domenica 16 settembre 2012

Gli sfiorati

Per tutta l'estate ho cercato di recuperare in una delle arene estive questo secondo film di Matteo Rovere. Ci sarei anche riuscito, avevo trovato lo spettacolo a Piazza Vittorio in una serata libera, ma poi non so cosa è successo. Ho perso del tempo prima di partire, il lungo spostamento mi ha spaventato, temevo di arrivare in ritardo e mi sono detto: "Vuoi andare a vedere davvero un film che già sai non ti piacerà?".
La risposta è stata "no" e così sono rimasto a casa.
Ho cercato il film su internet senza ottenere grossi risultati, fino a qualche giorno fa.

Così, nella maniera peggiore, ho consumato anche la visione de "Gli sfiorati", togliendomi lo sfizio e la curiosità assieme. Il film in sala ha incassato niente e ogni volta che chiedo a qualcuno se l'ha visto non sa neanche di cosa sto parlando. Quei pochi che per questo titolo si son fatti strappare il biglietto all'ingresso di un cinema qualsiasi non mi hanno riportato opinioni positive.
Nel frattempo sono successe delle cose.

Prima di tutto ho letto il libro.
"Gli sfiorati" infatti è un romanzo ( il secondo, per la precisione) di Sandro Veronesi. Sandro Veronesi è quello di "Caos calmo" per intenderci e chi mi conosce se che è forse il mio scrittore italiano vivente preferito. Forse ci saranno anche penne più autorevoli di lui ma c'è qualcosa nella qualità della sua prosa che mi piace molto.
Sandro Veronesi è uno che ha frequenti e mutui rapporti con il mondo del cinema. E' innanzitutto fratello di quel Giovanni, regista e sceneggiatore di successo per se stesso e altri ( Pieraccioni, Nuti, Verdone, i vari "Manuali d'amore"). Poi ha la stima di personaggi come Nanni Moretti che volle a tutti i costi, nonostante sembrasse poco adatto all'indole del personaggio, interpretare il ruolo del protagonista nell'adattamento di "Caos calmo", una delle poche pellicole in cui Moretti non è pure regista di se stesso.
Tra le altre cose Veronesi è uno dei curatori della casa editrice Fandango, nata dalla costola della casa di produzione di Procacci, e per questa collana sono usciti i suoi ultimi lavori nonché una riedizione ad hoc de "Gli sfiorati" che ha avuto negli anni più vite editoriali. Perchè il romanzo è uscito la prima volta nel 1990, quando Veronesi aveva più o meno trent'anni, ed è passato più volte da una casa editrice all'altra. La mia copia, ad esempio, è quella della Mondadori ma ne esiste almeno un'altra, di pochi anni fa, della Bompiani.

Nonostante sembri essere di casa nel vicino mondo del cinema da nessuno degli adattamenti dalle sue opere ( non sempre adattabili e comunque mai adattati da lui medesimo, va detto, e forse è un bene in tutte e due i casi) è venuto un buon film. "La forza del passato" è inguardabile. "Caos calmo" era noiosetto. E "Gli sfiorati"?
Beh, devo essere sincero, pensavo peggio.

Pensavo peggio perchè la qualità funambolica della scrittura di Veronesi è l'ingrediente magico che si viene a perdere in ogni trasposizione. La sua maniera di essere divertente restando serio e prolisso restando leggero, oppure colto ma ammiccando di continuo, le sue impareggibili divagazioni sono cose che il cinema non potrà mai rendere. La paura di ritrovarmi banalizzata una storia che già nel romanzo sembra basarsi quasi sul nulla e gira più volte a vuoto, ma che ruota tutta attorno alla inconfessabile attrazione erotica di un giovane serioso col pallino della grafologia ( ma tutti questi sono solo dettagli secondarti); dicevo: dell'inconfessabile attrazione erotica di un giovane verso la misteriosa sorella adolescente, nata da una relazione extraconiugale del padre ma pur sempre sua consanguinea.
Cioè, dell'inconfessabile attrazione erotica di un giovane serioso e col pallino della grafologia ( e tanti altri pallini meno distintivi) verso una sorella misteriosa e all'apparenza svampita che rischierebbe di condurci dalle parti dell'incesto. Così che mentre nel libro la giostra degli eventi tutti trascurabili ci riporta inevitabilmente alla domanda fondamentale: "Mète, il protagonista, riuscirà a farsi una ragione di questo suo desiderio di scopare con questa sua sorella piombata dal nulla apposta per minargli la già friabile esistenza?"; la domanda che mi sono posto io per mesi prima di vedere il film è: "Come può essere raccontato questo momento incredibile, di due fratelli che cedono al desiderio sessuale l'uno dell'altro e che è il momento più bello e indimenticabile di un bel romanzo per niente pruriginoso ma proprio in quelle pagine ispiratissimo, poetico, toccato dalla grazia e geniale? Pagine che ho riletto più volte nel corso dell'estate, che ho provato anche a leggere a voce alta davanti a un microfono ( mi sarebbe piaciuto condividerle con qualcuno, ma non ho nessuna qualità radiofonica e ho lasciato perdere subito).
Come può questo momento esplosivo e rivoluzionario eppure dolcissimo finire in un film italiano senza uscirne massacrato dalla sciatteria delle interpretazioni o del linguaggio, dalla superficialità del punto di vista, dalla mancanza di sfumature che il cinema sembra dover avere per funzionre al meglio?
Eppure ci finisce, senza neanche l'ombra dello scandalo, ed è un bel momento ma dimenticabile in un film alla fine non brutto ma altrettanto dimenticabile che ha tra i suoi difetti una leggera mancanza di fuoco, nel doppio senso di messa a fuoco generale del senso e poi di bruciore, ardore.
Finisce che il momento più bello, quello in cui mi sembra di avvertire il riflesso dello slancio dell'autore, è la breve e incomprensibile apparizione dal cielo di un pallone rosso. Il protagonista lo prende tra le mani e con un calcio della madonna, un gesto elegantissimo e potente, reso in maniera plastica ed efficace dalla bella regia di un film molto curato nei suoi aspetti visivi, lo lancia verso il cielo e al di là di quell'altissimo muro dal quale era precipitato. Adesso non ricordo se c'era qualcosa di simile nel libro, ma questa breve scena mi è rimasta impressa. Segno che alle volte ci si dimentica che gli attori non sono solo il primo piano dei loro visi ma anche il loro corpo. Si recita, purtoppo quasi mai in maniera memorabile, anche con il resto del corpo. Allora è proprio per questi tre secondi di calcio al pallone che salvo questa opera seconda di Matteo Rovere, il quale sono sicuro tornerà a fare parlare di sé.