domenica 27 maggio 2012

Cosmopolis

Due cose ho visto ieri che mi hanno molto colpito. La prima è "Cosmopolis", l'ultimo film di Cronenberg di cui ignoravo anche l'uscita imminente. Ho scelto di vederlo per caso, senza neanche grandi aspettative.
La seconda è una foto dello stesso Cronenberg scattata sulla croisette di Cannes appena poche ore prima. La foto mi rivela un uomo ormai anziano, capelli bianchi e viso scavato. L'impressione nasce forse anche dalla vicinanza con Robert Pattinson, giovane e bello come conviene a un vampiro cinematografico di successo e idolo delle ragazzine.
Qualcosa di simile ma più evidente l'ho provata alla vista degli scatti al maestro Bertolucci, costretto su una tecnologica sedia a rotelle, affiancato dai giovanissimi protagonisti di "Io e te". Questa anzianità che ormai incombe su alcuni dei grandi nomi del cinema mi porta alla memoria le monografie su di essi che ho divorato nei primi anni della mia cinefilia. Se qualcuno ha ormai steso un definitivo giudizio su di loro, tracciato le linee del loro percorso artistico più significativo, questo giudizio è ormai datato. Mancano gli aggiornamenti sulle loro ultime opere, un punto di vista che metta una prima condivisibile pietra sopra su quello che è successo nel frattempo.
Dove stanno andando Bertolucci e Cronenberg? Forse alla deriva. Si muovono come fantasmi di loro stessi, in un mondo che mantiene viva la memoria del fuoco che li ha resi famosi ma sembra soffiare di continuo su quello che resta della loro fiamma. Entrambi portatori di una visione del cinema unica: ricca, colta e a tratti magniloquente nei film del maestro parmense; fredda, trattenuta e morbosa in quelli del regista canadese. Distanti per geografia, stile e carattere. Ma fu proprio un Bertolucci presidente di giuria a consegnare a Cronenberg uno dei riconoscimenti più importanti della sua carriera: la Palma d'oro per "Crash". Eravamo sempre a Cannes, ma nel 1996.

Cronenberg è rimasto per me un mistero. La mente dietro alcune delle più disturbanti visioni cinematografiche non lascia molti appigli per essere decifrata. Ha l'aria dell'intellettuale, freddo e lucido, sprovvisto di evidente senso dell'umorismo, ma non quella del mostro. Le sue ossessioni, così poco condivise dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi e poco spendibili per i canoni del pubblico occidentale, sembrano trovare maggiore fratellanza in oriente dove esiste un più stretto rigore sulla esternazione dei propri sentimenti e dove la crudeltà, il sadomasochismo, l'invadenza tecnologica e la rappresentazione della disumanità sembrano avere trovato terreno fertile per la nascita di piccoli capolavori del perturbante. Non a caso le scuole di cinema sfornano nuovi aspirarti Spielberg, Scorsese o Tarantino ma nessuno che voglia diventare il nuovo Cronenberg.

Il mistero si è fatto però più fitto da qualche anno a questa parte. Da quando cioè Cronenberg sembra avere virato verso un cinema più convenzionale. Scelta consapevole e forse personale che non ha generato però nuovi grandi film. Depurato, almeno in parte, del suo carico di nevrosi cinematografiche il nuovo cinema di Cronenberg si affida a nuove storie non sempre all'altezza del nome che le firma. Ne escono quindi un thriller piuttosto mediocre ("La promessa dell'assassino") e una ricostruzione laccata ma in fondo trascurabile degli eventi privati che hanno portato all nascita della psicoanalisi ( "A dangerous method", dove non mi è ancora chiaro cosa ci fosse di "pericoloso" in tutta la faccenda).

Per quello che mi riguarda "Cosmopolis" potrebbe essere il suo film più bello del nuovo corso. Merito, immagino, della sua origine letteraria. Non ho letto il romanzo di DeLillo ma riesco a immaginarlo denso, fluente e geniale. Questa ricchezza che deve avere generato pagine di ottima letteratura sovraccarica di parole un film senza quasi apparente movimento. Chiuso per buona parte del tempo dentro la sua lussuosa limousine il protagonista, ritratto iperbolico della nuova razza di giovanissimi multimiliardari che governano un mondo occidentale in costante accelerazione tecnologica ma dall'inesorabile declino, cerca di percorrere da un capo all'altro una metropoli bloccata dalla visita del presidente degli Stati Uniti, percorsa da tensioni sociali, allarmata da oscure minacce terroristiche. La ricchezza accumulata gli permette di mantenere le distanze tra sé e il pazzo mondo che scorre appena al di là del suo finestrino blindato, oltre la carrozzeria della sua automobile che protegge la sua incolumità e getta un velo di irrealtà sugli scenari di un giorno di ordinaria apocalisse urbana.

L'idea di girare una buona parte di film all'interno di una automobile ( altra ossessione di Cronenberg) deve avere rappresentato una sfida interessante. Io sono rimasto piuttosto colpito dal silenzio in cui galleggiano dialoghi per niente naturalistici. Il protagonista e tutti quelli che lo accompagnano per un tratto di strada sembrano possedere un linguaggio nuovo, più profondo e astratto, che nello spazio privato, asettico di un automobile di lusso isolata anche acusticamente cerca una continua interpretazione dei segnali del mondo, siano essi i numeri che i mercati stranieri aggiornano in tempo reale sugli schermi dei loro dispositivi elettronici, siano le sommosse che scuotono le strade del centro, siano le immagini del funerale di una celebrità. L'economia globalizzata, lo studio dell'andamento delle borse per consentire l'inseguimento e l'espandersi della propria ricchezza, diventano sia scienza divinatoria che strumento di potere o di analisi per cogliere verità più universali. Ma il film non è solo questo e nella descrizione del potere di un individuo straordinario traccia anche la parabola discendente di un semidio che si esprime nei toni febbrili dei profeti ed è ricco, giovane e potente e viziato come una rockstar d'altri tempi. E come una rockstar d'altri tempi è l'unico capace di vivere appieno la propria contemporaneità, interpretarne i segni attraverso non più le note su un pentagramma ma i diagrammi delle analisi finanziarie. Come una rockstar d'altri tempi può concedersi il sesso che vuole, semplicemente assecondando le fasi della propria carica erotica, e farsi perdonare eccessi che scavalcano i limiti della nostra morale. Della rockstar gli manca solo la simpatia ma come esse percorre lo stesso tracciato verso l'oscuro, che sembra condurre a una morte prematura, allo svelamento in extremis di verità superiori. Come esse sembra essere il bersaglio ideale di psicopatici in cerca di un azzeramento, attraverso un omicidio eccellente, delle disparità e inguistizie che il nostro modello sociale genera e sostiene per la propria sopravvivenza.
Ma come tutte le figure chiave del potere esso guadagna sia il nostro risentimento che la nostra ammirazione. Neanche l'incontro con la sua nemesi ci consente un conclusivo rilascio catartico.

Non mi sento mai di consigliare Cronenberg a nessuno ma il film può essere una piacevole sopresa. Adatto un pubblico già più navigato, offre interessanti punti di vista, una cadenza ipnotica, una messa in scena rigorosa e interpretazioni di livello, compresa quella di Pattinson, impegnato in lunghissime, coreografate e impegnative scene di dialogo.

mercoledì 23 maggio 2012

Dark shadows

C'era una volta un ragazzo che amava i film di mostri. Molti anni dopo descriverà la sua adolescenza come abbastanza tipica: la sensazione di essere diverso dai suoi coetanei, l'insofferenza per la sua città. Questa città era Burbank, California. E' qui che hanno i loro studi alcune grandi produzioni cinematografiche. E' qui, per esempio, che Walt Disney ha posto le fondamenta del suo impero dopo il successo di "Biancaneve" ed è qui che morirà nel 1966. E' proprio nelle fila degli animatori della Disney che questo ragazzo troverà il suo primo impiego. Ha talento grafico ma idee un poco strane. Ciononostante riesce nell'impresa di farsi produrre proprio dal colosso dell'animazione il suo primo cortometraggio, "Vincent".

Molti anni dopo il ragazzo è un regista affermato. Un poco appesantito ha mantenuto la zazzera ribelle, appena ingrigita. Ha collezionato una serie incredibile di successi, lasciando il segno con rischiose megaproduzioni e progetti più personali. Non sempre ha colpito il bersaglio, ma non importa perchè tutti gli perdonano sempre i passi falsi. Il ragazzo è riuscito non solo a guadagnarsi una reputazione ma anche il caloroso affetto del pubblico. La specifica qualità del suo successo è forse da individuare nella gratitudine. Tante persone nel mondo sono grate a Tim Burton come sono grate a Andersen, ai fratelli Grimm o, appunto, a Walt Disney o Hayao Miyazaky. Tutti loro hanno raccontato favole, restituendo a noi tutti il piacere del fantastico, la sospensione momentanea dell'incredulità, facendoci ritrovare il contatto con il bambino che è in noi senza la vergogna delle nostre emozioni.

Negli anni 2000 il ragazzo ha ricevuto i suoi primi riconoscimenti ufficiali alla carriera e nel frattempo sembra anche che qualcosa sia cambiato: ha messo su famiglia, ha intensificato la sua produzione cinematografica arrivando a far uscire anche due film nello stesso anno. Sembra avere smesso anche di parlare di sé. Non che l'abbia fatto molto in passato. La mondanità non sembra interessarlo. Quando espone il suo privato sembra confonderlo con gli elementi stessi della sua fantasia, raffigurandosi come uno dei suoi personaggi immaginari. E' un modo per scherzare, mantenere le distanze, fare credere al pubblico che ci sia qualcosa di speciale, che non sia o non sia diventato nel frattempo un uomo qualunque.

Sono più di dieci anni che Burton si cimenta con i remake. Poche sono le storie che nascono di sana pianta, le creazioni originali. Poche lo erano anche in passato se si considera che Burton non è quasi mai sceneggiatore dei suoi film: ha girato un paio di Batman, ha adattato qualche romanzo o qualche favola già esistente; ha anche fatto più di una volta quello che quasi tutti i registi che lavorano per gli americani fanno, cioè film su commissione. Quello che lo rende speciale è il suo tocco o almeno ormai la sua comprovata originalità e competenza di un certo immaginario. Burton è una firma, più o meno un marchio, un brand come nell'abbigliamento. Anche quando è stato l'ideatore di soggetti originali si è sempre affidato a sceneggiatori di professione, se non addirittura a registi di specifica competenza.
Burton è uno dei pochi, assieme al solito Walt Disney, a poter rivendicare la piena paternità di un'opera di cui non ha firmato la regia. Intendo "Nightmare before Christmas", il suo capolavoro, diretto dal misconosciuto Henry Selick.

Non c'è mai ombra di stanchezza vera nel suo cinema più recente. Semmai la sensazione che la confezione impeccabile non riesca sempre a nascondere il fatto di trovarsi di fronte a lavori meno sentiti. Al cinema di Burton manca da molto la componente viscerale, persa a favore di una esibizione di stile a volte sfavillante. Penso al bellissimo "Sweeney Todd", una gioia per gli occhi.
Forse perchè Burton ritorni a essere quello che abbiamo conosciuto ed amato deve cambiare qualcosa. Il suo cinema dovrebbe farsi espressione di qualcosa di profondo e autentico, dovrebbe allontanarsi dal ragazzo di talento che ha conquistato le platee di mezzo mondo e adattarsi all'immaginario dell'uomo maturo, non al professionista del nuovo gotico. Ma è una onestà che possono richiedere solo gli ingenui, coloro cioè che credono alle favole e che quindi hanno amato il suo cinema.

Le favole stesse si concludono sul mometo più bello. Io immagino Tim Burton stia vivendo da qualche anno la fase successiva e meno raccontata, quella del "vissero felici e contenti", continuando a fare con soddisfazione e comunque molto bene il suo lavoro. A me "Dark shadows" è piaciuto. Forse non è proprio risolto, perde qualcosa per strada e aggiunge qualcosa di troppo nel finale, ma è un film molto divertente. La commistione tra i cliché della letteratura gotica e la sit-com familiare, tra il romanticismo di inizio '800 e il flower power degli anni '60, tra la puritana espressione dei propri sentimenti e la sfacciata rivoluzione dei costumi sessuali e tra gli elementi della commedia e quelli dell'horror lo rendono un film mutevole e vivace, capace di muoversi in direzioni diverse e in qualche caso di sorpendere con inaspettata ferocia o alleggerire con umorismo straniante.
L'unico dispiacere è di non avere avuto una sceneggiatura compatta e rigorosa. L'impressione è che anche stavolta la storia in sé fosse solo un pretesto. Forse Tim Burton ha capito e in netto anticipo che il suo talento vero è quello del narratore, non del drammaturgo. Cosa importa se le storie sono sue o di qualcun'altro? In fondo nessuno inventa le favole, nè Perrault nè le nostre nonne. L'importante è saperle raccontare.

domenica 13 maggio 2012

Shame

Perchè "Shame"? Intendo, perchè questo titolo? E perchè anche da noi in inglese?
Io immagino mia madre in coda davanti la cassa di un cinema a chiedersi di cosa parlerà mai questo "Scèim" o tutt'al più questo "Sciame". Un film sulle api o forse su un coglione.
Un'amica mi confessa che è andata a vedere il film soprattutto per Fassbender che, ne deduco, è più o meno l'uomo del momento. Chissà se si è sorbita pure "A dangerous method" (e dengerosmètod, boh?).
Sul mio computer ho il file di un vecchio film che si chiama  Nattvardsgästerna. Se anche voi non conoscete lo svedese è il titolo originale di "Luci di inverno".

Ok. "Shame" è la vergogna. Forse "La vergogna" suonava un poco troppo film minore di Bergman e solo "Vergogna" poteva sembrare più come un rimprovero ("vergogna!"). "Shame" sembra il nome di un profumo e la bella locandina che accompagna il film aumenta ancora di più l'effetto glamorous.
Per essere un film sulla vergogna o almeno per essere un film con un protagonista affetto da dipendenza sessuale è piuttosto stiloso. Cioè tutto il torbido che la storia potrebbe collezionare è invece bilanciato da una confezione molto curata: il film ha una bella fotografia, delle belle location urbane, un bel protagonista molto ben vestito che tutto sommato di tanto in tanto accarezza la bella vita, una bella colonna sonora e anche le donne che incrociano la sua strada sono piuttosto belle. Insomma nell'universo del protagonista è bandita la sciatteria. Infatti sembra il fratello segreto del Patrick Bateman di "American psycho", ma senza la vena di umorismo surreale che attraversava il sopravvalutatissimo romanzo di Ellis. La sciatteria o almeno un gusto più pacchiano appartiene alla sorella di lui: portatrice di una inquietudine estroversa, meno controllata; squattrinata e irrisolta mentre lui è benestante e indipendente. Che cosa li lega, quale sia l'origine del loro complementare disordine non lo sapremo mai. Manca in questo film qualsiasi retroscena, sia per quanto riguarda certe spiegazioni, sia per quanto riguarda il contesto familiare. Brandon e Sissi sono fratelli che non parlano mai della loro infanzia, nè dei loro genitori e sembrano non avere mai avuto ne una nè gli altri.

La vergogna è un sentimento potente che il cinema, così attento alle emozioni, non descrive quasi mai. Se un protagonista si vergogna è perchè ha commesso un errore e stiamone certi, saprà riscattarsi. La vergogna è qualcosa che mette a disagio e si cerca di respingerla in fretta. La vergogna è una vampata che fa arrossare le guance e che spinge a correre ai ripari al più presto. Immedesimarsi con la vergogna di un protagonista o imbarazzarsi per lui è qualcosa che dentro a un cinema fa venire i crampi allo stomaco. Per questa ragione non riesco mai a ridere troppo davanti a film molto divertenti come "Un americano a Roma" o "Caterina va in città". Quei personaggi così ottusi, che accumulano una gaffe dopo l'altra senza rendersene conto, mi fanno stare male.

Ma di questo tipo di vergogna in "Shame" ce n'è poca. E quando anche alcune scene potrebbero contenerne è neutralizzata dalla maschera facciale di Fassbender. L'intero film ha una sua freddezza che tiene sotto controllo tutto ciò che potrebbe risultare esasperato, sgradevole, disturbante, patetico. In questo sforzo continuo si perde qualcosa. Diventa un film più cerebrale che emozionante, ma forse ne guadagna in accettabilità presso il pubblico che prova appunto meno "vergogna" per quello che ha scelto di vedere.

Nella Bibbia la vergogna fa la sua comparsa molto presto. Adamo ed Eva mangiano la mela e prendono coscienza del loro essere nudi, cioè come dio ( prima delle madri) li aveva fatti. Si vergognano e cercano di coprirsi. Seguirà la punizione divina e la cacciata dal paradiso terrestre.
La vergogna allora è qualcosa di profondo e determinante per l'uomo, qualcosa che ne costituisce la natura stessa. E' qualcosa che accompagna l'uomo da sempre e non un imbarazzo momentaneo. Con questo tipo di vergogna forse fa i conti Brandon; ed è questo tipo di vergogna indelebile che gli impedisce di rompere lo schermo della sua solitudine se non con occasionali e impersonali relazioni o fantasticherie sessuali. La vergogna, simile al disprezzo di sé,  è una condanna per colpe oscure e il muro che gli impedisce di rivelarsi, dare o ricevere affetto, chiedere o offrire aiuto agli altri.

venerdì 11 maggio 2012

Hunger games

Ieri sera ho pensato che un cinema me lo meritavo proprio. Era pure mercoledì e in tasca avevo appena i soldi per un ridotto e un caffé. Ho escluso, per pigrizia e tirchieria, "The avengers" che è in 3d. Tra l'altro l'ultima volta gli occhialetti ho dovuto comprarli e ora stanno sul ripiano della libreria a casa. Non vorrei comprarne un altro paio. Ora che ci penso il mio ultimo 3d è stato "Ghost rider", mio dio che film di merda. Eppure nessuno mi ci aveva costretto. Avevo scelto io di vederlo.

Anche "Hunger games" ho scelto io di vederlo. Ho un poco tentennato davanti alle casse ma alla fine l'ho preferito a "Chronicle". Poi entro in sala e il primo trailer è proprio quello di "Chronicle" e ho l'impressione di avere sbagliato, maledizione. No, io volevo vedere "Chronicle"e oggi per estrema punizione ho scoperto che è già in rete e me lo sono sca... no, porco giuda, mi dovrei prendere a schiaffi da solo, ma l'ho fatto ( c'erano pure già i sottotitoli).. però magari in settimana mi ravvedo e ci vado lo stesso a vederlo in sala.

Dopo il trailer di "Chronicle" passano quello del nuovo film di Sacha Baron Cohen, poi quello di Tim Burton e succede una cosa incredibile. Ho una voglia matta di vedere al più presto quei film. Di "Hunger games" non mi frega più niente, potrei già uscire dalla sala.
Eppure se sono qui è proprio grazie al trailer di questo film, visto poche settimane fa. Non chiedetemi perchè, sembrava interessante allora. C'era quella attrice che non mi ricordavo mai come si chiamava. bel viso particolare, un ovale da ritratto leonardesco. Se c'è una cosa che il cinema americano avrà sempre a disposizione sarà la bellezza. Ci saranno sempre dei casting infiniti per scoprire una nuova composizione dell'armonia che scatena attrazioni e desideri, per ridefinire i parametri e i colori della fotogenia. Poi è un cinema massimalista, cosa che non lo porta sempre ad essere raffinato ma parecchio soddisfacente. Il cinema americano è un ritornello da cantare a squarciagola con centomila altre persone tutti assieme dentro a uno stadio. Magari sul palco c'è un gruppo truzzo come i Kiss ( uno dei più grandi misteri della storia del rock) ma la vibrazione che si viene a creare può stendere chiunque.

Ma se queste erano le mie aspettative "Hunger games" mi ha deluso parecchio. Perchè quella intelligenza che di solito sa sviluppare piani di lettura sovrapposti a una trama agile e comprensibile a tutti qui non ha la mano altrettanto leggera. Il risultato è un film abbastanza palese nelle sue intenzioni, alla fine scontato e fasullo. Un film per persone non troppo intelligenti, forse per adolescenti, quelli che hanno decretato il successo della saga di Twilight prima nelle librerie e poi al cinema e che ora dovrebbero far ripetere l'evento all'adattamento cinematografico del romanzo di Suzanne Collins.
Privo anche di autentica spettacolarità. Buona parte dello sforzo se ne va nella ideazione esasperata di un improponibile abbigliamento kitsch, in qualche noiosa ricostruzione di scenografie in computer grafica ( guardate che dovete cominciare a fare qualche sforzo in più, ormai ci siamo già abituati a cose molto migliori) e in qualche inutile effetto speciale. Ma è tutto molto pacchiano e forzato; voluto- certo- ma non per questo bello.

Non aiuta la regia che si impone di girare con una continua macchina a mano. A me da l'impressione che sia una scelta per impapocchiare tutto, per non fare vedere che stavolta non c'è molto da mostrare, che quel poco che luccica non è neanche oro. Non mi convince la fotografia di Tom Stern, fido collaboratore di Eastwood. Troppo cupa, un azzardo per un film del genere, un scelta coraggiosa ma non molto adeguata.
Poi, se proprio vogliamo dirla tutta, ci sono dei passaggi narrativi piuttosto maldestri e che non mi sono spiegato. Faccio un esempio?

La protagonista si ritira su un albero. A terra l'aspettano i suoi inseguitori, i concorrenti che partecipano al suo stesso reality mortale. Per vincere bisogna restare in vita e alla fine ne resterà soltanto uno ( vi ricorda qualcosa?).
Alla fine decidono di accamparsi alle radici dell'albero per aspettare che scenda. Prima o poi dovrà farlo se vuole mangiare. Per riscaldarsi durate la notte accendono un fuoco ma nessuno pensa che con quel fuoco si può bruciare l'albero e con esso la protagonista. Viene in mente a me che non sono neanche un genio del male. Poi si adormentano tutti, nessuno ritiene opportuno fare turni di guardia, tanto più che la protagonista è un fenomeno con l'arco e le frecce e dalla sua posizione elevata potrebbe approfittarne e trafiggerli uno per uno. Però non lo fa.

Ma è nella presunta critica sociale che il film è davvero deprimente per quanto è banale, retorica e poco ispirata. Neanche la doppia riflessione sul fascino della violenza e sul suo alto grado di spettacolarità ( in fondo noi non siamo molto diversi dagli spettatori di quel reality, è questo che volevi dire? sì, per esempio a me poche settimane fa è piaciuto "Diaz" che è un film tanto tanto violento, ma quella era tutta un'altra cosa) sembra brillare per autenticità e ispirazione. Questo è un film che alla fine non critica niente, prende pure per il culo i suoi spettatori dicendogli che sono altrettanto cazzoni dei cazzoni che sono all'interno del film.

Non ho capito se questo è il primo capitolo di una nuova saga. Sono pigro e non vado neanche a informarmi. Tanto non credo andrò a vedere un eventuale seguito. O forse sì? Dipende da quanto il mio cervello può andare in pappa davanti agli occhietti di Jennifer Lawrence. Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dalla azione cattolica e da certi film di merda.

Poi però sulla strada del ritorno sono tentato di non parlare così male di questo film. Invece no, bisogna parlarne male perchè "Hunger games" non è mica un filmetto ma una megaproduzione, qualcuno ha speso un mucchio di soldi per girare proprio questo film e ottenere un risultato quanto più simile a questo. Una vera mancanza di buon gusto.

C'è un' ultima cosa. Per tutto il film mi chiedo dove ho già visto quell'attore, quello col ciuffetto, quello che è innamorato della protagonista etc. Poi alla fine capisco: è Nicolas Vaporidis. Ovvio che non è lui ma gli assomiglia tanto.
E questo fa sorgere un altro interrogativo: che fine ha fatto Nicolas Vaporidis?

martedì 8 maggio 2012

the box

Non mi aspettavo molto eppure "The box" non è affatto un brutto film. All'epoca della sua uscita nelle sale l'ho snobbato sebbene abbia amato molto "Donnie Darko". Richard Kelly è un regista dal percorso davvero curioso. A 26 anni esordisce con un film che lascia il segno e lancia una carriera d'attore. Poi però si perde dietro progetti troppo ambiziosi, sceneggiature mediocri per altri. L'Italia non gli ha mai tributato una adeguata distribuzione. "Donnie Darko" arriva con tre anni di ritardo nelle sale. "Southland tales", dopo mille peripezie, finisce solo nel mercato dell'home video. "The box" esce nel perido estivo e ha tutta l'aria di essere il classico prodotto da bassa stagione.

Alla base c'è un racconto di Matheson, l'autore di "Io sono leggenda" e di molti episodi di "Ai confini della realtà". Non siamo molto lontani dal clima di quella serie: un misterioso uomo dal volto sfigurato offre a una coppia con figlio piccolo una scatola con un cima in pulsante. Se la coppia decide di premere il pulsante riceverà un compenso milionario in denaro contante ma qualcuno che loro non conoscono morirà. Hanno 24 ore di tempo per decidere della loro vita e della morte di qualcun altro. Ma tutto questo non sarà privo di conseguenze.
Niente di particolare nelle premesse ma la storia riesce a evitare gli sviluppi più immediati e fa lievitare poco per volta l'inquietudine e il senso del mistero. Anche in questo caso Kelly sembra, forse volutamente a questo punto, abbandonare parte delle spiegazioni per strada e certi punti finiscono nell'ombra della incompresibilità. Si sfocia nell'ambito della paranoia da cospirazione, qualcosa che unito all'ambientazione provinciale ricorda le pagine del migliore Philip K. Dick, autore spesso molto distante dalle roboanti rappresentazioni cinematografiche dei suoi lavori. 
Sono solo perplesso per la scelta dei protagonisti: Cameron Diaz e James Marsden sono attori di commedie brillanti calati in ruoli drammatici al di sopra delle loro possibilità. Frank Lagella, con quell'effetto speciale davvero perturbante che gli deforma il volto e con la compostezza della sua interpretazione ruba la scena a tutti.

Se poi però trovate qualcosa da eccepire a questo film non vi biasimo. Ma a volte un tuffo nel cinema fantastico, lontano dalle imitazioni della realtà, dai sentimenti e dalle psicologie dei personaggi, ha l'effetto di una salutare boccata d'aria.