domenica 27 maggio 2012

Cosmopolis

Due cose ho visto ieri che mi hanno molto colpito. La prima è "Cosmopolis", l'ultimo film di Cronenberg di cui ignoravo anche l'uscita imminente. Ho scelto di vederlo per caso, senza neanche grandi aspettative.
La seconda è una foto dello stesso Cronenberg scattata sulla croisette di Cannes appena poche ore prima. La foto mi rivela un uomo ormai anziano, capelli bianchi e viso scavato. L'impressione nasce forse anche dalla vicinanza con Robert Pattinson, giovane e bello come conviene a un vampiro cinematografico di successo e idolo delle ragazzine.
Qualcosa di simile ma più evidente l'ho provata alla vista degli scatti al maestro Bertolucci, costretto su una tecnologica sedia a rotelle, affiancato dai giovanissimi protagonisti di "Io e te". Questa anzianità che ormai incombe su alcuni dei grandi nomi del cinema mi porta alla memoria le monografie su di essi che ho divorato nei primi anni della mia cinefilia. Se qualcuno ha ormai steso un definitivo giudizio su di loro, tracciato le linee del loro percorso artistico più significativo, questo giudizio è ormai datato. Mancano gli aggiornamenti sulle loro ultime opere, un punto di vista che metta una prima condivisibile pietra sopra su quello che è successo nel frattempo.
Dove stanno andando Bertolucci e Cronenberg? Forse alla deriva. Si muovono come fantasmi di loro stessi, in un mondo che mantiene viva la memoria del fuoco che li ha resi famosi ma sembra soffiare di continuo su quello che resta della loro fiamma. Entrambi portatori di una visione del cinema unica: ricca, colta e a tratti magniloquente nei film del maestro parmense; fredda, trattenuta e morbosa in quelli del regista canadese. Distanti per geografia, stile e carattere. Ma fu proprio un Bertolucci presidente di giuria a consegnare a Cronenberg uno dei riconoscimenti più importanti della sua carriera: la Palma d'oro per "Crash". Eravamo sempre a Cannes, ma nel 1996.

Cronenberg è rimasto per me un mistero. La mente dietro alcune delle più disturbanti visioni cinematografiche non lascia molti appigli per essere decifrata. Ha l'aria dell'intellettuale, freddo e lucido, sprovvisto di evidente senso dell'umorismo, ma non quella del mostro. Le sue ossessioni, così poco condivise dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi e poco spendibili per i canoni del pubblico occidentale, sembrano trovare maggiore fratellanza in oriente dove esiste un più stretto rigore sulla esternazione dei propri sentimenti e dove la crudeltà, il sadomasochismo, l'invadenza tecnologica e la rappresentazione della disumanità sembrano avere trovato terreno fertile per la nascita di piccoli capolavori del perturbante. Non a caso le scuole di cinema sfornano nuovi aspirarti Spielberg, Scorsese o Tarantino ma nessuno che voglia diventare il nuovo Cronenberg.

Il mistero si è fatto però più fitto da qualche anno a questa parte. Da quando cioè Cronenberg sembra avere virato verso un cinema più convenzionale. Scelta consapevole e forse personale che non ha generato però nuovi grandi film. Depurato, almeno in parte, del suo carico di nevrosi cinematografiche il nuovo cinema di Cronenberg si affida a nuove storie non sempre all'altezza del nome che le firma. Ne escono quindi un thriller piuttosto mediocre ("La promessa dell'assassino") e una ricostruzione laccata ma in fondo trascurabile degli eventi privati che hanno portato all nascita della psicoanalisi ( "A dangerous method", dove non mi è ancora chiaro cosa ci fosse di "pericoloso" in tutta la faccenda).

Per quello che mi riguarda "Cosmopolis" potrebbe essere il suo film più bello del nuovo corso. Merito, immagino, della sua origine letteraria. Non ho letto il romanzo di DeLillo ma riesco a immaginarlo denso, fluente e geniale. Questa ricchezza che deve avere generato pagine di ottima letteratura sovraccarica di parole un film senza quasi apparente movimento. Chiuso per buona parte del tempo dentro la sua lussuosa limousine il protagonista, ritratto iperbolico della nuova razza di giovanissimi multimiliardari che governano un mondo occidentale in costante accelerazione tecnologica ma dall'inesorabile declino, cerca di percorrere da un capo all'altro una metropoli bloccata dalla visita del presidente degli Stati Uniti, percorsa da tensioni sociali, allarmata da oscure minacce terroristiche. La ricchezza accumulata gli permette di mantenere le distanze tra sé e il pazzo mondo che scorre appena al di là del suo finestrino blindato, oltre la carrozzeria della sua automobile che protegge la sua incolumità e getta un velo di irrealtà sugli scenari di un giorno di ordinaria apocalisse urbana.

L'idea di girare una buona parte di film all'interno di una automobile ( altra ossessione di Cronenberg) deve avere rappresentato una sfida interessante. Io sono rimasto piuttosto colpito dal silenzio in cui galleggiano dialoghi per niente naturalistici. Il protagonista e tutti quelli che lo accompagnano per un tratto di strada sembrano possedere un linguaggio nuovo, più profondo e astratto, che nello spazio privato, asettico di un automobile di lusso isolata anche acusticamente cerca una continua interpretazione dei segnali del mondo, siano essi i numeri che i mercati stranieri aggiornano in tempo reale sugli schermi dei loro dispositivi elettronici, siano le sommosse che scuotono le strade del centro, siano le immagini del funerale di una celebrità. L'economia globalizzata, lo studio dell'andamento delle borse per consentire l'inseguimento e l'espandersi della propria ricchezza, diventano sia scienza divinatoria che strumento di potere o di analisi per cogliere verità più universali. Ma il film non è solo questo e nella descrizione del potere di un individuo straordinario traccia anche la parabola discendente di un semidio che si esprime nei toni febbrili dei profeti ed è ricco, giovane e potente e viziato come una rockstar d'altri tempi. E come una rockstar d'altri tempi è l'unico capace di vivere appieno la propria contemporaneità, interpretarne i segni attraverso non più le note su un pentagramma ma i diagrammi delle analisi finanziarie. Come una rockstar d'altri tempi può concedersi il sesso che vuole, semplicemente assecondando le fasi della propria carica erotica, e farsi perdonare eccessi che scavalcano i limiti della nostra morale. Della rockstar gli manca solo la simpatia ma come esse percorre lo stesso tracciato verso l'oscuro, che sembra condurre a una morte prematura, allo svelamento in extremis di verità superiori. Come esse sembra essere il bersaglio ideale di psicopatici in cerca di un azzeramento, attraverso un omicidio eccellente, delle disparità e inguistizie che il nostro modello sociale genera e sostiene per la propria sopravvivenza.
Ma come tutte le figure chiave del potere esso guadagna sia il nostro risentimento che la nostra ammirazione. Neanche l'incontro con la sua nemesi ci consente un conclusivo rilascio catartico.

Non mi sento mai di consigliare Cronenberg a nessuno ma il film può essere una piacevole sopresa. Adatto un pubblico già più navigato, offre interessanti punti di vista, una cadenza ipnotica, una messa in scena rigorosa e interpretazioni di livello, compresa quella di Pattinson, impegnato in lunghissime, coreografate e impegnative scene di dialogo.

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