domenica 9 dicembre 2012

Moonrise kingdom

Qualunque possa essere l'opinione complessiva sull'ultimo film di Wes Anderson sono sicuro di una cosa: la selezione musicale che compone la colonna sonora, tra la guida per bambini all'ascolto sinfonico a cura di Benjamin Britten, alcune canzoni tradizionali country-blues, un successo di Françoise Hardy e le orchestrazioni originali di Alexandre Desplat, varrebbe l'acquisto del cd per un ascolto separato. Non potendo rivedere il film una seconda volta senza tornare al cinema, cosa fattibile ma comunque impegnativa, mi godo per ora la sua bellissima musica. Molto più di un commento sonoro, essa ha la sua dignitosa autonomia anche senza il supporto di immagini. In più riesce a tenersi con un piede fuori dal giudizio sul film tutto, che è questione assai più complicata quando il regista è Wes Anderson. Nel caso dei suoi film la differenza tra un "mi piace" e un "non mi piace" si gioca tutta su un piano personale, nel grado di ammirazione che lo spettatore può provare per il suo impareggiabile stile che poi è base di tutta la sua poetica.
Se si volesse giudicare lo stato di salute del cinema di Wes Anderson bisogna valutare piuttosto la ricchezza e l'armonia dei dettagli che compongono i singoli quadri invece di altre componenti generali. É più probabile che all'uscita dal cinema ricorderete una scena per i colori pastello della stanza, per la dominante giallognola della fotografia, per il caschetto della ragazza, per la piega delle sue labbra, per il rosa del suo vestitino, per gli occhiali del ragazzo, per l'ordine di tutto l'arredamento che già per la assoluta mancanza di sciatteria, anche se espressione di un gusto che non pretende di essere imitato, dimostra la necessità profonda di Anderson di rifuggire il realismo per il controllo totale di un mondo "perfetto", con tutte le sue inquietudini represse o derivate.
Molto più difficile che vi resti traccia dell'emozione. Se pure i suoi film dimostrano una certa attenzione alla fase di scrittura, contengano diverse scene madri e abbiano temi universali come alcune difficoltà familiari molto comuni (  trattate però da un punto di vista eccezionale), la supremazia dello stile, che quasi inchioda gli attori stessi nelle loro posizioni per conservare l'armonia dell'inquadratura, diventa anche il filtro per tenersi a distanza dalla trappola vischiosa dei sentimenti più patetici.
Il pregio maggiore dietro questa elegante manifestazione di talento è l'affermazione di Anderson come regista puro: egli è colui che riesce a far confluire nella sua visione personale il talento e la competenza dei suoi più stretti collaboratori. Il lavoro del direttore della fotografia, dello scenografo, dei costumi, del trucco e parrucco e infine degli altri diventa un tutto coerente che si valorizza con reciprocità. Ha cioè il pregio di quei registi visionari e forse dittatoriali che hanno competenza approfondita di tutti i mezzi che contribuiscono a comporre la loro opera. Così che il lavoro specifico dei vari reparti tecnici è costretto a collaborare gomito a gomito e offire il meglio di quello che hanno in dote per ottenere, alla fine, un risultato organico. Per finire sintetizzato in quel modo unico e immediatamente riconoscibile che è la visione del mondo secondo Wes Anderson. Il quale ha un indubbio merito di mantenere leggerezza nonostante un'indole d'esteta; una punta appena di umorismo e inverosimiglianza che permette alle sue storie di arrivare a un pubblico meno selettivo.
Un leggero scarto nelle inclinazioni e sarebbe potuto diventare un novello James Ivory, il regista di "Quel che resta del giorno", invece di essere il regista de "I Tenenbaum".

"Moonrise kingdom", favoletta adolescenziale ambienta in un mondo lontano e già di per sé favolistico ( la metà degli anni '60, ma senza richiami a qualsiasi elemento caratteristico dell'epoca a parte le gambe scoperte della protagonista e il 45 giri con una hit francese; e un'isoletta sconosciuta al largo della costa est degli Stati Uniti ) è uno dei film più belli di Anderson in virtù di un intreccio semplice e lineare. L'aver scelto di narrare la storia d'amore di due veri ragazzini, con tutte le vibrazioni reali o di seconda mano che essa porta con sé, ci porta già in un luogo comune. Conosciamo già i parametri e non dobbiamo sforzarci di immedesimarci o calarci in un contesto che non ci appartiene. Essa non è una storia vera ma assomiglia alla storia immaginaria che ognuno di noi può avere vissuto almeno una volta. Di sicuro l'abbiamo già incontrata, letta o sentita raccontare.
L'età dei due protagonisti ci rasserena e suggerisce una dolcezza che gli adulti dai tratti infantili di molti altri suoi film non riuscivano a comunicare con la stessa assenza di problematicità.

Mi diventa anzi chiaro che una delle fonti di ispirazione per il cinema di Wes Anderson possa non trovarsi nel cinema che l'ha preceduto. Il suo stile narrativo ha qualcosa in comune proprio con i libri per l'infanzia o i lettori più giovani, quella categoria che occupa una sezione a parte nelle librerie di tutto il mondo e che viene spesso snobbata dalle persone della sua età e da molti suoi colleghi. Libri come quelli che la protagonista porta con sé nella valigia e legge e rilegge durante la sua fuga d'amore ( e dai quali sono stati tratti dei piccoli, graziosi corti d'animazione).
Si tratta di storie più leggere di quelle che ambisce a scrivere un qualsiasi romanziere che voglia davvero ottenere un posto di rispetto nel campo della letteratura. L'intreccio più semplice e non del tutto realistico trova il valore aggiunto nelle illustrazioni, frutto del talento di qualche disegnatore che collabora con l'autore della storia, e nella complessiva veste editioriale, che rende spesso questi volumi dei piccoli, deliziosi oggetti a se stanti. Preziosi proprio perché inscindibili dalle loro diverse componenti: grafiche, tattili e narrative. Piccoli capolavori frutto di un grande lavoro di squadra, buoni per segnare capisaldi nell'immaginazione in divenire di un bambino, ma poco appetibili agli occhi di consumatori di libri più navigati e in cerca di soddisfazioni pesanti.

mercoledì 5 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival_3^ e ultima parte

Prima che svanisca del tutto l'effetto devo chiudere questa parentesi sul mio passaggio torinese. Devo, anche perché sono rimasti solo i miei due film preferiti.
Ammetto di avere nutrito più di un pregiudizio nei loro confronti. Si trattava in entrambi i casi di scelte più facili, più vicine al mio gusto, dalle premesse più leggere della media di un festival qualunque. Ho preferito "The sessions" a un film turco su una donna che si improvvisa lettrice di fondi di caffè, per fare un esempio. Lo davano appena un paio di ore prima nella stessa sala.
Mi impensieriva il fatto che alla fine avessi scelto un film che di sicuro uscirà anche in Italia ( è già pronto e visionabile il trailer) a un film che probabilmente non avrò mai occasione di vedere.
Ma alla fine credo di avere fatto la scelta migliore.
Primo perchè ci ho guadagnato due ore di sonno mattutino dopo l'arrivo in serata del giorno prima con conseguente film dopo cena.
Secondo perchè "The sessions" è, a mio parere, un film bellissimo e quello che mi ha dato maggiore soddisfazione. Nelle righe che seguono cercherò di spiegare perché.


Per cominciare racconto a grandi linee la storia: un frammento di vita di Mark O'Brien che a 38 anni, dopo una vita segnata dalla poliomelite che gli impedisce il movimento degli arti e lo costringe a dipendere da un polmone d'acciaio per la sopravvivenza; dopo una laurea in lettere, un numero di poesie pubblicate e una vivacità intellettuale che gli consente di affermarsi come giornalista nonostante il suo forte handicap motorio lo renda del tutto dipendente dagli altri, decide di migliorare la qualità della sua vita.
Per prima cosa licenza la donna che si prende cura di lui perchè troppo sbrigativa e rude. Comincerà una breve girandola di sostituzioni fino a trovare le persone più adatte alle sue esigenze.
Poi decide di voler avere una vita sessuale, per soddisfare le esigenze di un corpo adulto e sentirsi una persona completa. La malattia non l'ha reso impotente né ha tolto sensibilità al suo corpo, ma gli ha precluso una qualsiasi possibilità di normale attività sessuale ( masturbazione compresa). Così che, a quasi quarant'anni, egli è ancora vergine.
Il dilemma verrà sciolto dall'incoraggiamento di un prete molto umano e comprensivo, per quello che riguarda la parte della coscienza; e dagli incontri con una terapeuta sessuale  che da un primo risveglio della propria consapevolezza corporea dovrebbero portare nel giro di alcune sedute ( le sessioni del titolo, appunto) al vero e proprio atto sessuale completo.

Il bello del film è che nonostante l'argomento sia molto pruriginoso ( in fondo è la storia di un disabile che cerca di fare sesso) vi è in esso una felicità di fondo che lo fa assomigliare a un inno alla vita e alla gioia. Merito del protagonista e del suo spiccato umorismo e della sensibilità particolare del regista. Il suo tocco è delicato e rende la storia credibile e tenera. Il punto di vista di entrambi sul sesso si esprime attraverso una maturità che il cinema, e spesso anche quello di altissimo livello, non ha mai saputo raggiungere.
Nessuna pulsione di morte per intenderci, nessun tormento segreto o rimorso, nessuna trasgressione. Nessuna astrazione mentale. Il sesso è la maniera per godere del corpo che ci è stato dato, per entrare in contatto con il prossimo, per affermare la nostra definitiva identità. Vi è in esso qualcosa di naturale e molto, molto più semplice delle deformazioni culturali sull'argomento, della sfacciata messa in scena della pornografia o dei repellenti dettagli da manuale d'anatomia. Il superamento della paura del sesso ci rende persone migliori e più pulite; e rende questo piccolo film, a mio modesto avviso, una intelligente e piacevole sorpresa. Forse un piccolo capolavoro, ma non per effettivi meriti artistici. Il film è molto brillante, è recitato e scritto benissimo. E' molto, molto divertente senza essere mai sciocco. E' anche comunque un film americano, con un finale morbido e arrotondato e una generale levigatezza degli spigoli.
Ma è un film superiore alla media perchè si fa portatore, anche nelle qualità più equilibratrici dei suoi autori, di una positività rara e di una sensibilità adulta, capace di affrontare un argomento difficile da un punto di vista laico e sensato senza voler essere contro, senza voler turbare nessuno e permettendo di uscire dalla sala col sorriso sulle labbra.

Per questo sono molto curioso di sapere che accoglienza avrà quando ( il 14 febbraio, pare) uscirà in Italia, se piacerà o meno. Ho un brutto presentimento da quando ho visto il nostro trailer doppiato e l'ho confrontato con quello presentato nelle sale americane. Non solo si perdono davvero le qualità degli interpreti ma il montaggio stesso è differente e non del tutto fedele allo spirito del film. Alla fine sembra una commedia più sbracata e fatua di quello che è.
Staremo a vedere.
Andate a vedere questo film, se potete, in lingua originale.


 Non credo potrete fare altrimenti con "Graham Chapman: a liar's autobiography", l'autobiografia di un bugiardo, cioè quel Chapman che fu membro dei mitici Monty Python e morì di cancro alla gola nel 1989. Difficile prevedere una uscita italiana per questo bizzarro film che ripropone la vita di un genio della comicità britannica usando la sua stessa voce registrata su dei vecchi nastri e la collaborazione di diverse squadre d'animazione. Veritieri o meno che siano i fatti narrati, dagli aneddoti familiari, agli anni del college, alla scopertà della propria omosessualità, all'affermazione come autore e interprete brillante, fino al demone dell'alcool e a un improbabile rapimento da parte degli alieni, non si può che godere della particolare forma di umorismo che rese grande il sestetto e rende omogeneo un film che fa della diversità stilistica la sua espressione visiva.
Dedicato a tutti coloro che non hanno mai amato i Monty Python perchè non ne capiscono le battute. Forse non saranno una delle ragioni per le quali vale la pena vivere, ma di sicuro sono una delle ragioni per le quali vale la pena imparare l'inglese. Per rendere l'idea è come se il primo Benigni incontrasse altri cinque fratelli, altrettando geniali, altrettando sfacciati e altrettanto colti.
Ecco, forse è quando trovo sintonia con un film sul lato dell'umorismo che scatta il vero amore. Era da tempo che non ridevo così tanto e di gusto come con questi due film. Questo per me basta per decretarli le mie migliori visioni di tutto il festival.

martedì 4 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival (2^ parte)

# 4: "BLANCANIEVES"


"Blancanieves" è il primo film che ho visto in ordine di tempo, poche ore dopo il mio arrivo in città. E' il secondo film di un regista spagnolo, tale Pablo Berger, che ha segnato il suo esordio nel lontano 2003. Cosa ha combinato nel frattempo? Pare si sia dedicato alle pubblicità.
Dalle info che trovo su internet e da qualche osservazione ai titoli di coda mi sembra di capire che rientri nel giro di Alex De La Iglesia, il regista che ha ottenuto una certa visibilità fuori dal suo paese grazie a opere come "El dia de la bestia", ""La comunidad"o "Crimen perfecto". Che abbia cioè contatti diretti con quell'ala del cinema spagnolo che preferisce le incursioni nel fantastico e nel grottesco.
"Blancanieves", infatti, ha parecchio di entrambi. Come si può intuire dal titolo è un'altra variante della favola di Biancaneve che già quest'anno ha avuto due originali trasposizioni da parte di grosse produzioni hollywoodiane. Stavolta però la storia è ambientata nella Spagna del sud durante gli anni '20, in un contesto anche parecchio folkloristico.
Carmencita, la futura Blancanieves, è la figlia di un famoso torero, rimasto paralizzato e vedovo come conseguenze dirette di una sfortunata corrida. Abbandonata alla cure della nonna dopo la nascita, rivedrà solo dopo parecchi anni il padre, finito sotto le grinfie della sua ex-infermiera, che nel frattempo è diventata sua moglie e ora lo tiene prigioniero nella sua tenuta.
Alla morte del padre, dopo un tentativo fallimentare di eliminzione con stupro nel bosco da parte dell'autista ( e amante) della matrigna, Carmencita fugge sconvolta e perde la memoria. La recuperano i sette nani, che le danno ospitalità, il nome della famosa protagonista della favola, e se la portano appresso nel loro carretto nei giri su e giù per il paese.
I sette nani sono infatti dei toreri professionisti, che campano esibendosi in piccole corride contro cuccioli di toro. Poco per volta la novella Biancaneve diventa parte intergrante del loro show itinerante e ottiene una grande notorietà in tutta la Spagna.
Poi la storia segue più o meno il classico sviluppo ( mela avvelenata compresa) ma ha un finale diverso, bellissimo e inatteso, composto da una sola meravigliosa inquadratura.

Ho evitato di dire la cosa più importante. "Blancanieves" è un film muto e in bianco e nero, con l'ausilio solo di una colonna sonora e le classiche didascalie per i rari dialoghi. Il regista sembra abbia ottenuto via libera al progetto, rifiutato per anni dai produttori, dopo il successo di "The artist". Agli spagnoli è piaciuto così tanto che l'hanno scelto come il film per la loro corsa agli Oscar. Mi resta qualche perplessità sulle sue possibilità di vincere, un anno dopo il trionfo di un altro film con le stesse peculiarità estetiche.
Un'altra perplessità è nella scelta di rifarsi al muto limitandosi all'assenza di colori e di voce. Per quello che riguarda il linguaggio, movimenti di macchina e montaggio "Blancanieves" è un film piuttosto moderno.
Forse nel complesso le scelte figurative hanno la meglio sulla effettiva bellezza della storia ma non mi riesce proprio di voler male a questo piccolo, elegante capriccio spagnolo.

# 3: "IL SERVO"


"The servant" invece è un classico del cinema. Uscito nel 1963 segna l'incontro tra Joseph Losey, definito "il più inglese tra i registi americani" e Harold Pinter, drammaturgo e futuro premio Nobel. Roba di classe insomma, un filmetto per chi dimostra di avere un certo gusto, un mimimo di bagaglio culturale e abbia piacere a farsi scandalizzare un poco. Forse per questo Losey non mi ha mai fatto vibrare d'interesse.
Questo è il primo suo film che vedo e posso solo constatare che è un capolavoro assoluto. Magistrale nella messa in scena, una storia bellissima, movimenti di macchina e fotografia che lasciano a bocca aperta, la cura maniacale di ogni dettaglio, geniali scelte registiche, attori superlativi e qui mi fermo perché ho finito gli aggettivi. Forse un poco troppo leccato per fare breccia nei cuori di un pubblico più giovane, o almeno nel mio. Morboso, ma con un'inclinazione borghese.
E' la storia di un giovane talmene ricco da non avere bisogno di lavorare e per questo pigro, viziato, con già qualche problema con l'alcool, che si mette in casa un domestico. Il domestico è zelante, ha esperienza e gusto, tanto da imporre le sue scelte anche nella ristrutturazione dell'appartamento. Poco per volta, con un disegno diabolico e inquietante perché privo di chiarissime motivazioni, il domestico finirà per plagiare del tutto il suo padrone, rendendolo del tutto assoggettato alla sua volontà e distruggendogli l'esistenza.
Il domestico è Dirk Bogarde, attore molto dotato e specializzato in ruoli di personaggi con segreti lati molto oscuri. Era sempre lui, una decina di anni dopo, il "Portiere di notte" per Liliana Cavani, in compagnia di una giovanissima Charlotte Rampling che nel corso della sua carriera ha dimostrato ( e continua a dimostrare) di essere stata una validissima controparte femminile di quel tipo di inquietudine cinematografica.

"Hollywood party", il bellissimo programma in onda sulle frequenze di Radio3, gli ha dedicato la puntata domenicale de "Il cinema alla radio". Chiunque volesse fare un'esperimento può sentirlo in streaming o scaricarne il podcast.
Fatelo e, se vi viene voglia, fatemi sapere cosa ne pensate.

Un'ultima curiosità. Il direttore della fotografia del film è Douglas Slocombe. Il suo nome non mi suona oscuro. Se non sbaglio è lo stesso che ha curato la fotografia dei primi tre Indiana Jones. Faccio una ricerca e scopro che è vero. Ma la cosa più curiosa è che Slocombe, nato nel 1913 e inattivo da almeno due decadi dopo una carriera di altissimo prestigio, è ancora vivo.
E' ancora vivo e ha 99 anni.

continua...

lunedì 3 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival

Sono stato qualche giorno a Torino con la scusa del film festival. Una bella parentesi. Ho seguito solo le battute conclusive dell'evento. Non mi sembra di aver visto nessuno dei film vincitori, ma a essere onesto non mi sono interessato molto della premiazione.
Ho dovuto pianificare le mie proiezioni in anticipo. Non potevo correre il rischio di partire e scoprire solo sul posto che non c'erano più biglietti disponibili. Così ho acquistato on line i biglietti per il cinema prima ancora di quelli del treno.
Ho scaricato il programma dal sito e ho passato mezzo pomeriggio a leggere tutte le sinossi dei film, appuntandomi quelli che mi sembravano più interessanti. Ho dovuto fare qualche rinuncia perchè sapevo che non sarei potuto partire prima di mercoledì. Così mi sono perso il nuovo film di Rob Zombie, come tutte le proiezioni horror del primo week-end. Peccato.
Mi sono perso anche "Holy motors", il ritorno alla regia di Leos Carax, già passato a Cannes, che forse non troverà mai una distribuzione in Italia. E' il rischio che corrono quasi tutti i film che transitano a queste rassegne. Qui il cinema si slega dalla sua funzione più ludica e chiede di essere giudicato solo per le sue qualità specifiche.

Questo non toglie che nel mio caso ho trovato la maggiore soddisfazione proprio in un film tutt'altro che di umore festivaliero. Su questo però tornerò in seguito.
La mia selezione si è basata sulla suggestione delle brevi sinossi contenute nel depliant ufficiale e sulle limitate varianti possibili nell'incastro di orari. Ho escluso da principio documentari e cortometraggi. Ho limitato a una sola scelta tutta l'offerta della monografia su Joseph Losey, che per misteriose ragioni non ha mai suscitato in me sufficiente interesse.
Mi sono concesso un paio di oscuri titoli proprio da festival e ho visto la prima visione italiana dell'unico film di vero peso di tutto il festival ( ovviamente fuori concorso). Posso dirmi molto soddisfatto delle mie scelte.
In tutto ho visto 8 film in tre giorni.
Di seguito troverete qualche breve considerazione su tutte le pellicole viste, partendo da quella che mi è piaciuta di meno, fino a salire via via nel gradimento.
Dove mi sarà possibile vi linko almeno il trailer.


#8: TABUN MAHABUDA/ THE FIRST AGGREGATE


Il peggiore di tutti è un film mongolo, l'unico del quale non ho trovato neanche uno straccio di trailer.  A posteriori mi chiedo perchè l'abbia incluso nella mia selezione. Mi chiedo pure che cosa ci fosse scritto nella sinossi perchè, a dirla tutta, non saprei nemmeno dire di cosa parli questo film o cosa significhi il titolo.
Dovrebbe essere la storia di uno stuntman che è anche attore, solo che non lo vediamo mai né recitare né buttarsi dal quinto piano di un palazzo. Lo vediamo, sì, a un provino per un film che forse farà dove risponde solo a domande molto generiche. E attraverso salti temporali che rendono discontinua una narrazione già priva di qualsiasi appiglio emotivo o intellettuale lo vediamo anche: visitare diverse case da prendere in affitto con una agente immobiliare, avere lunghe conversazioni intime con una tipa prima o dopo gli atti sessuali, starsene da solo o in sua compagnia imbambolato davanti a una tv accesa fuori campo, bere, mangiare, che altro?
A un certo punto incontra lo sceneggiatore del film in preparazione. Vuole sapere da lui di cosa parlerà il film. Finora gli è solo stata raccontata la storia ma non sembra averla capita bene. Lo sceneggiatore aggiunge solo altra confusione e si mantiene sul vago. Questa è forse la scena madre del film, quella che contiene la chiave di volta per la voluta incomprensione dell'opera?
Non lo so.
Nei giorni successivi mi viene in mente un'idea. Consiglio a tutti i giovani aspiranti registi italiani, ai frustrati dei corsi universitari sulle teorie e tecniche del cinema, a tutti quei giovani intellettuali del cazzo che freschi di laurea si credono i nuovi Bunuel ma si sono visti cestinare le loro sceneggiature da qualche sedicente produttore italiano di scegliersi uno pseudonimo esotico e spacciarsi per registi orientali. Prendete qualche lezione di lingua, dei pessimi attori locali, pagate uno con gli occhi a mandorla da mandare al posto vostro alle conferenze stampa e girate il vostro film in Tahilandia, in Sud Corea, in qualche oscuro cantone cinese. State certi che se manterrete il segreto avrete la vostra opportunità di farvi valere, vi inviteranno a qualche festival, rischiate di vincere pure qualche premio.

# 7: "TERRADOS" (ROOFTOPS)


Al penultimo posto c'è questo film spagnolo: "Terrados" cioè terrazze, o meglio ancora tetti, insomma le terrazze condominiali dove si vanno a stendere i panni. I posti dove passano le loro giornate vuote un gruppo di trentenni laureati e con esperienze professionali di livello, rimasti senza lavoro esenza prospettive a causa della violenta crisi economica. Tetti di case non loro, scoperti per caso nella città dove abitano e occupati abusivamente e di nascosto per il tempo di un pomeriggio.
Per fare che?
Passare il tempo, prendere il sole, godere del paesaggio urbano, chiacchierare, stare assieme, drogarsi un poco, conoscersi meglio, fare qualche considerazione. Un film abbastanza sconsolato e veritiero anche nella sua leggerezza ma che non va oltre le sue buone intenzioni. Acerbo e chiuso male.

# 6: "FINAL CUT - LADIES AND GENTLEMEN"


Forse avrebbe dovuto essere un gradino più in basso ma per assurdo la sua mancanza di qualsiasi seriosità riscatta anche l'assenza di pretese. Un film del tutto inutile ma divertentissimo. Il regista di "Taxidermia", presente in sala, racconta di non avere avuto a disposizione soldi sufficienti per girare un film ma solo per montarlo. Allora tagliuzza pezzetti di film di qualsiasi epoca, valore e nazionalità e li rimonta assieme, lavorando sia sulle immagini che sulle colonne sonore, per ricreare una storia nuova, o meglio una classica e semplice storia d'amore tra un lui e una lei senza nome ma con i volti di trecento diversi attori e attrici della storia del cinema. Neanche un fotogramma originale per un lavoro di tre anni alla moviola che fruttano un passaggio a Cannes nella selezione ufficiale.
Una giostra cinefila abbastanza riuscita, un poco ruffiana, molto trascurabile ma gioiosa e godibile. La questione non è se il film è bello oppure no. Forse il grado di soddisfazione aumenta col numero di spezzoni di film risconosciuti e nella fulminea e fugace nostalgia per certi nostri amori cinematografici che il montaggio veloce ci concede, di sorpresa in sorpresa, senza lasciarci il tempo di maturare malinconie.

# 5: "ANNA KARENINA"


Chiudo questa prima parte con il vero evento del festival. Joe Wright si è meritato la stima di molti con alcune delle trasposizioni cinematografiche più efficaci e fedeli di capolavori della letteratura passata o contemporanea. Io, per esempio, ho amato alla follia il suo "Espiazione", uno dei miei film preferiti degli ultimi anni. Una delle poche volte che ho trovato un autentico rispetto verso il testo originario, un grande talento nel riuscire a rendere in maniera efficace e chiara i passaggi più complessi da trasporre dalla pagina allo schermo; in più l'aggiunta di uno dei piani sequenza di steadicam più belli che io ricordi. Senza contare la raffinatezza visiva e il talento nella scelta e direzione degli attori.
L'anno passato si è concesso un mezzo passo falso con lo strambo "Hanna", operazione molto al di fuori della sue corde.
Il monumentale adattamento di "Anna Karenina" sembra prendere il meglio dalle ultime due opere. Stavolta evita la maniacalità calligrafica e si lascia andare a una messa in scena audace e non realistica. Il cinema incontra il teatro e le scenografie diventano enormi palcoscenici con fondali in movimento che uniscono più ambienti. La macchina da presa si muove con continuità nello spazio lasciando a bocca aperta lo spettatore che si ritrova di fronte a continue scatole cinesi che permettono di raccontare la storia evitando classiche ellissi temporali ottenute col montaggio.
Il film diventa una esperienza visiva affascinante, sfarzosa e al tempo stesso creativa, innovativa nella forma e classica nei contenuti ( immaginate un incrocio tra Tolstoj e Moulin Rouge e non sarete poi così lontani) che permette di aggiungere forza espressiva nel racconto di una storia che tutti conoscono anche se in pochi hanno letto.
Bellissimo, sicuramente da vedere. Forse ha qualche punto debole, qualche calo di intensità nella seconda parte. Forse non è proprio un autentico capolavoro e per questo, solo per questo, lo lascio a metà classifica, al di sotto di film meno meritevoli ma che non avevano a disposizione gli stessi potenti mezzi di una grande produzione.

continua...