martedì 4 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival (2^ parte)

# 4: "BLANCANIEVES"


"Blancanieves" è il primo film che ho visto in ordine di tempo, poche ore dopo il mio arrivo in città. E' il secondo film di un regista spagnolo, tale Pablo Berger, che ha segnato il suo esordio nel lontano 2003. Cosa ha combinato nel frattempo? Pare si sia dedicato alle pubblicità.
Dalle info che trovo su internet e da qualche osservazione ai titoli di coda mi sembra di capire che rientri nel giro di Alex De La Iglesia, il regista che ha ottenuto una certa visibilità fuori dal suo paese grazie a opere come "El dia de la bestia", ""La comunidad"o "Crimen perfecto". Che abbia cioè contatti diretti con quell'ala del cinema spagnolo che preferisce le incursioni nel fantastico e nel grottesco.
"Blancanieves", infatti, ha parecchio di entrambi. Come si può intuire dal titolo è un'altra variante della favola di Biancaneve che già quest'anno ha avuto due originali trasposizioni da parte di grosse produzioni hollywoodiane. Stavolta però la storia è ambientata nella Spagna del sud durante gli anni '20, in un contesto anche parecchio folkloristico.
Carmencita, la futura Blancanieves, è la figlia di un famoso torero, rimasto paralizzato e vedovo come conseguenze dirette di una sfortunata corrida. Abbandonata alla cure della nonna dopo la nascita, rivedrà solo dopo parecchi anni il padre, finito sotto le grinfie della sua ex-infermiera, che nel frattempo è diventata sua moglie e ora lo tiene prigioniero nella sua tenuta.
Alla morte del padre, dopo un tentativo fallimentare di eliminzione con stupro nel bosco da parte dell'autista ( e amante) della matrigna, Carmencita fugge sconvolta e perde la memoria. La recuperano i sette nani, che le danno ospitalità, il nome della famosa protagonista della favola, e se la portano appresso nel loro carretto nei giri su e giù per il paese.
I sette nani sono infatti dei toreri professionisti, che campano esibendosi in piccole corride contro cuccioli di toro. Poco per volta la novella Biancaneve diventa parte intergrante del loro show itinerante e ottiene una grande notorietà in tutta la Spagna.
Poi la storia segue più o meno il classico sviluppo ( mela avvelenata compresa) ma ha un finale diverso, bellissimo e inatteso, composto da una sola meravigliosa inquadratura.

Ho evitato di dire la cosa più importante. "Blancanieves" è un film muto e in bianco e nero, con l'ausilio solo di una colonna sonora e le classiche didascalie per i rari dialoghi. Il regista sembra abbia ottenuto via libera al progetto, rifiutato per anni dai produttori, dopo il successo di "The artist". Agli spagnoli è piaciuto così tanto che l'hanno scelto come il film per la loro corsa agli Oscar. Mi resta qualche perplessità sulle sue possibilità di vincere, un anno dopo il trionfo di un altro film con le stesse peculiarità estetiche.
Un'altra perplessità è nella scelta di rifarsi al muto limitandosi all'assenza di colori e di voce. Per quello che riguarda il linguaggio, movimenti di macchina e montaggio "Blancanieves" è un film piuttosto moderno.
Forse nel complesso le scelte figurative hanno la meglio sulla effettiva bellezza della storia ma non mi riesce proprio di voler male a questo piccolo, elegante capriccio spagnolo.

# 3: "IL SERVO"


"The servant" invece è un classico del cinema. Uscito nel 1963 segna l'incontro tra Joseph Losey, definito "il più inglese tra i registi americani" e Harold Pinter, drammaturgo e futuro premio Nobel. Roba di classe insomma, un filmetto per chi dimostra di avere un certo gusto, un mimimo di bagaglio culturale e abbia piacere a farsi scandalizzare un poco. Forse per questo Losey non mi ha mai fatto vibrare d'interesse.
Questo è il primo suo film che vedo e posso solo constatare che è un capolavoro assoluto. Magistrale nella messa in scena, una storia bellissima, movimenti di macchina e fotografia che lasciano a bocca aperta, la cura maniacale di ogni dettaglio, geniali scelte registiche, attori superlativi e qui mi fermo perché ho finito gli aggettivi. Forse un poco troppo leccato per fare breccia nei cuori di un pubblico più giovane, o almeno nel mio. Morboso, ma con un'inclinazione borghese.
E' la storia di un giovane talmene ricco da non avere bisogno di lavorare e per questo pigro, viziato, con già qualche problema con l'alcool, che si mette in casa un domestico. Il domestico è zelante, ha esperienza e gusto, tanto da imporre le sue scelte anche nella ristrutturazione dell'appartamento. Poco per volta, con un disegno diabolico e inquietante perché privo di chiarissime motivazioni, il domestico finirà per plagiare del tutto il suo padrone, rendendolo del tutto assoggettato alla sua volontà e distruggendogli l'esistenza.
Il domestico è Dirk Bogarde, attore molto dotato e specializzato in ruoli di personaggi con segreti lati molto oscuri. Era sempre lui, una decina di anni dopo, il "Portiere di notte" per Liliana Cavani, in compagnia di una giovanissima Charlotte Rampling che nel corso della sua carriera ha dimostrato ( e continua a dimostrare) di essere stata una validissima controparte femminile di quel tipo di inquietudine cinematografica.

"Hollywood party", il bellissimo programma in onda sulle frequenze di Radio3, gli ha dedicato la puntata domenicale de "Il cinema alla radio". Chiunque volesse fare un'esperimento può sentirlo in streaming o scaricarne il podcast.
Fatelo e, se vi viene voglia, fatemi sapere cosa ne pensate.

Un'ultima curiosità. Il direttore della fotografia del film è Douglas Slocombe. Il suo nome non mi suona oscuro. Se non sbaglio è lo stesso che ha curato la fotografia dei primi tre Indiana Jones. Faccio una ricerca e scopro che è vero. Ma la cosa più curiosa è che Slocombe, nato nel 1913 e inattivo da almeno due decadi dopo una carriera di altissimo prestigio, è ancora vivo.
E' ancora vivo e ha 99 anni.

continua...

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