mercoledì 23 maggio 2012

Dark shadows

C'era una volta un ragazzo che amava i film di mostri. Molti anni dopo descriverà la sua adolescenza come abbastanza tipica: la sensazione di essere diverso dai suoi coetanei, l'insofferenza per la sua città. Questa città era Burbank, California. E' qui che hanno i loro studi alcune grandi produzioni cinematografiche. E' qui, per esempio, che Walt Disney ha posto le fondamenta del suo impero dopo il successo di "Biancaneve" ed è qui che morirà nel 1966. E' proprio nelle fila degli animatori della Disney che questo ragazzo troverà il suo primo impiego. Ha talento grafico ma idee un poco strane. Ciononostante riesce nell'impresa di farsi produrre proprio dal colosso dell'animazione il suo primo cortometraggio, "Vincent".

Molti anni dopo il ragazzo è un regista affermato. Un poco appesantito ha mantenuto la zazzera ribelle, appena ingrigita. Ha collezionato una serie incredibile di successi, lasciando il segno con rischiose megaproduzioni e progetti più personali. Non sempre ha colpito il bersaglio, ma non importa perchè tutti gli perdonano sempre i passi falsi. Il ragazzo è riuscito non solo a guadagnarsi una reputazione ma anche il caloroso affetto del pubblico. La specifica qualità del suo successo è forse da individuare nella gratitudine. Tante persone nel mondo sono grate a Tim Burton come sono grate a Andersen, ai fratelli Grimm o, appunto, a Walt Disney o Hayao Miyazaky. Tutti loro hanno raccontato favole, restituendo a noi tutti il piacere del fantastico, la sospensione momentanea dell'incredulità, facendoci ritrovare il contatto con il bambino che è in noi senza la vergogna delle nostre emozioni.

Negli anni 2000 il ragazzo ha ricevuto i suoi primi riconoscimenti ufficiali alla carriera e nel frattempo sembra anche che qualcosa sia cambiato: ha messo su famiglia, ha intensificato la sua produzione cinematografica arrivando a far uscire anche due film nello stesso anno. Sembra avere smesso anche di parlare di sé. Non che l'abbia fatto molto in passato. La mondanità non sembra interessarlo. Quando espone il suo privato sembra confonderlo con gli elementi stessi della sua fantasia, raffigurandosi come uno dei suoi personaggi immaginari. E' un modo per scherzare, mantenere le distanze, fare credere al pubblico che ci sia qualcosa di speciale, che non sia o non sia diventato nel frattempo un uomo qualunque.

Sono più di dieci anni che Burton si cimenta con i remake. Poche sono le storie che nascono di sana pianta, le creazioni originali. Poche lo erano anche in passato se si considera che Burton non è quasi mai sceneggiatore dei suoi film: ha girato un paio di Batman, ha adattato qualche romanzo o qualche favola già esistente; ha anche fatto più di una volta quello che quasi tutti i registi che lavorano per gli americani fanno, cioè film su commissione. Quello che lo rende speciale è il suo tocco o almeno ormai la sua comprovata originalità e competenza di un certo immaginario. Burton è una firma, più o meno un marchio, un brand come nell'abbigliamento. Anche quando è stato l'ideatore di soggetti originali si è sempre affidato a sceneggiatori di professione, se non addirittura a registi di specifica competenza.
Burton è uno dei pochi, assieme al solito Walt Disney, a poter rivendicare la piena paternità di un'opera di cui non ha firmato la regia. Intendo "Nightmare before Christmas", il suo capolavoro, diretto dal misconosciuto Henry Selick.

Non c'è mai ombra di stanchezza vera nel suo cinema più recente. Semmai la sensazione che la confezione impeccabile non riesca sempre a nascondere il fatto di trovarsi di fronte a lavori meno sentiti. Al cinema di Burton manca da molto la componente viscerale, persa a favore di una esibizione di stile a volte sfavillante. Penso al bellissimo "Sweeney Todd", una gioia per gli occhi.
Forse perchè Burton ritorni a essere quello che abbiamo conosciuto ed amato deve cambiare qualcosa. Il suo cinema dovrebbe farsi espressione di qualcosa di profondo e autentico, dovrebbe allontanarsi dal ragazzo di talento che ha conquistato le platee di mezzo mondo e adattarsi all'immaginario dell'uomo maturo, non al professionista del nuovo gotico. Ma è una onestà che possono richiedere solo gli ingenui, coloro cioè che credono alle favole e che quindi hanno amato il suo cinema.

Le favole stesse si concludono sul mometo più bello. Io immagino Tim Burton stia vivendo da qualche anno la fase successiva e meno raccontata, quella del "vissero felici e contenti", continuando a fare con soddisfazione e comunque molto bene il suo lavoro. A me "Dark shadows" è piaciuto. Forse non è proprio risolto, perde qualcosa per strada e aggiunge qualcosa di troppo nel finale, ma è un film molto divertente. La commistione tra i cliché della letteratura gotica e la sit-com familiare, tra il romanticismo di inizio '800 e il flower power degli anni '60, tra la puritana espressione dei propri sentimenti e la sfacciata rivoluzione dei costumi sessuali e tra gli elementi della commedia e quelli dell'horror lo rendono un film mutevole e vivace, capace di muoversi in direzioni diverse e in qualche caso di sorpendere con inaspettata ferocia o alleggerire con umorismo straniante.
L'unico dispiacere è di non avere avuto una sceneggiatura compatta e rigorosa. L'impressione è che anche stavolta la storia in sé fosse solo un pretesto. Forse Tim Burton ha capito e in netto anticipo che il suo talento vero è quello del narratore, non del drammaturgo. Cosa importa se le storie sono sue o di qualcun'altro? In fondo nessuno inventa le favole, nè Perrault nè le nostre nonne. L'importante è saperle raccontare.

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