sabato 25 maggio 2013

La grande bellezza

Ho visto "La dolce vita" per intero una volta sola, moltissimi anni fa. Nonostante questo sono pronto a dichiarare che è uno dei cinque film più belli della mia personale classifica.
Sono superficiale? Forse.
La realtà è che si va quasi tutti incontro a un film con molto meno cinismo di quanto dimostriamo di avere a posteriori. Lo spettatore che accetta di sua volontà di vedere un film abbassa di proposito le sue difese e, inerte e immobile nel buio della sala, aspetta di essere colpito.
Sarà forse l'abitudine ma i film fanno quasi sempre molto meno male di quanto si vorrebbe. Grandi coreografie di braccia e tono muscolare sono del tutto inutili se scopriamo di essere stati solo presi in giro, se il dolore non arriva o scompare non appena usciamo dalla sala per rientrare nel mondo.
Il secondo tempo de "La dolce vita" e il suo bellissimo finale mi hanno fratturato in una volta sola lo sterno e la frattura non si è mai ricomposta. C'è qualcosa nel modo che ha Fellini di colpire con intuizioni ed epifanie improvvise, geniali ma anche commoventi e profondissime, che lascia un segno duraturo. Secondo me non c'è mai stato e mai più ci sarà qualcuno come lui. Una volta che ti colpisce ti cambia i connotati dell'emotività per sempre.

Ora succede qualcosa di insolito con "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino. Sono diversi giorni che ci penso, il film viaggia con me, mi ha toccato. Ci sono momenti nei quali riaffiorano scene che avevo dimenticato; più ci rimugino sopra più i pensieri iniziano a trovare corrispondenze interne. E' una cosa buona, ma non basta per riuscire a trovare una sintesi nel giudizio. Se dovessi esprimere un'opinione di getto credo direi che il film mi ha deluso. La delusione che ti riservano certi amici che non vedevi da tempo o le ragazze per le quali solo un paio di anni fa avresti fatto pazzie e ora scopri essere diventate appena più scialbe, noiosette, saccenti, un poco ingrigite o tristi. Parlo sempre di qualcuno con un grandissimo talento e capace di continue soprese, un osservatore felice e dotato che ha un tallone d'Achille, una paradossale zona cieca dello sguardo, un critico raffinato che sembra mancare del tutto di autocritica. La sensazione con "La grande bellezza" è quella di camminare accanto a un'elegantissima signora che stavolta sarebbe ben felice di concedersi a te, come il personaggio di Isabella Ferrari nel film; solo che stavolta non sono sicuro di volerla. La lascio parlare e la sento alternare banalità imbarazzanti a perle di una intelligenza imprevedibile, capace ancora di stupire. Il problema forse è che non c'è nessuna signora ma il solito Toni Servillo, imparruccato come un attore del teatro elisabettiano che fa di tutto per sedurti mentre Sorrentino spia l'evoluzione della serata col teleobbiettivo da una delle terrazze romane del film.

Oppure posso dire che al film manca il colpo di grazia. Manca il ko, il pugno che mandi al tappeto, quello che spezza il naso, quello che un giorno racconteremo agli amici, quello che ti manda per sempre o per una settimana nello spazio, in orbita attorno al satellite Sorrentino.
A questo punto per dire se il film è bello oppure no si fa per alzata di mano oppure, come nella boxe, si devono contare i punti, cioé il valore delle singole scene. A conti fatti il film potrebbe vincere, ma forse solo per un pelo.

Qual è il problema de "La grande bellezza"? I limiti del suo protagonista, ad esempio. Se amate Jep Gambardella, intellettuale-re dei mondani, scrittore-scribacchino, moralista-immorale, poeta-cialtrone, improponibile azzimato tombeur des femmes con portamento ed eleganza del vecchio omosessuale, macchietta tragicomica in cerca di sublime e grande bellezza là dove anche solo gli antichi resti della Roma eterna rivelano disfacimento e le terrazze più esclusive ospitano lo squallore e il cattivo gusto di chi il lusso se lo potrebbe permettere eccome; ecco, se amate Jep Gambardella o siete disposti anche a dargli la vostra misera assoluzione, la vostra pietosa carezza alle soglie dell'aba o se preferite al termine dei suoi continui viaggi al termine della notte amerete anche il film. Ma concedetemi di dirvi che se davvero l'amate dovete accollarvi non solo i bagliori suoi e quelli di Sorrentino ma anche tutte le loro piccolezze, le loro cadute di stile, gli aspetti più plebei della loro tanto ostentata intelligenza e sensibilità. Se l'amate davvero dovete essere disposti anche voi a dire a tutti, come Jep Gambardella, che la cosa che più amate al mondo non è la "fessa" o le sue varianti ma qualcosa di simile all' "odore nelle case dei vecchi". L'odore nelle case dei vecchi? Ma andate a fanculo.

Jep Gambardella è uno scrittore incapace di replicare il suo brillante esordio di molti anni prima. Abbandonate le aspirazioni artistiche fluttua nel vuoto della roma notturna più esclusiva e festaiola. Come lui tante altre particelle smarrite contribuiscono ad aumentare il grado di entropia che disfa senza fretta il loro mondo.
Il vuoto della sua vita lo ossessiona, tanto da lasciare intendere che il suo prossimo eventuale romanzo dovrebbe forse occuparsene. Ma è uno sforzo che non è riuscito neanche a Flaubert, come potrebbe compiersi con il suo assai più modesto ed annacquato talento? E come potrebbe riuscire lo stesso a Sorrentino, che sa benissimo di non essere Flaubert, ma - dio mio- neanche Fellini?
L'impressione è che nella mancanza di una storia così forte da impostarci un romanzo, tutto quello che ha da scrivere il nostro caro affezionatissimo Gambardella, e quindi Sorrentino nello stargli sempre appresso, non sia altro che una serie di piccoli articoli di costume e società, bozzetti tanto arguti quanto pigri, da leggere forse con piacere ma svogliatamente come si fa quando in una sala d'attesa si sfoglia una rivista. Un modo assai rischioso per centrare il capolavoro. Bisogna mantenere il livello dell'arguzia a livelli d'eccellenza, bisogna stupire non con imprevedibili svolte nella trama ma con la felicità dei ritratti, con la giusta dose di malizia, col virtuosismo e l'eleganza della penna e spostare di continuo l'attenzione dall'autore che ritrae all'ambiente o alla persona che finiscono per essere ritratte.
Ma "La grande bellezza" ha il difetto di non diventare mai solido; né ha momenti così forti da mettere fine alla recita dei suoi interpreti per calare la maschera su una disperazione dal volto umano che sembri autentica, universale e non macchiettistica, provinciale e misera.

domenica 10 marzo 2013

Piano, solo

Ho smesso di vedere "Piano, solo" a metà. E' brutto dirlo ma so già come va a finire. Luca Flores muore, giusto? Si toglie la vita. D'altronde la sua è una storia vera e ce l'aveva raccontata Walter Veltroni nel libro biografico "Il disco del mondo".
La ragione però è un'altra, non sono così cinico.

Il jazz è raro nel cinema italiano. A memoria ce n'è un poco solo in certe pellicole di Pupi Avati, che non ha mai nascosto il suo amore per il genere. E' una musica difficile che ha un suo pubblico di nicchia e che in Italia non raccoglie grandi numeri. Eppure ci sono molti nomi di rilevanza internazionale tra i nostri musicisti. Luca Flores è stato uno di questi.
Nel libro di Veltroni si poteva ancora rintracciare il desiderio di raccontare la vita infelice di un talento scomparso troppo presto per lasciare un segno duraturo nella memoria di molti ma la sua storia serviva come introduzione alla sua musica, tanto che al libro era allegato un cd. Nel film invece si ha l'impressione che accada proprio il contrario. Il talento del musicista è solo il pretesto per mettere in scena la rappresentazione di una vita segnata tanto dal genio quanto da disgrazie familiari e disagio mentale. Si finisce più o meno in alcuni luoghi comuni che altri film hanno saputo rendere in maniera migliore, vedi "Shine".
Il problema, alla fine, è che della musica importa molto meno di quanto si voglia far credere. Per quanto girate anche con una certa cura le scene delle esibizioni non riescono a ricreare il miracolo di certe esecuzioni, non rendono giustizia all'ascolto, sono solo parentesi tra altri momenti dialogati. La musica nei film ottiene il meglio solo se supporta le qualità emotive delle scene come colonna sonora, se trasforma il reale in qualcosa di astratto come nei musical, al massimo se è qualcosa che accade live, in quel momento. Anche film come "Il concerto", che pure ha una delle migliori regie di un concerto di musica classica, si piegano alle regole del cinema e concedono distrazioni, si avvicinano alla linea che rende fasulla la messa in scena.
Forse questo problema si pone in forma ridotta con la musica pop-rock. Essa può contare già su una fruizione in larga parte superficiale, si adatta con meno difficoltà a fare da sottofondo e ha già una iconografia e tradizione più spettacolare. Insomma, lo scambio tra cinema e musica pop è assai più fecondo e reciproco rispetto a quello con qualsiasi altra musica e lo dimostra anche l'arte del videoclip.

Ora, se c'è una cosa che amo del pop, oltre alla sua semplicità, alla maniera di cristallizare uno stato d'animo, di inchiodare qualsiasi concetto con solo tre punti è la capacità di mantenersi leggero. Non solo: esso può nascondere la tristezza dietro una melodia cantabile, può spingersi ai confini dell'eccitazione senza perdere mai il controllo, può far calare un velo di malinconia in una canzone cambiando solo due accordi. Il pop, almeno nelle sue forme più alte, è una musica di facile ascolto ma che nasconde un'emotività parecchio evoluta, capace di influenzare anche quella di chi ascolta. Ne avevo conferma poche settimane fa quando alla radio hanno passato "Easy" dei Commodores. Chi l'avrebbe mai detto che una canzone così spensierata raccontasse invece di una storia d'amore al capolinea? "I know it sounds funny but I can't stand the pain", inizia proprio così e continua esprimendo la frustrazione di un uomo che non è mai riuscito a sentirsi all'altezza delle aspettative della sua donna. Ha deciso di lasciarla il giorno dopo e questo lo fa sentire all'improvviso leggero e libero, perchè forse non è quello che lei avrebbe desiderato ma ora può smettere di fingere. Lui è una persona "semplice, semplice come una domenica mattina". Chiaro no? E ora cantiamo il ritornello tutti in coro. Una canzone piena di ottimismo, che ribalta una situazione iniziale triste in qualcosa di molto leggero e piacevole.

Con questo non voglio dire che il pop è meglio del jazz. Solo che certe qualità straordinarie del pop sembrano del tutto ignote a molti autori del nostro cinema. Essi sembrano convinti sempre e comunque che se la situazione è triste essa debba essere rappresentata in maniera ancora più deprimente, come se il sentimento di una scena fosse dato più dall'accelerazione costante su un lunghissimo rettilineo piuttosto che da un colpo improvviso di sterzo. Solo che lo spettatore sta sulla poltrona di casa o sulla poltroncina del cinema come sul sedile del passeggero, con tutta questa accelerazione che gli comprime lo stomaco e davanti a se un punto di fuga prospettico piattissimo e noioso.
"Piano, solo" ha diverse qualità. L'interpretazione molto partecipata di Kim Rossi Stuart, la fotografia di Catinari, una buona regia. Ma per me il film finisce in un punto preciso: il pranzo di compleanno del padre. E' il momento della storia nel quale si rivelano nella stessa scena il risentimento di Luca per le mancanze del genitore, il trauma mai risolto della morte della madre, l'affiorare del disturbo mentale del protagonista. Scena penosissima con tutto il suo carico di inquietudini, ricatti emotivi, sensi di colpa. Non è la prima volta che vedo qualcosa di simile in un film italiano. Di solito quando incontro questo tipo di situazioni smetto di vedere il film. E' più forte di me, non ce la posso fare. Ho voglia di prendere a schiaffi gli sceneggiatori così incapaci di incastrare un briciolo di luce, di stupire con un accordo improvviso, di lasciare uno spiraglio per un minimo colpo di vento in questa stanza dall'aria putrida. In realtà, io sono convinto che non ci sia stato mai niente di peggio della maniera con cui in Italia ci si è incastati molte volte nella raffigurazione di famiglie infelici, quasi con accanimento morboso.
Cose così penose possono accadere anche nella nostra vita e chi non ha mai sofferto in silenzio durante una riunione familiare, un pranzo di Natale, una qualche ricorrenza forzata che unisce malvolentieri parenti? Solo che mandare a fanculo la propria famiglia è un gesto che richiede uno sforzo notevole e che non sempre risolve i nostri problemi. Spesso, anzi, li peggiora.
Ma mandare a fanculo la famiglia di un film con tutti i suoi cazzo di problemi che non ci riguardano, con tutte le meschinità messe a nudo che riescono comunque a farci stare male e deprimerci come se ne fossimo davvero partecipi, è un gesto sano e doveroso. Mi spiace per la vostra infelicità ma io ho già la mia e non vengo a raccontarla a voi.

martedì 5 marzo 2013

Il Pap'occhio

Che strano vedere oggi "Il Pap'occhio" per la prima volta. Lo faccio recuperando il dvd in una biblioteca e riuscendo così a togliermi una curiosità che porto da tempo. Il fatto che la sua visione si sovrapponga quasi con le dimissioni ufficiali di Bendetto XVI, il suo volo in elicottero nel cielo sopra Roma, con anche il carico simbolico che qualcuno ci ha privatamente colto ( l'immagine dell'anima che "vola in cielo" come l'abbiamo immaginata bambini molti di noi) ha il sapore di una maliziosa coincidenza. Non è così, almeno a livello cosciente. Forse però il bombardamento di notizie relative all'evento e il carico emotivo che esso comporta anche per chi si è voluto sottrarre all'abbraccio di mamma Chiesa hanno operato in segreto.
In realtà sono in una fase di bassa concentrazione. Ho scelto il film di Arbore proprio perchè sapevo di andare incontro a qualcosa di leggero, a niente di troppo strutturato. L'alternativa era "Strange days" della Bigelow, col quale ho rimandato l'appuntamento per l'ennesima volta.
Ma a conti fatti c'è qualcosa che potrebbe renderli comuni nella mia testa bacata. Sono entrambi film che agiscono in un passato alternativo, in uno spazio temporale datato e ben collocabile ( i primi anni del pontificato di Papa Giovanni Paolo II; il capodanno del 2000 ) eppure fanno corto circuito con quello che è rimasto della cronaca reale di quei periodi. "Strange days" soprattutto sembra continuare a brillare d'interesse grazie al suo potente sfasamento di film di fantascienza che è finito risucchiato in un passato mai esistito grazie a un paradosso temporale. Una visione che sembra parlare di futuro e si rivolge invece alla polvere, al fratello gemello di un altro luogo e tempo.

Il discorso su "Il pap'occhio" può fare appello invece a una nostalgia meno elaborata. Realizzato ormai più di 30 anni fa ha avuto una storia molto travagliata: successo al botteghino, sequestro, riabilitazione, un fugace ritorno nelle sale verso la fine degli anni '90, prima di rivedere la luce con l'edizione in dvd. In mezzo soprattutto dimenticanza, un film sepolto nella memoria collettiva di molti e del tutto ignoto per gli altri più giovani.
Chi scrive ha press'a poco l'età stessa del film. La sgangherata compagnia di Arbore è parte di ricordi così profondi e lontani da non essere toccati dal colore di un qualsiasi giudizio. Si porta appresso solo una spensieratezza che riusciva a essere condivisa anche da un bambino con i propri genitori e zii, all'epoca quasi coetanei di me stesso nel presente. Ma tirare oggi un giudizio su cosa potesse essere anche quell'Italia dalle briciole da museo del film è cosa perversa, oziosa e poco scientifica.

Si può partire dai dati oggettivi. Il film è povero nella forma. Non ha una vera e propria storia, lo sviluppo è rapsodico. Vive di sketch, improvvisazioni, numeri musicali, ospiti, partecipazioni. E' in effetti l'adattamento, neanche troppo elaborato, di quello che doveva essere un programma tv di successo, senza alcuna voglia di preoccuparsi davvero della coerenza e delle regole drammaturgiche che si richiedono di solito alle pellicole in sala. Il risultato toglie forse al film qualsiasi pretesa di misurarsi su un piano strettamente cinematografico per rimanere su quello dello scherzo. Ma è uno scherzo che Arbore e compagni prendono molto sul serio perchè sanno che solo se si va fino in fondo sul piano dello scherzo e si offrono con generosità i propri numeri migliori un film così può dirsi riuscito.
Allora Arbore alza di molto il tiro e si catapulta con tutto il codazzo del suo bestiario comico dentro le mura vaticane. La chiamata, che ha l'aspetto di una sgangherata annuncizione dell'angelo Gabriele-Abatantuono, arriva proprio dal papa in persona. Cioè da Wojtyla, il papa straniero da poco eletto, quello dal volto bonario e telegenico, con il suo difficoltoso rapporto con l'italiano e la sua reciprocità con i mezzi di comunicazione dell'epoca ( cosa che manterrà fino alla morte). E' proprio il Papa a voler creare una tv vaticana, rivolta a un pubblico di giovani, con la presenza dei loro beniamini, per rilanciare la religione cattolica in lento ma costante declino. La cosa preoccupa però gli alti prelati al suo fianco che non vedono di buon segno questa avventatezza. Nonostante debolissimi tentativi di sabotare l'evento si arriverà al momento della messa in onda e lì... va bene, non ve lo dico, anche perchè non saprei proprio cosa dirvi di preciso.

Ad Arbore piace buttarla in caciara e la caciara salva questo film dall'abisso. Sa benissimo Nanni Moretti ad esempio, che nelle stesse stanze ricostruite in teatro tornerà trent'anni dopo, di non poter contare sulla stessa sguaiatezza per farla franca, vuoi per proprie esigenze di stile, vuoi per la necessità di vincere la diffidenza vaticana con un discorso più focalizzato e credibile. Anche i tempi sono cambiati, Wojtyla è morto e il nuovo Papa è "un pastore tedesco". L'ironia stavolta resta fuori dalle mura della Chiesa. Ma entrambi trovano un piacere nel raffigurare il mistero delle stanze più inaccessibili con più leggerezza di quanto esse sembrino voler lasciare trapelare. La componente più ludica dei prelati, la loro discreta sensibilità all'umorismo, la loro privata curiosità di uomini, eccezionali anche perchè separati dal mondo, sono elementi che in forme diverse si trovano in entrambi i film. Perchè in nessuno dei due casi si è mai partiti con una intenzione di polemica, ed entrambe le storie, con tutti i paradossi che le rendono interessanti, raccontano più di un desiderio di contatto tra mondi diversi, il desiderio di potersi ritrovare a discutere delle cose che ci stanno più a cuore con i modi che ci vengono più naturali. Arbore sa di essere un peccatore e forse esagera pure nel ritrarsi in questa maniera. Non chiede assoluzione per i suoi peccati, ma forse ci spera e punta tutto sulla sua simpatia per farla franca. A modo suo sembra voler declamare lo slogan: "Wojtyla uno di noi."
Moretti entra nel mezzo del conclave grazie alle sue qualità professionali ( e quindi tecniche). Non chiede assoluzione, difende in modo garbato le sue posizioni laiche, porta un poco di scompiglio ma organizzato molto meglio rispetto a quello di Arbore. E' incuriosito ma fallisce nel suo compito. Quello di venire in soccorso con la scienza della mente a una volontà di dio che non riesce a imporsi nei dubbi dell'uomo che deve diventare Papa.
Se nel film di Arbore dio si manifesta con la potenza folkloristica che tendiamo ad attribuirgli, in quello di Moretti il suo silenzio inasprisce l'angoscia del finale.

A dire il vero ho trovato un'altra debolissima citazione de "Il pap'occhio" in un film che divertente non lo era nemmeno un poco, ma che ha avuto una sorte quasi identica di invisibilità. Era "I banchieri di Dio" di Giuseppe Ferrara, sullo scandalo del caso IOR e i misteri del suicidio-omicidio di Roberto Calvi. Di contro a rappresentazioni di personaggi politici ed ecclesiastici precisi fedelissime e credibili anche nella fisionomia il Papa, sempre Giovanni Paolo II, è l'unico ( vuoi per rispetto o per contenere le polemiche) che non si vede mai in volto. Ma si vedono i suoi piedi che pedalano sulla cyclette mentre riceve in udienza privata Giulio Andreotti. E' evidente il richiamo all'inizio del film di Arbore, con la rappresentazione grottesca delle qualità atletiche del nuovo pontefice.

Fa impressione vedere quanti personaggi siano passati per le scuderie di Arbore. Piccoli e grandi talenti che in seguito confermeranno o meno le loro doti, seguendo percorsi che non sempre porteranno sulla strada della comicità. Vedere oggi un film così rimanda al sapore di un'Italia diversa che non ho vissuto in prima persona, che esprimeva il proprio bisogno di maggiore leggerezza e vitalità direi, ancora lontana ma anche prossima alle degenerazioni di certo umorismo e modo di fare spettacolo che cambieranno la società e forse, molto tempo dopo, anche il modo di fare politica. Allora però erano tutti lì, futuri giornalisti e premi Oscar, showmen e soubrette dalle sorti differenti, persone che oggi sembrano così diverse da se stessi e tra di loro che viene da chiedersi come abbiano fatto a convivere tutti assieme.

lunedì 11 febbraio 2013

Gasherbrum - Der leuchtende Berg ( La montagna di luce)

Werner Herzog incontra Reinhold Messner nel 1984. Il pretesto è un breve documentario per la televisione di appena 45 minuti. Riescono a intendersi perfettamente grazie alla padronanza comune del tedesco e a un identico punto di vista.
Messner è già una celebrità dell'alpinismo mondiale, avviato a diventare il più grande scalatore di tutti i tempi, il primo uomo ad aver raggiunto di lì a pochi anni la vetta di tutti e 14 i grandi ottomila, le più alte montagne della Terra. L'ha fatto compiendo imprese al limite, con il minimo dell'attrezzatura e con un equipaggio ridotto. Il suo è un senso estremo della sfida che comporta il rischio della morte. La morte lo sfiora più volte e si porta via il fratello davanti ai suoi occhi, trascinato via e sepolto da una valanga durante una sventurata discesa dalla vetta del monte Nanga Parbat. Al ritorno dalla stessa spedizione il Messner sopravvissuto deve sopportare pure l'amputazione di sei dita dei piedi per le conseguenze del gelo. Questo non gli servirà da freno nella sua ricerca continua dell'avventura oltre i limiti delle possibilità umane e del comune buonsenso.
Jon Krakauer, alpinista e scrittore, è l'autore del libro "Nelle terre estreme". E' la biografia della vita breve e della morte atroce di Chris McCandless. Sean Penn ne ha tratto un film di successo, "Into the wild", con Emile Hirsch e una bella colonna sonora di Eddie Vedder. Il libro offre un resoconto molto più approfondito della vicenda. La scelta di quella storia in particolare tra tante si spiega con l'affetto dell'autore verso la figura del ragazzo, già oggetto di molte polemiche. Il desiderio ultimo è quello di offrire una possibile risposta alla domanda: che cosa spinge alcune persone a provare esperienze così estreme? Un inconscio desiderio di morte, un disturbo di personalità, l'irragionevolezza, la fascinazione idealizzata per uno stile di vita romantico a contatto con la natura?
Chi si mette in gioco con simili avventure deve mettere nel conto che potrebbe non sopravviverne. E che se pure dovesse riuscire, il suo successo resterà privato, difficile da condividere o essere compreso dalla maggior parte delle persone. La disciplina, la serietà, l'ostinazione e la solitudine che richiedono sforzi simili hanno qualcosa che si colloca al confine con la follia. Tutti i veri alpinisti sembrano condividere la stessa asocialità di fondo, una qualche indifferenza verso il giudizio o le regole della società.

Non fa eccezione Messner, personaggio noto per la sua scarsa simpatia. In realtà egli è il perfetto protagonista di un film di Herzog. E' completamente matto, sorretto solo da una sua personalissima lucidità e dalla forza sovrumana della sua volontà. E' colui che non sa spiegare fino in fondo le ragioni di quello che fa ma è rapito completamente dal richiamo ancestrale e pericoloso della montagna che lo allontana dal mondo degli uomini comuni. La sua ricerca è spirituale ma si afferma grazie a uno sforzo del corpo, al superamento di ostacoli reali e non metafisici. Egli è colui che riesce a portare a termine l'impresa anche oltre le possibilità del regista. E' Messner, assieme solo al suo compagno di scalata Hans Kammerlander, che riesce nella fatica mai tentata prima di raggiungere consecutivamente le due vette del Gasherbrum e filmare gli ultimi tratti di salita.
Herzog e la sua ridottissima troupe restano al campo base, a duemila metri di altitudine più in basso, fermati dal mal di montagna. La riuscita finale o meno del documentario è nelle mani dello stesso Messner. Herzog potrà solo raccogliere il prodotto della sua testimonianza su pellicola.

Il documentario è bellissimo e si colloca alla perfezione nel solco della poetica del regista tedesco. Herzog riesce ancora una volta a catturare immagini bellissime e non convenzionali. Messner è un anarchico che vive al di fuori delle regole. Un personaggio potente e carismatico che non desidera nessun seguace per sé, non ha alcun bisogno di affermarsi agli occhi del resto degli uomini, vive un rapporto disinvolto e quasi irriverente del prossimo con la propria natura, si getta con fervore in argomentazioni filosofiche e sostiene con forza il suo punto di vista. Non chiede di essere capito. Sembra quasi divertito dal piacere di sapersi scandaloso e non si imbarazza a mostrarsi nudo davanti alla macchina da presa. Ha un fascino magnetico che si propaga grazie alle suggestioni implicite delle sue affermazioni e del suo stile di vita selvaggio.
Il momento in cui si trova a rispondere alle domande sulla tragica morte del fratello è l'unico nel quale si spezza la continuità del suo entusiasmo. Herzog riesce a squarciare il velo e coglie gli aspetti più segreti e intimi dell'uomo che ha di fronte. Qualcosa di così autentico e straziante per la sua potenza emotiva da non avere eguali nemmeno nel migliore dei suoi film di finzione.
"Gasherbrum" è un capolavoro sconosciuto, scoperto per caso grazie a delle ricerche su internet.
Un misterioso utente lo ha caricato in una versione sottotitolata sul suo canale YouTube. Meraviglie della rete e della generosità dei suoi naviganti.
Viennanerazzurra grazie, chiunque tu sia.
Chi apprezzerà questo documentario vada sulla pagina del suo canale e clicchi "mi piace".

sabato 9 febbraio 2013

Zero dark thirty

E' il terzo film che vedo in meno di un mese che affronta una parte di storia americana. Il primo è stato "Django unchained" che almeno con la sua ironia e la volontaria deformazione usava lo schiavismo come pretesto, senza alcun intento storiografico. Poi sono passato alle trattative per l'abolizione proprio dello schiavismo con il biografico "Lincoln", questo sì molto storiografico e con tutte le punte di orgoglio nazionale che il ritratto di un grande presidente dovrebbe contenere. Ok, però è un film noioso, buono più per la didattica nelle scuole del suo paese d'origine o la gioia di qualche studioso del periodo.
Infine, con un balzo incredibile, passo dal XIX secolo al XXI e mi ritrovo a mezzanotte e mezzo di Venerdì a vedere "Zero dark thirty", un film che inizia con le voci delle vittime dell'11 Settembre e termina subito dopo la morte di Osama Bin Laden. Il che basterebbe a suggerire che quell'evento sia stato non la chiusura di un cerchio ma la fine di tutta la questione.
Nonostante "Zero dark thirty" sia anche un bel film e sia attualissimo, interessante anche per affrontare le pagine ancora controverse e fresche d'inchiostro delle prime versioni ufficiali, la sua riconoscibile impronta di orgoglio e spirito statunitense ha per me l'effetto della goccia che fa traboccare il vaso.
Almeno per un po' non vorrei avere niente a che fare con una qualsiasi declinazione del patriottismo cinematografico americano. Gli Stati Uniti del cinema sono invadenti quanto la loro nazione. Hanno caratteristiche di megalomania e autentico disturbo narcisistico. Sanno parlare solo di se stessi tutto il tempo e a volte hanno la presunzione di saper parlare anche al posto di altri. Hanno carisma e potere, sanno affascinare, ma alla lunga possono risultare gradassi, fasulli e anche monotoni. Tutte caratteristiche che ci infastidirebbero se appartenessero a uno qualsiasi dei nostri conoscenti e che il cinema nasconde sotto una elaborata messa in scena, sotto le luci, dietro la sapienza ritmica, grazie alle fisionomie irregolari di attrici come Jessica Chastain. Come abbia potuto passare dal ruolo di archetipo materno di "The tree of life" a quello di "figlia di puttana che ha scovato Bin Laden" è una cosa affascinante, l'ennesimo coniglio che esce dal cilindro di un cinema americano altrimenti un poco frusto, a corto di sorprese.

Senza di lei l'intera storia che sta dietro la scoperta e l'assalto al covo del ricercato numero uno del terrorismo mondiale perderebbe quasi tutto il fascino e non c'è neanche bisogno di spiegare perché. Per girarci attorno dico solo che la sua bellezza non solo rende più godibile e umano il film ma gli permette anche di avere qualche momento di gradevolezza visiva. La cura che richiede la caratterizzazione del personaggio di lei consente al film di alternare scene e inquadrature di discreta fattura fotografica, dove lo sguardo non può non soffermarsi sul dettaglio dei suoi capelli, sulla linea degli occhi, sul colore dell'incarnato o di quello degli occhi o in generale sulla sua fisionomia ( ok, è quasi amore il mio); a scene che di bellezza visiva non hanno niente come i venti minuti di attacco finale.
Anzi, con la sua necessità di riprodurre il massimo del realismo la scena funziona più per la tensione e la fedele coreografia di un assalto che sul piano del godimento visivo. Il buio è l'elemento dominante di tutta la sequenza tanto che il volo degli elicotteri sopra le montagne del Pakistan è così indistinguibile da poter essere benissimo una ricostruzione in computer grafica. L'elemento spettacolare non è assecondato da scelte fotografiche ma piuttosto dalla dotazione all'avanguardia della squadra, che aggiunge all'operazione una parvenza di scientificità e feticismo tecnologico.

Il personaggio di Maya assume nel corso del film una triplice valenza.
All'inizio il suo sguardo è lo stesso del pubblico in sala quando si ritrova a fare i conti con la rappresentazione della tortura sui detenuti militari. Serve per poter introdurre gli spettatori nella storia, affrontando già dai primi minuti anche le questioni più controverse della guerra al terrorismo. Per quanto brutali le scene di tortura compaiono solo nel primo atto. Il disagio di lei di fronte all'umiliazione dei prigionieri potrebbe essere lo stesso di chi ha appena cominciato a vedere il film. Da un certo momento in poi prevalgono altre dinamiche anche narrative e alla tortura si fa cenno solo di fronte alle polemiche sollevate dal presidente Obama. Insomma, il film non intende fare sconti o indorare la pillola sulla disumanità dei metodi ma adotta una qualche forma di strategia per far sì che certe questioni non finiscano per prevalere sull'andamento o le finalità della storia.
Da un certo momento in poi il ruolo di Maya comincia a confondersi come alter ego della regista stessa, Kathryn Bigelow, combattiva, mascolina, a suo agio in contesti cinematografici dove la presenza femminile è pari a zero.
Sul finire del film Maya sembra adatta a rappresentare il volto della sua nazione. Perchè quello che tradisce sempre gli americani è il finale delle loro avventure di successo. Dopo aver strabiliato con il loro acume, il loro coraggio, la loro padronanza tecnica si lasciano sempre andare e tradiscono una certa spacconeria, una mancanza di stile, la boria dei vincitori. La reazione di Maya sembra suggerire per la prima volta che l'America potrebbe essere una nazione donna, che tiene nascosti i suoi più autentici sentimenti e si lascia andare solo in privato. Molto, molto bello.
Solo che anche stavolta mi viene da pensare quello che ho formulato dopo la visione di "Lincoln". Non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno. La funzione di un simile film ha forse malcelati intenti di propaganda ma esso è il soprattutto il suggello di una storia che augura la buonanotte al proprio pubblico. E' la favola crudele, per quanto vera, dove la Chastain assomiglia a un personaggio di un racconto dei Grimm che attraversa il bosco, sperimenta la paura e la violenza e alla fine ha la meglio sul suo Uomo Nero, senza però mai incontrarlo di persona. Attraverso di lei si riscatta l'intera nazione, portando a compimento la funzione catartica implicita in ogni buona favola. E' con la sua storia esemplare che "Zero dark thirty" sembra voler comunicare al pubblico che solo adesso, dopo anni, possiamo tornare a dormire tranquilli, abbassare le armi, riprendere contatto con il nostro lato femminile. Il nostro? Ecco, è questo il punto. Il "loro", punto e basta.

Durante la visione ho pensato che mi piacerebbe, per assurdo, in un universo parallelo, vedere un blockbuster islamico che racconta tutti i retroscena dell'attentato alle Torri Gemelle e si conclude proprio con l'11 Settembre.
C'è uno scrittore che ha fatto qualcosa di simile. E' statunitense, si chiama Matt Ruff e il suo ultimo romanzo è uscito da poco nelle librerie italiane. "False verità" o "The mirage" per chi cerca un'edizione in lingua originale. In Italia lo pubblica Fanucci. Vi consiglio di andare a cercarlo. E' la storia ribaltata del rapporto tra Occidente e Medio Oriente dell'ultimo secolo. I fondamentalisti sono cristiani. Le Torri Gemelle sono quelle di Baghdad, Bin Laden è un senatore degli Stati Uniti d'Arabia, Israele è un alleato prezioso della nazione islamica e si trova dove le nostra carte indicano la Germania di oggi.

Vorrei cambiare aria e non vedere altri film americani al cinema nei prossimi giorni. Anzi, forse non voglio proprio andare al cinema per un poco. Le giornate stanno cominciando ad allungarsi. Ci sono pesci da pescare in acque più profonde.

martedì 5 febbraio 2013

Lincoln

Ci sono almeno due Spielberg. Quello che sembra essere rimasto bambino e che realizza film come "E.T.", che parla ai bambini come quasi nessuno prima di lui, e agli adulti, facendoli tornare bambini. Lo Spielberg che è portatore sano della visione del fanciullino che è in ognuno di noi e che è quindi anche uno dei più grandi registi mondiali dell'infanzia e del fantastico. Poi c'è un altro Spielberg: quello che affronta i grandi temi, che si sente quasi in dovere di farlo, che si prende la briga ben volentieri e al quale i grandi temi sembrano andare incontro per una forza di attrazione reciproca. Perchè Spielberg è regista di successo in virtù della sua capacità di arrivare a grandi masse di spettatori e perchè grandi poteri comportano grandi responsabilità e le responsabilità a Hollywood si contano anche in denaro, sono parte del rischio di impresa. Spielberg ha dimostrato di saper vincere stando alle regole del gioco e i suoi grandi poteri gli consentono anche grandi possibilità. Come la possibilità di affrontare la Storia con i mezzi adeguati.
La sua posizione e il suo carisma pongono Spielberg su un livello superiore a quello di cineasta e la sua attenzione a temi universali lo rendono parte di quella categoria di comunicatori ai quali si presta sempre attenzione, senza mai prenderli troppo sul serio però. Spielberg è cioè collega indiretto dei vari Dalai Lama, del Papa, di John Lennon e Bono Vox e tutti coloro che possono parlare con la stessa disinvoltura di pace, amore, fratellanza senza fare la figura dei completi idioti.
Ma forse, tra tutti, Spielberg desiderebbe essere il Presidente degli Stati Uniti per la sua stessa attitudine al comando, per sentirsi a pieno diritto "il comandante in capo" delle sue truppe o almeno della sua troupe, per la sua possibilità di parlare al cuore di una nazione e spostarne le onde del sentimento, per l'eco mondiale delle sue parole, per il brivido della responsabilità che il ruolo e il suo prestigio richiedono. Il Pesidente dei Registi degli Stati Uniti d'America. La forza del suo argomentare e la complessità dei temi affrontati richiedono di spostare il discorso a un livello più basso. Ecco quindi il presidente Spielberg che si piega sulle ginocchia e parla al suo pubblico come farebbe con un bambino, solo che stavolta la faccenda è più complessa di una storia di fantascienza e amicizia tra creature piccole di pianeti diversi e qualcuno potrebbe non stare al gioco della sua retorica.
Retorica che poi non è neanche l'aspetto principale di "Lincoln" ma solo il dolcificante di una storia assai più indigesta, che riguarda le complicate e non del tutto trasparenti manovre che hanno portato all'approvazione del 13° emendamento della Costituzione americana, quello che aboliva la schiavitù, e alla fine della guerra civile tra gli stati del Sud e quelli del Nord dell'Unione. Roba assai più noiosa e meno retorica di quanto si possa credere ma del tutto incomprensibile per chi non ha mai dovuto studiare a fondo la storia di quel paese. Questioni che sembrano rientrare nei grandi temi e che dovrebbero riscuotere l'interesse di spettatori indipendentemente dal loro paese d'origine ma che non arrivano mai a scaldare davvero il cuore nell'arco di due lunghissime ore e mezza.
Questo perché non è vero che siamo tutti americani. Non fino a questo punto almeno.

mercoledì 30 gennaio 2013

Amour

La visione di "Amour" è consigliata a un pubblico maturo. Maturo non tanto per sopportare l'intensità di certe scene quanto per poter apprezzare le qualità del film. Haneke è il classico regista che gira film che vincono ai festival. Non sembra essere proprio un complimento. Di solito è un modo gentile per mettere in una categoria tutte quelle opere che non incontrano il gusto dello spettatore medio, che trattano argomenti difficili, che non sanno essere divertenti, che annoiano o nel peggiore dei casi risultano incomprensibili a chi resta fuori dalla cerchia degli iniziati.
"Amour" è un film che ha girato tanto per festival e ha vinto ormai dappertutto. Si è preso la Palma d'Oro, il Golden Globes per il miglior film straniero e in mezzo ha collezionato una decina di premi minori. E' tra i favoriti alla prossima notte degli Oscar dove arriva forte di quattro nomination, un traguardo assai raro per un film non in lingua inglese. E addirittura riuscito ad entrare nella lista dei migliori film dell'anno. Se la batterà quindi non solo con la rappresentanza del meglio che il resto del mondo ha da offrire ma con i vari Spielberg, Affleck, Tarantino etc.
Anche se non ho visto tutti gli altri film in gara merita di vincere. "Amour" è il film che riconcilia con il cinema. Il suo rigore ha pochi eguali anche tra i grandi registi di oggi. E' un film privo di difetti, compreso il difetto di voler piacere al pubblico. Eppure tra i tanti film di Haneke, intellettuale freddo, crudele, con tendenze a un certo tipo di storie sadomasochistiche, beffardo, senza mai un grammo di ironia, è forse l'unico che sa aprirsi alla tenerezza. Questo debole alito di umanità basterebbe a fare di "Amour" il suo film migliore, quello dove per una volta lo spettatore non è costretto a confrontarsi col proprio disgusto verso i protagonisti ma potrebbe finire per identificarsi con essi. Così che, anche di fronte a situazioni estreme, che se ci dice bene non vivremo mai, riusciamo benissimo a comprendere le motivazioni alla base di certe scelte che ricadono fuori dalla nostra morale. E' una bella differenza rispetto a "Funny games" o "La pianista". In quei casi la crudeltà degli aguzzini rimaneva sempre al di fuori di qualsiasi spiegazione razionale e della nostra empatia. "Amour" aggiunge alla consueta sobrietà stilistica che non viene meno mai, soprattutto nei momenti più intensi del suo cinema, una certa delicatezza di tocco, una maniera di camminare sul ciglio dell'abisso sempre in punta di piedi. I protagonisti sono una coppia di anziani, affettuosa e sana fino a quando sarà la malattia del corpo a mettere alla prova l'integrità fisica e psichica del loro legame.

La maggior parte di noi ha una scarsa esperienza della morte. Il suo mistero, la paura che essa comporta, la sua mancanza di senso e a volte la sua origine accidentale, ridicola o banale, del tutto estranea alle nostre previsioni, eppure capace di condizionare le nostre vite è spesso oggetto di rappresentazione al cinema, capace di farci sentire meno a disagio di fronte alle sue varianti violente che a quelle naturali.
Il salto che facciamo sulla sedia durante una sparatoria in un western è nulla di fronte all'angoscia di vedere morire poco per volta un protagonista anziano e malato. Perché se riusciamo a superare la paura convincendoci che "è solo un film" non riusciamo a farlo quando la storia sullo schermo è una finzione talmente plausibile di qualcosa che forse abbiamo già conosciuto nella nostra vita, di quello che potrebbe capitare anche a noi. Non si è giovani in eterno e poi un giorno si muore all'improvviso. Il più delle volte si invecchia e soltanto dopo si muore. La vecchiaia è una fase della vita con la quale non siamo ancora riusciti a fare i conti. Gli anziani esistono e mettono paura.
L'anzianità non è sinonimo di qualità nemmeno per chi opera in ambito artistico. La curva della carriera di un regista segna spesso l'exploit delle sue opere migliori nei primi anni di attività, per poi ripiegarsi e involvere poco per volta. A settant'anni compiuti Haneke sembra contraddire questa formula, dimostrando di non avere perso nulla della sua lucidità, ma di essere approdato forse a un risultato inedito e felice della sua lunga ricerca sull'animo umano.

Le performance dei suoi due attori sono superlative ed è incredibile vedere come Emmanuelle Riva possa entrare da un certo momento in poi nella parte di una malata le cui condizioni peggiorano poco per volta, perdendo proprio quelle abilità con le quali si esprime un attore: mobilità, postura, gestualità, voce, dizione. Fa impressione anche Trintignant che io credevo già morto davvero. La sua pelle lucida e grinzosa è uno spettacolo che di rado si vede al cinema tanto da sembrare falsa quanto le protesi di un "solito idiota" Ruggero De Ceglie. Di fronte a interpreti simili finisce in secondo piano anche la Huppert, abituale musa del maestro austriaco, confinata in un ruolo marginale e poco incisivo.

Il mistero di Haneke sembra essere nascosto nel suo amore per la musica classica e i suoi interpreti di talento. Sembra essere frutto non solo di qualità personali ma anche di una severa e costante disciplina, al limite del disumano. La stessa che si impongono in privato i musicisti classici per eseguire le partiture non solo in maniera impeccabile ma anche con la necessaria grazia. Il suo è un gusto aristocratico che richiede un pubblico educato, silenzioso, colto come quello che frequenta le sale concerto.
Potrà non ispirare simpatia ma Haneke è forse tra i maggiori registi viventi e uno dei pochi ad avere capito che, in un'epoca in cui il cinema è in crisi e il suo linguaggio perde estimatori che finiscono per appassionarsi dei suoi derivati, serie-tv, videogames o fuggono dalle sale per goderne in visioni a bassa risoluzione in video o, peggio, su internet; nello stesso periodo in cui la tecnologia permette quasi a chiunque di improvvisarsi regista e girare il suo film a basso costo, il cinema potrà continuare a salvarsi solo fino quando chi lo fa si avvicinerà ad esso con la dovuta serietà, con la necessaria preparazione, con la stessa ricerca morale e il bisogno di raggiungere l'artificio della verità attraverso la migliore messa in scena possibile.

Qui in coda, per chi volesse approfondire, lascio il link al copione tradotto in inglese ma fedele all'originale, messo in rete dalla Sony Classics.

martedì 29 gennaio 2013

Django unchained

Tarantino è ancora uno dei pochi registi in piena attività a vantare un autentico culto. La sua è la storia d'amore folgorante e immediata con il pubblico di tutto il mondo come di rado ne accadono subito già dal primo film e andata avanti senza particolari flessioni fino a "Django unchained". La Palma d'oro a Cannes del 1994 l'ha lanciato nell'Olimpo del cinema contemporaneo e ha segnato uno dei rarissimi casi di film che entra nei manuali di storia del cinema e finisce nel frattempo consumato in ripetute e compulsive visioni durante lunghi pomeriggi adolescenziali di metà anni '90.
Questo perchè Tarantino è per il cinema di oggi quello che Maradona è stato per il pallone negli anni della sua militanza al Napoli. E' un fuoriclasse che non si preoccupa di risultare antipatico a qualcuno. E' un entusiasta che riesce a entusiasmare anche chi ha avuto finora solo un moderato interesse verso il suo campo d'azione. E' quel tipo di giocatore che da l'impressione di poter risollevare la partita in un momento qualsiasi, fare all'improvviso meraviglie, che è un piacere vedere giocare anche quando si incarta a metà campo e che non sbaglierà mai un gol a porta vuota.
Tarantino da piacere già solo sentirlo parlare di cinema, di un film qualsiasi che è piaciuto solo a lui. Sembra possedere quel senso di meraviglia e una intelligenza di osservazione fuori dal comune. Non è mai banale nei giudizi. E' il perfetto critico cinematografico, quello che non fa distinzioni di razza tra cinema d'autore e cinema di genere, quello che ha la conoscenza vera di un set e non ragiona per astrazioni, quello che sa mantenere il piacere della visione di certi adolescenti con la maturità di un navigato frequentatore di festival.
Sembra cioè una specie di ibrido genetico, il prodotto quasi perfetto del cinema americano, quello che unisce la testa e la pancia, quello che sembra voler dire agli spettatori "sono uno di voi, lo sono stato, lo sarò sempre, ci piacciono le stesse cose". Ed è sempre lui a dire che a 60 anni smetterà di girare per mettersi a scrivere di cinema. Ecco, lo dico, non vedo l'ora che accada. Sono proprio curioso di leggere Tarantino.

Detto questo viene da chiedersi lo stesso che destino avrà il suo cinema nei decenni a venire. Perché se il suo cinema è arrivato come una boccata d'aria fresca, una autentica novità, è anche vero che, una volta digerito, lasciato il segno su una generazione di nuovi registi che hanno imparato la lezione e l'hanno fatta propria adattandola ognuno sulla propria specifica sensibilità, arriverà- se non è già arrivato- il momento in cui il postmoderno sarà paradossale roba vecchia. Insomma, me lo auguro. Perchè Tarantino riesce a essere così contemporaneo quasi in virtù di una profonda crisi del cinema, che non riesce più a farsi interprete del proprio tempo ma sogna se stesso. Ecco quindi che Tarantino è solo il più nobile esempio di una spudorata corrente del cinema americano di oggi che non inventa più nulla di nuovo ma produce remake, reboot, prequel, sequel, e chi più ne ha più ne metta.

A distanza di qualche anno si è delineato con chiarezza un nuovo corso del cinema di Tarantino. I suoi film si sono fatti più mastodontici e  ridondanti. Mostrano una maggiore ambizione, costano di più, durano sempre tantissimo, hanno una qualità formale superiore. E' iniziato con "Kill Bill vol. 1", finora insuperato tripudio di tutto ciò che rende un film oggetto di culto, maniacale nella cura di ogni singolo dettaglio, generoso come niente altro in circolazione, capace di mantenersi imprevedibile con continue svolte stilistiche e narrative. Mi deluse la prima volta che lo vidi al cinema ma oggi mi sembra di gran lunga il suo vero capolavoro, anche nella sua incompletezza privo del seguito, per il suo eccesso misurato al millimetro, la sua esplosione cromatica, il suo dinamismo. Esso segnava, assieme alla sua complementare seconda parte, un vero passo in avanti nella carriera e nelle ambizioni di Tarantino.
Sembrava contenere infatti anche la formula, da quel momento messa in discussione solo una volta nell'esperienza "Grindhouse", che un grande film debba essere anche grosso. Cioè lungo nella durata e farcito in abbondanza. I film di Tarantino diventano così pellicole succose, ad alto contenuto calorico, capaci di soddisfare il gusto di un pubblico che chiede sempre di più, che si aspetta di vivere un'autentica esperienza, qualcosa che li lasci col fiato e li sballottoli su e giù come un lunghissimo giro sull'ottovolante. Nel frattempo hanno perso parte della loro umanità, qualcosa che si poteva intravedere nella prima parte della sua carriera, nei momenti di intimità tra Mia Wallace e Vincent Vega, nella femminilità autentica di Jackie Brown e più in generale nella caratterizzazione più matura di quasi tutti i personaggi del film, nelle riflessioni esistenziali del killer redento in "Pulp fiction". Ha svoltato il suo stile verso l'esasperazione da cartoon, glorificando con una più vistosa cura degli aspetti tecnici la parte adolescenziale del suo talento. Cioè rimane un regista da prendere molto sul serio, ma anche no, anche per niente e va benissimo anche così. Ma i suoi personaggi sono figure di cartone con il dono della chiacchiera brillante. La loro morte dovrà essere spettacolare ma non riuscirà mai a essere commovente, così come nessuno mai si commuove quando Wile Coyote precipita nel vuoto. Tarantino rimane comunque un grande intrattenitore, capace di unire la sua visione e le sue ossessioni con il rispetto del pubblico in sala. Tanto di cappello.

Un'impressione che traggo durante la proiezione in sala è che il suo interesse non si rivolga solo ai maestri misconosciuti del passato, ma molte delle sue strizzate d'occhio vadano nella direzione di alcuni dei suoi colleghi, dei suoi protetti e dei suoi pupilli. Egli è colui infatti che ha consolidato il rapporto professionale con Robert Richardson, il direttore della fotografia dei migliori anni di Oliver Stone ( e di molto del cinema che conta oggi). Lo stesso Oliver Stone che diresse "Natural born killers" da una sceneggiatura di Tarantino, modificata al punto da far nascere una frizione tra i due. Sembra quasi una rivincita che Tarantino si è voluto prendere a distanza di anni, non appena la fiamma di Stone ha cominciato a perdere intensità.
"Django" è stato già oggetto di un remake giapponese da parte di Takashi Miike, prolifico regista orientale, venerato da Tarantino che non solo elogia pubblicamente i suoi film ma prende parte al progetto del collega recitando una parte nel suo film. E' un caso?
In generale l'ultraviolenza di "Django unchained", le sue schizzate di sangue, il gusto per la mutilazione del corpo attraverso la tortura, la flagellazione e a un certo punto anche il rischio di una evirazione sono cose che appartengono più al genere torture-porn che alle sue efferratezze solite. Sembra quasi che egli abbia voluto dimostrare a Eli Roth, il regista dei vari "Hostel" prodotti da Tarantino stesso, che se vuole sa fare meglio di lui e in un film ad alto budget che finisce per concorrere pure agli Oscar. L'idea mi viene nel momento in cui vedo Jamie Foxx dopo la cattura, nudo a testa in giù con un mascherone di ferro davanti il viso. E' un'immagine che sembra esulare dal contesto della ferocia tipica di un western e sembra appartenere piuttosto a uno splatter degli ultimi anni tipo "Saw".
Ci sarebbe qualcosa da dire anche riguardo di Spike Lee, ma non vado nel dettaglio.
Queste rimangono però elucubrazioni mie, note al margine di una visione che nulla cambiano del valore del film.

L'ultima mia considerazione è una stupidaggine e nasce dall'analisi retrospettiva degli ultimi film di Tarantino, almeno di quelli maggiori. I protagonisti appartengono sempre a delle categorie ben definite e di facile classificazione, calate nei contesti a loro ostili per eccellenza. Mi spiego: Django è un nero durante la schiavità negli Stati del sud dell'Unione; i protagonisti di "Bastardi senza gloria" sono un gruppo di ebrei durante il nazismo; Beatrix Kiddo è la donna ( e madre) all'interno delle convenzioni del cinema d'azione, a larga maggioranza maschile e maschilista. Considerando che due dei suoi ultimi tre film sono remake di vecchi b-movie italiani, si può cominciare a tirare qualche ipotesi matematica sul suo prossimo progetto.
La migliore che ho formulato è la storia di un omosessuale che cerca di fare carriera all'interno del campionato di calcio italiano. Sarà il remake de "L'allenatore nel pallone", "Oronzo Canà unchained" o qualcosa di simile.
Ok, stavo scherzando.

mercoledì 23 gennaio 2013

The master

La visione di "The master" mi ha lasciato sconcertato. Potrei parlare di delusione ma sarebbe un'espressione forte e riduttiva. La delusione non è nella complessiva qualità del film che è di certo bello e notevole, prezioso e coraggioso come tutte le opere d'arte o perlomeno come tutte le opere di un vero artista.
Il film delude proprio in quello che sembrava promettere. Cioè non rispetta le aspettative e per questo, prima di definire che cosa o come è, sarebbe meglio fare una lista delle cose che abbiamo creduto potesse essere e invece non è.
Non è per esempio un film su Scientology. Ci saranno pure delle affinità profonde con la setta fondata da Ron Hubbard ma di certo il film non vuol essere la storia della sua nascita e del suo sviluppo, non vuole affermare che il suo fondatore è stato un impostore, persona detestabile, criminale. Non vuole convincere nessuno a cambiare le proprie convinzioni pseudo religiose, non vuole mettere in guardia il resto del mondo, non vuole rivelare segreti. Il ritratto che fa dell'alter ego di Hubbard, il Lancaster Dodd interpretato da Hoffman, non è privo di difetti e inquietudine, ma rimane comunque bonario, affettuoso.
E' la caratteristica vera del cinema di Paul Thomas Anderson, l'amore profondo verso i suoi personaggi, l'unica costante che unisce film diversi e a volte non riconducibili alla stessa mano. Se le storie corali degli esordi lo dimostravano con un tripudio di personaggi, l'evoluzione del suo cinema ha ridotto di parecchio il loro numero in ogni film, arrivando a basare il suo film più potente ("Il petroliere") su un'unica figura che domina, schiaccia e alla fine uccide anche a sangue freddo, nel suo delirio superomistico, chiunque osi mettersi contro di lui. E' nelle corde di Anderson sentirsi in dovere di dimostrare il suo affetto a queste figure di sventurati incapaci di amare o farsi amare; ed è lui che sembra rispondere alla richiesta d'aiuto contenuta nella canzone finale di "Magnolia", quella "Save me" di Aimée Mann che concorse persino all'Oscar e che costituiva il valore aggiunto di un già bellissimo film ("but can you save me?/ from the ranks of the freaks/who suspect they could never love anyone", e giù lacrime... ).

Non fa eccezione questo "The master" dove Anderson sembra più interessato al lato oscuro dei suoi personaggi che a quello delle loro avventure spirituali e religiose. La sua sensibilità e le inclinazioni naturali del suo modo di fare cinema e raccontare si sorreggono con il talento nella scelta e nella direzione dei suoi attori. Non è un caso che i suoi film trionfino soprattutto grazie alle loro interpretazioni. Discorso valido anche per "The master" che colleziona dovunque vada un tris di nomination per i tre protagonisti. E se Philip Seymour Hoffman ci ha ormai abituato alla sua bravura tanto da cominciare a ispirare un poco di quella noia che si riserva agli eterni primi della classe ( vedi l'esempio di Maryl Streep), e Amy Adams rivela finalmente appieno le sua qualità e la sua bellezza in un grande film; la vera sorpresa è Joaquim Phoenix: l'immedesimazione con il personaggio è totale e la sua trasformazione, la concentrazione che dimostra finiscono per stravolgere anche la sua fisionomia, la postura, la bellezza virile dei lineamenti. Il suo Freddie Quell mette i brividi perché è selvaggio, imprevedibile, violento, disturbato e credibile.

Quello che però manca al film sembra essere il resto. Degli ego così implosivi, carichi di energia negativa, fluttuano nel vuoto di una storia randagia, che riununcia ben presto a inseguire percorsi drammaturgici comuni, e salvo un unico vero, grandissimo momento nella prima metà ( il primo "processo" del maestro al suo favorito) non ha nessun picco memorabile, nessuna svolta nel copione che rilanci l'attenzione dello spettatore, nessun meccanismo implicito che conduca verso un vero finale. Il ritmo è lento e l'errore forse è nel ritenere che basti una cadenza ipnotica e un momento chiave per ipnotizzare lo spettatore fino alla fine. Invece si finisce al massimo quasi tutti sonnambuli, un poco anche per noia, in una casa enorme, vuota e fredda che non conosciamo, nella quale ci orientiamo a fatica, ci muoviamo a tentoni e dove finiamo per sbattere contro uno spigolo di tanto in tanto. L'effetto è disamante e lascia sgomenti. Intenzione forse dell'autore che dispone una messa in scena fuori dal comune, che non convoglia quasi mai l'attenzione dello spettatore su qualcosa in particolare ma lascia disperdere lo sguardo su vari punti e non sembra affatto intenzionata a giudicare. Quello che sembra stare più a cuore è il viaggio nell'ignoto di una mente disturbata della quale "il maestro" del titolo non è il responsabile, né il guaritore che vorrebbe essere ma l'esploratore affascinato e inadatto, il coraggioso che affronta la profondità della notte buia che si espande dietro il fondale stellato della sua rappresentazione truffaldina.
Per questo Anderson si dimostra regista soprendente, colto, ambizioso e ancora capace di stupire, pensare in grande storie difficilissime da raccontare e forse persino amare; più enigmatico di quanto lasciasse presupporre con i suoi primi, indimenticabili film.

Il film è stato forse azzoppato anche dalle difficoltà incontrate durante la lavorazione, che è stata segnata da una pausa lunga un anno e salvata, così pare, dall'interessamento personale in seconda battuta di un ricco finanziatore privato.
Per chi volesse farsi un'idea di cosa il film sarebbe potuto diventare consiglio di leggere il copione originale che la Miramax ha gentilmente fatto circolare in rete. E' una cosa che consiglio a tutti, la lettura dei copioni. Rendono perfettamente l'idea di quanto molti film sarebbero potuti diventare qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che poi arriva nelle sale.

Per chi invece si aspettava di saperne qualcosa in più sulla misteriosa Scientology, ho trovato in rete un interessante articolo a tale proposito che contiene già anche tutti i link per eventuali future immersioni nell'argomento.

Per chi volesse solo rilassarsi questo è invece il link per ascoltare in streaming la bella colonna sonora ad opera del sempre più bravo e sorprendente Johnny Greenwood ( già chitarrista dei Radiohead per quei pochi che ancora non lo sapessero), comprensiva delle altrettanto belle canzoni d'epoca inserite nel film.

venerdì 11 gennaio 2013

Cloud atlas

Quando mi ritrovo a dover formulare un giudizio su film come "Cloud atlas" sono davvero contento di non avere nessun obbligo editoriale. La mia opinione è del tutto superflua, nessuno me l'ha richiesta. Non ho stellette da affibbiare né una reputazione da difendere. Se qualcuno volesse scoprire se il film è bello oppure no, beh se lo vada a vedere, si faccia la sua opinione. E' un film che comporta un minimo di ragionamento a posteriori, nel tratto di strada che ci riporta alla macchina magari e per qualcuno non oltre. Posso dire di essere abbastanza contento di averlo visto. La ragione è semplice e banale. Il film ha una sua complessità, impone di rimanere vigili, genera nello spettatore un crescendo di frustrazioni mano a mano che aumentano gli interrogativi. Gli interrogativi rimangono anche dopo. Tanti, forse troppi. Quello che resta è un concetto vago e discutibile, poetico e melenso, tanto potente quanto loffio che unisce le diverse storie raccontate, le epoche diverse e le lontane o lontanissime terre che le ospitano. Ma almeno il film ha ambizioni così smisurate da mettere alla prova la pigra intelligenza dello spettatore, gli confonde abbastanza le idee, attiva i meccanismi automatici che cercano una sintesi finale, una qualche forma di conclusione, anche nel più stupido dei presenti in sala. Richiede una digestione cerebrale anche se, a dire il vero, esso ha una natura più emotiva di quanto un simile sforzo sembri suggerire.
Questo per dire che i più cervellotici avranno pane per i loro denti nel voler tracciare lo schema di tutti i parallelismi, i continui rimandi tra le storie, gli esiti differenti delle singole vicende e il peso di ciascuna maschera d'attore, ognuno con la sua parte in ognuna delle diverse storie narrate. Divertitevi, divertiamoci. Questo è l'aspetto più ludico di tutta la sceneggiatura.
Il senso più autentico è però volatile e purtroppo comprensibile già nel trailer. Tutto quello che c'è nel film, nelle sue tre ore, è l'adattamento molto romanzato di un sentimento mistico. Qualcosa che avrete sentito già altrove, profondo quanto il bicchiere che ospita la pinta di birra che avete davanti quando un amico ve lo espone incurante della vostra perplessità, temporaneo quanto l'ebbrezza dell'alcool che avete bevuto, poco chiaro come il locale che vi ospita, velleitario come tutte le vostre chiacchiere presenti, passate e future sulla rivoluzione. Non credete che quella porta sia la salvezza. Una volta fuori il primo soffio di vento potrà scacciare via quel tremulo filo che ha tenuto in piedi l'intero ragionamento, confondere un altro poco le idee, far cadere a terra il mazzo di carte con tutte le risposte. Cercate, cercate, carponi carponi. Alla fine comunque ne avrete persa più d'una.
Allora forse, bene intenzionati come me, avrete davanti due alternative. La prima è leggere il romanzo di David Mitchell che è alla base del film per cercare almeno le prime intenzioni, stampate su carta e in forma di frasi. Sono certo che dopo tutto sarà molto più chiaro. Oppure tornare al cinema per una seconda volta e forse una terza, magari per prendere appunti. Tornare a casa e tracciare nuove linee, fare una pianta dell'edificio, stabilire il posto di ogni stanza su ogni piano temporale e comprendere quale attore ci dovrà dormire. Per ogni piano una storia diversa e state attenti: sulla targhetta delle stanze non ci troverete mai scritto "Tom Hanks" o "Halle Berry", ma di volta in volta il nome del loro personaggio.
Ma la domanda è: vale la pena? Perchè se secondo me vale la pena andare a vedere questo film al cinema in questi giorni, non sono mica tanto sicuro valga la pena tornare a vederlo nei prossimi.
Lo spirito con il quale i fratelli Wachowski hanno affrontato lo sforzo di questo film assomiglia alla mania di grandezza che ha spinto la Chiesa cattolica romana a edificare enormi cattedrali e basiliche nei secoli passati. Non fu febbre del mattone di palazzinari ante litteram ma la convinzione che grandi idee dovessero essere ospitate in grandi architetture. Simili edifici continuano a lasciare a bocca aperta i turisti di tutto il mondo ma quello che vedono sono le meraviglie della costruzione. Sono pochi, pochissimi a essere colti dal sentimento religioso che il luogo dovrebbe rappresentare, proteggere. Solo coloro che quel sentimento religioso conoscevano e portavano con sé prima di entrare. Lo stesso discorso vale per il concetto che anima "Cloud atlas", nascosto e custodito nel minuscolo tabernacolo di una bizzarra, complessa e mastodontica costruzione architettonica.

Christopher Nolan è il grande regista-architetto del nuovo cinema americano. "Inception" è stato il suo capolavoro di audacia, il grattacielo che sfida le leggi eppure rimane in piedi. Ma il suo è un lavoro più onesto. I suoi edifici sono pronti per ospitare uffici, aziende. Sono belli, funzionali e moderni. Nolan non ha messaggi universali da mandare. L'architettura è tutto il suo messaggio.

I Wachowski più poetici di quest'ultimo film hanno lo sguardo rivolto altrove. Basterebbe già il titolo per suggerire una chiara mancanza di solidità. "L'atlante delle nuvole" sembra voler esprimere il concetto di una idea mutevole e indefinita, volatile, gassosa. Non costruiscono man mano l'ingranaggio perfetto aggiungendo un pezzo alla volta come nell'utimo Tornatore. Presentano un meccanismo complicato ma già avviato. Sta a noi, insieme al loro aiuto, smontarlo delle singole parti. Per poi scoprire che non si tratta di meccanica ma di fisica. Esistono leggi che determinano il comportamento delle singole parti, così come i singoli elementi finiscono per attrarsi e combinarsi tra loro diventando altro e dando vita a forme nuove, uomini o nuvole. Esiste però un margine di libertà anch'esso decisivo e imprevedibile che può mutare il corso delle cose. Si possono tracciare a ritroso le tappe che conducono a un evento, scindendone e isolandone ogni particella fino alle più elementari? No, è qualcosa di più grande delle possibilità dell'uomo. Nello stesso modo non è possibile prevederne le azioni future. Tentare di mettere insieme nella stessa storia ineluttabilità e libero arbitrio attraverso un concatenarsi di avvenimenti e conflitti simili, universali, sebbene siano differenti i contesti dove essi maturano avrebbe richiesto una sceneggiatura perfetta. Invece, nonostante il grande lavoro, siamo molto lontani dalla perfezione.

In tutte le diverse storie che il film contiene ce ne sono due che mi piacciono particolarmente. Quella ambientata nella Seoul del futuro è la più affascinante sia sul piano visivo che nell'andamento misterioso e per livelli successivi dell'intreccio. Sembra essere la più ispirata, quasi la spina dorsale del senso complessivo. Non mi piacciono però troppo gli sviluppi eccessivi e non del tutto chiari e le sue conclusioni. Forse è per questo finisce per non piacermi l'intero film nel suo insieme.
La storia del vecchio editore sfigato è la più divertente. Il tono grottesco e straniante alleggerisce di molto il film e mi spinge a benvolerlo.
Le storie ambientate nel passato mi piacciono meno in quanto sembrano essere il frutto di una imitazione di letteratura di basso livello. Quella ambienta negli anni '70 ha il tono di un mediocre bestseller di spionaggio con qualche guizzo interessante qua e là.
Quella che apre e chiude il film, con Tom Hanks nelle vesti di un neoprimitivo mezzo maori e che a dispetto delle apparenze dovrebbe essere quella ambientata nel futuro più remoto, ammetto di non averla proprio capita.
Fate voi una media e tirate le conclusioni anche per me.

mercoledì 9 gennaio 2013

La migliore offerta

Per capire cosa non mi convince di Tornatore prendo ad esempio James Cameron. Quando uscì "La leggenda del pianista sull'oceano" si parlò di un "Titanic" italiano. Entrambi i film avevano ambizioni colossali ed erano ambientati in un transatlantico. Il secondo film, rischiosissimo, superò record di incassi, fece incetta di premi, scatenò un fenomeno di isteria collettiva degna dei primi Beatles. Lo vidi solo anni dopo la sua uscita nelle sale. Per me è un film molto bello rovinato da una sottotrama amorosa degna di un romanzetto. Ma fu la sottotrama a decretarne il successo di pubblico. Tutta la potenza degli effetti speciali veniva in secondo piano di fronte agli occhi azzurri del protagonista. Non credo che Cameron sia un avido lettore di romanzi rosa né ha mai dimostrato di eccessive inclinazioni sentimentali nei suoi film.
Aveva capito che senza un carico superlativo di zucchero tutto quello che il pubblico avrebbe avuto sarebbe stato il resoconto angoscioso di una catastrofe con centinaia di morti, donne e bambini compresi. Alla fine invece, nonostante tutto attorno si consumi una strage indimenticabile, il film è diventato una pietra miliare del cinema sentimentale più estremo.

"La leggenda del pianista sull'oceano" invece fu un fiasco. Nonostante una confezione formale impeccabile e un testo teatrale molto amato all'origine non convinse nessuno. La sua visione, in una saletta romana dell'Anica destinata alle proiezioni per le scuole, fu una cocente delusione oltre che uno strazio. C'era qualcosa che non tornava sin dall'inizio e il film durava quasi tre ore. Alla fine, sui titoli di coda, metà del pubblico era stremato, si era raggomitolato sotto i propri giacchetti e dormiva.
Il film di Cameron aveva preso la storia di un clamoroso e tragico errore di sopravvalutazione da parte di un gruppo di tecnici, aveva cioè preso la storia di un'opera colossale dell'ingegno finita in tragedia e l'aveva trasformata in un successo senza precedenti.
L'intera carriera di Tornatore invece assomiglia a una continua ripetizione della storia del vero Titanic. Progetta imbarcazioni enormi che potrebbero trasportare milioni di spettatori. Invece finisce per non riempire neanche metà della nave. Non a caso i suoi film più apprezzati da qualche anno a questa parte sembrano essere quelli più piccoli, come nel caso de "La sconosciuta".
Come il comandante del Titanic, sottovaluta il pericolo degli iceberg. Ci finisce contro quasi sempre e, anche se la nave non affonda mai del tutto, di certo il pubblico protesta. Non è contento del viaggio. Giura che non ripeterà mai più l'esperienza. Cosa importa della ricchezza dell'arredamento quando ci si è annoiati a morte, il servizio era pessimo e la navigazione ci ha fatto venire più volte il mal di mare?
Intanto che fine ha fatto Tornatore? Si è già messo in salvo salendo sulla scialuppa che lo porta verso il prossimo film.

A mandare a fondo l'impianto di molti film di Tornatore è proprio quello che salva il film di Cameron dal disastro. E' l'onnipresenza di una componente sentimentale anche quando questa è del tutto superflua all'economia del film. E' l'aspetto in apparenza più naif di tutti i suoi film, molto rigorosi in quasi tutti gli aspetti formali. E' la convinzione che il pubblico si conquisti con le emozioni. Ma l'emozione di Tornatore è troppo spesso acerba e non convince ormai quasi nessuno. E' una emozione che sembra maturata più dall'amore visto rappresentato in altro cinema, grande cinema va detto. In questo caso è emblematica la scena finale di "Nuovo cinema paradiso". L'educazione sentimentale del protagonista è tutta in quella sequenza di baci salvati dalla censura nei più grandi film del passato. Baci mai dati e che non riceverà mai più. Il protagonista, ormai un affermato regista, ha perso la partita con l'amore della sua vita. Difficile rimanere inermi di fronte a una scena così patetica e suggestiva. Possiamo anche noi piangere assieme al protagonista. Il cinema ci viene in soccorso come consolazione e inganno.

Qualcosa di molto simile c'è anche ne "La migliore offerta". Il protagonista è un uomo non più giovane, anche egli un affermato professionista, battitore d'asta. Solitario, ossessivo e misantropo non ha mai amato nessuno e non riceve amore in cambio. Ama solo le opere d'arte, soprattutto quadri. All'interno della sua casa di lusso nasconde una collezione segreta di inestimabile valore. Una intera enorme stanza dalle pareti altissime coperta per intero da ritratti di donne dei più grandi artisti di tutte le epoche. Sono queste le uniche donne della sua vita. Per avere loro ha messo in piedi una truffa neanche tanto complessa che va avanti da anni con l'aiuto di un complice tra gli acquirenti.
Come il regista di "Nuovo cinema paradiso" egli è un esteta, amante del bello, vittima della inevitabile finzione dell'arte. Nel perseguire l'arte e nella sua contemplazione prolungata egli diventa un esperto del settore, rivela il suo vero talento. Ma rimane inetto nelle cose della vita, più opaca e meno sublimata, imprevedibile e anche pericolosa. Nel ritratto del battitore d'aste Virgil Oldman sembra esserci anche una velata forma di autocritica, un inatteso elemento personale, l'affermazione di una acquisita consapevolezza, il riconoscimento dei propri difetti. Forse è un caso o un segno che noto solo io. Ma forse no.

"La migliore offerta" è un film molto bello, più sostenuto del solito anche se non privo di sbavature. Le trovo soprattutto nei dialoghi, purtroppo in alcune parti del doppiaggio. Ho trovato un curioso articolo su "Internazionale" che sottolinea alcune altre stranezze a tale proposito. Sebbene continui a non convincermi del tutto proprio sul piano dell'autenticità emotiva riesce a rapire l'attenzione, a mantenere viva la curiosità dello spettatore, a stupire con la potenza di alcune sequenze. Riesce anche a chiudere bene, mantenendosi aperto quel tanto che basta, e culminando con un colpo di genio scenografico che racchiude molteplici significati. Thriller costruito come un meccanismo a orologeria. Una volta assemblati gli ingranaggi il meccanismo continuerà a battere il tempo in eterno. Il tempo è l'elemento segreto del film. Il tempo necessario per innamorarsi di una persona e accettare l'idea di un amore inaspettato nella propria vita. Tempo battuto senza fretta ma con costanza in tutto il film, che non comporta accelerazioni ma l'ineluttabile progressione verso queste differenti conseguenze dell'amore. Il tempo che guarisce ogni cosa. Il tempo che rimane prima di morire.
C'è dell'altro ma mi fermo qui. Per una volta non voglio rivelare spoiler.

martedì 8 gennaio 2013

Le ultime mele del 2012

Quando finisco di vedere un film i frutti sono già sull'albero. Mi basterebbe alzare la mano, fare un piccolo salto. Ho ancora l'agilità per prenderli al volo. Le mele sono le idee. Le raccolgo, le porto a casa. Poi però a casa mi metto a scrivere e mi prende il complesso della torta di mele. Faccio l'impasto, scelgo le mele migliori, le taglio, organizzo tutto e metto in forno. Quello che pubblico è una torta di mele. A qualcuno piace così alla fine faccio sempre la torta di mele. "Buona, buona..." dice qualcuno. Così, come una nonna, tutte le volte mi rimetto al lavoro. Però, a differenza delle nonne, sono pigro. Il più delle volte prendo le mele, le metto in frigo e lì rimangono come la frutta che compro ogni tanto. Dopo qualche giorno sono da buttare. Magari non se ne accorgerebbe nessuno però la torta non la faccio più.
Un giorno, mi dico, pubblico solo le mele così come sono e sticazzi se sono ancora verdi. Però non lo faccio mai. Il mio cervello funziona bene anche se comincio a dimenticare le cose. L'impasto viene da sé, ci sono meccanismi automatici che fanno il lavoro al posto mio, così che quando scrivo sembro una persona più lucida e forse intelligente di quando chiedo una informazione per strada. Faccio torte di mele per gli amici che dicono, per gentilezza almeno, buona, buona. Però sono pigro e mi ripeto e nella vita reale non mi piace cucinare.

Per questo complesso della torta di mele mi capita di scrivere più spesso di film che ho visto solo io e non di film che abbiamo visto tutti. Per chi non mi conosce di persona "Skyfall" è il mio film preferito del 2012. Lo preferisco anche ad "Argo" che è la versione seria e intelligente di una storia di spionaggio d'altissimo livello, mentre "Skyfall" ne è la versione luna park. Li ho visti al cinema nell'arco di una settimana. Sono la sintesi di una serata venuta benissimo e di una venuta benino. Questione di aspettative. Da "Skyfall" non mi aspettavo niente, da "Argo" mi aspettavo tantissimo. Questione di umore. Rilassato la prima volta, più ansioso la seconda. Questione di location. Se si è in compagnia si mangia dopo il film e non prima. Se si va in una multisala si finisce per ritrovarsi in mezzo al nulla e il nulla non è di grande aiuto nel momento dei saluti. Questione anche di verosimiglianza. "Argo" è bello ma rispettoso della storia e quindi tutto fila liscio, forse anche troppo.  "Skyfall" è bello ma senza rispetto. Ne guadagna in divertimento e colpi di scena. "Argo" è un film americano che si concede autocritiche feroci ma dove alla fine gli americani hanno la meglio sui bifolchi iraniani. "Skyfall" e in generale tutti gli 007 sono film dove gli americani si divertono a fare gli inglesi, giocano fuori casa, si mettono l'abito buono, l'orologio al polso e fanno i coatti con stile.
"Argo" è un film che inserisce nella storia i retroscena della magia del cinema, il regno della finzione che abbindola anche il nemico. "Skyfall" è la finzione del cinema che abbindola. Punto. Mi piace uscire dal cinema e scoprire che sono stato abbindolato. E' come andare incontro con scetticismo a una seduta di ipnosi e ritrovarsi ipnotizzati per davvero. Come è successo? Tecnica e qualche buon trucco. Non mi capita mica tanto spesso di essere rapito da un film, almeno negli ultimi anni.

James Cameron è finito nelle classifiche degli eventi più interessanti in ambito scientifico di tutto il 2012. Assieme a cose come il bosone di Higgs o il volo in caduta libera di Baumgarten dai confini della stratosfera. E' il primo uomo nella storia ad avere compiuto un'immersione completa e in totale solitudine nella fossa delle Marianne, il punto più profondo della terra, a quasi 11 chilometri sotto il livello del mare. Dentro a un sottomarino dotato di telecamere per riprese 3d ha filmato l'impresa. Il girato servirà alla comunità scientifica che studia i misteri dei fondali marini e diventerà forse parte di un documentario. Cameron dimostra di essere un uomo fuori dal comune, per niente simile all'idea tradizionale del regista. Gli piacciono le sfide estreme e gli piace vincerle. Non ha inventato il 3d ma ha posto la pietra di paragone per tutto il cinema tridimensionale di questi anni. E' qualcosa in più di un appassionato di scienza. Il suo interesse per la tecnica e il suo relativo interesse per gli aspetti umanistici della sua professione lo rendono più interessante e contemporaneo di qualsiasi altro suo collega. Piacciano o meno i suoi film sta cercando, anche se in mezzo a tanto fumo, di contribuire all'evoluzione del cinema. Come? Non scrivendo storie migliori ma cercando di superare i confini appunto della tecnica, cambiando la percezione stessa di quello che finora si è inteso come cinema.

"The hobbit" è l'ultimo film che ho visto nel 2012. Alla fine ho scelto di vederlo per disperazione durante le feste. Non sono un lettore di Tolkien, odio tutto il fantasy, non ho visto nessuno dei tre film de "Il signore degli anelli". Non ho letto neanche l'adattamento a fumetti de "Lo hobbit" che qualcuno mi regalò anni fa. Ho visto solo i primi dieci minuti de "La compagnia dell'anello" per rimanere sconvolto di fronte alla spudoratezza degli effetti speciali in computer grafica. Nessuna magia ma una specie di showreel di un gioco Playstation. Ho visto però diversi altri film di Peter Jackson. Il mio preferito è "Splatters-gli schizzacervelli" commedia gore ultraviolenta e demenziale. Peter Jackson poteva campare di rendita come un genio dell'horror, un sofisticato autore di b-movie. Ha scelto altre strade e le ha percorse con intelligenza fino a avventurarsi nella sfida de "Il signore degli anelli". Sfida vinta, a quanto pare. Forse non ha messo d'accordo i puristi ma ha conquistato nuove generazioni di lettori, rilanciando l'interesse verso l'opera di Tolkien nel nuovo millennio.

Peter Jackson ha deciso di girare "Lo hobbit" in 3d, come si confà ormai ai film più spettacolari e ai registi che possono permetterselo. Non solo: ha deciso di sperimentare una nuova tecnica ormai chiamata HFR ( high-frame rate). Gira cioè il film nativamente a 48 fotogrammi al secondo, il doppio dei canonici 24 che sono lo standard internazionale del cinema almeno dai tempi del sonoro. Questo comporta l'obbligo di raddoppiare la frequenza di fotogrammi anche in fase di proiezione per evitare gli inevitabili effetti ralenti. Cosa cambia? Cambia che la persistenza delle immagini sulla retina che produce l'illusione di movimento alla base del cinema stesso affronta un numero doppio di immagini in successione nello stesso intervallo di tempo. L'illusione di movimento si fa quindi ancora più forte. I movimenti diventano più fluidi, quasi naturali, e aumenta la sensazione di realismo. Più o meno la differenza è la stessa tra un girato qualsiasi in pellicola e l'elaborazione elettronica dell'immagine secondo i canoni per le trasmissioni broadcast televisive. Quello che rende diversa un'intervista tg a Elijah Wood a Elijah Wood nei panni di Frodo, quello cioè che rende la prima una ripresa priva di fascino e la seconda quel mistero chiamato "cinema" risiede non solo nel mezzo che riprende, nella cura complessiva che si dedica all'immagine, ma anche nella frequenza con cui esso è programmato per catturare informazioni visive un secondo dopo l'altro. Chiaro? ( No, vero?)
La faccio breve e insomma sti benedetti 48 fotogrammi sono la ragione che mi porta al cinema a vedere il nuovo episodio di una saga di gnomi, troll, orchi, stregoni, elfi e altre creature che non ha mai cominciato a scaldarmi il cuore.
L'effetto è straniante e fastidioso, soprattutto all'inizio. Il velo della finzione si è fatto così sottile che sembra quasi non esserci proprio più. Jackson rimedia mettendo tra i suoi attori e lo schermo un tale strato di trucco, cosmetico, digitale e forse anche in forma di protesi anatomiche, che bilancia la percezione di iperrealismo moltiplicata dalla tridimensionalità, con l'assoluta inverosimiglianza di quelle fisionomie. La fluidità dei movimenti, che a tratti sembrano quasi farsi beffe delle intenzioni del regista, velocizzando in alcuni casi spostamenti o gesti, risultano evidenti soprattutto nella prima parte, più pacata e narrativa. Quando il film diventa invece una sarabanda di scene di azione e battaglia la faccenda si fa interessante perchè il talento dinamico di Jackson e la potenza espressiva del nuovo mezzo sembrano quasi spostare l'aria nella sala. Allora provo davvero paura e il mio sguardo ridiventa quello di un bambino. I mostri sono brutti e cattivi, i nostri eroi brutti e buoni e non abbastanza forti per farcela da soli. Gollum è una creatura meravigliosa e geniale, che fa tenerezza e terrore ed assomiglia a un bambino e a un vecchio nello stesso tempo. Nel complesso il lavoro di Jackson è un capolavoro di grafica che riscatta quello che si perde per strada della nobiltà letteraria dell'opera. Il film è divertente, non mi annoia e riesce nell'intento di incuriosirmi sul seguito della storia. Alla fine non ho chiuso tanto male il mio anno cinematografico.
Perplessità generiche a parte sul HFR, Cameron, James Cameron, si è dichiarato tanto interessato alla cosa da volerla usare per le riprese di "Avatar 2". L'utilizzo di queste tecniche in combinata con il 3d non definiranno davvero i parametri del cinema a venire ma solo di una parte di esso. Quello che potrà permettersi i mezzi per raccontare storie straordinarie e avrà a disposizione effetti speciali tali da ibridare poco per volta il cinema tradizionale con le potenzialità visive dell'animazione. Forse non a tutti piacerà ma diventerà, poco per volta, qualcosa di molto differente dal cinema che abbiamo percepito finora, più vicino forse alla realtà virtuale come l'abbiamo solo sognata o vista rappresentare, all'immersione partecipativa dei migliori videogame.

"Il signore degli anelli" è un libro che qualcuno cita quando vuole dimostrare che non è vero che i giovani non amano leggere. E' un bel mattone pieno di pagine, eppure negli anni lo hanno letto e riletto generazioni intere di adolescenti. Io non sono stato tra quelli. Però tra gli 11 e i 12 anni, forse un poco troppo presto, ho consumato un altro romanzo da un migliaio di pagine. "It" di Stephen King è un altro buon esempio di libro che ha fatto impazzire molti dei lettori in generale più svogliati verso il resto dell'offerta letteraria. All'epoca l'ho molto amato e lo amo ancora nonostante i madornali difetti suoi e del suo autore, la prolissità insostenibile per un consumatore di libri più navigato e l'inconsistenza delle sue pretese. Sono molto grato a Stephen King e a Dylan Dog perchè mi hanno aperto le porte dell'immaginazione e introdotto alla scoperta di quasi tutto quello che ho amato dopo.
Non si lamentino troppo coloro che sono rimasti delusi dalla versione di Peter Jackson de "Il signore degli anelli". Alla fine sono stati più fortunati degli amanti, come me, di "It" o Dylan Dog, ai quali sono stati riservati adattamenti cinematografici poveri e dagli esiti a dir poco disastrosi.

Nel mese di dicembre mi è venuta la voglia di rileggere "La storia infinita". Ho perso il libro che mi regalò mia madre da bambino così ho dovuto ricomprarlo. Non mi ricordavo più nulla della trama che ho trovato ricca di situazioni e personaggi sempre diversi in ogni capitolo. Incuriosito, mi sono chiesto come avessero potuto girarci un film, film che io ho visto ma non ricordavo affatto se non per una canzone pop. Michael Ende, lo scrittore, non fu per niente tenero verso gli autori del film. Disse che "augurava la peste ai produttori" per quello che secondo lui era uno scempio della sua opera.
Il film infatti tagliava bruscamente in due la trama del libro che è già di per sé scisso in due trame complementari, semplificava molto le vicende e aggiungeva un finale bruttino. Ma, rivisto da poco, il film secondo me non è tanto brutto. Non era facile mettere in scena alcuni dei personaggi immaginari e molti degli episodi narrati. Mi è tornato in mente che esisteva anche un seguito, questo sì brutto davvero, che affrontava la parte mancante del libro. L'ho visto sempre negli anni della scuola media e poi mai più. Esiste anche un epilogo, ancora più brutto dicono e del tutto apocrifo, di cui si è persa quasi del tutto la memoria. Insomma, anche da "La storia infinita" è nata una trilogia, infelice, dimenticata e forse in anticipo sui tempi. Non ho amato molto il libro nel rileggerlo ma di nuovo mi ha spinto a considerare più fortunati i lettori di Tolkien. Se pure non vi dovessero piacere i film che ne ha tratto Jackson non potete lamentarvi troppo. Poteva andarvi molto ma molto peggio. La storia del cinema è piena di esempi.

L'ultima domenica dell'anno ho fatto una lunghissima camminata per le vie di Roma. All'altezza di Piazza del Popolo sono passato davanti a quello che una volta era il cinema Metropolitan. Ci andavo spesso, faceva sempre qualche film in lingua originale. Aveva poche sale ma una buona programmazione. L'hanno chiuso nel Gennaio di due anni in seguito alla cessione di proprietà da parte del gruppo che deteneva i locali. Sarebbe dovuto diventare altro, forse un altro cinema, forse uno spazio espositivo, forse un'altra galleria di negozi da aggiungere a quelli che occupano l'intera Via del Corso.
Invece non è diventato niente. Gli ingressi sono sbarrati e comunicano abbandono e sfacelo. Mi è tornato in mente il Nulla che nel romanzo di Ende fa scomparire poco per volta l'intero regno di Fantàsia, divorando l'immaginazione degli uomini e i suoi prodotti. Roma è piena di cinema chiusi e mai più riaperti, rimasti lì con le porte chiuse e le vecchie insegne. E' facile fare metafore.