sabato 14 aprile 2012

Diaz

A meno di ventiquattro ore dalla sua visione l'autore di questo blog si sbilancia a dire che "Diaz" è un capolavoro. L'autore di questo blog vuole esprimere la sua profonda gratutudine a Daniele Vicari, regista, e Domenico Procacci, produttore, che l'hanno girato, sostenuto e difeso. Che l'hanno anzi reso invulnerabile con l'assoluta qualità del risultato finale.
Nella sala 1 di Parco Leonardo non è volata una mosca per tutto il film e io,  annichilito come tutti gli altri dalla violenza delle immagini, dalla precisa presa di posizione degli autori che rende il film così sincero, e dal confronto impietoso con alcune delle immagini di repertorio di quei giorni, rimango stupito come un cretino nel pensare che questo è proprio un film italiano, lontano sia dalla volgarità, che dall'approssimazione e dall'aria di rassegnazione fatale che avvolge la nostra moribonda cinematografia. Film come "Diaz" non vengono così bene per caso ma richiedono una preparazione e una lucidità in tutte le fasi della realizzazione. Non puntano solo, come quasi tutti i film, a rientrarci delle spese; ma devono imporsi con la loro credibilità agli occhi di tutti, conquistare il grande pubblico vincendo la resistenza di coloro che in malafede difenderanno a mezzo stampa i propri interessi di partito o di potere.

Io credo che la forza più grande di "Diaz" sia nella sua disarmante mancanza di retorica che rende retorica qualsiasi replica o persino complimento. Nella modernità della sua messa in scena, partecipata, ricca e sempre realistica e frenetica dal punto di vista dei movimenti di macchina, che devono per precisa scelta omogeneizzarsi alle vere riprese, sporche, sgranate e confuse, effettuate sul posto con le loro telecamere personali dai partecipanti agli avvenimenti narrati; ma al tempo stessa distaccata nella narrazione.
E' un film corale dove si intrecciano tante piccole storie che confluiscono tutte nel massacro notturno alla Diaz. Ma a differenza dei film corali dove gli avvenimenti vengono piegati alle necessità drammaturgiche e dove, latente, si intrecciano le ombre del destino e del racconto morale qui c'è solo il minimo coinvolgimento nelle vicende dei vari partecipanti e tutto sembra voler andare nella direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe.
Per esempio non c'è nessun vero protagonista. Ci sono solo pochi volti riconoscibili. Il regista da delle premesse minime alle storie di ognuno ma le abbandona non appena hanno esaurito la loro testimonianza, il loro apporto al film. Che fine fa la ragazza tedesca col cranio sfondato, riversa in una pozza di sangue, quella alla quale una giovane ferita controlla il polso ed estrae la lingua con le dita per permetterle di respirare? Non lo sapremo mai, sebbene sia al centro della scena più atroce del film. Ed è giusto così.
Il film non permette di mettersi dalla parte dei più deboli, della raffigurazione cinematografica delle vittime. Disinnescando l'attaccamento e l'identificazione con i singoli personaggi l'emozione vera che il film trasmette è un senso di tensione ininterrotto che culmina in un crescendo di violenza sempre più insopportabile. E sono davvero grato per la scelta di non riservare alla violenza nessuna soluzione elegante. La violenza è sempre "in campo", non viene nascosta o sublimata. La violenza è violenza per quello che è.
Perchè questo film non deve suggerire pietà per i feriti ma orrore. Deve fare tremare il pensiero che certe cose sono successe proprio così, che questa è una storia vera, che la forza di uno stato può riversarsi fuori da ogni controllo contro le persone sbagliate e che può accadere in questo paese, che il potere che permette la salvaguardia dell'ordine sociale non va sempre troppo per il sottile, che dietro alle grandi tragedie annunciate non ci sono sempre menti raffinatissime ma anche volgari; che quelli che vediamo accanirsi brutalmente contro manifestanti dormienti e indifesi non sono nazisti ( i cattivi cinematografici per eccellenza) e questo non è uno splatter movie ( anche se non mancano torture, sangue e momenti di suspence) nè uno di quegli horror che giocano al finto documentario ( anche se non mancano per avvalorare la ricostruzione cinematografica, autentiche riprese degli avvenimenti).
La notte alla Diaz è la cronaca di una strage mancata per un soffio. Viene quasi da chiedersi cosa sarebbe successo se ci fosse scappato il morto. Sarebbe stata un'altra storia, una tragedia più solenne e classica, forse. I feriti occupano un gradino più basso nella scala gerarchica delle disgrazie, sono uno scarto ulteriore nelle statistiche. Non si pongono targhe ai feriti, nè si ergono monumenti in loro onore. I feriti continuano a portare le loro ferite in giro per il mondo. Parlare di loro esige uno sforzo di sincerità perchè la loro testimonianza è ancora viva e valida e non si piega alle ideologie di qualsiasi parte, alla finzione di qualsiasi ricostruzione.

La mancata narrazione romanzata degli eventi è il punto di forte di questo film, così moderno da lanciarsi senza complessi di inferiorità nel panorama cinematografico internazionale. Così sincero da smascherare le ipocrisie del ragionamento popolare e delle giustificazioni ufficiali. Ridà dignità al cinema come veicolo di espressione, a chi lo vede soccombere di fronte all'avanzare della narrazione evoluta del serial americano, alla frammentazione fai-da-té offerta dai canali internet. E' un film viscerale e potente, curato nei dettagli più piccoli, dove la testa governa l'energia che deve essere rappresentata e non costruisce compiaciute architetture. Quelle piccole concessioni che vengono lasciate alla fiction, al volto riconoscibile di un attore, non inficiano il suo valore. Servono a spezzare per un istante l'apnea, mettere la bocca fuori dall'acqua e riprendere fiato.

Auguro a questo film una strada lunghissima e piena di riconoscimenti.

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