lunedì 22 ottobre 2012

Reality

L'aspetto più salutare nell'approccio al cinema di Matteo Garrone è la mancanza di ossessioni cinefile. A differenza di quasi chiunque altro, il suo è un cinema che non nasce dalla visione di altri film, non dissemina citazioni, non ammicca, non rifà il verso. Il cinema sembra essere il mezzo attraverso il quale Garrone si esprime perchè ne conosce il linguaggio ma i suoi interessi più genuini sono rivolti anche altrove. Innanzitutto verso luoghi e persone lontane da quelli che potrebbero essere i suoi riferimenti geografici o sociali. C'è una sana curiosità verso il prossimo, il più delle volte verso le esistenze più marginali ( prostitute, extracomunitari, ragazzi sbandati, persone afflitte da disturbi affettivi, piccoli e grandi personaggi di malavita). Un interesse che può essersi espresso anche in alcune storie non prive di morbosità ma che non da l'impressione di essere il frutto di una mente morbosa. Questo si traduce in un lungo e meticoloso lavoro di ricerca in tutti i suoi film a partire dalle location, poco frequentate dal nostro cinema come il Veneto di "Primo amore" o difficilmente accessibili all'ingombrante e anomala macchina-cinema come nel caso della Scampia di "Gomorra". Sembra saper benissimo che un conto è leggere di una moderna città biblica del vizio e della decadenza, un conto è entrarvi e mostrarne le bruttezze architettoniche, la peculiarità anche fisiognomica di chi non ha nessuna difficoltà a immedesimarsi con il ruolo che deve interpretare perchè lo interpreta già nel non facile teatro della propria vita. In questo caso, specie ai numerosi attori non professionisti che affollano gli ultimi suoi film, sembra chiedere soprattutto in cambio l'autenticità del loro bagaglio di esperienze, le caratteristiche non convenzionali del loro aspetto fisico e una dose di naturalezza verso la macchina da presa.
C'è una grande attenzione al corpo dei suoi interpreti. "Primo amore" ne era una dimostrazione fin troppo evidente, sia nella bruttezza di Vitaliano Trevisan che ne faceva un moderno Nosferatu che nella umiliazione continua inflitto al corpo della bella e allora sconosciuta Michela Cescon, costretta per esigenze di copione a denudarsi e dimagrire sempre di più.
C'era anche ne "L'imbalsamatore", ovviamente in "Gomorra" e in forma più evidente nell'ultimo "Reality". Tanto nelle figure di contorno: i parenti del protagonista sono spesso obesi, o invalidi o segnati dalle rughe e dalle piaghe comuni della vita povera;  le vicine di casa sono anziane, sdentate, hanno figli ritardati; c'è una ampia comunità di poveri matti che affolla il quartiere e campa di espedienti, il più in luce di tutti con una vistosa cicatrice sul cranio rasato. Tanto quanto nel protagonista, nel quale la dolcezza del suo viso, che lo avvicinerebbe alla mimica di Troisi, contrasta non solo con la tonicità delle spalle e delle braccia coperte di tatuaggi quanto con la storia personale del suo interprete: Aniello Arena, condannato all'ergastolo per triplice omicidio.

In questo caso però si è aggiunto un elemento inedito. Una dichiarata spinta verso il grottesco, una visionarietà dolce sottolineata anche dalla colonna sonora del grande Alexandre Desplat, lontani echi felliniani che contrastano con la precarietà continua della macchina a mano e delle più comuni tecniche di pedinamento cinematografico. Esiste cioè in questo film un registro inconsueto che è in parte quello della commedia, da sempre filtro alla rappresentazione della realtà tramite l'umorismo. Più in generale è la fuga verso una dimensione surreale. La stessa nella quale precipita il film nello stare appresso alla progressiva psicosi del protagonista.
Quello che però non rende godibile fino in fondo la visione è che se da un lato le premesse sociologiche che sorreggono il film sono interessanti e suggerite con grande intelligenza e sottigliezza fino alla conclusione; gli inevitabili risvolti narrativi non sono del tutto compiuti. Cioè, il film soffre di quella malattia comune a molti autori grandi e piccini che partono con una idea molto forte, che sembra svilupparsi da sé e produrre delle inevitabili conseguenze, ma non riesce a chiudersi con un colpo di coda magistrale. Questo rende alcune sequenze più deboli di altre, affatica il film nella seconda parte, si risolve con qualche situazione azzeccata e divertente ma conduce a un finale debole che mi lascia un poco a bocca asciutta.

Tra le critiche più diffuse al film c'è stata la lamentela di un certo ritardo sui tempi. Il "Grande Fratello" non solo non è più novità, ma ha da tempo spento anche l'interesse degli osservatori più analitici, è noioso anche come dibattito pseudo-culturale e ha perso grandi fette di pubblico. Solo un anno fa si parlava già di una probabile chiusura del programma per ascolti insoddisfacenti.
Questa critica è più comprensibile soprattutto vista dall'estero, dove le critiche sono state più numerose, nei paesi dove la teledipendenza è favorita da un'offerta di programmi e canali più ricca e i reality abbondano. Il Grande Fratello è roba vecchia e datata. Lo è anche la tv, a mio parere. E forse mi posso spingere a dire che lo è anche l'Italia. "Reality" sembra funzionare meglio come specchio ancora attuale del nostro paese, nel momento in cui un programma in netto calo di consensi è capace di risvegliare sogni e desideri sopiti di una persona semplice. Sono pericolosi i sogni e i desideri perchè non appartengono solo alle persone semplici. Se ancora riusciamo a ridere un poco del destino del povero protagonista di questo fim è perchè molti di noi si riconoscono una superiorità culturale, snobisticamente disprezzano o non guardano certe trasmissioni, credono di essere immuni da certe lusinghe per via di qualche anticorpo culturale. Mi sembra invece che il film offra un punto di vista più esasperato di situazioni comuni e la raffigurazione della televisione come una dispensatrice di irragionevole ottimismo, l'ultima deriva prima di sprofondare tutti davvero nel panico di questi anni. "Never give up!" ripete di continuo l'ex partecipante al Grande Fratello, per tutto il film. "Non arrendetevi mai!" che fa compagnia ai classici "se uno crede davvero nel proprio sogno, il sogno si realizza" o al più fatale "c'è un treno che passa una volta sola nella vita...". Ecco, non voglio mai più sentire frasi del genere. Il mio augurio è che in questo paese non si debbano più mettere in atto fughe, all'estero o nel sogno, per scendere a patti con la realtà; e che la ricerca della realizzazione delle proprie ambizioni possa diventare davvero solo il punto di partenza, come dovrebbe essere, verso la maturità, la consapevolezza e l'ottenimento della propria dignità individuale.

Altri due aspetti per me interessanti sono lo scenario napoletano e gli spunti religiosi.
Prima di tutto perchè è nella parlata napoletana che ritrovo parte delle mie radici, un senso di familiarità con toni ed espressioni. Il dialetto napoletano non è solo un modo diverso di dire certe parole ma anche una forma del tutto originale di modulare la sintassi e la ricchezza del nostro vocabolario. E' una lingua ricca e molto colorata, musicale, imprevedibile, aspra nei suoni ma veicolo di dolcezza.
Il fatto che la storia sia ambientata in larga parte a Napoli e dintorni sembra avere molteplici motivazioni. Prima forse la continuità con alcuni scenari e volti del precedente lavoro di Garrone. Poi il fatto che sembra essere diventata più attendibile come spettatore medio una famiglia del sud che la classica casalinga di Voghera ( anche perchè cazzo ma quanti anni avrà sta casalinga di Voghera, dovrebbe essere morta da un pezzo o forse è viva e non guarda il Grande Fratello, lo trova anche lei stupido e volgare). E poi vuoi mettere Voghera al centro di un film che poi farà il giro dei festival di mezzo mondo? Voghera che neanche io so in che regione sta ( vado a controllare, Lombardia, provincia di Pavia) figuriamoci il resto d'Italia.
Lo scenario napoletano ha meno bisogno di presentazioni internazionali ed ha un'indole più estroversa. Sa già fare spettacolo in una maniera chiassosa, spiritosa, grassa e volgare che la televisione commerciale riesce solo pallidamente a imitare. Manca alla televisione l'indole melodrammatica, la vitalità che riesce a rendere sublime, nei casi migliori, anche la volgarità di un'espressione, l'origine popolare di una maschera. Poi Napoli sembra già abituata per carattere a mettersi in mostra senza vergogna, esiste un senso della riservatezza più limitato, il confine tra il privato e il pubblico si fa spesso sottile, c'è meno senso di colpa nella pratica diffusa del pettegolezzo e della maldicenza. Ha un'affinità più disinvolta con gli aspetti meno nobili del "Grande fratello" e questo renderebbe il protagonista non solo lo spettatore ideale del programma ma anche a tutti gli effetti un buon candidato alla sua partecipazione.

Per quello che riguarda alcuni cenni religiosi sono rimasto molto colpito dalla scena in cui il protagonista regala i brutti mobili della sua casa alla gente del quartiere. Si spoglia cioè dei suoi averi, per quanto pacchiani e discutibili nei gusti. Il suo intento è quello di rimediare a uno sgarbo precedente che l'avrebbe messo in cattiva luce verso oscuri selezionatori del programma. E' convinto di essere già osservato, spiato in ogni sua mossa per valutare l'eventuale idoneità.
Il suo è un gesto riparatore ma simile a quello che segna la conversione di San Francesco. Con l'unica differenza che il santo di Assisi era di famiglia agiata e ha fatto volontaria scelta di povertà. Il protagonista è un poveraccio che finora si è sostenuto mantenendosi a cavallo tra la legalità e il suo contrario. Se si comporta in questa maniera è per seguire un delirio di futura richezza.
Anche San Francesco agiva sotto uno sguardo impercettibile e volendo discutibile: quello di Dio. Anche lui sceglie una linea di comportamento che lo dovrebbe condurre nel paradiso cristiano.
Il protagonista bussa invece alla porta di un paradiso terreno, nel quale solo alcuni eletti ( non di certo i migliori della nostra razza) possono entrare ( per poi fare ritorno con certi benefici sulla terra; e tanto basta per poter rinunciare alla ricerca di un più fumoso futuro paradiso ultraterreno). Un paradiso elitario ma tutt'altro che sconosciuto e tanto più desiderabile perchè osservabile dal buco della serratura. Un paradiso pieno di zeppo di pause e inserti pubblicitari. Dove, ma guarda un poco, è concesso quasi tutto tranne che bestemmiare.

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