto il resto passare fuori dalla mia finestra, nel caldo che fuori potrebbe essere pure più sopportabile che in questa casa, nel barlume di qualche vita che si lascia rosolare dal sole estivo.
Me ne sto pieno di malumori a interpretare la parte di una lattina accartocciata che un giorno si rimetterà in forma se qualcuno di prenderà cura di lei; una lattina dimenticata nella casa vuota delle vacanze estive e che aspetta il ritorno del padrone senza sapere che mese è.
Me ne sto sospeso in questa parentesi d'aria e di tempo a far girare a tutto regime criceti nella ruota della mia paranoia, insicuro dell'età che ho. In questa solitudine mi assale una zaffata di piena adolescenza, quella squisita malinconia adolescenziale fatta di pomeriggi vuoti, di baluginii del proprio futuro sostenuti da un fervore psicotico. I miei acciacchi mi anticipano una vecchiaia con tutta la sua insensatezza, le bestemmie trattenute a mordersi la lingua, le gambe che fanno male, i piaceri di un tempo che perdono di senso, i pasti frugali e sbrigativi e soprattutto la solitudine, quella che si difende dalle premure troppo invadenti di parenti lontani e quella che farebbe qualsiasi cosa per non ritrovarsi tutto il tempo a ragionare, se non proprio a parlare da solo.
Nei cali della lucidità e negli acciacchi del corpo sento salire il desiderio di qualcuno accanto, ma non una fidanzata o una compagna che pure mancano, con tutto il carico di impegni che comporterebbero; né di una professionista del soccorso o della compagnia. Piuttosto di una tata, una badante, una figura tonda e materna ma senza vincoli di sangue e ricatti affettivi, a solleticare, ma solo per riflesso, senza vera concupiscenza, quello che resta per abitudine del nostro desiderio al netto della presenza costante del dolore fisico. Qualcuno che venga a pulire un poco casa, non prenda troppo sul serio i miei malumori e i momenti di rabbia, cucini un piatto appena più decente dei miei, mi dia una mano quando non ce la faccio ad alzarmi dalla sedia, mi spalmi sulla schiena quella cazzo di pomata inutile che il dottore mi ha prescritto.
Qualcuno che sappia che è compito suo venirmi in aiuto, non si lamenti troppo se me ne approfitto un poco, mi rimproveri quanto inizio a diventare capriccioso e soprattutto non mi lasci solo quando ho bisogno di lei. Qualcuno che mantenga il necessario distacco e resti solo poche ore al giorno ma ritorni anche il giorno successivo, alla stessa ora, per cinque, sei giorni a settimana. Qualcuno che renda la vita bruta e senza senso appena più sopportabile. Allora forse la smetterò di lamentarmi e scrivere post come questo.
Strani pensieri fa venire il mal di schiena.

A dire il vero qualche film ho cominciato a vedere o a rivedere. "Carne tremula", per esempio. O "La fuga di Martha" che sembrava molto interessante. E nelle lunghe ore oziose covo il desiderio di rivedere la trilogia di "Matrix" dall'inizio alla fine per valutare con più lucidità quello che un tempo fu sbornia collettiva.
Ma quando comincio finisce sempre che non supero i venti minuti di visione. La sedia della cucina perdona molto ma molto meno della poltrona del cinema. Non riesco più a stare seduto e so che se proverò ad alzarmi la pagherò cara. In questa immobilità generata dal dolore e dalla sua prospettiva la mia attenzione frigge e il film scorre con indifferenza fino a quando mi accorgo che non lo sto seguendo più.
L'uomo non è fatto per stare seduto troppo tempo, la sua posizione naturale, frutto di millenni di lenta evoluzione, è quella eretta. L'uomo camminava, correva, andava a caccia, migrava. Non stava seduto davanti a un terminale, dietro una scrivania.
Allora di certo l'uomo non è fatto davvero per il cinema o per la lirica wagneriana. Potrebbe avere allora ragione mia sorella quando dice che è inconcepibile, per lei, che un film duri anche più di due ore. O mio zio che si lamentava del fatto che "C'era una volta in America" fosse troppo lungo e avrebbe consigliato a Sergio Leone di tagliare qua e là. Disprezzabili forse ma con le loro ragioni. Forse un osteopata sarebbe d'accordo con loro.

C'è sempre un momento quando sono sdraiato che guardo il soffitto e dico: "adesso". Adesso vorrei vedere un film, così, in questa posizione. Allora forse riuscirei a goderne senza conseguenze. Mi chiedo se esista un modo veloce e pratico per proiettare i film sul soffitto della propria casa, sentendo magari l'audio in cuffia per non disturbare i vicini. E mi chiedo anche se esistono cinema così, con letti al posto di poltrone, letti singoli e matrimoniali o anche più grandi per farci stare tutta una famiglia da prenotare con un poco d'anticipo come negli alberghi, dove starsene sdraiati a guardare immagini proiettate su una volta sopra di sè. Dove poter stare in compagnia di chi si vuole, o da soli. Dove lasciarsi vincere dal sonno, se viene, o tenersi abbracciati tutto il tempo con chi abbiamo accanto senza farsi venire il torcicollo, senza la presenza infame del bracciolo o del gomito del vicino. Letti con tanto di lenzuola, e magari una copertina se a uno gli viene freddo, da rifare o cambiare tra uno spettacolo e l'altro e con un intervallo obbligatorio in mezzo, con accensioni di luci e tutto, proprio per evitare le conseguenze di due ore di buio e finire che in sala si vada solo per fare porcate di nascosto o ronfare tutto il tempo.
Allora magari anche cinema con un biglietto appena più alto ma una programmazione solo di grandi classici, una specie di cinémathèque verticale. La nuova esperienza cinematografica, altro che il 3d.
Vi saluto, che anche per scrivere stronzate bisogna stare seduti e io stavolta ne ho raccolte in fila un bel mucchio. Non temete, pagherò per questo tra pochissimi istanti.
A presto.

martedì 24 luglio 2012

L'amore dura tre anni


Sono seduto in sala, guardo “L’amore dura tre anni” e penso, in più di un'occasione, che il regista voleva a tutti i costi fare un film che risultasse divertente, facesse ridere. L’effetto però non sempre convince perché, ehi, l’umorismo o ce l’hai o non ce l’hai. Mica si studia sui manuali, mica lo si può fingere. Woody Allen per esempio è come Jimi Hendrix, il suo umorismo sprigiona un’energia continua, sa essere imprevedibile e graffiante. Lui suona e tutti gli vanno appresso. Ma per quanto puoi allenarti sulla chitarra non è detto che diventi Jimi Hendrix.
Chiaro?

L’effetto che mi fa “L’amore dura tre anni” assomiglia, in certe occasioni, a certi spettacolini che tra cugini si organizzavano per i parenti più grandi sotto le feste natalizie. C’è una certa goffagine nell’impegno di risultare convincente, nel desiderio o nella necessità di salvare un film altrimenti così insulso dalla presunzione declamatoria del titolo. E il film si fa strada con le armi della commedia, alla fine romantica. Cerca continue soluzioni brillanti o si sforza di far brillare soluzioni di per sé abbastanza opache. Meno male che lo fa con impegno costante. Finisce che trova pure un suo tono, in qualche modo riscatta la sua stupidità con il ritmo delle sue trovate piuttosto che con il loro livello.
E alla fine sembra voler adottare la più onesta tecnica dei bruttini che devono sedurre la bella di turno con uno sforzo incessante e qualità meno evidenti senza poter fare troppo affidamento sulle proprie doti naturali.

Alla fine trovo il film anche divertente, ma caro Beigbeder se ti fingi così pieno d'umorismo non ci rimanere male se poi devo mezzo fingere anche io se qualcuno, sui titoli di coda, vuole sapere se mi è piaciuto oppure no.

domenica 15 luglio 2012

Qualche nuvola

Diego è un giovane dall'età indefinita, venti come trent'anni. Abita in un'altrettanto indefinita periferia romana che è un mix di Quadraro, Ostia e Fiumicino. E' fidanzato con una ragazza caruccia e dal seno abbondante. La fidanzata ha un'amica del cuore e di tutta una vita, abbondante punto e basta tant'è che ha deciso di andare dal dietologo dei vip che ha lo studio in centro. Diego ha degli amici d'infanzia che sono diventati uno spacciatore e uno prete. Ci gioca a calcetto tutte le settimane.
Diego ha un lavoro umile ma dignitoso in un cantiere. E' quello che fa da mediatore con il capo. Ha un buon carattere e il capo ha preso a ben volerlo. In cantiere c'è anche il futuro suocero, un muratore coriaceo e burbero che gli vuol bene anche lui. Perchè a Diego vogliono tutti bene: perchè è un bravo ragazzo, perchè è in gamba, perchè è orfano di padre, perchè è caruccio, perchè non è nè uno spacciatore nè un prete, perchè viene dalla periferia ma sa comportarsi a modo anche in contesti differenti.
Diego e la fidanzata si sposeranno presto coronando così un fidanzamento che dura dieci anni e forse ha origini ancora più remote perché i loro genitori sono vicini di casa così che i due si conoscono praticamente da tutta la vita.
Ma per sposarci ci vogliono oltre al coraggio anche dei soldi, per la cerimonia, per la casa. Su questo la fidanzata non transige e anzi rompe parecchio le palle per ogni minimo dettaglio dell'arredamento. E visto che mi pare dei due lavori solo Diego si sobbarca qualche lavoretto extra pulito pulito, tipo la ristrutturazione dell'appartamento di una misteriosa cugina del capo. Che abita in pieno centro, non sembra avere problemi economici, è bellina e bionda, un poco gatta morta. Tutte ragioni per farcela stare sul cazzo se non che la ragazza ha qualche qualità, è sensibile, dolce e sembra davvero attratta da Diego tanto da prendere lei per prima l'iniziativa. E Diego si ritrova coi piedi in due staffe che diventano sempre più roventi.
Ma di tutte le storie di tradimento viste al cinema negli ultimi anni questa è quella che mi lascia più perplesso. Perchè ad esempio a fare da perno ne "L'ultimo bacio" era il senso di colpa. Stefano Accorsi ha l'ormone impazzito, si sente già vecchio e cadente alla soglia dei trent'anni e se ne approfitta di una diciassettenne che praticamente gliela sbatte in faccia, tradendo la futura moglie che è pure incinta. Per questo forse Stefano Accorsi guadagna un poco della nostra comprensione ma rimane una merdaccia, colpevolizzando anche noi di riflesso.

Diego invece è solo un ingenuo che nel tradimento assaggia qualcosa non di proibito ma a lui negato dal contesto in cui è cresciuto. La sua inconsapevole amante è bella, solare, ha temperamento artistico e sembra una boccata di aria fresca nella sua vita. Tra l'altro è davvero affezionata a lui. Altro che "qualche nuvola" lei è davvero un raggio di sole e se le cose non dovessero sempre prendere una piega così convenzionale Diego avrebbe fatto bene a farsi un esame di coscienza, a mandare fanculo gli amici del calcetto, la fidanzata rompicazzo, l'amica tamarra, e dire al mondo intero: "Io amo lei, fatevi i cazzi vostri e non venite a farmi le vostre sparate moralistiche, tipo che io sono una merda perchè non è vero. Io sono un bravo ragazzo! Sono serio, lavoro, ho la testa sulle spalle e tutti mi vogliono bene. E può volermi bene anche una ragazza ricca che non c'entra niente con me. Finora ho vissuto la vita che volevate voi perchè non ne conoscevo un'altra. Ma per foruna ho incontrato lei che mi ha aperto gli occhi. Poi magari dite che sono un egoista ma la verità è che io dalla vita meritavo di più."
Sarebbe stata davvero una bellissima storia d'amore.

Invece Diego finisce per sposare la fidanzata. La cosa più straziante è che neanche nel momento dell'addio l'altra, con le lacrime e un occhio pesto dopo essere stata vittima di un'aggressione da parte della fidanzata e dell'amica, riesce a essere davvero stronza con lui.
Peccato Diego, lo dico davvero, perché mi sei simpatico. Tu mi insegni che a voler essere bravi ragazzi si finisce per fare sempre quello che gli altri si aspettano da noi.

domenica 1 luglio 2012

Rock of ages

La ragione che mi ha portato al cinema a vedere "Rock of ages" era seduta accanto a me e allo scoccare dell'intervallo mi ha chiesto se mi stessi annoiando. No, ma il film era un poco una cazzata- questo l'ho detto- ma non ci voleva un cervello fine per giungere a questa conclusione. Per giungerci anche in anticipo.
Questo penso lo sapessimo tutti e due ma si vede che abbiamo aspettative diverse. E' la terza volta che andiamo a cinema assieme, il che è quasi un evento perchè sono passati anni dalla prima e anni anche dalla seconda. Non ci porta in questa o in altre sale una febbre cinefila ma la voglia di passare un poco di tempo assieme senza il rischio di annoiarci uno dell'altro, ma al massimo per colpa del film sbagliato. Ogni volta poi sembra racchiudere una fase e ci si scruta con la coda dell'occhio per trovare le differenze acquisite. Queste fasi potrebbero a posteriori essere sintetizzate in capitoli coi titoli dei film visti assieme.
1_"HALLOWEEN- THE BEGINNING"
2_"THE MILLIONAIRE"
3_"ROCK OF AGES"
In nessuno dei tre casi mie proposte. Nemmeno nel primo, figuriamoci. Mi sono limitato a dire di sì ogni volta. Non sono riuscito a capire che tipo di cinema le possa piacere davvero, di sicuro ha un approccio più rilassato del mio. Lo si capisce anche dall'abitudine a mangiare schifezze durante la visione. "Ne vuoi?" mi chiede, allungando il ciotolone di pop corn. Ne prendo una manciata e il CRUNCH CRUNCH che fanno le mie mandibole mentre mastico mi rimbomba nelle orecchie. "Lo sentirà tutta la sala!" penso e questo basta per farmi passare la voglia di continuare a scoccare.

C'è qualcosa in tutta questa situazione che sembra suggerirmi uno sguardo al tempo che è passato. Già il film stesso sembra riproporre scenari scaduti. Anche Tom Cruise, con l'esibizione muscolare di chi si sforza di tenere botta alla soglia dei cinquant'anni, mi lascia un indefinito sapore in fondo alla gola. Ma non è nostalgia, o se lo è qualcuno deve averne sbagliato le dosi. "Rock of ages" è come bere un cocktail alcoolico, arrivare al quinto bicchiere e non sentire ancora niente, solo un vago intorpidimento e la vescica gonfia. E' come finire a una festa di carnevale il cui tema è il glam rock anni '80 e trovare solo gente imparruccata e su di giri per nascondere il proprio imbarazzo, sul palco un gruppo di ragazzini che fa il verso ai Guns n' roses. Non c'è niente di peggio dell'imitazione, figuriamoci del divertimento o dell'eccesso. Ma di che mi lamento se in fondo neanche la persona che mi ha invitato a questa festa me la darà e io lo sapevo già benissimo da prima?

Quando il rock celebra se stesso con un musical, gli interpreti e la retorica da talent show ho l'impressione davvero che sia finito tutto. Ha lo stesso effetto di una maglietta d'epoca stirata e messa in bella piega sul fondo di un cassetto, da rispolverare solo in certe speciali occasioni. Faccio queste riflessioni e mi accorgo che ho addosso una t-shirt dei Napalm Death trovata in perfetto stato su una bancarella. Pura adolescenza metà anni '90.
Nel 1987 l'hard rock era all'apice del suo successo. Incredibile a dirsi ma capelloni laccati e chitarre distorte andavano di moda e finivano primi in classifica. Axl Rose dava il benvenuto nella giungla e invitava a sentire la sua serpentina, Steven Tyler affermava di essersi sniffato mezzo Brasile, Gene Simmons che era sulla cresta dell'onda da molto prima continuava la sua collezione di donne per raggiungere la cifra dichiarata di 5600 scopate. Tutto si può dire di questi personaggi fuorchè classificarli come intellettuali. Di certi poeti maledetti conservavano solo i vizi, amplificati dalla grancassa di una stampa capace ancora di alimentare miti. Erano brutti ma sembravano sexy, erano volgari ma tutti cantavano a memoria le loro canzoni, sembravano immortali ma pochi anni dopo il mondo gli ha voltato le spalle.
I genitori li ritenevano immorali, pericolosi e stupidi e forse, col senno di poi, non avevano tutti i torti. "Poi è arrivato quel frocio di Cobain ed è finito tutto" ( citazione da"The wrestler"). Niente più lacca nei capelli e forse neanche shampoo; niente più cori da stadio nè virtuosismi chitarristici ma stridore di voce e strumenti; niente più abbigliamento eccentrico ma orride e sformate camice di flanella; niente più esaltazioni orgiastiche sesso-droga-rock n'roll ma un profeta depresso ed eroinomane che dopo qualche anno rifiuta il ruolo di guida di una generazione levandosi di mezzo con una schioppettata di fucile.
Col senno di poi se oggi fossi padre mi sentirei più tranquillo ad avere un figlio seguace dei Kiss piuttosto che di Kurt Cobain. Ma anche seguace dei Kiss piuttosto che di uno Skrillex qualunque. E non parlo di musica ( i Kiss mi fanno cagare) quanto di filosofie di vita. Meglio un cazzone felice che un genio depresso.

domenica 17 giugno 2012

Marilyn

E' il primo Sabato di vera estate. Fa caldo, le scuole hanno chiuso. Il mio corpo mi trasmette sensazioni di disagio, il sonno ritorna a farsi difficoltoso. Sarei voluto andare al cinema già Venerdì sera ma ero troppo stanco e ho finito per addormentarmi con il libro che mi hanno regalato tra un groviglio di lenzuola, in un bagno di sudore. Faccio sogni curiosi, densi e significativi se solo riuscissi a ricordarli. Qualcosa rimane al risveglio, la sensazione di segnali da decifrare. Ho ricominciato a lavorare e in pratica non faccio altro. Scandisco il mio tempo sulle variabili dell'orario di lavoro. Inseguo il ritmo, affaticato, con un inedito mal di schiena che è anch'esso un segnale da decifrare.
Il Sabato è troppo deprimente. Dovrei andare al mare anche io, forse. E invece vado al cinema. Prima però faccio un salto al vicino centro commerciale ma sono troppo depresso per assecondare remote tentazioni consumistiche. Al massimo mi sarei comprato il romanzo di Bianconi, quello dei Baustelle, solo perchè era in offerta; ma è una tentazione consumistica da vero depresso e insomma, c'è un limite a tutto.

Prima ancora sono andato a tagliarmi i capelli. Non sono andato dove mi hanno consigliato. Sono andato al solito posto di dove andavo a quindici anni, con il rischio che anche stavolta sbaglino il taglio e io torni a casa e cerchi un rimedio allo scempio a colpi di rasoio elettrico. Ci trovo un barbiere egiziano che non conosco e che mi fa un sacco di domande private alle quali do risposte evasive. La sera prima ho cercato a lungo di mettermi in contatto con una persona ma invano. Ho cercato di mettermi in contatto con qualcun altro ma nessuno sembrava volermi rispondere al telefono. Mi sentivo solo e avevo voglia di fare due chiacchiere con qualcuno. Ora che ho trovato qualcuno che vuole fare due chacchiere con me e sembra molto interessato ai cazzi miei non ho voglia di parlare.
Il taglio è soddisfacente. Anche stavolta ho un'acconciatura non voluta da gangster anni '30 con tanto di gel che mi tira i capelli all'indietro ma decido di non intervenire dopo per conto mio.
Recupero la macchina che ho parcheggiato di fronte a dove giocavo a pallone a quattordici anni. Sulla sabbia del campo è cresciuta l'erba. Qualcuno ha recintato la pineta con una rete che qualcun'altro ha buttato giù. Nessuno viene più a giocare da queste parti, si direbbe. Una delle due porte è scomparsa, non c'è più. Mi accorgo che, per forza di cose, gli alberi sono rimasti gli stessi. Tutto cambia ma certi alberi rimangono al loro posto. Il pensiero di questa cosa mi commuove.

Il cinema è il solito. Porta il nome di questo agglomerato di case voluto dall'arroganza di qualche palazzinaro noto. E' una struttura imponente, neanche brutta, su due piani, dalle vertiginose prospettive verticali e grandi vetrate su panorami periferici. Io non so neanche cosa hanno in programmazione. Mi accorgo che c'è ancora "Diaz" e vorrei rivederlo. Gli hanno addirittura aumentato gli orari. Però è un film troppo cupo e c'è un limite anche al masochismo.
Allora scarto per un soffio "Il dittatore" e punto su "Marilyn". Faccio il serpentone da aeroporto davanti alle casse deserte e raggiungo la sala. Mi siedo davanti, senza neanche controllare il mio posto, tanto non credo ci sarà la calca a quest'ora di Sabato. Mi sorbisco una lunga serie di trailer e pubblicità e fino all'inizio del film che però E' QUELLO SBAGLIATO.
Cioè non parte "Marilyn" ma "Project X", che è un film per adolescenti che dovrebbe raccontare la storia di una festa di compleanno dove succede di tutto.
La colpa deve essere mia, perchè sono l'unico a mostrare irrequietezza. Sono entrato nella sala sbagliata. Come è stato possibile?

Il fatto è che qui, in questa struttura monstre che permette la bellezza di 24 proiezioni contemporanee non c'è nessuna locandina all'ingresso delle sale, nè l'indicazione dell'orario di inizio. Credo sia una scelta voluta, per impedire al pubblico di uscire da una sala e entrare in un'altra senza avere pagato il biglietto e vedersi così più film gratis. Io ho sbagliato perchè ho confuso il numero del posto (11) con quello della sala (15).
Faccio due calcoli e deduco che "Marilyn" dovrebbe già essere cominciato da una decina di minuti. Allora prima decido di vedermi quest'altro film, ma resisto solo quattro minuti. Sarò superficiale ma "Project x" ha tutta l'aria di essere una boiata e io non sono troppo incline al masochismo.
Esco, non l'ho mai fatto prima.
Poi decido di andarmene a casa, mi è andata male, è colpa mia, ho sbagliato.
Poi però cambio idea e mi dico che forse, con un poco di fortuna entro in una sala a caso e vedo un film che non è ancora iniziato, magari trovo quello giusto e ho risolto il pomeriggio. Faccio tre tentativi, tutti infruttuosi.
Il primo credo fosse "Le paludi della morte", il secondo di sicuro "Killer élite", il terzo è un cartone animato in 3D. Frustrato, decido di rinunciare una volta per tutte. Poi cambio di nuovo idea.
Torno sui miei passi, deciso a vedermi "Marilyn" pure senza l'inizio. Alle brutte rimango in sala e vedo l'inizio dopo, al prossimo spettacolo, come si faceva una volta.
Entro nella sala giusta e succede un'altra cosa davvero incredibile.
Nonostante il buio mi è subito chiaro che sono l'unico spettatore. La sala è completamente vuota, il film iniziato e non c'è nessuno che lo sta vedendo. Ci sarei dovuto essere solo io, che sono arrivato in ritardo e stavo pure per tornare a casa. Mi chiedo se lo stanno proiettando solo per quell'unico biglietto strappato che ho nella tasca o se il regolamento della multisala prevede proiezioni obbligatorie anche in assenza totale di pubblico.

Il film poi è bello e si lascia guardare anche senza quella prima parte che non so quantificare in minuti. Anzi, ne guadagna in scorrevolezza. Entro già nel vivo dell'azione e non mi annoio affatto. Comincio a pensare che i film dovrebbero iniziare a durare una ventina di minuti in meno e i biglietti avere prezzi ridotti.
La mia impressione è che non si tratti di un capolavoro, ma di un film onesto, dietro il quale ci sono le mani di ottimi mestieranti. La regia fa un buon lavoro senza colpi di testa e neanche di genio, lo script riduce a minimo mistificazioni e prurigini e fa il ritratto bonario di una diva tormentata immedesimandosi nello sguardo innamorato del giovane protagonista-narratore. Michelle Williams a me sembra perfetta e centra quello che potrebbe essere il ruolo che vale tutta una carriera. Anche perchè se è vero che la vera dote dell'attrice Marilyn è nell'istinto lo stesso non può valere per la Williams che deve ricostruire l'artificio del mito nei minimi dettagli, rischiando di non riuscire non solo ad assomigliarle ma anche a rendere lo stato d grazia dei suoi ciak migliori.

A me restano delle considerazioni private.
Prima di tutto che per fare quello che si può definire un buon biopic è meglio evitare di raccontare tutta la storia dall'inizio, infanzia compresa, con tutti i suoi lati poco chiari e le deformazioni della memoria. E' meglio attenersi a un periodo limitato e significativo e adottare un punto di vista preciso. Tra l'altro è lo stesso principio adottato dai quattro Vangeli che sono stati inseriti nella Bibbia. Si concentrano sugli ultimi tre anni di vita di Gesù, quelli della predicazione attiva, e tacciono su quasi tutto il resto. Messi a confronto i testi di molti vangeli apocrifi possono assomigliare a moderni prodotti televisivi, magari anche di buona qualità. Molte agiografie dei santi invece sono più o meno gli equivalenti letterari delle peggiori fiction Rai degli ultimi anni.

Sebbene troppo giovane per essere stato segnato fino in fondo dalla figura di Marilyn ne comprendo le ragioni del suo esplosivo successo. Non è solo la bellezza ma una particolare forma di fotogenia che rende credibili e magiche sullo schermo interpreti mediocri, a discapito di attori e attrici più preparati e forse meritevoli. In fondo questo film ne offre una buona rappresentazione nel contrasto tra la diva americana e l'impostato Laurence Olivier, mettendo in scena anche la diversità culturale tra la vecchia Inghilterra e la più volgare e sensuale cinematografia americana. Marilyn è lo sdoganamento di quello che più tardi sarebbe potuto diventare rivoluzione sessuale o addirittura pornografia. E' una delle migliori formule magiche degli alchimisti della Hollywood di un tempo capace di sublimare l'arte dal trobido, sorreggere e nutrire sogni e aspirazioni, sapere modulare la gittata di potenti riflettori per rendere scintillanti gli oggetti del nostro desiderio nascondendo, come fanno i migliori direttori della fotografia, l'artificio, le doppie ombre sulla parete di fondo, le imperfezioni della fisionomia. Una formula magica ancora equilibrata e sana se si pensa che trent'anni dopo il sogno erotico degli adolescenti possono essere state le tette siliconate di Pamela Anderson.
 E cinquant'anni dopo?
Forse nella mancanza di evidenti e condivisi miti della contemporaneità sta oggi uno dei segni del declino della civiltà occidentale.

Poi c'è un'ultima considerazione che nasce dall'avere assistito per due giorni di fila, prima dal vivo e poi in un film, alla rappresentazione di un vecchio set cinematografico. A colpirmi sono le macchine da presa e le luci, ingombranti e pesanti se confrontate con quelle attuali. Ma soprattutto l'eleganza, forse pure troppo forzata, e la compostezza delle troupe di un tempo. I miei colleghi di cinquant'anni fa in giacca e cravatta mi fanno morire dal ridere e danno parecchio su cui riflettere. Nessuna nostalgia ma l'impressione che ci sia qualcosa di profondamente diverso in questo lavoro, nello stile con cui lo si compie, nella scientificità con cui lo si mette in piedi, nelle aspettative che vi si ripongono e alla fine anche nei risultati.
Mi colpisce anche, di rimando, la grande importanza che si da agli attori. Sembra non poter esistere il cinema stesso senza la presenza di divi da idolatrare e il film ne offre un esaustivo esempio. Ma questo sembra appartenere di più al passato. In una economia in crisi bisognerebbe ritenere intollerabili gli sprechi di un tempo che pure sorreggevano e alimentavano per assurdo l'economia stessa. Il budget di un film oggi se ne va in buona parte per pagare attori mediocri. Così nel buio della sala penso che sarebbe il caso di tornare a puntare su storie migliori, su volti nuovi e sconosciuti da spremere bene per quello che possono dare al singolo film. L'epoca delle Marilyn è tramontata e forse è anche meglio così.

Quando torno a casa però mi torna in mente un trailer visto nella sala sbagliata. E' di un film italiano che si chiama "Passioni". Non so chi l'ha girato, non so come abbia fatto a trovare un minimo di distribuzione. So solo che non ho mai visto niente di così brutto, da sembrare una parodia, trash come neanche i vecchi film in seconda serata sui canali privati regionali. Forse vederlo su internet non farà lo stesso effetto che sul maxischermo di una vera sala.
Dedicato a tutti quelli che pensano che i cinepanettoni siano la cosa peggior prodotta dal cinema in Italia. Purtroppo mi sa che non è così.
Vi allego il trailer di "Passioni" in coda al post.
Buona visione.