domenica 29 luglio 2012

Mal di schiena e delirio a Fiumicino

Un forte mal di schiena mi impedisce di starmene seduto a vedere film, oltre che di lavorare e più in generale vivere decentemente. In un post di qualche mese fa ho scritto che a volte è proprio il mal di schiena a influenzare il mio giudizio su un film. Allora non immaginavo. Insomma forse segnali di quello che mi affligge oggi ce n'erano. Io però intendevo che di fronte alla crescente difficoltà di trovare sollievo fisico sulle poltroncine del cinema mi salvavano solo i film maiuscoli, quelli che si prendono tutta la nostra concentrazione, film sempre rari specie se si cerca un poco a casaccio tra quello che offre la programmazione di settimana in settimana. Ma per salvarmi da questo tormento ci vorrebbe più che un capolavoro, una sorta di miracolo davvero, qualcosa che mi è sfuggito in maniera tanto grossolana nella febbre dell'oro cinematografico dei miei anni passati.

Insomma, io che a volte la sparo grossa ma solo in privato, e  ho la tendenza a drammatizzare un poco cerco di trovare almeno un senso a questo dolore lombare che mi costringe a trovare la posizione migliore per non soffrire. E l'unica davvero efficace è starmene sdraiato sul letto, senza cuscino a sollevarmi la testa, con le gambe piegate a penzolare fuori dal rettangolo del materasso. La colonna vertebrale si distende e anche i miei nodi si rilassano. Mi rilasso anche io, a volte anche troppo e mi addormento a metà giornata. Quello che segue è il torpore di chi si lascia andare nel momento sbagliato, l'abbassamento della lucidità e il rumore di fondo dell'esistenza che aumenta di volume.
Il fatto è che nei lunghi pomeriggi di questa fase anomala che forse è già convalescenza o forse no me ne sto sospeso alle porte di Agosto senza capire, senza saper dare risposte e senza riceverne, mentre immagino tutto il resto passare fuori dalla mia finestra, nel caldo che fuori potrebbe essere pure più sopportabile che in questa casa, nel barlume di qualche vita che si lascia rosolare dal sole estivo.
Me ne sto pieno di malumori a interpretare la parte di una lattina accartocciata che un giorno si rimetterà in forma se qualcuno di prenderà cura di lei; una lattina dimenticata nella casa vuota delle vacanze estive e che aspetta il ritorno del padrone senza sapere che mese è.
Me ne sto sospeso in questa parentesi d'aria e di tempo a far girare a tutto regime criceti nella ruota della mia paranoia, insicuro dell'età che ho. In questa solitudine mi assale una zaffata di piena adolescenza, quella squisita malinconia adolescenziale fatta di pomeriggi vuoti, di baluginii del proprio futuro sostenuti da un fervore psicotico. I miei acciacchi mi anticipano una vecchiaia con tutta la sua insensatezza, le bestemmie trattenute a mordersi la lingua, le gambe che fanno male, i piaceri di un tempo che perdono di senso, i pasti frugali e sbrigativi e soprattutto la solitudine, quella che si difende dalle premure troppo invadenti di parenti lontani e quella che farebbe qualsiasi cosa per non ritrovarsi tutto il tempo a ragionare, se non proprio a parlare da solo.
Nei cali della lucidità e negli acciacchi del corpo sento salire il desiderio di qualcuno accanto, ma non una fidanzata o una compagna che pure mancano, con tutto il carico di impegni che comporterebbero; né di una professionista del soccorso o della compagnia. Piuttosto di una tata, una badante, una figura tonda e materna ma senza vincoli di sangue e ricatti affettivi, a solleticare, ma solo per riflesso, senza vera concupiscenza, quello che resta per abitudine del nostro desiderio al netto della presenza costante del dolore fisico. Qualcuno che venga a pulire un poco casa, non prenda troppo sul serio i miei malumori e i momenti di rabbia, cucini un piatto appena più decente dei miei, mi dia una mano quando non ce la faccio ad alzarmi dalla sedia, mi spalmi sulla schiena quella cazzo di pomata inutile che il dottore mi ha prescritto.
Qualcuno che sappia che è compito suo venirmi in aiuto, non si lamenti troppo se me ne approfitto un poco, mi rimproveri quanto inizio a diventare capriccioso e soprattutto non mi lasci solo quando ho bisogno di lei. Qualcuno che mantenga il necessario distacco e resti solo poche ore al giorno ma ritorni anche il giorno successivo, alla stessa ora, per cinque, sei giorni a settimana. Qualcuno che renda la vita bruta e senza senso appena più sopportabile. Allora forse la smetterò di lamentarmi e scrivere post come questo.
Strani pensieri fa venire il mal di schiena.

A dire il vero qualche film ho cominciato a vedere o a rivedere. "Carne tremula", per esempio. O "La fuga di Martha" che sembrava molto interessante. E nelle lunghe ore oziose covo il desiderio di rivedere la trilogia di "Matrix" dall'inizio alla fine per valutare con più lucidità quello che un tempo fu sbornia collettiva.
Ma quando comincio finisce sempre che non supero i venti minuti di visione. La sedia della cucina perdona molto ma molto meno della poltrona del cinema. Non riesco più a stare seduto e so che se proverò ad alzarmi la pagherò cara. In questa immobilità generata dal dolore e dalla sua prospettiva la mia attenzione frigge e il film scorre con indifferenza fino a quando mi accorgo che non lo sto seguendo più.
L'uomo non è fatto per stare seduto troppo tempo, la sua posizione naturale, frutto di millenni di lenta evoluzione, è quella eretta. L'uomo camminava, correva, andava a caccia, migrava. Non stava seduto davanti a un terminale, dietro una scrivania.
Allora di certo l'uomo non è fatto davvero per il cinema o per la lirica wagneriana. Potrebbe avere allora ragione mia sorella quando dice che è inconcepibile, per lei, che un film duri anche più di due ore. O mio zio che si lamentava del fatto che "C'era una volta in America" fosse troppo lungo e avrebbe consigliato a Sergio Leone di tagliare qua e là. Disprezzabili forse ma con le loro ragioni. Forse un osteopata sarebbe d'accordo con loro.

C'è sempre un momento quando sono sdraiato che guardo il soffitto e dico: "adesso". Adesso vorrei vedere un film, così, in questa posizione. Allora forse riuscirei a goderne senza conseguenze. Mi chiedo se esista un modo veloce e pratico per proiettare i film sul soffitto della propria casa, sentendo magari l'audio in cuffia per non disturbare i vicini. E mi chiedo anche se esistono cinema così, con letti al posto di poltrone, letti singoli e matrimoniali o anche più grandi per farci stare tutta una famiglia da prenotare con un poco d'anticipo come negli alberghi, dove starsene sdraiati a guardare immagini proiettate su una volta sopra di sè. Dove poter stare in compagnia di chi si vuole, o da soli. Dove lasciarsi vincere dal sonno, se viene, o tenersi abbracciati tutto il tempo con chi abbiamo accanto senza farsi venire il torcicollo, senza la presenza infame del bracciolo o del gomito del vicino. Letti con tanto di lenzuola, e magari una copertina se a uno gli viene freddo, da rifare o cambiare tra uno spettacolo e l'altro e con un intervallo obbligatorio in mezzo, con accensioni di luci e tutto, proprio per evitare le conseguenze di due ore di buio e finire che in sala si vada solo per fare porcate di nascosto o ronfare tutto il tempo.
Allora magari anche cinema con un biglietto appena più alto ma una programmazione solo di grandi classici, una specie di cinémathèque verticale. La nuova esperienza cinematografica, altro che il 3d.
Vi saluto, che anche per scrivere stronzate bisogna stare seduti e io stavolta ne ho raccolte in fila un bel mucchio. Non temete, pagherò per questo tra pochissimi istanti.
A presto.

martedì 24 luglio 2012

L'amore dura tre anni


Sono seduto in sala, guardo “L’amore dura tre anni” e penso, in più di un'occasione, che il regista voleva a tutti i costi fare un film che risultasse divertente, facesse ridere. L’effetto però non sempre convince perché, ehi, l’umorismo o ce l’hai o non ce l’hai. Mica si studia sui manuali, mica lo si può fingere. Woody Allen per esempio è come Jimi Hendrix, il suo umorismo sprigiona un’energia continua, sa essere imprevedibile e graffiante. Lui suona e tutti gli vanno appresso. Ma per quanto puoi allenarti sulla chitarra non è detto che diventi Jimi Hendrix.
Chiaro?

L’effetto che mi fa “L’amore dura tre anni” assomiglia, in certe occasioni, a certi spettacolini che tra cugini si organizzavano per i parenti più grandi sotto le feste natalizie. C’è una certa goffagine nell’impegno di risultare convincente, nel desiderio o nella necessità di salvare un film altrimenti così insulso dalla presunzione declamatoria del titolo. E il film si fa strada con le armi della commedia, alla fine romantica. Cerca continue soluzioni brillanti o si sforza di far brillare soluzioni di per sé abbastanza opache. Meno male che lo fa con impegno costante. Finisce che trova pure un suo tono, in qualche modo riscatta la sua stupidità con il ritmo delle sue trovate piuttosto che con il loro livello.
E alla fine sembra voler adottare la più onesta tecnica dei bruttini che devono sedurre la bella di turno con uno sforzo incessante e qualità meno evidenti senza poter fare troppo affidamento sulle proprie doti naturali.

Alla fine trovo il film anche divertente, ma caro Beigbeder se ti fingi così pieno d'umorismo non ci rimanere male se poi devo mezzo fingere anche io se qualcuno, sui titoli di coda, vuole sapere se mi è piaciuto oppure no.

domenica 15 luglio 2012

Qualche nuvola

Diego è un giovane dall'età indefinita, venti come trent'anni. Abita in un'altrettanto indefinita periferia romana che è un mix di Quadraro, Ostia e Fiumicino. E' fidanzato con una ragazza caruccia e dal seno abbondante. La fidanzata ha un'amica del cuore e di tutta una vita, abbondante punto e basta tant'è che ha deciso di andare dal dietologo dei vip che ha lo studio in centro. Diego ha degli amici d'infanzia che sono diventati uno spacciatore e uno prete. Ci gioca a calcetto tutte le settimane.
Diego ha un lavoro umile ma dignitoso in un cantiere. E' quello che fa da mediatore con il capo. Ha un buon carattere e il capo ha preso a ben volerlo. In cantiere c'è anche il futuro suocero, un muratore coriaceo e burbero che gli vuol bene anche lui. Perchè a Diego vogliono tutti bene: perchè è un bravo ragazzo, perchè è in gamba, perchè è orfano di padre, perchè è caruccio, perchè non è nè uno spacciatore nè un prete, perchè viene dalla periferia ma sa comportarsi a modo anche in contesti differenti.
Diego e la fidanzata si sposeranno presto coronando così un fidanzamento che dura dieci anni e forse ha origini ancora più remote perché i loro genitori sono vicini di casa così che i due si conoscono praticamente da tutta la vita.
Ma per sposarci ci vogliono oltre al coraggio anche dei soldi, per la cerimonia, per la casa. Su questo la fidanzata non transige e anzi rompe parecchio le palle per ogni minimo dettaglio dell'arredamento. E visto che mi pare dei due lavori solo Diego si sobbarca qualche lavoretto extra pulito pulito, tipo la ristrutturazione dell'appartamento di una misteriosa cugina del capo. Che abita in pieno centro, non sembra avere problemi economici, è bellina e bionda, un poco gatta morta. Tutte ragioni per farcela stare sul cazzo se non che la ragazza ha qualche qualità, è sensibile, dolce e sembra davvero attratta da Diego tanto da prendere lei per prima l'iniziativa. E Diego si ritrova coi piedi in due staffe che diventano sempre più roventi.
Ma di tutte le storie di tradimento viste al cinema negli ultimi anni questa è quella che mi lascia più perplesso. Perchè ad esempio a fare da perno ne "L'ultimo bacio" era il senso di colpa. Stefano Accorsi ha l'ormone impazzito, si sente già vecchio e cadente alla soglia dei trent'anni e se ne approfitta di una diciassettenne che praticamente gliela sbatte in faccia, tradendo la futura moglie che è pure incinta. Per questo forse Stefano Accorsi guadagna un poco della nostra comprensione ma rimane una merdaccia, colpevolizzando anche noi di riflesso.

Diego invece è solo un ingenuo che nel tradimento assaggia qualcosa non di proibito ma a lui negato dal contesto in cui è cresciuto. La sua inconsapevole amante è bella, solare, ha temperamento artistico e sembra una boccata di aria fresca nella sua vita. Tra l'altro è davvero affezionata a lui. Altro che "qualche nuvola" lei è davvero un raggio di sole e se le cose non dovessero sempre prendere una piega così convenzionale Diego avrebbe fatto bene a farsi un esame di coscienza, a mandare fanculo gli amici del calcetto, la fidanzata rompicazzo, l'amica tamarra, e dire al mondo intero: "Io amo lei, fatevi i cazzi vostri e non venite a farmi le vostre sparate moralistiche, tipo che io sono una merda perchè non è vero. Io sono un bravo ragazzo! Sono serio, lavoro, ho la testa sulle spalle e tutti mi vogliono bene. E può volermi bene anche una ragazza ricca che non c'entra niente con me. Finora ho vissuto la vita che volevate voi perchè non ne conoscevo un'altra. Ma per foruna ho incontrato lei che mi ha aperto gli occhi. Poi magari dite che sono un egoista ma la verità è che io dalla vita meritavo di più."
Sarebbe stata davvero una bellissima storia d'amore.

Invece Diego finisce per sposare la fidanzata. La cosa più straziante è che neanche nel momento dell'addio l'altra, con le lacrime e un occhio pesto dopo essere stata vittima di un'aggressione da parte della fidanzata e dell'amica, riesce a essere davvero stronza con lui.
Peccato Diego, lo dico davvero, perché mi sei simpatico. Tu mi insegni che a voler essere bravi ragazzi si finisce per fare sempre quello che gli altri si aspettano da noi.

domenica 1 luglio 2012

Rock of ages

La ragione che mi ha portato al cinema a vedere "Rock of ages" era seduta accanto a me e allo scoccare dell'intervallo mi ha chiesto se mi stessi annoiando. No, ma il film era un poco una cazzata- questo l'ho detto- ma non ci voleva un cervello fine per giungere a questa conclusione. Per giungerci anche in anticipo.
Questo penso lo sapessimo tutti e due ma si vede che abbiamo aspettative diverse. E' la terza volta che andiamo a cinema assieme, il che è quasi un evento perchè sono passati anni dalla prima e anni anche dalla seconda. Non ci porta in questa o in altre sale una febbre cinefila ma la voglia di passare un poco di tempo assieme senza il rischio di annoiarci uno dell'altro, ma al massimo per colpa del film sbagliato. Ogni volta poi sembra racchiudere una fase e ci si scruta con la coda dell'occhio per trovare le differenze acquisite. Queste fasi potrebbero a posteriori essere sintetizzate in capitoli coi titoli dei film visti assieme.
1_"HALLOWEEN- THE BEGINNING"
2_"THE MILLIONAIRE"
3_"ROCK OF AGES"
In nessuno dei tre casi mie proposte. Nemmeno nel primo, figuriamoci. Mi sono limitato a dire di sì ogni volta. Non sono riuscito a capire che tipo di cinema le possa piacere davvero, di sicuro ha un approccio più rilassato del mio. Lo si capisce anche dall'abitudine a mangiare schifezze durante la visione. "Ne vuoi?" mi chiede, allungando il ciotolone di pop corn. Ne prendo una manciata e il CRUNCH CRUNCH che fanno le mie mandibole mentre mastico mi rimbomba nelle orecchie. "Lo sentirà tutta la sala!" penso e questo basta per farmi passare la voglia di continuare a scoccare.

C'è qualcosa in tutta questa situazione che sembra suggerirmi uno sguardo al tempo che è passato. Già il film stesso sembra riproporre scenari scaduti. Anche Tom Cruise, con l'esibizione muscolare di chi si sforza di tenere botta alla soglia dei cinquant'anni, mi lascia un indefinito sapore in fondo alla gola. Ma non è nostalgia, o se lo è qualcuno deve averne sbagliato le dosi. "Rock of ages" è come bere un cocktail alcoolico, arrivare al quinto bicchiere e non sentire ancora niente, solo un vago intorpidimento e la vescica gonfia. E' come finire a una festa di carnevale il cui tema è il glam rock anni '80 e trovare solo gente imparruccata e su di giri per nascondere il proprio imbarazzo, sul palco un gruppo di ragazzini che fa il verso ai Guns n' roses. Non c'è niente di peggio dell'imitazione, figuriamoci del divertimento o dell'eccesso. Ma di che mi lamento se in fondo neanche la persona che mi ha invitato a questa festa me la darà e io lo sapevo già benissimo da prima?

Quando il rock celebra se stesso con un musical, gli interpreti e la retorica da talent show ho l'impressione davvero che sia finito tutto. Ha lo stesso effetto di una maglietta d'epoca stirata e messa in bella piega sul fondo di un cassetto, da rispolverare solo in certe speciali occasioni. Faccio queste riflessioni e mi accorgo che ho addosso una t-shirt dei Napalm Death trovata in perfetto stato su una bancarella. Pura adolescenza metà anni '90.
Nel 1987 l'hard rock era all'apice del suo successo. Incredibile a dirsi ma capelloni laccati e chitarre distorte andavano di moda e finivano primi in classifica. Axl Rose dava il benvenuto nella giungla e invitava a sentire la sua serpentina, Steven Tyler affermava di essersi sniffato mezzo Brasile, Gene Simmons che era sulla cresta dell'onda da molto prima continuava la sua collezione di donne per raggiungere la cifra dichiarata di 5600 scopate. Tutto si può dire di questi personaggi fuorchè classificarli come intellettuali. Di certi poeti maledetti conservavano solo i vizi, amplificati dalla grancassa di una stampa capace ancora di alimentare miti. Erano brutti ma sembravano sexy, erano volgari ma tutti cantavano a memoria le loro canzoni, sembravano immortali ma pochi anni dopo il mondo gli ha voltato le spalle.
I genitori li ritenevano immorali, pericolosi e stupidi e forse, col senno di poi, non avevano tutti i torti. "Poi è arrivato quel frocio di Cobain ed è finito tutto" ( citazione da"The wrestler"). Niente più lacca nei capelli e forse neanche shampoo; niente più cori da stadio nè virtuosismi chitarristici ma stridore di voce e strumenti; niente più abbigliamento eccentrico ma orride e sformate camice di flanella; niente più esaltazioni orgiastiche sesso-droga-rock n'roll ma un profeta depresso ed eroinomane che dopo qualche anno rifiuta il ruolo di guida di una generazione levandosi di mezzo con una schioppettata di fucile.
Col senno di poi se oggi fossi padre mi sentirei più tranquillo ad avere un figlio seguace dei Kiss piuttosto che di Kurt Cobain. Ma anche seguace dei Kiss piuttosto che di uno Skrillex qualunque. E non parlo di musica ( i Kiss mi fanno cagare) quanto di filosofie di vita. Meglio un cazzone felice che un genio depresso.