lunedì 6 febbraio 2012

Millennium- Uomini che odiano le donne

Ci sono volte che, all'uscita da una sala, mi chiedo se a me piaccia davvero il cinema. Se mi piaccia ancora. Questa è una di quelle.
Me lo chiedo perché sto maturando una forma di insofferenza verso quasi tutti i film che vedo di recente. Una insofferenza in parte fisica, come ho scritto nel post precedente. Una insofferenza psicologica: la mia attenzione nei confronti degli elementi di una trama si è fatta più evanescente. Una volta che li ho persi faccio sempre più fatica a recuperarli. Mi capita cioè di vedere un film, capire metà dell'intreccio, scoprire chi è l'assassino: quel tanto che basta per convincermi che non ho buttato del tutto il mio tempo e che non mi sono rincoglionito ancora. Ma tutto il resto è avvolto in una nube e se qualcuno mi chiedesse lumi su un punto particolare dell'intreccio farei fatica trovare una risposta convincente.
Una cosa del genere però non è successa con "Inception" che in quanto a trama complicata potrebbe vincere parecchi premi ( anzi, io credo che non ne abbia vinti davvero abbastanza: il film più intelligente e- cazzo diciamolo!- bello da tanto tanto tempo a questa parte, opinione personale). Non solo l'ho capito bene dalla mia prima visione ( in lingua originale sottotitolata in francese) ma l'ho capito meglio anche nelle visioni successive ( in italiano e non). Non mi ha mai annoiato. Non solo: provo ancora oggi un grande piacere a parlarne con altri spettatori e interrogarmi con loro su alcuni punti, scambiare le opinioni, scoprire i dettagli che mi ero perso, elaborare teorie e interpretazioni.

Questo per dire che c'è una grande differenza tra un film complesso e un film compresso. "Inception" sviluppa la sua trama nel tempo che gli basta, è una storia originale, pensata già per lo schermo. "Millennium" è un romanzo di quasi mille pagine che deve diventare un film un poco più lungo di due ore. E' inevitabile sacrificare qualcosa: personaggi, situazioni e parte della comprensibilità.

Che poi a dirla tutta il film l'ho capito benissimo. La storia la conoscevo già. Sono uno dei tanti che aveva letto il primo libro della trilogia. Avevo pure già visto, al cinema tra l'altro, il film svedese che ha dato origine a questo remake.
E sempre a voler essere onesti il film svedese mi era piaciuto. Mi era sembrato un adattamento molto ben riuscito, all'altezza del romanzo, anzi di qualche centimetro più alto. Semmai era il romanzo a non essermi sembrato all'altezza del suo successo. E' il classico best seller che è capace di incollarti alla pagina fino alle ore più piccole della notte, ma una volta che si è concluso, una volta che si è chiarito il mistero che esso contiene, lo si abbandona senza problemi. Mi sembra testimonianza di quello che sto dicendo la pila di copie tra gli usati che ho trovato la settimana scorsa nella libreria MelBookstore di via Nazionale. 

Ma c'è un dettaglio ancora più bello che è all'interno di questo film. Una volta che si è conclusa l'indagine su un vecchissimo omicidio che è al centro di gran parte della storia il cerchio intorno ai personaggi principali non si è ancora chiuso.
E' Lisbeth Salander, la giovane hacker che ha affiancato il protagonista nella sua investigazione non ufficiale, a chiudere con una sintesi invidiabile la faccenda e segnare la svolta verso l'ultimo atto: "Eri troppo impegnato con questa Harriet-del-cazzo-Vanger". E lo eravamo anche noi. Inutilmente, direi. Perché quella della saga familiare dei Vanger con i loro segreti è una vaccata da romanzetto di serie b e una volta che la si è lasciata alle spalle è davvero per sempre, senza rimorsi. Davvero non ce ne frega più una ceppa. Anzi, siamo pronti ad affermare che era pure una storia piuttosto mediocre. Siamo stati fregati, anche se lo sospettavamo. Solo che per capirlo ci sono volute due ore di film, se ci dice bene e non abbiamo voluto imbarcarci nella lettura del libro.
Che cosa resta allora?
Restano i personaggi.

Bloomkvist è il tipico protagonista da best seller, il meno super di tutti gli eroi come mi piace definire quelli della sua specie letteraria. Tanto brillante quanto ottuso. I protagonisti dei best seller non sono privi di difetti, anzi gli autori ci tengono a fornirne sempre almeno uno che li renda più simpatici o almeno più umani, ma non sono mai difetti "fatali". Cioè manca del tutto ai romanzi di successo preconfezionato il senso del tragico. Si mantengono entro le righe, da qualche parte nascondono un certo conformismo, non si sbilanciano mai, piacciono un poco a tutti e questo li rende piuttosto anonimi, privi di sangue.
Poi c'è un'altra caratteristica sulla quale spesso di tace. Quasi tutti i protagonisti di best seller sono sessualmente attivi. Cioè scopano e anche con una certa regolarità. Hanno una moglie, oppure hanno un amante; oppure gli si presentano occasioni o tentazioni e il più delle volte non se le lasciano scappare. Credo sia un modo per lasciare intendere che di loro ci possiamo fidare, sono persone che hanno un modo sano di stare al mondo. Sono integri e non ci nascondono strane ombre.
Bloomkvist non fa eccezione. Le donne gli si concedono con facilità. Nel film finisce conteso tra due soltanto ma nel romanzo ce n'era anche una terza ( forse era un poco troppo, deve avere convenuto lo sceneggiatore).
Bloomkvist è un personaggio davvero fuori dalla realtà. Ha quel fascino anonimo e un poco inverosimile che bene si sposa con quello del suo interprete, Daniel Craig, una specie di Harrison Ford privo di humor. Un recente sondaggio ha rivelato essere l'attore che, in rapporto al suo cachet, rende di meno al botteghino. Non mi stupisce.

Discorso diverso per Lisbeth Salander, creatura di pura fantasia eppure unico colpo di quasi genio di questa storia. Certo è un insieme di cliché: hacker, punk, disadatta, bisessuale; creato apposta per solleticare qualche prurito maschile. Eppure è la carta vincente nel mazzo di Stieg Larsson. Anzi, a dispetto delle apparenze, la vera protagonista è lei. E' lei "la ragazza con il drago tatuato" del titolo originale ( almeno di quello americano, di quello svedese lo ignoro). E' lei che prenderà nei capitoli a seguire una importanza sempre maggiore a discapito del bollito protagonista maschile.
Ci voleva una grande interprete per un ruolo così estremo. Finora ce ne sono state due, entrambe fantastiche: Noomi Rapace e Rooney Mara. Difficile dire chi sia la migliore. Forse la prima che, come il contesto in cui recitava, aveva qualcosa di più grezzo, adatto al personaggio. Rooney Mara è di sicuro più bella e fa impressione scoprire la trasformazione che ha subito per interpretare la parte: era lei la fidanzata acqua e sapone che lascia Zuckerberg nella prima memorabile scena di "The social network".

Quello che però mi ha colpito dell'adattamento di Fincher mi è sembrato lo scarso interesse verso l'intreccio giallo. Semplificato un poco per esigenze di chiarezza, non sembra appassionare granché neanche il regista. Manca del tutto la calata nell'abisso, il senso di claustrofobia. Manca un poco di quel sano senso da thriller alla buona che avrebbe giovato al film. Manca, secondo me, la componente dell'orrore, manca una adeguata rappresentazione della ultraviolenza che pure abbonda nella storia originale. Manca cioè uno dei suoi veri punti di forza: la capacità di fare percepire le radici del male non solo nella storia familiare di un fittizio gruppo di potenti industriali, e non solo nella società svedese, coi suoi oscuri legami con il nazismo, i suoi esperimenti eugenetica nascosti dietro il mito della socialdemocrazia che tutto il mondo gli invidia. E' la cattiveria endemica dell'uomo in generale, il disprezzo che riserva alla donna, il suo istinto maschile di sopraffazione. Qualcosa di molto più profondo e spaventoso perché possiamo percepirlo, riconoscerlo e, in forme magari non patologiche, sentirlo anche un poco nostro o almeno del nostro millenario ambiente culturale.
Alla fine invece c'è il solito cattivone psicopatico, la sua merdosa storia familiare alle spalle, le sue tirate sorseggiando whisky prima di cominciare il massacro. Insomma, la solita fuffa da film di terza categoria.
L'aver rinunciato a lanciare l'amo al di là, oltre la linea d'ombra è la grande pecca del film e l' implicita ammissione di debolezza di David Fincher come autore. Regista di eccezionale talento, soprattutto tecnico, fa il suo lavoro, in maniera sempre impeccabile. Ha un grande senso del ritmo, una cura maniacale del dettaglio. 
Qualcuno ha scritto di recente che finora gli è mancato il colpo decisivo, capace di catapultarlo nell'Olimpo dei grandi, uno stadio superiore a quello di regista di culto che gli spetta di diritto. Forse perché è spesso un regista in anticipo sui tempi, ha scritto lo stesso giornalista: i suoi film diventano più attuali e chiari col passare del tempo.
Forse, forse…

Io penso invece che Fincher abbia tutto il successo che si merita e tutto quello che forse cerca. I suoi sono film per adulti e questo gli esclude una fetta abbondante di pubblico più adolescenziale, meno sofisticato. Se si escludono "Seven" e "Fight club" che gli hanno reso una reputazione duratura, non sempre ha azzeccato la storia vincente. 
E non è vero che è in anticipo sui tempi. E' il resto del cinema a essere in ritardo da un po' di tempo a questa parte e questo è causa di parte della sua malattia. Fincher ha incorporato linguaggi diversi e più veloci, viene dal videoclip e dalla pubblicità e si nota. Ama la tecnologia e non ne fa mistero. E' uno dei pionieri del nuovo cinema digitale evoluto da parecchi anni, ha girato un intero film in motion capture per trasformare Brad Pitt in un bambino di settant'anni e in un anziano di dieci, ha fatto un attualissimo film su Facebook, ha un pirata informatico al centro della sua ultima storia.
Il problema è Fincher è diventato un grande regista ma non sembra interessato a diventare un vero Autore. E quale sarebbe la differenza, direbbero i più smaliziati?
Secondo me vuol dire che quando sei un grande regista comunque giri la storia che ti propongono. A volte ti trovi tra le mani quella giusta e fai centro, altre volte giri solo un buon film.
Chi ha l'ambizione di imporsi come autore va oltre la cifra stilistica, per offrire un preciso punto di vista. Non solo, sa che è necessario che la storia che deve raccontare abbia una più ampia e chiara risonanza di temi universali. Ce l'aveva, in forma esplicita, "Fight club" e per questa ragione lo abbiamo amato o odiato. 
Non ce l'aveva "The social network" dove la brillantezza dell'intreccio e dei dialoghi prevaleva sulle pure interessanti contraddizioni di fondo del caso Zuckerberg e sulle riflessioni sul contemporaneo concetto di socialità e amicizia.
Non ce l'ha nemmeno questo ultimo film al quale, se solo fosse stato un poco meno noioso, avrei tributato di sicuro un affetto maggiore.  




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