mercoledì 5 dicembre 2012

Appunti dal Torino Film Festival_3^ e ultima parte

Prima che svanisca del tutto l'effetto devo chiudere questa parentesi sul mio passaggio torinese. Devo, anche perché sono rimasti solo i miei due film preferiti.
Ammetto di avere nutrito più di un pregiudizio nei loro confronti. Si trattava in entrambi i casi di scelte più facili, più vicine al mio gusto, dalle premesse più leggere della media di un festival qualunque. Ho preferito "The sessions" a un film turco su una donna che si improvvisa lettrice di fondi di caffè, per fare un esempio. Lo davano appena un paio di ore prima nella stessa sala.
Mi impensieriva il fatto che alla fine avessi scelto un film che di sicuro uscirà anche in Italia ( è già pronto e visionabile il trailer) a un film che probabilmente non avrò mai occasione di vedere.
Ma alla fine credo di avere fatto la scelta migliore.
Primo perchè ci ho guadagnato due ore di sonno mattutino dopo l'arrivo in serata del giorno prima con conseguente film dopo cena.
Secondo perchè "The sessions" è, a mio parere, un film bellissimo e quello che mi ha dato maggiore soddisfazione. Nelle righe che seguono cercherò di spiegare perché.


Per cominciare racconto a grandi linee la storia: un frammento di vita di Mark O'Brien che a 38 anni, dopo una vita segnata dalla poliomelite che gli impedisce il movimento degli arti e lo costringe a dipendere da un polmone d'acciaio per la sopravvivenza; dopo una laurea in lettere, un numero di poesie pubblicate e una vivacità intellettuale che gli consente di affermarsi come giornalista nonostante il suo forte handicap motorio lo renda del tutto dipendente dagli altri, decide di migliorare la qualità della sua vita.
Per prima cosa licenza la donna che si prende cura di lui perchè troppo sbrigativa e rude. Comincerà una breve girandola di sostituzioni fino a trovare le persone più adatte alle sue esigenze.
Poi decide di voler avere una vita sessuale, per soddisfare le esigenze di un corpo adulto e sentirsi una persona completa. La malattia non l'ha reso impotente né ha tolto sensibilità al suo corpo, ma gli ha precluso una qualsiasi possibilità di normale attività sessuale ( masturbazione compresa). Così che, a quasi quarant'anni, egli è ancora vergine.
Il dilemma verrà sciolto dall'incoraggiamento di un prete molto umano e comprensivo, per quello che riguarda la parte della coscienza; e dagli incontri con una terapeuta sessuale  che da un primo risveglio della propria consapevolezza corporea dovrebbero portare nel giro di alcune sedute ( le sessioni del titolo, appunto) al vero e proprio atto sessuale completo.

Il bello del film è che nonostante l'argomento sia molto pruriginoso ( in fondo è la storia di un disabile che cerca di fare sesso) vi è in esso una felicità di fondo che lo fa assomigliare a un inno alla vita e alla gioia. Merito del protagonista e del suo spiccato umorismo e della sensibilità particolare del regista. Il suo tocco è delicato e rende la storia credibile e tenera. Il punto di vista di entrambi sul sesso si esprime attraverso una maturità che il cinema, e spesso anche quello di altissimo livello, non ha mai saputo raggiungere.
Nessuna pulsione di morte per intenderci, nessun tormento segreto o rimorso, nessuna trasgressione. Nessuna astrazione mentale. Il sesso è la maniera per godere del corpo che ci è stato dato, per entrare in contatto con il prossimo, per affermare la nostra definitiva identità. Vi è in esso qualcosa di naturale e molto, molto più semplice delle deformazioni culturali sull'argomento, della sfacciata messa in scena della pornografia o dei repellenti dettagli da manuale d'anatomia. Il superamento della paura del sesso ci rende persone migliori e più pulite; e rende questo piccolo film, a mio modesto avviso, una intelligente e piacevole sorpresa. Forse un piccolo capolavoro, ma non per effettivi meriti artistici. Il film è molto brillante, è recitato e scritto benissimo. E' molto, molto divertente senza essere mai sciocco. E' anche comunque un film americano, con un finale morbido e arrotondato e una generale levigatezza degli spigoli.
Ma è un film superiore alla media perchè si fa portatore, anche nelle qualità più equilibratrici dei suoi autori, di una positività rara e di una sensibilità adulta, capace di affrontare un argomento difficile da un punto di vista laico e sensato senza voler essere contro, senza voler turbare nessuno e permettendo di uscire dalla sala col sorriso sulle labbra.

Per questo sono molto curioso di sapere che accoglienza avrà quando ( il 14 febbraio, pare) uscirà in Italia, se piacerà o meno. Ho un brutto presentimento da quando ho visto il nostro trailer doppiato e l'ho confrontato con quello presentato nelle sale americane. Non solo si perdono davvero le qualità degli interpreti ma il montaggio stesso è differente e non del tutto fedele allo spirito del film. Alla fine sembra una commedia più sbracata e fatua di quello che è.
Staremo a vedere.
Andate a vedere questo film, se potete, in lingua originale.


 Non credo potrete fare altrimenti con "Graham Chapman: a liar's autobiography", l'autobiografia di un bugiardo, cioè quel Chapman che fu membro dei mitici Monty Python e morì di cancro alla gola nel 1989. Difficile prevedere una uscita italiana per questo bizzarro film che ripropone la vita di un genio della comicità britannica usando la sua stessa voce registrata su dei vecchi nastri e la collaborazione di diverse squadre d'animazione. Veritieri o meno che siano i fatti narrati, dagli aneddoti familiari, agli anni del college, alla scopertà della propria omosessualità, all'affermazione come autore e interprete brillante, fino al demone dell'alcool e a un improbabile rapimento da parte degli alieni, non si può che godere della particolare forma di umorismo che rese grande il sestetto e rende omogeneo un film che fa della diversità stilistica la sua espressione visiva.
Dedicato a tutti coloro che non hanno mai amato i Monty Python perchè non ne capiscono le battute. Forse non saranno una delle ragioni per le quali vale la pena vivere, ma di sicuro sono una delle ragioni per le quali vale la pena imparare l'inglese. Per rendere l'idea è come se il primo Benigni incontrasse altri cinque fratelli, altrettando geniali, altrettando sfacciati e altrettanto colti.
Ecco, forse è quando trovo sintonia con un film sul lato dell'umorismo che scatta il vero amore. Era da tempo che non ridevo così tanto e di gusto come con questi due film. Questo per me basta per decretarli le mie migliori visioni di tutto il festival.

2 commenti:

  1. Il primo film mi incuriosisce un sacco, mi è piaciuta molto la tua recensione. Spero di riuscire a vederlo in inglese.

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  2. Piacerebbe rivederlo anche a me quando uscirà. Magari ho preso un abbaglio micidiale.

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