lunedì 3 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival

Sono stato qualche giorno a Torino con la scusa del film festival. Una bella parentesi. Ho seguito solo le battute conclusive dell'evento. Non mi sembra di aver visto nessuno dei film vincitori, ma a essere onesto non mi sono interessato molto della premiazione.
Ho dovuto pianificare le mie proiezioni in anticipo. Non potevo correre il rischio di partire e scoprire solo sul posto che non c'erano più biglietti disponibili. Così ho acquistato on line i biglietti per il cinema prima ancora di quelli del treno.
Ho scaricato il programma dal sito e ho passato mezzo pomeriggio a leggere tutte le sinossi dei film, appuntandomi quelli che mi sembravano più interessanti. Ho dovuto fare qualche rinuncia perchè sapevo che non sarei potuto partire prima di mercoledì. Così mi sono perso il nuovo film di Rob Zombie, come tutte le proiezioni horror del primo week-end. Peccato.
Mi sono perso anche "Holy motors", il ritorno alla regia di Leos Carax, già passato a Cannes, che forse non troverà mai una distribuzione in Italia. E' il rischio che corrono quasi tutti i film che transitano a queste rassegne. Qui il cinema si slega dalla sua funzione più ludica e chiede di essere giudicato solo per le sue qualità specifiche.

Questo non toglie che nel mio caso ho trovato la maggiore soddisfazione proprio in un film tutt'altro che di umore festivaliero. Su questo però tornerò in seguito.
La mia selezione si è basata sulla suggestione delle brevi sinossi contenute nel depliant ufficiale e sulle limitate varianti possibili nell'incastro di orari. Ho escluso da principio documentari e cortometraggi. Ho limitato a una sola scelta tutta l'offerta della monografia su Joseph Losey, che per misteriose ragioni non ha mai suscitato in me sufficiente interesse.
Mi sono concesso un paio di oscuri titoli proprio da festival e ho visto la prima visione italiana dell'unico film di vero peso di tutto il festival ( ovviamente fuori concorso). Posso dirmi molto soddisfatto delle mie scelte.
In tutto ho visto 8 film in tre giorni.
Di seguito troverete qualche breve considerazione su tutte le pellicole viste, partendo da quella che mi è piaciuta di meno, fino a salire via via nel gradimento.
Dove mi sarà possibile vi linko almeno il trailer.


#8: TABUN MAHABUDA/ THE FIRST AGGREGATE


Il peggiore di tutti è un film mongolo, l'unico del quale non ho trovato neanche uno straccio di trailer.  A posteriori mi chiedo perchè l'abbia incluso nella mia selezione. Mi chiedo pure che cosa ci fosse scritto nella sinossi perchè, a dirla tutta, non saprei nemmeno dire di cosa parli questo film o cosa significhi il titolo.
Dovrebbe essere la storia di uno stuntman che è anche attore, solo che non lo vediamo mai né recitare né buttarsi dal quinto piano di un palazzo. Lo vediamo, sì, a un provino per un film che forse farà dove risponde solo a domande molto generiche. E attraverso salti temporali che rendono discontinua una narrazione già priva di qualsiasi appiglio emotivo o intellettuale lo vediamo anche: visitare diverse case da prendere in affitto con una agente immobiliare, avere lunghe conversazioni intime con una tipa prima o dopo gli atti sessuali, starsene da solo o in sua compagnia imbambolato davanti a una tv accesa fuori campo, bere, mangiare, che altro?
A un certo punto incontra lo sceneggiatore del film in preparazione. Vuole sapere da lui di cosa parlerà il film. Finora gli è solo stata raccontata la storia ma non sembra averla capita bene. Lo sceneggiatore aggiunge solo altra confusione e si mantiene sul vago. Questa è forse la scena madre del film, quella che contiene la chiave di volta per la voluta incomprensione dell'opera?
Non lo so.
Nei giorni successivi mi viene in mente un'idea. Consiglio a tutti i giovani aspiranti registi italiani, ai frustrati dei corsi universitari sulle teorie e tecniche del cinema, a tutti quei giovani intellettuali del cazzo che freschi di laurea si credono i nuovi Bunuel ma si sono visti cestinare le loro sceneggiature da qualche sedicente produttore italiano di scegliersi uno pseudonimo esotico e spacciarsi per registi orientali. Prendete qualche lezione di lingua, dei pessimi attori locali, pagate uno con gli occhi a mandorla da mandare al posto vostro alle conferenze stampa e girate il vostro film in Tahilandia, in Sud Corea, in qualche oscuro cantone cinese. State certi che se manterrete il segreto avrete la vostra opportunità di farvi valere, vi inviteranno a qualche festival, rischiate di vincere pure qualche premio.

# 7: "TERRADOS" (ROOFTOPS)


Al penultimo posto c'è questo film spagnolo: "Terrados" cioè terrazze, o meglio ancora tetti, insomma le terrazze condominiali dove si vanno a stendere i panni. I posti dove passano le loro giornate vuote un gruppo di trentenni laureati e con esperienze professionali di livello, rimasti senza lavoro esenza prospettive a causa della violenta crisi economica. Tetti di case non loro, scoperti per caso nella città dove abitano e occupati abusivamente e di nascosto per il tempo di un pomeriggio.
Per fare che?
Passare il tempo, prendere il sole, godere del paesaggio urbano, chiacchierare, stare assieme, drogarsi un poco, conoscersi meglio, fare qualche considerazione. Un film abbastanza sconsolato e veritiero anche nella sua leggerezza ma che non va oltre le sue buone intenzioni. Acerbo e chiuso male.

# 6: "FINAL CUT - LADIES AND GENTLEMEN"


Forse avrebbe dovuto essere un gradino più in basso ma per assurdo la sua mancanza di qualsiasi seriosità riscatta anche l'assenza di pretese. Un film del tutto inutile ma divertentissimo. Il regista di "Taxidermia", presente in sala, racconta di non avere avuto a disposizione soldi sufficienti per girare un film ma solo per montarlo. Allora tagliuzza pezzetti di film di qualsiasi epoca, valore e nazionalità e li rimonta assieme, lavorando sia sulle immagini che sulle colonne sonore, per ricreare una storia nuova, o meglio una classica e semplice storia d'amore tra un lui e una lei senza nome ma con i volti di trecento diversi attori e attrici della storia del cinema. Neanche un fotogramma originale per un lavoro di tre anni alla moviola che fruttano un passaggio a Cannes nella selezione ufficiale.
Una giostra cinefila abbastanza riuscita, un poco ruffiana, molto trascurabile ma gioiosa e godibile. La questione non è se il film è bello oppure no. Forse il grado di soddisfazione aumenta col numero di spezzoni di film risconosciuti e nella fulminea e fugace nostalgia per certi nostri amori cinematografici che il montaggio veloce ci concede, di sorpresa in sorpresa, senza lasciarci il tempo di maturare malinconie.

# 5: "ANNA KARENINA"


Chiudo questa prima parte con il vero evento del festival. Joe Wright si è meritato la stima di molti con alcune delle trasposizioni cinematografiche più efficaci e fedeli di capolavori della letteratura passata o contemporanea. Io, per esempio, ho amato alla follia il suo "Espiazione", uno dei miei film preferiti degli ultimi anni. Una delle poche volte che ho trovato un autentico rispetto verso il testo originario, un grande talento nel riuscire a rendere in maniera efficace e chiara i passaggi più complessi da trasporre dalla pagina allo schermo; in più l'aggiunta di uno dei piani sequenza di steadicam più belli che io ricordi. Senza contare la raffinatezza visiva e il talento nella scelta e direzione degli attori.
L'anno passato si è concesso un mezzo passo falso con lo strambo "Hanna", operazione molto al di fuori della sue corde.
Il monumentale adattamento di "Anna Karenina" sembra prendere il meglio dalle ultime due opere. Stavolta evita la maniacalità calligrafica e si lascia andare a una messa in scena audace e non realistica. Il cinema incontra il teatro e le scenografie diventano enormi palcoscenici con fondali in movimento che uniscono più ambienti. La macchina da presa si muove con continuità nello spazio lasciando a bocca aperta lo spettatore che si ritrova di fronte a continue scatole cinesi che permettono di raccontare la storia evitando classiche ellissi temporali ottenute col montaggio.
Il film diventa una esperienza visiva affascinante, sfarzosa e al tempo stesso creativa, innovativa nella forma e classica nei contenuti ( immaginate un incrocio tra Tolstoj e Moulin Rouge e non sarete poi così lontani) che permette di aggiungere forza espressiva nel racconto di una storia che tutti conoscono anche se in pochi hanno letto.
Bellissimo, sicuramente da vedere. Forse ha qualche punto debole, qualche calo di intensità nella seconda parte. Forse non è proprio un autentico capolavoro e per questo, solo per questo, lo lascio a metà classifica, al di sotto di film meno meritevoli ma che non avevano a disposizione gli stessi potenti mezzi di una grande produzione.

continua...

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