sabato 18 febbraio 2012

Hugo Cabret

"Hugo Cabret" appartiene a quella categoria di film ibridi, che non sono cioè né carne né pesce, o almeno sono metà e metà. Intendiamoci, le metà che ci vengono offerte lasciano presagire un'ottima carne o un ottimo pesce, a seconda dei gusti. Ma capita, durante la visione, di dover ingoiare bocconi che spezzano la continuità del nostro piacere. Come i bambini sul seggiolone ci insegnano non c'è niente di peggio che essere costretti a mandare giù quello che non ci va a genio, specie se come in questo caso non contiene nessun autentico valore nutriente per la nostra crescita, neanche cinematografica.
Così dopo i primi cinque minuti di autentico furore, che sembrano voler quasi presagire una nuova frontiera del meraviglioso al cinema, il film si adagia su toni e ritmi meno accentati e ci resta per lungo tempo. E' come se ci venisse offerto un giro sulla giostra, uno soltanto però. Quello che segue non è eccitante allo stesso modo, anzi è più convenzionale e pure un poco noioso.
Da qui la mia parziale delusione. Se "HC" è un film che si indirizza anche ai più piccoli non si può dire del tutto riuscito. Ci sono stati e ci sono registi e pellicole più abili nel raccontare storie di bambini per conquistare sia loro che gli adulti che li accompagnano in sala. Ho l'impressione che "Cabret", anzi Scorsese di sicuro, segua il percorso inverso: il suo interesse più sincero verso la storia che deve raccontare è in quegli elementi che si rivolgono già agli spettatori più maturi o almeno consapevoli. Soltanto poi si preoccupa del giudizio dei bambini.
La seconda metà del film contiene un segreto, neanche poi tanto segreto, che ne risolleva le sorti. Da quel momento in poi le qualità magiche della pellicola si riveleranno altrove. Non più nella sua stereoscopia, né al mistero della faccetta pulita di un bambino che stando alla vita che conduce non dovrebbe risultare così aggraziato e igienico ( vive come un moderno gobbo di NotreDame, un poco orfano dickensiano, all'interno dell'orologio della stazione di Montparnasse a Parigi dove, non si capisce come, non si deposita mai la polvere né c'è una singola perdita dell'olio che permette ai giganteschi ingranaggi di girare senza sosta; mangia al massimo i croissant rubati ai carretti ambulanti dentro la stazione, non mi pare abbia accesso all'acqua corrente e dalla prima all'ultima scena indossa lo stesso cappottino sopra allo stesso maglioncino che dovrebbe ormai puzzare come la carogna di un cane randagio morto d'estate e invece non ha nemmeno un buco o i polsi consumati).
Da quel momento in poi il piccolo Hugo sarà solo il nostro tramite per un'altra magia, quella del cinema stesso; così come gli occhialini che ci danno all'ingresso sono gli intermediari che trasformano una immagine piatta e confusa in un rettangolo che confonde la nostra percezione dello spazio e rapisce lo sguardo. Gli occhialini sono cioè, in qualche modo, l'unico strumento a nostra disposizione non per essere partecipi delle disavventure del piccolo Cabret ma per essere partecipi CON lui del suo sguardo infantile verso la meraviglia che il cinema, il suo illusionismo, ma anche la sofisticata macchina che lo sostiene e lo rende possibile, aveva già ai suoi esordi.
Finisce così che nonostante tutto il gigantesco dispiegamento di mezzi finisco per emozionarmi davvero solo davanti agli spezzoni di un film di Buster Keaton o al colpo di pistola più famoso della storia del cinema ("Assalto al treno" di Edwin S. Porter girato nel 1903! ), o al genio di Mélies al quale questa storia tributa un sentito e doveroso riconoscimento.

L'ho già scritto in quello che era il mio vecchio, scomparso blog. Non voglio rivedere il brutto film della mia vita al momento della mia morte. Voglio un purgatorio dove ripercorrere in una sala deserta tutti i film e la musica che ho amato prima di consegnarmi definitivamente anche al nulla, se dovesse essere questo che ci aspetta.

lunedì 6 febbraio 2012

Millennium- Uomini che odiano le donne

Ci sono volte che, all'uscita da una sala, mi chiedo se a me piaccia davvero il cinema. Se mi piaccia ancora. Questa è una di quelle.
Me lo chiedo perché sto maturando una forma di insofferenza verso quasi tutti i film che vedo di recente. Una insofferenza in parte fisica, come ho scritto nel post precedente. Una insofferenza psicologica: la mia attenzione nei confronti degli elementi di una trama si è fatta più evanescente. Una volta che li ho persi faccio sempre più fatica a recuperarli. Mi capita cioè di vedere un film, capire metà dell'intreccio, scoprire chi è l'assassino: quel tanto che basta per convincermi che non ho buttato del tutto il mio tempo e che non mi sono rincoglionito ancora. Ma tutto il resto è avvolto in una nube e se qualcuno mi chiedesse lumi su un punto particolare dell'intreccio farei fatica trovare una risposta convincente.
Una cosa del genere però non è successa con "Inception" che in quanto a trama complicata potrebbe vincere parecchi premi ( anzi, io credo che non ne abbia vinti davvero abbastanza: il film più intelligente e- cazzo diciamolo!- bello da tanto tanto tempo a questa parte, opinione personale). Non solo l'ho capito bene dalla mia prima visione ( in lingua originale sottotitolata in francese) ma l'ho capito meglio anche nelle visioni successive ( in italiano e non). Non mi ha mai annoiato. Non solo: provo ancora oggi un grande piacere a parlarne con altri spettatori e interrogarmi con loro su alcuni punti, scambiare le opinioni, scoprire i dettagli che mi ero perso, elaborare teorie e interpretazioni.

Questo per dire che c'è una grande differenza tra un film complesso e un film compresso. "Inception" sviluppa la sua trama nel tempo che gli basta, è una storia originale, pensata già per lo schermo. "Millennium" è un romanzo di quasi mille pagine che deve diventare un film un poco più lungo di due ore. E' inevitabile sacrificare qualcosa: personaggi, situazioni e parte della comprensibilità.

Che poi a dirla tutta il film l'ho capito benissimo. La storia la conoscevo già. Sono uno dei tanti che aveva letto il primo libro della trilogia. Avevo pure già visto, al cinema tra l'altro, il film svedese che ha dato origine a questo remake.
E sempre a voler essere onesti il film svedese mi era piaciuto. Mi era sembrato un adattamento molto ben riuscito, all'altezza del romanzo, anzi di qualche centimetro più alto. Semmai era il romanzo a non essermi sembrato all'altezza del suo successo. E' il classico best seller che è capace di incollarti alla pagina fino alle ore più piccole della notte, ma una volta che si è concluso, una volta che si è chiarito il mistero che esso contiene, lo si abbandona senza problemi. Mi sembra testimonianza di quello che sto dicendo la pila di copie tra gli usati che ho trovato la settimana scorsa nella libreria MelBookstore di via Nazionale. 

Ma c'è un dettaglio ancora più bello che è all'interno di questo film. Una volta che si è conclusa l'indagine su un vecchissimo omicidio che è al centro di gran parte della storia il cerchio intorno ai personaggi principali non si è ancora chiuso.
E' Lisbeth Salander, la giovane hacker che ha affiancato il protagonista nella sua investigazione non ufficiale, a chiudere con una sintesi invidiabile la faccenda e segnare la svolta verso l'ultimo atto: "Eri troppo impegnato con questa Harriet-del-cazzo-Vanger". E lo eravamo anche noi. Inutilmente, direi. Perché quella della saga familiare dei Vanger con i loro segreti è una vaccata da romanzetto di serie b e una volta che la si è lasciata alle spalle è davvero per sempre, senza rimorsi. Davvero non ce ne frega più una ceppa. Anzi, siamo pronti ad affermare che era pure una storia piuttosto mediocre. Siamo stati fregati, anche se lo sospettavamo. Solo che per capirlo ci sono volute due ore di film, se ci dice bene e non abbiamo voluto imbarcarci nella lettura del libro.
Che cosa resta allora?
Restano i personaggi.

Bloomkvist è il tipico protagonista da best seller, il meno super di tutti gli eroi come mi piace definire quelli della sua specie letteraria. Tanto brillante quanto ottuso. I protagonisti dei best seller non sono privi di difetti, anzi gli autori ci tengono a fornirne sempre almeno uno che li renda più simpatici o almeno più umani, ma non sono mai difetti "fatali". Cioè manca del tutto ai romanzi di successo preconfezionato il senso del tragico. Si mantengono entro le righe, da qualche parte nascondono un certo conformismo, non si sbilanciano mai, piacciono un poco a tutti e questo li rende piuttosto anonimi, privi di sangue.
Poi c'è un'altra caratteristica sulla quale spesso di tace. Quasi tutti i protagonisti di best seller sono sessualmente attivi. Cioè scopano e anche con una certa regolarità. Hanno una moglie, oppure hanno un amante; oppure gli si presentano occasioni o tentazioni e il più delle volte non se le lasciano scappare. Credo sia un modo per lasciare intendere che di loro ci possiamo fidare, sono persone che hanno un modo sano di stare al mondo. Sono integri e non ci nascondono strane ombre.
Bloomkvist non fa eccezione. Le donne gli si concedono con facilità. Nel film finisce conteso tra due soltanto ma nel romanzo ce n'era anche una terza ( forse era un poco troppo, deve avere convenuto lo sceneggiatore).
Bloomkvist è un personaggio davvero fuori dalla realtà. Ha quel fascino anonimo e un poco inverosimile che bene si sposa con quello del suo interprete, Daniel Craig, una specie di Harrison Ford privo di humor. Un recente sondaggio ha rivelato essere l'attore che, in rapporto al suo cachet, rende di meno al botteghino. Non mi stupisce.

Discorso diverso per Lisbeth Salander, creatura di pura fantasia eppure unico colpo di quasi genio di questa storia. Certo è un insieme di cliché: hacker, punk, disadatta, bisessuale; creato apposta per solleticare qualche prurito maschile. Eppure è la carta vincente nel mazzo di Stieg Larsson. Anzi, a dispetto delle apparenze, la vera protagonista è lei. E' lei "la ragazza con il drago tatuato" del titolo originale ( almeno di quello americano, di quello svedese lo ignoro). E' lei che prenderà nei capitoli a seguire una importanza sempre maggiore a discapito del bollito protagonista maschile.
Ci voleva una grande interprete per un ruolo così estremo. Finora ce ne sono state due, entrambe fantastiche: Noomi Rapace e Rooney Mara. Difficile dire chi sia la migliore. Forse la prima che, come il contesto in cui recitava, aveva qualcosa di più grezzo, adatto al personaggio. Rooney Mara è di sicuro più bella e fa impressione scoprire la trasformazione che ha subito per interpretare la parte: era lei la fidanzata acqua e sapone che lascia Zuckerberg nella prima memorabile scena di "The social network".

Quello che però mi ha colpito dell'adattamento di Fincher mi è sembrato lo scarso interesse verso l'intreccio giallo. Semplificato un poco per esigenze di chiarezza, non sembra appassionare granché neanche il regista. Manca del tutto la calata nell'abisso, il senso di claustrofobia. Manca un poco di quel sano senso da thriller alla buona che avrebbe giovato al film. Manca, secondo me, la componente dell'orrore, manca una adeguata rappresentazione della ultraviolenza che pure abbonda nella storia originale. Manca cioè uno dei suoi veri punti di forza: la capacità di fare percepire le radici del male non solo nella storia familiare di un fittizio gruppo di potenti industriali, e non solo nella società svedese, coi suoi oscuri legami con il nazismo, i suoi esperimenti eugenetica nascosti dietro il mito della socialdemocrazia che tutto il mondo gli invidia. E' la cattiveria endemica dell'uomo in generale, il disprezzo che riserva alla donna, il suo istinto maschile di sopraffazione. Qualcosa di molto più profondo e spaventoso perché possiamo percepirlo, riconoscerlo e, in forme magari non patologiche, sentirlo anche un poco nostro o almeno del nostro millenario ambiente culturale.
Alla fine invece c'è il solito cattivone psicopatico, la sua merdosa storia familiare alle spalle, le sue tirate sorseggiando whisky prima di cominciare il massacro. Insomma, la solita fuffa da film di terza categoria.
L'aver rinunciato a lanciare l'amo al di là, oltre la linea d'ombra è la grande pecca del film e l' implicita ammissione di debolezza di David Fincher come autore. Regista di eccezionale talento, soprattutto tecnico, fa il suo lavoro, in maniera sempre impeccabile. Ha un grande senso del ritmo, una cura maniacale del dettaglio. 
Qualcuno ha scritto di recente che finora gli è mancato il colpo decisivo, capace di catapultarlo nell'Olimpo dei grandi, uno stadio superiore a quello di regista di culto che gli spetta di diritto. Forse perché è spesso un regista in anticipo sui tempi, ha scritto lo stesso giornalista: i suoi film diventano più attuali e chiari col passare del tempo.
Forse, forse…

Io penso invece che Fincher abbia tutto il successo che si merita e tutto quello che forse cerca. I suoi sono film per adulti e questo gli esclude una fetta abbondante di pubblico più adolescenziale, meno sofisticato. Se si escludono "Seven" e "Fight club" che gli hanno reso una reputazione duratura, non sempre ha azzeccato la storia vincente. 
E non è vero che è in anticipo sui tempi. E' il resto del cinema a essere in ritardo da un po' di tempo a questa parte e questo è causa di parte della sua malattia. Fincher ha incorporato linguaggi diversi e più veloci, viene dal videoclip e dalla pubblicità e si nota. Ama la tecnologia e non ne fa mistero. E' uno dei pionieri del nuovo cinema digitale evoluto da parecchi anni, ha girato un intero film in motion capture per trasformare Brad Pitt in un bambino di settant'anni e in un anziano di dieci, ha fatto un attualissimo film su Facebook, ha un pirata informatico al centro della sua ultima storia.
Il problema è Fincher è diventato un grande regista ma non sembra interessato a diventare un vero Autore. E quale sarebbe la differenza, direbbero i più smaliziati?
Secondo me vuol dire che quando sei un grande regista comunque giri la storia che ti propongono. A volte ti trovi tra le mani quella giusta e fai centro, altre volte giri solo un buon film.
Chi ha l'ambizione di imporsi come autore va oltre la cifra stilistica, per offrire un preciso punto di vista. Non solo, sa che è necessario che la storia che deve raccontare abbia una più ampia e chiara risonanza di temi universali. Ce l'aveva, in forma esplicita, "Fight club" e per questa ragione lo abbiamo amato o odiato. 
Non ce l'aveva "The social network" dove la brillantezza dell'intreccio e dei dialoghi prevaleva sulle pure interessanti contraddizioni di fondo del caso Zuckerberg e sulle riflessioni sul contemporaneo concetto di socialità e amicizia.
Non ce l'ha nemmeno questo ultimo film al quale, se solo fosse stato un poco meno noioso, avrei tributato di sicuro un affetto maggiore.  




venerdì 3 febbraio 2012

C'è sempre nella vita di un blog un momento di crisi. La cosa più divertente, a pensarci, è che se la crisi, parola dell'anno a quanto pare, mette ansia e fa calare un velo nero sul modo di percepire i nostri orizzonti la crisi di un blog è qualcosa da vivere con la massima indifferenza e spensieratezza.
Nessuno obbligo da adempiere, nessuno standard da mantenere. A scrivere un blog si perde solo un poco di tempo e di reputazione, e se ne abbiamo creato uno vuol dire che potevamo benissimo permetterci di perderne un poco.
Si può non scrivere perchè non si ha voglia: di condividere, per esempio; ma anche perchè non si ha molto da condividere. Nel mio caso devo avere qualche recente difficoltà a mettere le parole in fila. Cioè un problema a voler affrontare un ragionamento ulteriore sul film appena visto, qualcosa che vada appena al di là del "sì, mi è piaciuto" oppure no.
C'erano bei film nelle sale nelle settimane passate. Ho perso "Shame" e "The artist", forse riesco a rimediare. Ho visto "Le idi di Marzo" e "J.Edgar" e come al solito sono rimasto impressionato dalla capacità del cinema americano di lavare in pubblico i propri panni sporchi senza rinunciare all'intrettenimento. Il film di Clooney in particolare mi è piaciuto molto per una ragione davvero elementare. E' ben scritto, è pensato per un pubblico intelligente o almeno interessato, è ben confezionato. I film così si lasciano guardare dall'inizio alla fine, rapiscono l'attenzione e non affaticano.
Ho un modo differente per valutare se un film in sala mi è piaciuto: non deve farmi venire il mal di testa, non deve farmi venire il mal di schiena, deve vincere i sintomi dell'incontinenza che mi costringerebbero a fare alzare tutta la fila per permettermi di raggiungere i bagni. Certo non è proprio un metodo valido perchè ci sono varianti personali da considerare tipo la stanchezza, la posizione in sala, il tipo di poltroncine, l'assunzione di liquidi prima della proiezione, i miei vicini di posto...

... a proprosito di  vicini di posto.
Sono andato a vedere "La talpa" in quel multiplex davvero infame che è Cineland (Ostia, Roma).
Saremo stati quindici al massimo, tutti compressi nelle ultime due file e con una sala vuota davanti a noi. Anche in questi casi, con quindici minuti di prologo pubblicitario, c'è sempre qualcuno che riesce ad arrivare a film iniziato e pretende il suo posto numerato che è occupato dalla persona sbagliata o da un mucchio di cappotti.
Ma quello che è peggio sono i soliti maleducati che chiacchierano tutto il tempo. I ragazzini che devono esternare la loro incapacità di apprezzare un film; quelli che hanno la presunzione di parlare a nome di tutti ( "questo film è una boiata pazzesca!"- e tu, perdonami, sei davvero un coglione); gli enciclopedici, quelli che "ah ,questo è l'attore di... quest'attrice ha fatto..." che però di solito si azzittano dopo cinque minuti ( a volte rientro in questa categoria); per chiudere con i vecchi, presenti soprattutto nelle proiezioni pomeridiane nei cinema al centro di Roma, e le signore che commentano divertite, scandalizzate, annoiate ogni situazione del film come fossero nel salotto di casa loro.
Ho escluso i bambini, devo dire che è raro che andiamo a vedere gli stessi film.
Per tutti gli altri provo un profondo, inutile disprezzo. Se non sapete stare al cinema restate a casa. Hanno inventato Sky e la Playstation anche per voi, c'è internet, ci sono le droghe, ci sono i giochi con le carte. Trovate il modo che preferite per passare il tempo e divertirvi e non rompete le palle al prossimo.

Poi però mi viene un senso di colpa e mi sembra di rivedere mio nonno che si lamentava perchè quella tale signora era entrata in chiesa con un abbigliamento non adeguato o quel tale aveva sbagliato i tempi della funzione. Ma in fondo cinema e chiesa hanno qualcosa in comune, sono luoghi di una rappresentazione in più atti, dove si va per trovare qualcosa che il mondo di fuori non sa offrire. Ognuno di noi ha diritto a elevare il suo spirito negi spazi e nelle forme che preferisce.
Amen.