domenica 29 aprile 2012

Ciliegine

A volte ho l'impressione che il ritorno al cinema sia come quando si va sulla spiaggia pochi giorni dopo le grandi mareggiate. Non c'è più traccia dello spettacolo che ci aveva ipnotizzato, le onde sono basse, c'è il sole e tira un filo di vento. Non è proprio un bel vedere questa calma. L'arenile è stato mangiato dai grandi moti dei giorni precedenti e la sabbia è sporca, piena com'è di immondizia e rami spezzati che prima giacevano al di sotto del livello del mare. Questo mi sembrano alle volte certe settimane cinematografiche intermedie e fiacche. Si va al cinema quasi per abitudine, senza grandi aspettative. Si recupera quel film che non avevamo messo in cima alla lista. Alle volte capita di trovare, in mezzo ai flaconi vuoti di detersivo delle piccole perle, oggetti inutili ma aggraziati che mettiamo in una tasca e portiamo a casa. Forse la nostra ricerca non è stata del tutto vana. Ci sentiamo meno sciocchi.

Forse "Ciliegine" è questo. Un piccolo film grazioso che soddisfa le ambizioni registiche di Laura Morante, che pure non dovevano essere troppo alte. Leggerino, cucito su misura sulle nevrosi vere o presunte dell'autrice. Commedia sofisticata ma non troppo, per un pubblico educato, di prevalenza femminile, magari con paziente accompagnatore maschile. Io avevo proposto "Hunger" ma alla fine mi sono piegato a questo piccolo film senza grandi difficoltà.

Laura Morante è una variante meno cinica ed logorroica di Woody Allen, sembra lasciarsi un poco andare rispetto ai suoi cliché cinematografici. Non sempre i registi che l'hanno scelta come musa un poco dolente hanno colto il suo umorismo. Sembra quasi riprendersi la rivincita su uno dei personaggi più infelici della sua ultima filmografia ( che pure lei confessa di avere amato, mah) : quello della moglie in crisi che si invaghisce dell'uomo sbagliato senza capire che è gay. Per chi si fosse perso questa perla era "Ricordati di me" di Gabriele Muccino, un film che sembrava continuamente flirtare con il disastro e si prendeva parecchio sul serio.
Qui la formula è invertita: bella donna matura in perenne conflitto con l'universo maschile, con un buon lavoro, un'amica del cuore, un carico di nevrosi da scoraggiare anche il partner più paziente trova l'uomo giusto per lei ma non se ne innamora subito perchè lo crede gay. Invece è solo un equivoco che si portrae, forse pure troppo a lungo sia nella storia che nell'economia del film.  
Dall'altra parte l'inconsapevole oggetto del desiderio, fresco di separazione alle spalle, si ritrova confuso dalle attenzioni di una nuova amica premurosa di cui non capisce fino in fondo le intenzioni.
Il teatrino di amici e conoscenti orchestrerà il tutto fino alle conseguenza ultime nel tentativo di salvare i due dalle ragioni della loro privata infelicità.

Alla fine l'autoironia e qualche momento riuscito riscattano il film da qualche snodo legnoso, da qualche ripetizione, da qualche concessione di troppo alla commedia. C'è una scena che mi è piaciuta molto a un buon punto del film. Il meccanismo si è già messo in moto, l'equivoco è sostenuto dagli amici e in una fase ormai evoluta. Sdraiati sul letto, un poco irrigiditi e completamente vestiti uno accanto all'altro i due si fanno piccole confessioni intime con sufficiente leggerezza. Hanno lo sguardo perso nel vuoto, rivolto a un ipotetico soffitto sopra di loro: lei con gli occhi sfavillanti, lui con l'espressione di chi è combattuto nei suoi impulsi. Eppure la loro fisicità non tradisce nessuno scatto verso la sensualità. Anche se del tutto credibile c'è un sottofondo di assurdità in questa rappresentazione dell'amicizia profonda tra un uomo e una donna liberati dai ruoli di adulti ma con il fantasma del sesso tra di loro, che pure si fonda su un inganno pseudoterapeutico.

sabato 14 aprile 2012

Diaz

A meno di ventiquattro ore dalla sua visione l'autore di questo blog si sbilancia a dire che "Diaz" è un capolavoro. L'autore di questo blog vuole esprimere la sua profonda gratutudine a Daniele Vicari, regista, e Domenico Procacci, produttore, che l'hanno girato, sostenuto e difeso. Che l'hanno anzi reso invulnerabile con l'assoluta qualità del risultato finale.
Nella sala 1 di Parco Leonardo non è volata una mosca per tutto il film e io,  annichilito come tutti gli altri dalla violenza delle immagini, dalla precisa presa di posizione degli autori che rende il film così sincero, e dal confronto impietoso con alcune delle immagini di repertorio di quei giorni, rimango stupito come un cretino nel pensare che questo è proprio un film italiano, lontano sia dalla volgarità, che dall'approssimazione e dall'aria di rassegnazione fatale che avvolge la nostra moribonda cinematografia. Film come "Diaz" non vengono così bene per caso ma richiedono una preparazione e una lucidità in tutte le fasi della realizzazione. Non puntano solo, come quasi tutti i film, a rientrarci delle spese; ma devono imporsi con la loro credibilità agli occhi di tutti, conquistare il grande pubblico vincendo la resistenza di coloro che in malafede difenderanno a mezzo stampa i propri interessi di partito o di potere.

Io credo che la forza più grande di "Diaz" sia nella sua disarmante mancanza di retorica che rende retorica qualsiasi replica o persino complimento. Nella modernità della sua messa in scena, partecipata, ricca e sempre realistica e frenetica dal punto di vista dei movimenti di macchina, che devono per precisa scelta omogeneizzarsi alle vere riprese, sporche, sgranate e confuse, effettuate sul posto con le loro telecamere personali dai partecipanti agli avvenimenti narrati; ma al tempo stessa distaccata nella narrazione.
E' un film corale dove si intrecciano tante piccole storie che confluiscono tutte nel massacro notturno alla Diaz. Ma a differenza dei film corali dove gli avvenimenti vengono piegati alle necessità drammaturgiche e dove, latente, si intrecciano le ombre del destino e del racconto morale qui c'è solo il minimo coinvolgimento nelle vicende dei vari partecipanti e tutto sembra voler andare nella direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe.
Per esempio non c'è nessun vero protagonista. Ci sono solo pochi volti riconoscibili. Il regista da delle premesse minime alle storie di ognuno ma le abbandona non appena hanno esaurito la loro testimonianza, il loro apporto al film. Che fine fa la ragazza tedesca col cranio sfondato, riversa in una pozza di sangue, quella alla quale una giovane ferita controlla il polso ed estrae la lingua con le dita per permetterle di respirare? Non lo sapremo mai, sebbene sia al centro della scena più atroce del film. Ed è giusto così.
Il film non permette di mettersi dalla parte dei più deboli, della raffigurazione cinematografica delle vittime. Disinnescando l'attaccamento e l'identificazione con i singoli personaggi l'emozione vera che il film trasmette è un senso di tensione ininterrotto che culmina in un crescendo di violenza sempre più insopportabile. E sono davvero grato per la scelta di non riservare alla violenza nessuna soluzione elegante. La violenza è sempre "in campo", non viene nascosta o sublimata. La violenza è violenza per quello che è.
Perchè questo film non deve suggerire pietà per i feriti ma orrore. Deve fare tremare il pensiero che certe cose sono successe proprio così, che questa è una storia vera, che la forza di uno stato può riversarsi fuori da ogni controllo contro le persone sbagliate e che può accadere in questo paese, che il potere che permette la salvaguardia dell'ordine sociale non va sempre troppo per il sottile, che dietro alle grandi tragedie annunciate non ci sono sempre menti raffinatissime ma anche volgari; che quelli che vediamo accanirsi brutalmente contro manifestanti dormienti e indifesi non sono nazisti ( i cattivi cinematografici per eccellenza) e questo non è uno splatter movie ( anche se non mancano torture, sangue e momenti di suspence) nè uno di quegli horror che giocano al finto documentario ( anche se non mancano per avvalorare la ricostruzione cinematografica, autentiche riprese degli avvenimenti).
La notte alla Diaz è la cronaca di una strage mancata per un soffio. Viene quasi da chiedersi cosa sarebbe successo se ci fosse scappato il morto. Sarebbe stata un'altra storia, una tragedia più solenne e classica, forse. I feriti occupano un gradino più basso nella scala gerarchica delle disgrazie, sono uno scarto ulteriore nelle statistiche. Non si pongono targhe ai feriti, nè si ergono monumenti in loro onore. I feriti continuano a portare le loro ferite in giro per il mondo. Parlare di loro esige uno sforzo di sincerità perchè la loro testimonianza è ancora viva e valida e non si piega alle ideologie di qualsiasi parte, alla finzione di qualsiasi ricostruzione.

La mancata narrazione romanzata degli eventi è il punto di forte di questo film, così moderno da lanciarsi senza complessi di inferiorità nel panorama cinematografico internazionale. Così sincero da smascherare le ipocrisie del ragionamento popolare e delle giustificazioni ufficiali. Ridà dignità al cinema come veicolo di espressione, a chi lo vede soccombere di fronte all'avanzare della narrazione evoluta del serial americano, alla frammentazione fai-da-té offerta dai canali internet. E' un film viscerale e potente, curato nei dettagli più piccoli, dove la testa governa l'energia che deve essere rappresentata e non costruisce compiaciute architetture. Quelle piccole concessioni che vengono lasciate alla fiction, al volto riconoscibile di un attore, non inficiano il suo valore. Servono a spezzare per un istante l'apnea, mettere la bocca fuori dall'acqua e riprendere fiato.

Auguro a questo film una strada lunghissima e piena di riconoscimenti.

lunedì 9 aprile 2012

I più grandi di tutti

Mi pare il buon Cesare Zavattini disse più o meno così. Che per trovare il soggetto di un film basta cercare nei cassetti delle case di chiunque. Non mi ricordo più perchè lo disse e cosa volesse dire di preciso. Forse che gli sceneggiatori cercano idee nei posti sbagliati, perchè non prendono più il tram etc.
Ma forse perchè è proprio vero che tutti abbiamo un film non realizzato nel cassetto. Non solo quelli che magari ci sperano davvero e riempiono fogli di scene, didascalie e dialoghi. Ma anche coloro che non ci pensano affatto hanno una storia potenziale nascosta, son portatori di una scintilla che va recuperata da chi sa farla diventare un fuoco, più o meno sacro.
Insomma non mi ricordo più cosa intendessa Zavattini fatto sta che una storia nel cassetto ce l'ho pure io e ve la voglio raccontare. E' in un cassetto fatto ancora di aria, di aria viziata forse. La storia non è stata scritta, non esiste se non nella scrivania della mia testa. Mi ci trastullo da anni, non credo sia davvero bella.
Ve la voglio raccontare perchè ieri sera ho visto- ahimé- "I più grandi di tutti". Il film non mi è piaciuto per niente ma mi ha dato da riflettere perchè ha molto in comune con quello che leggerete in seguito.

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Nella mia storia c'è un tipo che non riesce a tenersi un lavoro. I lavori che riesce a rimediare rientrano nello sfruttamento medio, sottopagati, umilianti, senza prospettive. Non ha competenze o titoli di studio, nè voglia di sbattersi o leccare il culo. Prende tutto alla leggera, manda tutti a quel paese. E' simpatico, è bello e strafottente ma comincia a intuire che non durerà a lungo. Ha trent'anni e vive ancora con la madre. Potrebbe essere una rockstar mancata, la sua attitudine ribelle comincia a puzzare di immaturità e fallimento.

Un giorno riceve l'invito al matrimonio di una amica di cui ha perso le tracce da anni. L'invito è valido solo se verrà a suonare al matrimonio di lei con la sua band. Ma la band non esiste più da tanto e l'amica non lo sa. Ma perchè la proposta sia più convincente c'è anche un assegno a quattro zeri.

Il tipo cerca di rimettersi in contatto con gli altri tre della band. Uno condivide la sua condizione di precario e la sua immaturità. Uno ha un buon lavoro, ha messo su famiglia e ha venduto pure la batteria. Il quarto è una testa di cazzo, l'unico che ha fatto carriera e adesso suona come turnista nella band di un cantante pop di successo.
Nessuno sembra troppo entusiasta della cosa. Ci sono vecchi rancori sepolti, il feeling e l'entusiasmo sono belli che svaniti. Ognuno pensa ai fatti suoi o pensa che ormai sia troppo tardi.
Ma il tipo insiste: vuole fare quel concerto, vuole quei soldi, vuole rivedere la tipa perchè sa che potrebbe essere l'ultima volta, vuole fare bella figura e più in generale vuole chiudere i conti col passato.

Non sto a farla lunga. Dopo mille difficoltà la band si riunisce e parte per il matrimonio che verrà celebrato in un posto sulle Alpi. Attraversa mezza Italia e si ritrova di fronte a un rinfresco della madonna, in una location bellissima, con un vero palco e almeno quattrocento invitati. Cominciano a sudare per la paura di fare brutta figura.

Il tipo rincontra l'amica appena sposata. E' una ragazza di una bellezza impressionante. Anzi, la bellezza deve essere la sua unica dote e lei sembra saperlo. Ha fatto appena in tempo, ha trovato un tipo ricco sfondato ed è riuscita a sposarlo. Si è sistemata per tutta la vita.
Gli altri invitati sono tutti molto alta società, i musicisti si sentono a disagio.
Ma perchè ha voluto proprio loro? La band non esisteva più, non si sa le difficoltà che hanno dovuto affrontare per essere qui. 
E' stato un capriccio di lei. Diventerà una moglie viziata e annoiata. E poi li voleva rivedere un'ultima volta.

Il nostro tipo, che è un poco stronzo ma anche coglione, approfitta della situazione e ci prova con lei, in nome dei vecchi tempi? di quello che è stato e non sarà più? perchè in fondo tutto questo non ti appartiene, baby, quindi facciamolo un'ultima volta prima di diventare una cazzo di signora borghese? e ci riesce quasi ma viene scoperto e umiliato in privato dal marito che riserva loro tutto il suo freddo disprezzo classista. Hanno fatto una figura di merda ma il marito ci passerà sopra perché ritiene lui un pezzente e lei poco più di una cretina senza qualità. Ma farà finta di niente perché ci sono quattrocento invitati e il suo stile non gli consentirà di alzare un volgare polverone e perchè sa che alla fine a lei sceglierà comunque la vita facile da sposa. E ha ragione.

Il cantante va dalla band e li trova in piena ansia pre-concerto. E' incazzato nero e chiede loro di suonare come mai prima d'ora. "Spacchiamo tutto, rompiamogli il culo a 'sti stronzi, facciamogli vedere cos'è il rock n' roll."
E spaccano tutto davvero, creano il panico, come una rock band di altri tempi. Fanno il loro migliore concerto di sempre, fanno fischiare le orecchie, creano scandalo e alla fine distruggono gli strumenti.
Vengono cacciati a calci nel sedere.

E' notte, non hanno neanche un posto dove andare a dormire. Alla fine si accorgono che i soldi ricevuti sono bastati a malapena per coprire le spese delle prove, del viaggio e dei danni ma si sono divertiti. Sbagliano strada e si perdono tra i monti. Passano la notte a dormire nel furgone, abbracciati per tenersi caldi, in mezzo a quello che resta degli strumenti. 
La mattina dopo, all'alba, il tipo si sveglia e vede una serie di persone che si incammina lungo la strada. Sono gli stagionali, molti stranieri e alcuni italiani che raccolgono la frutta da destinare ai mercati. Il tipo pensa che non sarebbe male vivere qui. Comunica agli altri la sua intenzione di non tornare con loro e si unisce alla fila di chi cerca lavoro nei campi.

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La mia storia ha molto in comune con quella del film di Virzì, Carlo. Una band di sfigati che non esiste più torna in vita per il desiderio irragionevole di una sola persona. Gli scazzi e le frustrazioni di una vita dovrebbero trovare una parvenza di riscatto nella potenza del rock e in una gloria da stronzi che dura una notte soltanto. 

Il film di C. Virzì non mi è piaciuto, forse perchè mi presenta qualcosa che avevo già visualizzato altrove, nella mia testa rivelando i limiti anche della mia immaginazione. Non mi pace perchè è ruffiano come certo rock di oggi, palloso e retorico come la nostalgia verso un certo rock di ieri, provinciale come quasi tutto il rock italiano. Perchè mi fa ridere poco, perchè manca di quel tocco magico che salva i film del fratello maggiore. Assomiglia a un lato b, che oggi è diventato sinonimo di sedere, un tempo era la canzone sul retro del 45 giri. Perchè comincio a non sopportare più questo umorismo toscano, questo modo estroso e cantilenante di modulare l'italiano e di imporlo anche ad attori che toscani non sono.
Non mi piace perchè  davvero non capisco a chi potrebbe interessare davvero questo film, abbastanza inutile. Non mi piace perchè non so se il rock è morto ma di sicuro ha scassato parecchio le palle. E perchè caro Carlo, non ti conosco e non ho davvero niente di personale, ma se non ti chiamavi Virzì forse nessuno ti avrebbe fatto girare questo film.

Ci sono titoli interessanti in sala. "Romanzo di una strage", lo vedrò presto. Vorrei vedere anche "Titanic 3d". Ho ricevuto un commento molto favorevole da un addetto ai lavori, mi incuriosisce ma temo un poco la durata. Ho visto che ormai proiettano anche le opere liriche al cinema. L'altra sera ho visto il manifesto della Butterfly e chissà se la fanno ancora.

Immaginate di entrare in un negozio di scarpe e comprarne un paio scegliendole solo dalla confezione. A volte penso che sarebbe più giusto differenziare i prezzi dei biglietti. Certi film dovrebbero costare di meno di altri. "I più grandi di tutti" dovrebbe costare non più di due, tre euro. Per 7 euro e 50 mi sembre lecito chiedere qualcosa in più.
E' tanto, tanto tempo che non vedo in sala un film che mi piaccia davvero, che ricorderò con piacere negli anni a venire. Se ne fanno ancora di buonissimi film?