sabato 27 ottobre 2012

Tutti i santi giorni

Forse è vero che l'amore "rincitrullulisce" come direbbe il gufo di "Bambi". I "rincitrulluliti" per amore avranno sempre la nostra simpatia. Agli innamorati si può perdonare quasi tutto. Sono portatori di positività e diffondono dovunque vadano il lato magico dell'esistenza. Si possono anche invidiare ma non vanno presi troppo sul serio, né bisogna cercare coerenza e lucidità in quello che dicono. Lo si può fare solo se si condivide con loro il particolare stato d'animo.

C'è un Virzì inedito in questo film, che non si vergogna di mostrarsi più sentimentale e ha addolcito ulteriormente il tono. Dopo l'amore materno de "La prima cosa bella" ora è tempo dell'amore punto e basta, quello tra un uomo e una donna. E' la storia di una coppia di opposti che si attraggono, si piacciono e pianificano una vita insieme, con tutto quello che comporta, figli inclusi.
E' la difficoltà ad averne che mette in crisi il rapporto e non la meschinità dei due, il che è una cosa molto bella e originale. Manca cioè quella tentazione di tradire il partner che ha condito tante presunte storie d'amore degli ultimi dieci anni di cinema italiano. Il sesso non è solo passione che afferma il desiderio l'uno dell'altro, né l'istinto che mette a soqquadro i piani di una vita borghese secondo le regole. Può essere anche il mezzo col quale due persone che si amano cercano di andare oltre il loro sentimento per mettere al mondo un figlio molto voluto.

Potrebbe sembrare una maniera più convenzionale di raccontare la coppia e le sue prospettive. In realtà la tenerezza del ritratto si sposa con la mancanza di angoscia del domani. I due innamorati hanno messo in conto le difficoltà e le non piccole rinunce che comporterà la loro scelta. Vanno avanti lo stesso, tra un esame clinico e l'altro, ginecologi pontifici, bizzarri riti di fertilità, moderne e laiche tecniche di fecondazione assistita, senza mai darsi per vinti. Si fanno coraggio a vicenda e in qualche modo, senza piangersi addosso né chiedersi in segreto cosa vogliono di più, accettano anche la precarietà che li circonda e condiziona le loro vite. Sono due figure positive come di rado se ne vedono al cinema di questi tempi.

Il merito è di Virzì, capace di restare sempre nell'attualità declinando con garbo il suo punto di vista, mantenendo la leggerezza del tono e conquistando la simpatia del pubblico. Tra tutti i registi italiani è l'unico che riesce a mettermi sempre di buonumore. Il rimanere sempre nell'ambito della commedia lo allontana da ambizioni di grandezza, dalla ricerca compulsiva del capolavoro e rende il suo approccio al cinema rilassato e rassicurante. Forse però gli aliena il favore internazionale e di una parte degli spettatori. Tra i suoi limiti sembra esserci il disinteresse o l'assenza di una spinta a muoversi troppo al di fuori degli ambiti che sembra conoscere meglio. Qualsiasi storia è filtrata attraverso la vena del suo umorismo particolare, dall'accento toscano che con poche eccezioni ( quasi tutte romane e a volte siciliane, anche in questo film ) condiziona la parlata di molti suoi attori. Si muove con più disinvoltura nella rappresentazione della comunità e degli stereotipi di quello che resta della sinistra italiana, usando la destra solo come contrapposizione, forza equilibratrice della narrazione, espediente per mettere in luce alcuni conformismi del proprio gruppo di riferimento. Non perchè gli manchi l'intelligenza o la curiosità. Forse soltanto perchè lo costringerebbe a scegliere storie più amare, rinunciando al candore e all'affetto con il quale sempre e comunque protegge i suoi protagonisti.
Lo dimostra la cura con la quale sa scegliere gli attori, alcuni dei quali pescati dall'anonimato attraverso un lungo lavoro di ricerca e di casting. E' stato così per Gabriellini, per "Tanino" Corrado Fortuna, per la giovane "Caterina" Alice Teghil, per Isabella Ragonese. Volti nuovi, freschi ed espressivi come quello di Antonia, la protagonista femminile di questo ultimo film, Federica Vittoria Caiozzo in arte "Thony". Scoperta attraverso la sua pagina myspace, dove pubblica le sue canzoni, finisce diritta nel film portandosi appresso non solo un personaggio che le è molto affine ma anche un pugno di brani per la colonna sonora.

Il problema di "Tutti i santi giorni" è piuttosto in una incomprensibile sciatteria formale. Forse per la disponibilità di un budget più basso del solito che può aver comportato diverse rinunce. Per il tentativo di rilanciare le limitazioni di partenza con un approccio più libero, l'indisciplina della macchina da presa per consentire ai due attori di esprimersi con la massima naturalezza.  Così che se la coppia sembra funzionare e salva il film, il film non si salva dalla bruttezza di alcune situazioni, dalla discontinuità fotografica di alcune sequenze, da una pasta sonora al limite dell'incomprensibile che si mangia più della metà dei dialoghi. E alla fine anche dalla noia complessiva.
Manca un poco di rigorosa struttura narrativa, di attenzione ai tempi e alle esigenze di un copione che deve funzionare per intero. Tutte cose nelle quali Virzì ha sempre dimostrato talento e che in questo film, girato più col cuore che con la testa, sembrano venire meno.
L'impressione che ne traggo è che nel seguire le vicende di una coppia che non riesce a rimanere incinta nonostante i ripetuti tentativi, il film rimanga alla fine infecondo della vera ispirazione dei suoi pur bendisposti, volenterosi e dotati autori.

venerdì 26 ottobre 2012

Ted

Un amico ha condiviso su Facebook il video di una presunta ultima intervista a Pasolini. Alla domanda di un giornalista francese l'intellettuale risponde che "scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati è un piacere e coloro che rifiutano questo piacere possono essere considerati dei moralisti".
Mi tornano in mente queste parole nel momento in cui mi accingo a scrivere qualcosa su "Ted", il primo film con attori reali ( e l'integrazione di un pupazzo animato, Ted per l'appunto) diretto da Seth MacFarlane.
Mi piacerebbe sapere cosa ne penserebbe oggi Pasolini del dilagare di una nuova generazione di comici e autori comici che non hanno nessuna difficoltà a mettere in pratica il loro diritto di scandalizzare. Un'ampia fetta di pubblico prova un evidente piacere a essere scandalizzato e decreta il loro successo. Una minoranza li detesta o li trova irrispettosi, volgari, ignoranti, omofobi, scurrili a seconda dei casi e si becca subito il bollino di "moralista". Mi piacerebbe tanto più che non ho mai trovato in Pasolini autentiche tracce di umorismo. Mi piacerebbe sapere la sua opinione di fronte a una puntata dei Simpson o dei Griffin.
Forse però mi piacerebbe altrettanto ritrovarlo in una delle puntate dei Simpson o dei Griffin, preso di mira dall'umorismo salato dei loro autori ai quali offrirebbe più di un facile spunto.

Mi torna in mente perchè c'è un momento durante la visione di "Ted" in cui mi spingo a chiedere chi sia davvero questo MacFarlane. Chi sia al di là delle note biografiche che posso trovare su Wikipedia, al di là del successo di tutto quello che ha contribuito a realizzare finora, al di là anche del suo presunto alter-ego raffigurato in questo film. Il ragazzone che non riesce a rinunciare al suo lato infantile o il pupazzo senza alcun freno inibitore?
Forse non ha nessuna importanza saperlo ma d'un tratto ho il sospetto che dietro la maschera della persona divertente possa nascondersi una testa di cazzo. Che l'umorismo che trovo così divertente e rende fluido e piacevole il film o un pomeriggio passato a rivedere vecchi episodi dei Griffin sia lo stesso che non sopporto in personaggi incontrati tante volte nella vita reale. L'umorismo degli arroganti, dei pieni di sé, di coloro che rivendicano non il diritto di scandalizzare ma di disprezzare con scherno. Quello che meno mi piace di questo tipo di umorismo è la tendenza a marcare il proprio territorio. Nessuno ride da solo. La battuta di spirito è un invito alla condivisione. Si ride insieme agli altri. Ma in alcuni casi si ride anche di qualcosa o qualcuno. Si ride assieme agli altri prendendo di mira qualcun'altro, ad esempio. La cattiveria insita in tanta comicità recente non offre vie di conciliazione. Divide nettamente il pubblico in chi prova piacere e in chi si sente offeso. Facile dire che chi si sente offeso è un moralista.

Ci pensavo da giorni, ogni volta che ritornavo a chiedermi che cosa ci fosse in questo film che non mi avesse convinto. E' un brutto film? Direi di no. Ma è solo intrattenimento.
E' una cosa grave? Affatto.
Funziona? Piuttosto bene.
Ma è come un giro sulle montagne russe. L'apporto che può dare alla nostra vita fa effetto soltanto quando siamo su. Una volta che mettiamo di nuovo i piedi per terra l'esperienza si ridimensiona e subito dopo si dimentica. Le montagne russe non hanno mai cambiato la vita di nessuno.
E poi, se devo dirla tutta, è mai possibile che certe commedie e tutta l'animazione americana debbano all'improvviso diventare sul finale delle mezze specie di film d'azione?
Cazzo, mi volevo fare due risate e uscire dal cinema più leggero. Invece ho solo schiacciato una pausa di un'ora e mezza. Una volta fuori dal cinema il nastro del mio malumore si è rimesso in moto dal punto in cui si era interrotto.

Mi è tornata una gran voglia di vedere "Scusate il ritardo" di Troisi. Rimedierò presto.

giovedì 25 ottobre 2012

Il cavaliere oscuro - Il ritorno

La storia del film è più o meno quella di molti supereroi. A volte scompaiono per molto tempo, ci dimentichiamo di loro. Poi però, i migliori o i più simpatici tra essi almeno, ritornano sempre.
A riportarli in luce può essere l'arrivo di un nuovo cattivo, l'incombere di una nuova grande minaccia. E' il cattivo che fa il supereroe e non la tutina che indossa. Senza un cattivone da combattere Peter Parker può al massimo usare i suoi superpoteri per arrivare in tempo agli appuntamenti dall'altra parte della città. Bruce Wayne invece tornare a fare l'eremita nella sua dimora di lusso, a vivere la sua noiosa vita di milardario depresso. E' così che comincia infatti "Il cavaliere oscuro- Il ritorno".
A dire il vero non comincia così. C'è un altro prologo. Ma su questo tornerò in seguito...

Quello che invece riporta vitalità e freschezza alle avventure di personaggi dei fumetti che hanno ormai cinquant'anni ( settantatre nel caso di Batman) è la felice intuizione dei loro editori di lasciare un ampio margine di libertà agli autori. Un leggero difetto di coerenza che ha creato un microcosmo di universi paralleli, a volte coincidenti a volte no, nel quale naufragar è dolce oppure frustrante. Ognuno può scegliere il Batman che preferisce, sia sulla carta che sullo schermo. Esiste addirittura la variante di un Batman nato nero in un ghetto malfamato, che finisce in carcere per errore e si vendica solo anni dopo dei suoi aguzzini. E' una storia autoconclusiva comparsa in una collana di numeri speciali scritti da Stan Lee, la mente dietro tutti i più grandi eroi della rivale Marvel.

Questo per dire che non esiste nulla di definitivo nel mondo dei supereroi, neanche la trilogia di Nolan. Essa è soltanto uno dei modi di intendere l'universo del suo protagonista. Domani forse tornerà con un altro attore, toni più rilassati e trame lineari. Forse riconquisterà un pubblico più giovane, quello che per la prima volta si chiederà di nuovo chi era mai questo Batman e che preferirebbe un approccio più ludico alla complessità anche tematica di quest'ultimo film.
Complessità che è il marchio di fabbrica di Nolan, capace di stressare l'architettura narrativa delle sue storie senza comprometterne la tenuta; spingendo ai limiti ( ma mai oltre!) la capacità di comprensione dello spettatore. Nei diversi piani di lettura delle storie che racconta ce n'è sempre uno di base che consente a chiunque di capire cosa succede e come va a finire tutta la vicenda.
Ma è una complessità che a mio parere va di pari passo con gli aspetti più spettacolari dei suoi film. Nolan sembra essere ben consapevole che l'iperotrofia della trama fa grande il film tanto quanto la potenza di un effetto speciale; e che una serie di ragionevoli svolte narrative sanno gratificare e mettere in moto l'intelligenza dello spettatore comune quanto il piacere di lasciarsi andare a un poco di sovraeccitazione dei sensi. Anzi forse il ritmo serrato e la sovraeccitazione complessiva aiutano a non lasciarsi andare, a non cedere alla noia e mantenere più vigile il proprio livello di concentrazione.

Ma la complessità ha anche almeno due difetti. Il primo dei quali è nell'inevitabile confusione che si genera in determinati punti del'intreccio. Confusione che permette forse di sorvolare, ma non di lasciarsi sfuggire, soluzioni non sempre eleganti, punti deboli e dettagli irrisolti. Come non chiedersi come abbia fatto Bruce Wayne a tornare alla sua Gotham in così pochi giorni dopo essere sfuggito alla prigione sotterranea in mezzo a un deserto imprecisato ma all'apparenza molto, ma molto lontano dalla sua città? Come avrà fatto visto che non ha più alcun credito, né in banca né presso le sue amicizie? Visto che non credo abbia più neanche un documento in tasca, figuriamoci del denaro contante o virtuale? Se l'è fatta a piedi fino a casa? Boh.
Come ha fatto a rientrare a Gotham visto che la città è isolata, i ponti sono stati fatti saltare tutti, i tunnel sono ostruiti dalle carcasse delle automobili e l'esercito blocca qualsiasi altro punto d'accesso o di fuga?
Dove ha tenuto nascosta tutto questo tempo la tanto ambita pen-drive con il programma "smacchiatore" visto che è stato catturato e subito dopo tenuto prigioniero in un posto segretissimo che sembra essere ai confini del mondo? In casa sua, dove nessuno lo va più a cercare nonostante siano in molti a volergli fare le pulci ma dove sembra che neanche lui abbia quasi più facile accesso? Forse nel sedere?
Chi paga le spese di gestione della sua tecnologica Bat-caverna e soprattutto l'alimentazione necessaria per mantenerla attiva visto che cinque minuti dopo che Bruce Wayne è diventato il miliardario più povero di Gotham gli hanno staccato pure la luce dentro casa?
Come posso mettermi in contatto con il suo fisioterapista, quello che in carcere con un solo cazzottone ti rimette a posto la colonna vertebrale? Hai idea, Bruce, di quanto sia noiosa e di quanto mi costi un'ora di ginnastica posturale a settimana?
La risposta a questi interrogativi ( tranne l'ultimo) forse è già in qualche piega della storia, forse in qualcuna nascosta nei capitoli precedenti che non ho visto tutti e che non ricordo più tanto bene. Forse non sono stato abbastanza attento.

Mi capita infatti all'uscita dal cinema che la persona al mio fianco mi ricordi la scena iniziale. La banda capitanata da Bane compie uno spettacolare rapimento in volo, fa letteralmente incursione su un aereo, rapisce un suo passeggero e lascia schiantare tutti gli altri insieme a uno dei suoi. Tutto questo avrà un collegamento con qualcosa che accadrà molto più in là nel film.
Io però l'avevo completamente dimenticato.
Questa mia soprendente defaillance mi colpisce tanto al punto da chiedermi con quale criterio io possa giudicare un film del quale mi perdo dettagli così importanti. Forse più che a livello di contenuti certi film andrebbero indagati prima da un punto di vista fenomenologico. In che maniera cioè essi vengono percepiti, come agiscono sulla nostra attenzione, che tipo di reazioni anche fisiologiche mettono in funzione, e soprattutto che cosa ricordiamo di più una volta che, finita la visione, ritorniamo nel nostro mondo. 
Da questi risultati trarre poi le conclusioni generali sul film, sulla maniera in cui esso si esprime e si lascia capire, sul modo in cui veicola i suoi temi, agisce sulla nostra coscienza, si pone come una intelligente e tutto sommato piacevole allegoria delle contraddizioni e delle inquietudini, americane e non solo, degli ultimi anni.
E' un film che sembra contenere l'invito a una seconda visione. L'ho fatto con piacere per "Inception", ma in tutta onestà non credo di avere voglia di rifarlo a breve per un qualsiasi film di questa trilogia.

lunedì 22 ottobre 2012

Reality

L'aspetto più salutare nell'approccio al cinema di Matteo Garrone è la mancanza di ossessioni cinefile. A differenza di quasi chiunque altro, il suo è un cinema che non nasce dalla visione di altri film, non dissemina citazioni, non ammicca, non rifà il verso. Il cinema sembra essere il mezzo attraverso il quale Garrone si esprime perchè ne conosce il linguaggio ma i suoi interessi più genuini sono rivolti anche altrove. Innanzitutto verso luoghi e persone lontane da quelli che potrebbero essere i suoi riferimenti geografici o sociali. C'è una sana curiosità verso il prossimo, il più delle volte verso le esistenze più marginali ( prostitute, extracomunitari, ragazzi sbandati, persone afflitte da disturbi affettivi, piccoli e grandi personaggi di malavita). Un interesse che può essersi espresso anche in alcune storie non prive di morbosità ma che non da l'impressione di essere il frutto di una mente morbosa. Questo si traduce in un lungo e meticoloso lavoro di ricerca in tutti i suoi film a partire dalle location, poco frequentate dal nostro cinema come il Veneto di "Primo amore" o difficilmente accessibili all'ingombrante e anomala macchina-cinema come nel caso della Scampia di "Gomorra". Sembra saper benissimo che un conto è leggere di una moderna città biblica del vizio e della decadenza, un conto è entrarvi e mostrarne le bruttezze architettoniche, la peculiarità anche fisiognomica di chi non ha nessuna difficoltà a immedesimarsi con il ruolo che deve interpretare perchè lo interpreta già nel non facile teatro della propria vita. In questo caso, specie ai numerosi attori non professionisti che affollano gli ultimi suoi film, sembra chiedere soprattutto in cambio l'autenticità del loro bagaglio di esperienze, le caratteristiche non convenzionali del loro aspetto fisico e una dose di naturalezza verso la macchina da presa.
C'è una grande attenzione al corpo dei suoi interpreti. "Primo amore" ne era una dimostrazione fin troppo evidente, sia nella bruttezza di Vitaliano Trevisan che ne faceva un moderno Nosferatu che nella umiliazione continua inflitto al corpo della bella e allora sconosciuta Michela Cescon, costretta per esigenze di copione a denudarsi e dimagrire sempre di più.
C'era anche ne "L'imbalsamatore", ovviamente in "Gomorra" e in forma più evidente nell'ultimo "Reality". Tanto nelle figure di contorno: i parenti del protagonista sono spesso obesi, o invalidi o segnati dalle rughe e dalle piaghe comuni della vita povera;  le vicine di casa sono anziane, sdentate, hanno figli ritardati; c'è una ampia comunità di poveri matti che affolla il quartiere e campa di espedienti, il più in luce di tutti con una vistosa cicatrice sul cranio rasato. Tanto quanto nel protagonista, nel quale la dolcezza del suo viso, che lo avvicinerebbe alla mimica di Troisi, contrasta non solo con la tonicità delle spalle e delle braccia coperte di tatuaggi quanto con la storia personale del suo interprete: Aniello Arena, condannato all'ergastolo per triplice omicidio.

In questo caso però si è aggiunto un elemento inedito. Una dichiarata spinta verso il grottesco, una visionarietà dolce sottolineata anche dalla colonna sonora del grande Alexandre Desplat, lontani echi felliniani che contrastano con la precarietà continua della macchina a mano e delle più comuni tecniche di pedinamento cinematografico. Esiste cioè in questo film un registro inconsueto che è in parte quello della commedia, da sempre filtro alla rappresentazione della realtà tramite l'umorismo. Più in generale è la fuga verso una dimensione surreale. La stessa nella quale precipita il film nello stare appresso alla progressiva psicosi del protagonista.
Quello che però non rende godibile fino in fondo la visione è che se da un lato le premesse sociologiche che sorreggono il film sono interessanti e suggerite con grande intelligenza e sottigliezza fino alla conclusione; gli inevitabili risvolti narrativi non sono del tutto compiuti. Cioè, il film soffre di quella malattia comune a molti autori grandi e piccini che partono con una idea molto forte, che sembra svilupparsi da sé e produrre delle inevitabili conseguenze, ma non riesce a chiudersi con un colpo di coda magistrale. Questo rende alcune sequenze più deboli di altre, affatica il film nella seconda parte, si risolve con qualche situazione azzeccata e divertente ma conduce a un finale debole che mi lascia un poco a bocca asciutta.

Tra le critiche più diffuse al film c'è stata la lamentela di un certo ritardo sui tempi. Il "Grande Fratello" non solo non è più novità, ma ha da tempo spento anche l'interesse degli osservatori più analitici, è noioso anche come dibattito pseudo-culturale e ha perso grandi fette di pubblico. Solo un anno fa si parlava già di una probabile chiusura del programma per ascolti insoddisfacenti.
Questa critica è più comprensibile soprattutto vista dall'estero, dove le critiche sono state più numerose, nei paesi dove la teledipendenza è favorita da un'offerta di programmi e canali più ricca e i reality abbondano. Il Grande Fratello è roba vecchia e datata. Lo è anche la tv, a mio parere. E forse mi posso spingere a dire che lo è anche l'Italia. "Reality" sembra funzionare meglio come specchio ancora attuale del nostro paese, nel momento in cui un programma in netto calo di consensi è capace di risvegliare sogni e desideri sopiti di una persona semplice. Sono pericolosi i sogni e i desideri perchè non appartengono solo alle persone semplici. Se ancora riusciamo a ridere un poco del destino del povero protagonista di questo fim è perchè molti di noi si riconoscono una superiorità culturale, snobisticamente disprezzano o non guardano certe trasmissioni, credono di essere immuni da certe lusinghe per via di qualche anticorpo culturale. Mi sembra invece che il film offra un punto di vista più esasperato di situazioni comuni e la raffigurazione della televisione come una dispensatrice di irragionevole ottimismo, l'ultima deriva prima di sprofondare tutti davvero nel panico di questi anni. "Never give up!" ripete di continuo l'ex partecipante al Grande Fratello, per tutto il film. "Non arrendetevi mai!" che fa compagnia ai classici "se uno crede davvero nel proprio sogno, il sogno si realizza" o al più fatale "c'è un treno che passa una volta sola nella vita...". Ecco, non voglio mai più sentire frasi del genere. Il mio augurio è che in questo paese non si debbano più mettere in atto fughe, all'estero o nel sogno, per scendere a patti con la realtà; e che la ricerca della realizzazione delle proprie ambizioni possa diventare davvero solo il punto di partenza, come dovrebbe essere, verso la maturità, la consapevolezza e l'ottenimento della propria dignità individuale.

Altri due aspetti per me interessanti sono lo scenario napoletano e gli spunti religiosi.
Prima di tutto perchè è nella parlata napoletana che ritrovo parte delle mie radici, un senso di familiarità con toni ed espressioni. Il dialetto napoletano non è solo un modo diverso di dire certe parole ma anche una forma del tutto originale di modulare la sintassi e la ricchezza del nostro vocabolario. E' una lingua ricca e molto colorata, musicale, imprevedibile, aspra nei suoni ma veicolo di dolcezza.
Il fatto che la storia sia ambientata in larga parte a Napoli e dintorni sembra avere molteplici motivazioni. Prima forse la continuità con alcuni scenari e volti del precedente lavoro di Garrone. Poi il fatto che sembra essere diventata più attendibile come spettatore medio una famiglia del sud che la classica casalinga di Voghera ( anche perchè cazzo ma quanti anni avrà sta casalinga di Voghera, dovrebbe essere morta da un pezzo o forse è viva e non guarda il Grande Fratello, lo trova anche lei stupido e volgare). E poi vuoi mettere Voghera al centro di un film che poi farà il giro dei festival di mezzo mondo? Voghera che neanche io so in che regione sta ( vado a controllare, Lombardia, provincia di Pavia) figuriamoci il resto d'Italia.
Lo scenario napoletano ha meno bisogno di presentazioni internazionali ed ha un'indole più estroversa. Sa già fare spettacolo in una maniera chiassosa, spiritosa, grassa e volgare che la televisione commerciale riesce solo pallidamente a imitare. Manca alla televisione l'indole melodrammatica, la vitalità che riesce a rendere sublime, nei casi migliori, anche la volgarità di un'espressione, l'origine popolare di una maschera. Poi Napoli sembra già abituata per carattere a mettersi in mostra senza vergogna, esiste un senso della riservatezza più limitato, il confine tra il privato e il pubblico si fa spesso sottile, c'è meno senso di colpa nella pratica diffusa del pettegolezzo e della maldicenza. Ha un'affinità più disinvolta con gli aspetti meno nobili del "Grande fratello" e questo renderebbe il protagonista non solo lo spettatore ideale del programma ma anche a tutti gli effetti un buon candidato alla sua partecipazione.

Per quello che riguarda alcuni cenni religiosi sono rimasto molto colpito dalla scena in cui il protagonista regala i brutti mobili della sua casa alla gente del quartiere. Si spoglia cioè dei suoi averi, per quanto pacchiani e discutibili nei gusti. Il suo intento è quello di rimediare a uno sgarbo precedente che l'avrebbe messo in cattiva luce verso oscuri selezionatori del programma. E' convinto di essere già osservato, spiato in ogni sua mossa per valutare l'eventuale idoneità.
Il suo è un gesto riparatore ma simile a quello che segna la conversione di San Francesco. Con l'unica differenza che il santo di Assisi era di famiglia agiata e ha fatto volontaria scelta di povertà. Il protagonista è un poveraccio che finora si è sostenuto mantenendosi a cavallo tra la legalità e il suo contrario. Se si comporta in questa maniera è per seguire un delirio di futura richezza.
Anche San Francesco agiva sotto uno sguardo impercettibile e volendo discutibile: quello di Dio. Anche lui sceglie una linea di comportamento che lo dovrebbe condurre nel paradiso cristiano.
Il protagonista bussa invece alla porta di un paradiso terreno, nel quale solo alcuni eletti ( non di certo i migliori della nostra razza) possono entrare ( per poi fare ritorno con certi benefici sulla terra; e tanto basta per poter rinunciare alla ricerca di un più fumoso futuro paradiso ultraterreno). Un paradiso elitario ma tutt'altro che sconosciuto e tanto più desiderabile perchè osservabile dal buco della serratura. Un paradiso pieno di zeppo di pause e inserti pubblicitari. Dove, ma guarda un poco, è concesso quasi tutto tranne che bestemmiare.

lunedì 1 ottobre 2012

Pietà

Ogni volta che vedo un film orientale, soprattutto uno di quelli appartenenti alla categoria dei vincitori di festival, mi viene in mente "Lost in translation". Non proprio il film, ma il concetto dietro quel titolo bellissimo. Se è vero che dietro ogni traduzione c'è sempre un minimo di senso e di intenzione che si perde, perchè ogni linguaggio è anche l'espressione di una cultura diversa; è cosa ancora più vera nei passaggi tra lingue di ceppi completamente diversi.

Mi viene in mente ogni volta che vedo un film come quelli di Kim-Ki-duk e sono costretto a notare non solo la piattezza dei dialoghi ma anche quella delle voci doppiate. Voci che per una volta sembrano davvero incollate con lo sputo alla mimica dei personaggi. La colpa forse non è neanche dei doppiatori che faranno anche in questo caso il loro onesto sporco lavoro. La colpa sembra quasi essere una più profonda difficoltà di interpretare il senso di quello che certi film e registi volevano dire e di come lo volevano dire. Perchè posso credere in un Brad Pitt che parli in italiano e non in un anonimo attore coreano che si esprima con la vocalità di un nostro interprete di fiction?

La questione per me potrebbe allargarsi al senso più profondo di certe opere, qualcosa che non riguarda più solamente la parte verbale, le parole che compongono la sceneggiatura e i dialoghi. Voglio dire: quanto sono comprensibili certi film da uno spettatore medio?
Abbiamo davvero gli strumenti per valutare certi film senza restarne abbagliati o annoiarci a morte, in ogni caso però sempre per errore?

La risposta più semplice richiede di lasciar perdere tante inutili seghe mentali. Se un film è bello davvero riesce a oltrepassare i confini nazionali e parla un linguaggio universale. Chiunque dovrebbe poterne cogliere la bellezza, l'umanità o la poesia indipendentemente dal proprio filtro culturale. Dovrebbe potersi emozionare magari anche con una buona percentuale di errore.

Devo essere onesto: finora ho sempre guardato con molto sospetto i cosidetti amanti del cinema di Kim-Ki-duk. Vorrei inchiodarli al muro e chiedere di snocciolarmi con lucidità le ragioni della loro ammirazione. Alle volte ho solo l'impressione che si tratti di un bisogno di diversità, un bisogno nemmeno tanto profondo. Che ci sia cioè in quella zona cieca della comprensione che il cinema orientale offre allo spettatore occidentale la possibilità di lasciarsi confondere, di rimanere con una percentuale di mistero che il nostro rimasticatissimo cinema di derivazione americana non offre più, non ha mai offerto. C'è una forma di diversità dalle elementari regole del nostro intrattenimento che fa assomigliare molto cinema orientale una variante contemporanea di quello che,  ad esempio, Antonioni ha girato negli anni '60. Ma con meno spocchia di stampo borghese, con minor piombo nelle tasche e purtoppo anche con molto meno stile figurativo.

Detto questo non voglio attaccare nessuno, perchè forse quel residuo di incomprensibilità e mistero che il buon cinema orientale, compreso quello di Kim-Ki-duk, porta in dote può far nascere nelle persone il gusto anche della curiosità, l'interesse verso qualcosa che forse è bello davvero forse no, però ricorda che ci sono ancora universi cinematografici da esplorare. Chissà che i limiti delle distribuzioni nazionali non ci abbiano nascosto capolavoro sconosciuti.

La domanda piuttosto è: ma se non ci fosse poi tanto da capire? Se cioè la componente "esotica" di un film come "Pietà" fosse del tutto irrilevante? Se prendessi la stessa storia e senza cambiarne una virgola la girassi in un qualsiasi paese europeo?  Cosa cambierebbe nella nostra percezione?

Lo scrivo perché ad esempio sono piuttosto ignorante a riguardo di filosofie orientali ma parecchio ferrato in ambito di religione cattolica e rimango molto sopreso nel notare con quanta disinvoltura essa sia presente in una parte della filmografia del regista coreano. C'è un sentimento cattolico molto forte, già nel titolo del film e nell'immagine della locandina. C'è nella brutalità con cui si esprime il cammino di redenzione del protagonista, nella ferocia con cui porta a compimento il suo percorso spirituale suggellato dal masochismo fino al sacrificio estremo, c'è una profonda suggestione per il dolore fisico.
C'è nella vacuità del protagonista, nella sua apparente insensibilità una spinta religiosa che aspetta il momento per fare i conti con se stesso. Non solo, ma la maniera in cui il protagonista decide di chiudere la sua storia assomiglia quasi al finale di un film con Clint Eastwood, ha quella barbara espressività di certi western che a loro volta hanno echi di una crudeltà atavica, da antico testamento. 

A me comunque il film non è piaciuto.
Interessante forse, ma troppo naif. C'è nella fase adolescenziale una marcata attrazione verso i tempi più forti e l'esasperazione della violenza. Il tumulto dei propri sentimenti e la prima comprensione della violenza nascosta del mondo adulto rendono affascinanti ai più giovani film come questo o tematiche simili.
Kim-Ki-duk mi annoia proprio per questo. Sembra continuare a scrivere e girare film come un giovare regista. E' acerbo e imbarazzante, a volte approssimativo anche nella forma. I suoi film sembrano sorretti da una spinta emotiva, da un formicolio interiore che non riesce a farsi compiutezza intellettuale.
Forse però questo si tramuta anche in una certa freschezza espressiva.

Al momento della consegna del Leone d'oro all'ultimo festival di Venezia il regista è salito sul palco e invece del solito breve discorso di ringraziamento ha intonato una canzone tradizionale del suo paese. Mossa che ha sorpreso molti per la sua eccentricità.
O forse soltanto confusi. Quello che per noi potrebbe essere un segno di eccentricità magari altrove è pudore, dolcezza d'animo.
Appunto, vai a capire.