lunedì 1 ottobre 2012

Pietà

Ogni volta che vedo un film orientale, soprattutto uno di quelli appartenenti alla categoria dei vincitori di festival, mi viene in mente "Lost in translation". Non proprio il film, ma il concetto dietro quel titolo bellissimo. Se è vero che dietro ogni traduzione c'è sempre un minimo di senso e di intenzione che si perde, perchè ogni linguaggio è anche l'espressione di una cultura diversa; è cosa ancora più vera nei passaggi tra lingue di ceppi completamente diversi.

Mi viene in mente ogni volta che vedo un film come quelli di Kim-Ki-duk e sono costretto a notare non solo la piattezza dei dialoghi ma anche quella delle voci doppiate. Voci che per una volta sembrano davvero incollate con lo sputo alla mimica dei personaggi. La colpa forse non è neanche dei doppiatori che faranno anche in questo caso il loro onesto sporco lavoro. La colpa sembra quasi essere una più profonda difficoltà di interpretare il senso di quello che certi film e registi volevano dire e di come lo volevano dire. Perchè posso credere in un Brad Pitt che parli in italiano e non in un anonimo attore coreano che si esprima con la vocalità di un nostro interprete di fiction?

La questione per me potrebbe allargarsi al senso più profondo di certe opere, qualcosa che non riguarda più solamente la parte verbale, le parole che compongono la sceneggiatura e i dialoghi. Voglio dire: quanto sono comprensibili certi film da uno spettatore medio?
Abbiamo davvero gli strumenti per valutare certi film senza restarne abbagliati o annoiarci a morte, in ogni caso però sempre per errore?

La risposta più semplice richiede di lasciar perdere tante inutili seghe mentali. Se un film è bello davvero riesce a oltrepassare i confini nazionali e parla un linguaggio universale. Chiunque dovrebbe poterne cogliere la bellezza, l'umanità o la poesia indipendentemente dal proprio filtro culturale. Dovrebbe potersi emozionare magari anche con una buona percentuale di errore.

Devo essere onesto: finora ho sempre guardato con molto sospetto i cosidetti amanti del cinema di Kim-Ki-duk. Vorrei inchiodarli al muro e chiedere di snocciolarmi con lucidità le ragioni della loro ammirazione. Alle volte ho solo l'impressione che si tratti di un bisogno di diversità, un bisogno nemmeno tanto profondo. Che ci sia cioè in quella zona cieca della comprensione che il cinema orientale offre allo spettatore occidentale la possibilità di lasciarsi confondere, di rimanere con una percentuale di mistero che il nostro rimasticatissimo cinema di derivazione americana non offre più, non ha mai offerto. C'è una forma di diversità dalle elementari regole del nostro intrattenimento che fa assomigliare molto cinema orientale una variante contemporanea di quello che,  ad esempio, Antonioni ha girato negli anni '60. Ma con meno spocchia di stampo borghese, con minor piombo nelle tasche e purtoppo anche con molto meno stile figurativo.

Detto questo non voglio attaccare nessuno, perchè forse quel residuo di incomprensibilità e mistero che il buon cinema orientale, compreso quello di Kim-Ki-duk, porta in dote può far nascere nelle persone il gusto anche della curiosità, l'interesse verso qualcosa che forse è bello davvero forse no, però ricorda che ci sono ancora universi cinematografici da esplorare. Chissà che i limiti delle distribuzioni nazionali non ci abbiano nascosto capolavoro sconosciuti.

La domanda piuttosto è: ma se non ci fosse poi tanto da capire? Se cioè la componente "esotica" di un film come "Pietà" fosse del tutto irrilevante? Se prendessi la stessa storia e senza cambiarne una virgola la girassi in un qualsiasi paese europeo?  Cosa cambierebbe nella nostra percezione?

Lo scrivo perché ad esempio sono piuttosto ignorante a riguardo di filosofie orientali ma parecchio ferrato in ambito di religione cattolica e rimango molto sopreso nel notare con quanta disinvoltura essa sia presente in una parte della filmografia del regista coreano. C'è un sentimento cattolico molto forte, già nel titolo del film e nell'immagine della locandina. C'è nella brutalità con cui si esprime il cammino di redenzione del protagonista, nella ferocia con cui porta a compimento il suo percorso spirituale suggellato dal masochismo fino al sacrificio estremo, c'è una profonda suggestione per il dolore fisico.
C'è nella vacuità del protagonista, nella sua apparente insensibilità una spinta religiosa che aspetta il momento per fare i conti con se stesso. Non solo, ma la maniera in cui il protagonista decide di chiudere la sua storia assomiglia quasi al finale di un film con Clint Eastwood, ha quella barbara espressività di certi western che a loro volta hanno echi di una crudeltà atavica, da antico testamento. 

A me comunque il film non è piaciuto.
Interessante forse, ma troppo naif. C'è nella fase adolescenziale una marcata attrazione verso i tempi più forti e l'esasperazione della violenza. Il tumulto dei propri sentimenti e la prima comprensione della violenza nascosta del mondo adulto rendono affascinanti ai più giovani film come questo o tematiche simili.
Kim-Ki-duk mi annoia proprio per questo. Sembra continuare a scrivere e girare film come un giovare regista. E' acerbo e imbarazzante, a volte approssimativo anche nella forma. I suoi film sembrano sorretti da una spinta emotiva, da un formicolio interiore che non riesce a farsi compiutezza intellettuale.
Forse però questo si tramuta anche in una certa freschezza espressiva.

Al momento della consegna del Leone d'oro all'ultimo festival di Venezia il regista è salito sul palco e invece del solito breve discorso di ringraziamento ha intonato una canzone tradizionale del suo paese. Mossa che ha sorpreso molti per la sua eccentricità.
O forse soltanto confusi. Quello che per noi potrebbe essere un segno di eccentricità magari altrove è pudore, dolcezza d'animo.
Appunto, vai a capire.

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